sabato 2 febbraio 2013

Italiani, utili idioti


Considero inaccettabile che i componenti la gang PdL, a cominciare dal loro boss, nella campagna elettorale trattino come idioti tutti gli italiani e non solo i loro elettori.
Non c’è una sola parola, pronunciata finora da Berlusconi e dalla frotta dei suoi lacchè, che non contenga colossali menzogne.
I membri della “gang della balla” sono così sfrontati da non preoccuparsi neppure di coordinarsi tra loro sulle fandonie da raccontare.
Un esempio, fresco di giornata, lo serve su un piatto d’argento il medico personale di Berlusconi, Alberto Zangrillo, che nel disperato tentativo di difendere il suo assistito, ha dichiarato che Berlusconi era febbricitante nel momento in cui ha fatte le ignobili affermazioni su Mussolini.
Che fossero parole deliranti non c’era bisogno che lo confermasse Zangrillo.
Prima di lui, però, quel clown da circo, che risponde al nome di Renato Brunetta, si era precipitato a difendere il suo padrone asserendo che tutti gli italiani condividevano le parole di Berlusconi.
Se Brunetta ha inteso dire che, per solidarietà con il Cavaliere anche gli italiani delirino, sicuramente può avere ragione se si riferisce agli elettori del PdL, ma si sbaglia di grosso se pensa ai molti milioni di italiani che mantengono, salva e salda, la loro capacità di pensare.
Forse sfugge a Brunetta, ma soprattutto ad Alfano che, oltre ad essere perfettamente sani di mente, molti italiani hanno anche una buona memoria.
Quindi, quando Alfano si presenta in TV ed afferma: “noi della crisi eravamo consapevoli già nel 2008”, non si rende conto di smentire il capo della gang che, non più tardi del 4 novembre 2011, dichiarava, davanti a giornalisti italiani e stranieri: “mi sembra che in Italia non ci sia una crisi. La vita in Italia è quella di un Paese benestante, … i ristoranti sono pieni”.
Può darsi che Alfano abbia frequentati, in questi anni, ristoranti diversi da quelli citati da Berlusconi, ma almeno, prima di dire sciocchezze si morda la lingua.
Ma lasciamo i ristoranti stracolmi e parliamo, invece, dell’annunciato nuovo contratto che Berlusconi, candidato premier del centrodestra, si appresterebbe a sottoscrivere con il popolo italiano.
Anche questa volta il nuovo contratto conterrà l’impegno di Berlusconi a ridurre le tasse, a cancellare l’IMU, a ridurre l’IRAP, e via dicendo.
Berlusconi, che confida nella smemorataggine degli italiani, spera che non ricordino gli impegni da lui sottoscritti, nel 2001, in un altro contratto, allora benedetto dal sommo guru televisivo, Bruno Vespa.
Ma gli italiani, che hanno buona memoria, ricordano molto bene che guarda caso, al primo punto di quel mitico contratto, c’era già il formale impegno a ridurre le tasse, con la precisazione che sarebbero stati esentati i redditi fino a 22 milioni di lire, e sarebbero state applicate solo due aliquote IRPEF, il 23% (per redditi fino a 200 milioni di lire) ed il 33% (per redditi oltre 200 milioni di lire).
Può darsi che in questi anni, milioni d’italiani, me compreso, si siano distratti, od abbiano vissuto in letargo, è certo però che di riduzione delle tasse non si è vista neppure l’ombra, anzi le tasse sono aumentate.
Eppure, per la miseria, Berlusconi ha governato ben 8 anni dal 2001 in poi, sostenuto in Parlamento da maggioranze bulgare.
Oddio, che Berlusconi abbia il brutto vizio di non rispettare gli impegni sottoscritti, se ne è accorta anche l’UE nel 2011, ma questa è un’altra storia.
Sta di fatto che, messo alle strette, il cacciaballe si giustifica affermando che il premier non ha alcun potere, e che bisogna cambiare la Carta Costituzionale, perché governare solo con i disegni legge è troppo lento e farraginoso.
Se fosse vero c’è da chiedersi perché allora Berlusconi, in campagna elettorale, assuma impegni che sa di non poter mantenere.
Però, anche questa volta Berlusconi si nasconde dietro una bufala colossale, perché l’art. 77 della Costituzione consente al Presidente del Consiglio di emettere decreti legge, che hanno forza di legge ed effetto immediato, in casi di necessità ed urgenza.
E più necessario ed urgente del ridurre le tasse ai cittadini cosa mai ci potrà essere ?
Ma, a Berlusconi è apparso sicuramente più necessario ed urgente utilizzare i decreti legge per tutelarsi dai giudici o proteggere gli interessi delle sue aziende.
La verità è che, per Berlusconi e la sua gang, gli italiani sono idioti, utili solo alle urne, tanto poi, si sa, non si ricorderanno più delle promesse che lui ha fatte in campagna elettorale.

