sabato 1 giugno 2013

Puffi, despoti e marionette … in politica

A larga maggioranza, secondo alcuni sondaggi, gli Italiani preferirebbero che il Governo Letta evitasse l’aumento dell’IVA piuttosto che sospendere il pagamento della rata IMU.
Difatti, di fronte all’alternativa, il 76% degli intervistati si è espresso per il non aumento dell’IVA.
Una preferenza che, di sicuro, non piacerebbe al ciclopico “puffo economicus”, il Renatone pidiellino, al quale non interessa assolutamente nulla di ciò che vorrebbero i cittadini.
A dire il vero non gliene frega nulla neppure delle finanze italiane.
Infatti, non appena la Commissione Europea ha confermata la chiusura della “procedura d’infrazione” contro l’Italia, il “puffo economicus” si è messo a salterellare come un folletto strillando “ora possiamo spendere e spandere senza freni”.
In quattro e quattr’otto, ha preparata, senza esitazione, la sua lista delle spese da sottoporre ad Enrico Letta: cancellazione dell’IMU, restituzione dell’IMU 2012, tagli all’IRPEF, riduzione del cuneo fiscale, defiscalizzazione del lavoro giovanile, etc.
Insomma, una lista della spesa da miliardi e miliardi di euro!
Ma la “coperta è corta”, continuano a ripetere Letta e Saccomanni, per cui bisogna procedere con i piedi di piombo, utilizzando al meglio i pochi spiccioli disponibili, per affrontare le prime vere emergenze del Paese.   
Una idea, quello di dover fare i conti con la “coperta corta”, indigesta al “puffo economicus”, già ministro di quel 4° Governo Berlusconi che, scialacquando il denaro pubblico, aveva  obbligata l’Europa, nel 2009, ad aprire quella “procedura d’infrazione”, appena chiusa dai sacrifici lacrime e sangue degli italiani.
Auguriamoci che, questa volta, Enrico Letta faccia orecchie da mercante alle richieste del “puffo economicus” e del suo compare, il “puffo maximus”, anche se, per dire il vero, in queste prime settimane di governo, Letta sia apparso anche troppo condiscendente alle richieste “dettate” dai due puffi.
Il rischio è che, se l’Italia questa volta non osservasse gli impegni presi sul controllo dei conti pubblici, non incorrerebbe in un’altra “procedura d’infrazione” ma probabilmente nel commissariamento, ed allora … sarebbero guai seri per tutti gli italiani.
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È proprio di una mente dispotica essere certo della propria infallibilità, alla quale accompagna due assiomi: “chi non è con me è contro di me” e “quando mancasse il consenso, c’è la forza”.
Modi di pensare che caratterizzano il bagaglio culturale dei despoti, in ogni latitudine ed in ogni ambito della vita.
Naturalmente, il contesto, in cui il despota agisce, può favorire variazioni sul tema.
Così, ad esempio, il ricorso alla “forza” può prevedere l’assassinio dell’avversario o anche solo la diffamazione, il dileggio, l’offesa.
La storia recente dell’Italia offre esempi delle diverse modalità con cui il dispotismo si sia manifestato.
Si va, ad esempio, dalla fucilazione alla schiena del genero di Mussolini, Galeazzo Ciano, voluta (o non impedita) dal Duce, l’11 gennaio 1944, all’epiteto “coglione”, non mortale ma certo dispregiativo, che Berlusconi rivolse a chi avrebbe votato i partiti della sinistra, il 6 aprile 2006.
I segni caratteristici del dispotismo possiamo riconoscerli in Beppe Grillo, sempre più malato di delirio d’infallibilità.
Convinto di essere lui il detentore della verità assoluta, non accetta nessuna forma di dissenso e di critica.
Chi non si sottomette ai suoi comandamenti è contro di lui e, quindi, merita di essere diffamato, dileggiato, offeso.
Poco importa se, pochi giorni o poche ore prima, sia stato lo stesso Beppe Grillo a magnificare i pregi di una persona, perché anche una sola parola non gradita al comico despota, la farebbe precipitare dall’altare nella polvere.
È quello che è accaduto perfino al candidato del M5S al Colle, Stefano Rodotà, perché si è permesso di non essere d'accordo, dopo il voto amministrativo, con il sommo Grillo che aveva vituperati gli elettori di PD e PdL perché avevano osato recarsi alle urne e non votare M5S.
Fautore della logica mussoliniana: “il numero è contrario alla ragione”, Grillo non accetterà mai il responso delle urne se il M5S non otterrà il 100% dei voti.
Rodotà, perciò, non è il primo, e certamente non sarà l’ultimo contro il quale si avventerà, con il suo turpiloquio, Grillo.
Tra i più allarmanti e deprecabili fenomeni, però, che il despotismo produce, c’è senza dubbio il contagio dei seguaci.
I proseliti si trasformano in automi, smarriscono l’indipendenza intellettiva e l’attitudine critica, arrivano perfino a caldeggiare, inconsciamente, tesi contrarie ai loro stessi principi ed interessi, a poco a poco diventano marionette nelle mani del despota, del quale hanno timore reverenziale.
Così i grillini sono passati dal manifestare con i cartelli “per Rodotà Presidente”, ad inveire contro Rodotà perché così ha voluto Grillo.
A pensarci bene, mi fanno perfino pena!
Hanno immolata, sull’ara votiva, la loro personalità affidandola agli artigli di Beppe Grillo e Casaleggio.

