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giovedì 7 agosto 2014

Ma Renzi … c’è o ci fa

Anche gli economisti più rigorosi non si aspettavano quel “meno zero due” che l’ISTAT ha rilevato come PIL del secondo semestre 2014.
Un risultato che ha suscitate reazioni preoccupate non solo in Italia ma anche nei partner europei, com’era peraltro prevedibile.
Il nostro Paese, secondo gli economisti di ogni tendenza e colore, è tecnicamente in recessione.
Nel prendere atto di questa dura realtà non posso fare a meno di ripensare al 5 agosto 2011, una data che la brigata berlusconiana finge di non ricordare e che, per molti, troppi italiani, compreso Matteo Renzi, sembrerebbe priva di significato.
Preoccupata per la convulsa ed incontenibile crescita dello spread, tra i titoli italiani e quelli tedeschi, la BCE il 5 luglio 2011 indirizzò una lettera riservata, a firma Jean Claude Trichet e Mario Draghi, all’allora Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi.
Con quella lettera la BCE invitava il Governo ed il Parlamento italiani ad adottare, entro due mesi, un insieme di riforme strutturali, ritenute indispensabili “per ristabilire la fiducia degli investitori”.  
Il pacchetto di riforme, esemplificate nella lettera dalla BCE, era finalizzato a conseguire tre obiettivi:
  1. aumentare il potenziale di crescita dell’economia italiana;
  2. rendere sostenibile la finanza pubblica;
  3. migliorare l’efficienza dell’amministrazione pubblica.

Se ne andò il mese di agosto, trascorso in ferie da Berlusconi e dai suoi ministri.
Passarono anche i mesi di settembre e di ottobre, senza che il Governo neppure tentasse di abbozzare qualche risposta concreta alle richieste della BCE, ed intanto lo spread raggiungeva i suoi valori massimi.
A sovraccaricare la situazione nel terzo trimestre 2011 il PIL presentò il primo segno negativo di quella striscia che è proseguita ininterrottamente fino ai giorni nostri.
Fu allora che Berlusconi decise di farsi da parte, rassegnando le dimissioni al Capo dello Stato e lasciando la patata bollente della lettera BCE nelle mani del suo successore, Mario Monti.
Nei quasi diciotto mesi di vita, a compimento della legislatura, il Governo Monti privilegiò soprattutto interventi di risanamento dei conti pubblici, con il plauso del FMI, ponendosi il preciso obiettivo di fare uscire l’Italia dalla procedura d’infrazione per debito eccessivo che l’UE aveva avviata nell’ottobre 2009, sotto il Governo Berlusconi.
L’obiettivo è stato raggiunto nell’aprile 2013.
Nei tre anni trascorsi da quel fatidico 5 agosto 2011, i tre governi che si sono succeduti a Palazzo Chigi (Mario Monti, Enrico Letta e Matteo Renzi), hanno fatto poco o nulla, però, per perseguire gli altri due obiettivi indicati nella lettera della BCE.
Vale a dire l’attuazione di riforme strutturali “per aumentare il potenziale di crescita dell’economia italiana” e per “migliorare l’efficienza dell’amministrazione pubblica”.
Arriviamo così ai giorni nostri.
Sarebbe stato logico attendersi che Renzi, una volta silurato il suo compagno di partito, Enrico Letta, ed aver preso il suo posto a Palazzo Chigi grazie alla “congiura del Nazareno”, di fronte alla drammatica situazione in cui si dibatteva il Paese, facesse tesoro dei suggerimenti della BCE e si gettasse anima e corpo per realizzare le riforme strutturali per il rilancio dell’economia, indicate e raccomandate da Trichet e Draghi.
Invece no !
Renzi ha preferito perdere cinque mesi, lui, il Governo ed il Parlamento, per trastullarsi con due riforme, legge elettorale e Senato, assolutamente inservibili per ridare fiato all’economia del Paese.
Solo oggi scosso, così sembrerebbe, dall’indicatore negativo del PIL, scopre finalmente che l’Italia ha bisogno di riforme economiche che, bontà sua, dichiara di voler mettere in agenda nel prossimo autunno.
Il grottesco è che, nell’attuare le tanto attese riforme economiche, quel genio di Matteo Renzi si propone di coinvolgere Berlusconi, cioè proprio colui che, resosi conto di non essere all'altezza di realizzare le riforme suggeritegli da BCE, ha preferito lasciare di corsa Palazzo Chigi nel novembre 2011.
A questo punto è inevitabile domandarsi: ma Renzi c’è o ci fa ?

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