venerdì 1 febbraio 2013

Angeluccio Alfano … il meschinello


Ebbene si, devo fare una confessione.
In questo indecoroso e disonorevole panorama politico nostrano c’è un soggetto nei confronti del quale non riesco a provare ripugnanza ma solo un sentimento di commiserazione.
È Angeluccio Alfano, l’ipotetico segretario del PdL.
Berlusconi gliene fa di tutti i colori, e lui zitto e buono non reagisce.
Berlusconi lo sconfessa regolarmente sputtanandolo, e lui ingoia senza profferir parola.
Nel PdL oramai lo considerano più o meno una marionetta, e lui si atteggia, invece, a condottiero e guida del partito, ovviamente mai in presenza di Berlusconi.
Quando è scoppiato lo scandalo alla Regione Lazio, Alfano ha giurato e spergiurato ai quattro venti, in TV, sulla carta stampata, che il partito non avrebbe mai più candidato nessuno dei dimissionati di quell’ignobile consiglio regionale, ed oggi, invece, l’autorevole segretario del partito si ritrova Renata Polverini candidata al Parlamento nelle file del PdL, messa in lista a sua insaputa.
Ma come non ripensare alla sceneggiata delle primarie per il PdL.
Primarie si e primarie no, è stato il tormentone che ha impazzato per settimane sulla scena politica.
Alfano, spalleggiato da un nutrito manipolo di seguaci, aveva deciso di organizzare le primarie per scegliere i candidati PdL.
Berlusconi si era detto subito contrario, perché con le primarie non avrebbe potuto infilare nelle liste le candidature di compiacenti dame e servili cortigiani.
Alfano, però, voleva dimostrare al mondo di essere lui il segretario del partito.
Così è andato avanti per giorni ad indicare una sua data per le primarie, data che, a distanza di poche ore, regolarmente annullava e rinviava, e così via fino a comunicare, sotto l’albero di Natale, che nel PdL di primarie non si poteva più parlare.
Ennesima figuraccia che, il meschinello, ha mandata giù come se nulla fosse, confermando all’opinione pubblica che lui, Alfano, nel PdL conta quanto il due di picche a briscola, ma soprattutto che non ha quel minimo di dignità che ci si aspetterebbe da un uomo con le palle.
Ed arriviamo così alla campagna elettorale.
Giorno dopo giorno, gli elettori, quelli vispi, si rendono conto che la candidatura di Alfano a premier, annunciata dal Cavaliere, è solo la foglia di fico dietro la quale si nasconde la vera candidatura a premier per il centrodestra, quella di Berlusconi.
Si parla di confronti TV tra i premier designati, cioè Bersani, Monti, Ingroia, Giannino, però per il centrodestra si fa sempre e solo il nome di Berlusconi.
Ai talk show politici non c’è mai Alfano, ma sempre Berlusconi.
Come mai ?
Le possibili spiegazioni sono due, molto semplici e chiare.
Innanzitutto Berlusconi, mesi fa, davanti a molti giornalisti (poi, come sempre, ha smentito se stesso ed ha accusati i giornalisti di aver travisate le sue parole), ha affermato che ad Alfano mancherebbe quel certo “quid” per essere un vero leader.
Il Cavaliere è convinto, perciò, che non si possa affidare la guida di un governo ad un premier che non abbia quel “quid”.
La seconda spiegazione, invece, affonda le sue radici nell’imbroglio architettato, da Berlusconi e Maroni, ai danni dei leghisti.
Infatti, appurato che la base leghista era maldisposta verso un’alleanza con il PdL, ma sarebbe stata decisamente avversa nel caso Berlusconi fosse stato indicato come premier, i due marpioni, per evitare l’emorragia di voti leghisti, hanno deciso che, in campagna elettorale, Berlusconi si sarebbe presentato come capo della coalizione, per diventarne poi il premier in caso di vittoria.
Vale a dire, passata la festa gabbati i leghisti !
Come mai, però, Alfano si rassegna ad essere un burattino nelle mani di Berlusconi ed a farsi sputtanare, non solo come segretario del PdL, ma come persona ?
Probabilmente il meschinello è consapevole di non possedere quel “quid” per essere un vero leader e, perciò, si sente già appagato dall’apparire leader anche se solo nella forma e non nella sostanza.
Oppure, i benefici che trae dal comportarsi come un burattino sono così appaganti, per lui, da indurlo a mettersi sotto i tacchi anche la sua dignità di uomo.

