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giovedì 18 giugno 2015

Le primarie ed il “Signor Nessuno”

Se non si trattasse del presidente del Consiglio in carica, cioè di colui al quale sono affidati i destini del nostro Paese verosimilmente fino al 2018, le esternazioni quotidiane di Matteo Renzi potrebbero sembrare sketch da avanspettacolo.
L’effetto farsesco, però, svanisce subito non appena consideriamo che il debito pubblico italiano ad aprile ha sfiorato il poco invidiabile record di 2.200 miliardi, che la disoccupazione giovanile cresce senza freno, che la povertà assoluta affligge oltre 6 milioni di nostri concittadini, che i partner europei voltano le spalle al dramma umanitario dei flussi di migranti, etc. etc.
Non induce neppure tranquillità e sorrisi la strisciante propensione che Renzi ha per forme di un dispotismo che fa a pugni con settanta anni di faticosa convivenza democratica.
Preoccupa, ad esempio, l’annientamento del ruolo che la Carta Costituzionale attribuisce al Parlamento, perpetrato da Renzi, in questi mesi, imponendo 38 voti di fiducia per impedire modifiche ai decreti del governo.
Non meno inquietante è il rifiuto ostinato ad un confronto non solo con i partiti di opposizione, ma addirittura con le stesse minoranze interne del PD.
Oggi, a rendere più preoccupante lo scenario è quel Renzi che, stizzito per la sconfitta del PD alle ultime elezioni regionali ed ai ballottaggi per la elezione dei sindaci, dimostra la sua incapacità di fare autocritica e non trova di meglio che scaricare le colpe del flop elettorale sulle primarie organizzate dal PD che, secondo lui, avrebbero consentite le candidature di soggetti non all'altezza.
Aldilà di ogni altra considerazione, c’è però qualcosa di puerile nel suo modo di affrontare la realtà.
Infatti per mesi, in lungo ed in largo, si è pavoneggiato di aver ottenuto LUI il 40,8% di consensi alle elezioni europee.
Oggi, invece, di fronte all’insuccesso delle amministrative non riesce a fare altro che addossare tutta la colpa alla inadeguatezza dei candidati scelti attraverso le primarie PD con il suo imprimatur.
Una polemica nei confronti dell’istituto delle primarie bizzarra e paradossale.
Infatti, lo smemorato da Rignano sull’Arno non ricorda che è solo grazie alle primarie che lui ha potuto diventare prima sindaco di Firenze nel 2009 e poi, nel 2013, segretario del PD.
Cioè, senza le primarie Renzi oggi non maramaldeggerebbe sul PD, né avrebbe potuto congiurare con Berlusconi per scalzare Enrico Letta da Palazzo Chigi, né tantomeno sarebbe mai diventato presidente del Consiglio, e quindi aver accesso nei consessi internazionali.
Per farla breve, senza le primarie organizzate dal PD, oggi Matteo Renzi sarebbe un “Signor Nessuno”.
Il fatto è che, agli occhi di Renzi le primarie, pur con i loro limiti, rappresentano ora un metodo esageratamente democratico perché permettono ad iscritti e simpatizzanti del centrosinistra di scegliere i propri candidati.
Il sistema primarie, infatti, mal si concilia con l’assioma renziano di un “uomo solo al comando” che vuole eleggere a suo piacimento vassalli e portaborse, giullari di corte e damigelle d’onore.
Questo lo si era già intuito quando, nella nuova legge elettorale l’Italicum, Renzi aveva imposti a viva forza i capilista bloccati per garantire ai suoi cortigiani uno scranno sicuro nel futuro Parlamento.
Anche se lo scenario politico italiano non fa presagire nulla di buono, per la sua precarietà, ed anche se oramai il 50% di elettori nauseati rifiuta il contatto con le urne, mi auguro che, dopo il ventennio del Duce da Predappio e dopo i quattro lustri del Principe di Arcore, all’Italia non tocchi ora una lunga dominazione del ducetto da Rignano sull’Arno.    

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