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sabato 7 giugno 2014

Una legge speciale per sconfiggere il malaffare

Se, nel 1994, qualcuno avesse pensato che tangentopoli fosse stata in grado di sradicare, dal sistema partitico, la metastasi della corruzione e dell’affarismo, avrebbe semplicemente sottovalutato il diffuso radicamento di siffatto malcostume nel bagaglio culturale e comportamentale della politica italiana.
Dalla stagione di “mani pulite” sono trascorsi venti anni infettati però, senza soluzione di continuità, dalle condotte criminose di politici di ogni colore e livello.
A rendere ancora più intollerabili i reati, oggi, è la constatazione che, mentre fino al 1994 i politici delinquevano quasi tutti per procurare illeciti finanziamenti ai loro partiti, negli ultimi anni i politici sono ricorsi sempre più al malaffare per procurarsi utilità personali.
Non solo, ma la pratica del delinquere si è così propagata che emergono reati di corruzione, per poche migliaia di euro, anche in inaspettate situazioni del nostro quotidiano.
D’altra parte, aldilà di proclami ipocriti e di sterili promesse elettorali, tutti i partiti politici non hanno fatto nulla, in questi anni, per contrastare il malaffare ed impedire il suo dilagare, assecondati dalla generale indifferenza di molti italiani.
Anzi, non si deve trascurare che proprio milioni di italiani si sono dimostrati così incuranti dei fenomeni di corruttela e depravazione da avere eletto, più volte e senza vergognarsi, un presidente del consiglio che vanta, nel suo curriculum, la corruzione di giudici per addomesticare una sentenza, l’aver comprata la falsa testimonianza dell’avvocato Mills in tribunale, la corruzione del senatore De Gregorio per favorire la caduta del governo Prodi.
Insomma, con a capo del governo un individuo di così provata disonestà era inevitabile attendersi che si architettassero solo leggi per assecondare, o quanto meno indulgere di fronte a modalità  corruttive e di malaffare.
Un esempio per tutte: la legge 61/2001 con la quale si è provveduto a depenalizzare il reato di falso in bilancio e di cui lo stesso presidente del consiglio si è avvalso.
Per cui, se oggi, alla luce degli scandali “Expò” e “Mose”, gli stessi inquirenti affermano di trovarsi di fronte a circostanze molto più gravi di quelle affrontate con tangentopoli, c’è da chiedersi quanto diffuso ed inquietante sia il marciume con il quale convive il nostro Paese.
Si tratta, cioè, di milioni e milioni di denaro pubblico dirottati nelle tasche di lestofanti che si arricchiscono sulle spalle dei contribuenti.
Una stato di cose così degenerato, ormai, che nessuno può illudersi di contrastarlo con il guanto di velluto o con tocchi di fioretto.
In un certo senso ha ragione Matteo Renzi quando afferma che chi  commette reati così infamanti e squallidi si macchia del reato di alto tradimento.
Un tradimento, però, prima ancora che dello Stato e delle Istituzioni, di tutti gli italiani onesti, che lavorano, pagano le tasse e soffrono gli effetti di una crisi drammatica.
Ecco perché sarebbe un grave errore illudersi di riuscire a combattere ed annientare, con la normale routine investigativa e giudiziaria, il tarlo della disonestà che si è saldamente insinuato in troppe delle teste che alloggiano nelle stanze dei bottoni.
I farabutti, infatti, sanno molto bene che grazie alle leggi permissive volute dai governi berlusconiani, grazie ai tre gradi di giudizio, grazie alla buffonata dei termini di prescrizione, difficilmente saranno condannati, ma di certo potranno godere con serenità il frutto dei loro misfatti.
Per affrontare, perciò, l’emergenza creata da decine, centinaia, e probabilmente migliaia di reati di corruzione, concussione, collusione, peculato, commessi con il denaro pubblico, cioè con il portafoglio dei contribuenti, occorrerebbe una sola legge, ma una legge speciale che, per la sua durezza, servisse anche come deterrente per i malintenzionati.
Una legge speciale che, ad esempio, prevedesse:
  • ricorso organico al rito del processo per direttissima collegiale;
  • unico grado di giudizio con sentenza definitiva ed esecutività immediata della pena;
  • inapplicabilità dei termini di prescrizione previsti per i vari reati; 
  • raddoppio delle pene massime indicate dalle leggi in vigore, ed esclusione di ogni forma di patteggiamento, sconto e riduzione;
  • inappellabilità della sentenza;
  • confisca di tutti i beni mobili ed immobili di proprietà del condannato, dei suoi parenti in linea retta e collaterale di 1° e 2° grado, oltre che del coniuge.

Già, ma figuriamoci se questa classe politica, che gozzoviglia nei palazzi, possa accettare anche solo l’idea di mettere un freno ai tanti farabutti con i quali bisbocciano spartendosi poltrone e benefici.

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