giovedì 31 gennaio 2013

Huffington Post e la censura



Ieri su Huffington Post (Gruppo l’Espresso) è stato pubblicato l’articolo dal titolo: “Fiat, Sergio Marchionne a Grugliasco accolto tra gli applausi della FIOM, ribadisce ‘Non rientreremo in Confindustria’”.
Il corrispondente riferiva dell’inaugurazione dello stabilimento Maserati di Grugliasco, Gruppo FIAT, dedicato alla produzione di automobili di fascia alta per concorrere nel segmento lusso, dal quale FIAT è assente.
Dopo sei anni di traversie varie e di inattività, finalmente lo stabilimento ex Bertone riprende la sua attività produttiva con l’obiettivo di riassorbire, progressivamente, i lavoratori ex Bertone, da molti anni in cassa integrazione.
Tra i primi 500 lavoratori impiegati sono presenti moltissimi iscritti alla FIOM.
Il contratto di lavoro è lo stesso dei loro colleghi di Melfi, il cosiddetto "contratto Marchionne" non sottoscritto da CGIL e FIOM.
Poiché l’evento è stato salutato da scroscianti applausi di tutti i 500 lavoratori, felici di avere riottenuto un posto di lavoro, ho voluto postare un commento, in calce all’articolo, come si è usi fare in Huffington Post.
Tutti i commenti, com’è ovvio, prima di essere pubblicati passano al vaglio della redazione di HP.
Non era la prima volta che postavo commenti in HP ma, oggi, ho dovuto confrontarmi con una sgradevole sorpresa: la censura !
Evidentemente, per la redazione di HP ci sono argomenti ed opinioni da censurare perché, presumibilmente, non in linea con le simpatie politiche e sindacali dei redattori.
Questo è il testo del commento censurato e non pubblicato.
“Prendo in prestito, da Antonio Lubrano, la sua frase tormentone ‘a questo punto sorge spontanea una domanda’, per chiedermi se non abbiano ragione i lavoratori della Maserati, iscritti alla FIOM, che hanno ottenuto il loro posto di lavoro anche se contravvenendo agli inviti di Camusso e Landini che, per privilegiare le loro battaglie ideologiche, a volte trascurano gli interessi vitali dei lavoratori.”
È questo un commento fuori luogo ? offensivo ? volgare !

N.B.: Per essere certo che il commento fosse pervenuto alla redazione e non si fosse smarrito nei meandri del Web, non avendolo visto pubblicare, l’ho postato una seconda volta … con lo stesso risultato.

Bersani … il mendicante


Abbandonate le vesti del trionfatore, da qualche settimana Pierluigi Bersani si è abbigliato con le vesti di un questuante.
Dapprima, ha piatito la desistenza di Rivoluzione Civile nel voto per il Senato, in modo da avere maggiori probabilità di ottenere la maggioranza a Palazzo Madama, ed Ingroia gli ha sbattuta la porta in faccia.
Oggi invece, con parole del tutto cervellotiche: “noi abbiamo fatta una proposta civica, loro si chiamano Scelta Civica, chissà che ci pensino”, si rivolge implicitamente a Monti per chiedergli di abbandonare al suo destino Albertini ed appoggiare il candidato PD alla Regione Lombardia, Ambrosoli.
Ora che per la semplice comunanza di una parola, “civica”, possa pensare che Monti ed Albertini rinunzino alla loro proposta politica per favorire il PD, mi sembra frutto di una mente non in buona salute.
Sarebbe un po’ come dire che, se due aziende concorrenti riportano nella loro ragione sociale la dicitura “società per azioni”, una delle due possa chiedere all’altra di stare lontana dal mercato.
L’impressione è che gli ultimi sondaggi, che vedono ridursi il distacco tra centrosinistra e centrodestra, stiano causando a Bersani così tanta strizza da fargli dire e fare cose strampalate.
Non ci sarebbe da stupirsi, perciò, se domani, dopo aver ricevuto anche l’inevitabile fatal rifiuto da parte di Monti, Bersani possa chiedere a Beppe Grillo il suo sostegno per vincere la corsa alla presidenza della Regione Lombardia.
Giorno dopo giorno, man mano che la poltrona di Palazzo Chigi gli appare sempre più difficile da raggiungere, Bersani rischia di scivolare nel ridicolo.
Così come ridicole, d’altra parte, sono le badilate di “non so e se c’ero dormivo” con le quali, Bersani & Co, si affannano a nascondere le magagne del MPS.
Da oltre 20 anni a Siena, in Comune e Provincia, a farla da padrone è il PD, oggi, ed i suoi antenati, prima.
Nella Fondazione MPS il PD ed i suoi antenati, hanno sempre disposto della maggioranza più che assoluta, ed hanno scelti loro i vertici di MPS.
La storiella che fossero solo i rappresentanti locali del PD a gestire i legami con MPS non solo non è credibile, ma appare come uno squallido tentativo di fare lo scaricabarile.
Il vero problema di Bersani, in questa campagna elettorale, è che ha difficoltà a proporre agli elettori i suoi programmi, per cui è costretto a mendicare soccorsi a destra ed a manca.
Infatti, se andasse in TV ad esporre i programmi del PD, quelli che lui ha veramente in testa, finirebbe per dire cose, per non compromettere il matrimonio con Vendola, che infastidirebbero le correnti più centriste e moderate del PD, e dall’altro, per non scontentare questi suoi compagni di partito dovrebbe fare affermazioni indigeste a Vendola.
È contro la sua natura, di persona paciosa e perennemente insicura, doversi esibire, questa volta, come funambolo, senza rete, e camminare su un cavo teso sopra un mare di fanghiglia, evitando di cadere giù e sperando di arrivare fino a Palazzo Chigi.
Se questa volta, dopo aver imbrogliate le carte per sconfiggere Renzi, non dovesse raggiungere il traguardo, per Bersani si celebrerebbe il funerale politico.