venerdì 31 maggio 2013

Un grazie doveroso agli italiani

Viviamo in un Paese in cui, ormai, ogni sacrificio, ogni bel gesto, ogni buona azione sono considerati dovuti ed ovvi.
Così ci si dimentica anche di rivolgere semplicemente un grazie a coloro che, con impegno, diligenza, serietà e fatica, li hanno compiuti.
La carta stampata e le TV, ieri, hanno dedicato ampio spazio a compiacersi per la decisione della Commissione Europea di considerare chiusa la “procedura d’infrazione per debito eccessivo”, che era stata aperta nei confronti dell’Italia, nell’ottobre 2009, quando a Palazzo Chigi era insediato il 4° Governo Berlusconi.
Ebbene, nel clima di generale soddisfazione, né la carta stampata, né i telegiornali hanno scritta, o detta, una sola parola di ringraziamento per coloro che, con i loro sacrifici, hanno consentito all’Italia di conseguire questo risultato.
Per questo ritengo doveroso, oggi, rivolgere il mio personale ringraziamento ai veri artefici, ahimè ignorati, del successo del nostro Paese.    

giovedì 30 maggio 2013

Per il M5S … non fiori ma media

Solo pochi giorni fa nelle piazze, tra un ululato e l’altro, il chiaroveggente Beppe Grillo prevedeva che alle prossime elezioni di autunno a contendersi la vittoria sarebbe rimasto solo il M5S contro il “nano” Berlusconi.
Una predizione che va a braccetto con un’altra allucinazione dell’oracolo Grillo che, negli stessi giorni, delirava di puntare al 100% dei consensi elettorali.
Poi, dal voto amministrativo è saltato fuori il tracollo del M5S e, mentre tra i “cittadini onorevoli” serpeggiano inquietudine e sedizione, Beppe Grillo che fa?
Ormai smarritosi nel delirio di onnipotenza, Grillo non cerca di individuare i perché del fallimento o di fare almeno un briciolo di autocritica, ma si mette ad ululare contro gli elettori che “non hanno votato il M5S” e contro i media.
Mancava solo che se la prendesse con gli elettori, che non hanno scelto il M5S, per avere la definitiva conferma della sua alienazione mentale, molto simile alla demenza.
Molte alienazioni inducono una forma d’infantilismo, proprio come quello che palesa Grillo nel trastullarsi con i risultati di questi giorni per confrontarli con quelli del 2008, quando il M5S emetteva i primi vagiti e neppure in tutto il Paese.   
Il fatto è che, dopo il berlusconismo, mi ero illuso che non potessero più ripetersi casi di paranoia contagiosa, invece mi sbagliavo perché, oggi, insieme al berlusconismo dobbiamo sciropparci anche il grillismo.
Infatti, contagiati dalla paranoia di Grillo, i grillini accusano della loro sconfitta, oltre agli elettori birbaccioni che hanno osato votare altri partiti, anche i media che non avrebbero dato spazio al M5S oppure lo avrebbero screditato.
Così, dopo la berlusconiana persecuzione della Magistratura, ecco materializzarsi, nella mente dei pentastellati, la persecuzione dei media.
Devo aver perso qualche colpo, perché mi era sembrato che Grillo, dopo aver affermato che “la TV fa male al movimento”, abbia asserito che l’unico canale informativo dovesse essere il web, fino ad inibire ai grillini di avere contatti con stampa e Tv, fornendo loro perfino una black list.
Eppure non ho dimenticato che a fare le spese di questo diktat sia stato il “cittadino senatore” Marino Mastrangeli, espulso dal movimento solo per aver partecipato ad una trasmissione TV.
Ed allora? Che responsabilità avrebbero i media nel tracollo del M5S?
La risposta se la dà Grillo, decidendo che i “cittadini onorevoli”, in gruppi di dieci, dovranno partecipare, a Milano con il guru della comunicazione, a seminari sul come intrattenere rapporti con stampa e TV.
Questo vuol dire che i media, in futuro, non faranno più male al movimento e, perciò, dopo aver partecipato ai seminari, i “cittadini onorevoli” potranno avere rapporti finalmente con stampa e TV? 

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Lupus non mordet lupum!
Forse, in questo aforisma latino c’è la spiegazione del perché i media, a commento del voto amministrativo, non abbiano evidenziati gli abbagli presi dai sondaggisti con le loro previsioni.
A Roma, a pochi giorni dall’apertura dei seggi, i sondaggi prevedevano il probabile testa a testa tra Marino CSX (35%) ed Alemanno CDX (33%), un De Vito M5S (16%), con un astensione / non voto intorno al 28%.
Per Treviso i sondaggi indicavano Manildo CSX (37%), Gentilini CDX (36%), Gnocchi M5S (13%), e un astensione / non voto del 23%.
I risultati del voto sono sotto gli occhi di tutti e, quindi, è superfluo evidenziare gli scostamenti tra sondaggi e realtà.
Emerge, però, che l’inaffidabilità dei sondaggi sia giunta ad un livello tale da costituire un vero pericolo per la vita del Paese se, nelle stanze dei bottoni, siedono leader politici che basano le loro decisioni sulle profezie dei sondaggisti.
Lo stesso Berlusconi, che pure si avvale di una sondaggista full time, è rimasto deluso perché non si aspettava che il PdL fosse in così grave difficoltà in tutti i 16 Comuni capoluogo.
Così, la spada di Damocle di tornare alle urne, in autunno, pende sulla testa di tutti noi, solo perché secondo i sondaggi Berlusconi penserebbe di stravincere.
Probabilmente, negli anni, la conformazione del bacino elettorale si è modificata al punto che le stesse metodologie d’indagine, dal campionamento al C.A.T.I. al C.A.W.I., non permettono più di trarre indicazioni significative.
Se poi, teniamo conto che tra il 65% ed il 75% degli intervistati rifiuta di rispondere e deve essere sostituito è facile comprendere quale sia il livello di aleatorietà che ci viene somministrato.
Perciò, non facciamo salti di gioia, né fasciamoci la testa, se i sondaggi ci dicono che il partito del cuore progredisce o regredisce vertiginosamente.