mercoledì 30 gennaio 2013

Berlusconi … il fuggitivo


Per gli italiani, almeno per quelli capaci di intendere e di volere, quanto accaduto il 12 novembre 2011, giorno in cui Berlusconi rassegnò le dimissioni nelle mani del Capo dello Stato, può essere sintetizzato in 6 parole “Berlusconi è scappato da Palazzo Chigi”.
Sulla base di quali elementi gli italiani possono spingersi fino ad un giudizio così severo?
Anche se sono trascorsi solo 14 mesi da allora, molti protagonisti di quelle giornate devono essere vittime di una grave perdita della memoria se sono arrivati perfino ad accusare il Presidente della Repubblica di aver “sospesa la democrazia”.
Questi poveri smemorati si sono dimenticati, o fanno finta, che Berlusconi è salito al Quirinale con le sue gambe, non trascinato a furor di popolo, né tantomeno da un drappello di corazzieri.
Martedì 8 novembre 2011, dopo che il Rendiconto Generale dello Stato era stato approvato, dalla Camera, con soli 308 voti, Berlusconi, preso atto che oramai la sua maggioranza aveva palesemente il fiato corto, era corso al Quirinale per anticipare al Capo dello Stato la sua decisione di dimettersi.
Il fatto più significativo, però, avviene tre giorni dopo, cioè venerdì 11 novembre.
Infatti, poche ore prima che Berlusconi salisse al Quirinale per rassegnare le dimissioni, la Camera aveva approvata la legge di stabilità che recepiva, nel suo testo, i provvedimenti relativi agli impegni che il governo Berlusconi aveva assunti con l’UE.
Era stata proprio la consapevolezza che il rispetto degli impegni, presi con l’UE, avrebbe comportato un lavoro ingrato ed impopolare, a suggerire a Berlusconi di scappare da Palazzo Chigi.
Era dal 5 agosto 2011, infatti, che Berlusconi, dopo aver ricevuta la lettera con i diktat indicati dalla BCE, stava rimuginando come sottrarsi agli impegni da lui stesso presi.
D’altra parte, dopo 3 mesi nessuno degli impegni assunti con l’UE, dal governo Berlusconi, era stato portato a compimento, nonostante la BCE avesse scritto: “vista la gravità dell’attuale situazione sui mercati finanziari, consideriamo cruciale che tutte le azioni elencate siano prese il prima possibile per decreto legge, seguito da ratifica parlamentare entro la fine di settembre 2011”.
Sono, o no, equiparabili ad una vera e propria fuga dagli impegni da lui stesso assunti, in sede europea, le dimissioni rassegnate da Berlusconi l’11 novembre 2011 ?
Le parole che ha pronunciate ieri Olli Rehn, Commissario europeo per gli Affari Economici e Monetari, nel corso di un’audizione all’Europarlamento, si riferivano perciò solo a fatti reali quando ha affermato: “dopo le promesse dell’estate per permettere l’intervento della BCE, il governo Berlusconi decise di non rispettare più gli impegni assunti”.
Che cosa abbia da sbraitare l’ex ministro Brunetta, contro le parole di Rehn, è davvero incomprensibile, a meno che Brunetta non dica di essere anche … corto di memoria e di non ricordare più cosa sia successo, tra il 5 agosto e l’11 novembre 2011, nelle stanze del governo Berlusconi dove lui bivaccava.