mercoledì 29 maggio 2013

Astensionismo, in attesa di chi non c’è

“Chi si accontenta gode” dice un antico detto popolare che sembra fatto su misura per comprendere la soddisfazione del Presidente del Piemonte, Roberto Cota, appagato dal successo della Lega che ha conquistate le poltrone di sindaco a Germano Vercellese (1.785 abitanti) ed a Caresana (1.081 abitanti).
L’euforia per queste due strepitose vittorie ha offuscate, a Cota, le sonore batoste che la Lega ha incassate, invece, nelle sue tradizionali roccaforti, da Sondrio a Vicenza, da Treviso ad Imperia.
A doversi leccare le ferite, però, non sono tanto la Lega o il M5S, che di certo sono usciti malconci e ridimensionati dal voto amministrativo, quanto piuttosto la democrazia partecipativa, mortificata dall’aumento dell’astensionismo.
È puerile spiegare, come fa Alemanno, il 47% di astensionismo, della capitale, con la concomitanza del derby calcistico Roma – Lazio, o in altre zone con le avverse condizioni meteo.
Qualcuno si compiace, perfino, del fatto che gli elettori abbiano disertate le urne, perché sarebbe segno di una maturazione culturale e politica dell’elettorato.
Per altri, invece, l’astensionismo sarebbe solo l’effetto del crescente distacco dalla politica di una parte, sempre più vasta, dell’elettorato, nauseata dal malaffare e dal pessimo esempio che la classe politica ha saputo mettere in mostra senza soluzione di continuità.
Per decriptare i motivi dell’assenteismo, analizzando i risultati di questo voto amministrativo, prenderei spunto, invece, dal risultato, inatteso quanto rovinoso, del M5S, a distanza di soli tre mesi dall’altrettanto singolare successo ottenuto alle elezioni politiche.
Proverò a chiarire i perché di questo approccio!
È nella natura umana allontanarsi e disaffezionarsi, ad esempio, di una persona o di un progetto, quando vengano meno i fattori di attrattiva e d’interesse, sui quali si basava il coinvolgimento.
Mutuando questo concetto nel contesto politico, si può immaginare che anche gli elettori siano portati a farsi coinvolgere da quei partiti e movimenti che propongano programmi ed idee che rispondano alle loro aspettative.
Con il passare del tempo, però, e con il superamento delle ideologie, l’attrattiva dei vecchi partiti ha ceduto il campo alla delusione provocata dalla loro incapacità a rinnovarsi, dalla riluttanza ad affrontare le riforme istituzionali, dalla refrattarietà ad incidere sui costi della politica, dalla inadeguatezza a fronteggiare la crisi economica che ha messo in ginocchio il Paese, da una litigiosità senza fine e senza senso.
Era ineluttabile, perciò, che l’elettore, non incontrando risposte reali ed accettabili alle sue istanze, finisse per illudersi che uno spiraglio di luce lo offrisse il M5S, e così lo ha premiato alle elezioni politiche di febbraio.
Sono stati sufficienti tre mesi, però, perché molti elettori del M5S si rendessero conto dell’inconsistenza, politica e pratica, di un movimento incentrato unicamente sulla forza d’urto delle invettive urlate da Beppe Grillo contro tutto e tutti.
Un movimento da teatro dell’assurdo!
Alla prova dei fatti il movimento si è rivelato incapace di dare sostanza alla logica consequenziale tra il dire ed il fare, portando in Parlamento individui sprovveduti ed impreparati che hanno anteposti i loro crucci personali, su scontrini e diarie, alla soluzione delle emergenze del Paese.
Un movimento che si è barricato, irremovibilmente, dietro la negazione del confronto e della cooperazione con le forze politiche in campo.
Lo slogan, prediletto dai grillini, “uno vale uno”, poco a poco si è trasformato in “zero vale zero”.
Preso atto del valore “zero” dell’azione del M5S, gran parte degli elettori, che lo avevano votato alle politiche, sono ripiegati sull’astensione e sulla scheda bianca.
Non credo sia casuale se, in molti Comuni, le percentuali del maggiore astensionismo coincidano con le percentuali dei consensi perduti dal M5S.     
Ignoro, a questo punto, se la disfatta possa modificare la strategia fin qui adottata da Casaleggio e Grillo; quello che è certo, però, che a ridare fiato al M5S non saranno gli insulti che Grillo indirizza, da ieri, agli elettori che si sono recati alle urne.
Se questa diversa chiave di lettura dell’astensionismo ha qualche fondatezza, allora sarebbe realistico ipotizzare che si tratti di un fenomeno passeggero e riscattabile, a patto, però, che all’elettorato, deluso dal M5S, qualcuno sappia proporre un progetto politico nuovo e credibile, improntato al rinnovamento della politica e dei politici.

martedì 28 maggio 2013

Avvisi ai naviganti ... dalle amministrative

È vero che quelle che si sono svolte nello scorso week end erano elezioni amministrative.
È altrettanto vero che sono stati chiamati alle urne solo sette milioni di elettori, cioè il 14% dell’intero corpo elettorale.
Così com’è vero che, nel voto amministrativo, più che dall’orientamento politico dell’elettorato, i risultati sono condizionati sia dall’appeal dei candidati in lizza che dal presidio del bacino elettorale, esercitato dalle diverse formazioni politiche.
Infine, non va sottovalutato che, spesso, l’elettore intenda manifestare, con il voto, un giudizio di consenso o di riprovazione nei confronti dell’amministrazione precedente.
Per questo insieme di considerazioni, non condivido i tentativi di attribuire al voto amministrativo una valenza nazionale.
Pur tuttavia, alcuni aspetti di questa tornata elettorale propongono spunti per qualche riflessione.
Ad iniziare dall’affluenza alle urne, che è risultata mediamente inferiore di quasi il 15% rispetto alle precedenti consultazioni amministrative, con percentuali di caduta che hanno sfiorato, o addirittura superato il 20%, ad esempio, a Roma, Sondrio, Brescia, Pisa.
Qualora qualcuno non lo avesse ancora compreso, questi dati non fanno che confermare la crescente indifferenza dell’elettorato per la politica, e l’insofferenza provocata dai diffusi casi d’immoralità della classe politica, di ogni colore.
In Valle d’Aosta, dove si votava per il rinnovo del Consiglio Regionale, l’affluenza, invece, è risultata in linea con quella delle precedenti elezioni, ed il responso delle urne ha lasciato fuori dall’aula consiliare, per la prima volta, il PdL che ha ottenuto solo il 4,1% dei consensi, con immediate dimissioni del segretario regionale.
Focalizzando l’attenzione, invece, sui 16 Comuni capoluogo, nei quali si è votato, a spoglio non ancora ultimato è prevedibile che, con le sole eccezioni di Massa, Pisa, Sondrio e Vicenza, dove a prevalere già al primo turno dovrebbero essere i candidati sindaco del centrosinistra, negli altri Comuni, tra quindici giorni, si dovrà ricorrere  al ballottaggio.
Un ballottaggio che vedrà in lizza solo candidati del centrosinistra e del centrodestra.
Infatti, in tutti i 16 Comuni capoluogo, il M5S ha fatto registrare vistosi ripiegamenti rispetto ai voti ottenuti, solo 3 mesi fa, alle elezioni politiche, forse a conferma di quanto, nelle consultazioni amministrative, siano predominanti sul voto di opinione altri fattori, come l’appeal dei candidati e la presenza organizzata sul territorio.
Peraltro, però, analizzando congiuntamente, per ogni Comune, i dati di affluenza ed i voti ottenuti dal M5S, si ricava la sensazione che tra loro ci possa essere una qualche correlazione.
Si potrebbe ipotizzare, perfino, che parte degli elettori del M5S alle politiche, delusi dall’azione dei grillini in questi tre mesi di attività parlamentare, abbiano preferito astenersi piuttosto che attribuire il loro voto ad altre liste.
Anche questa ipotesi, comunque, non sarebbe sufficiente ad interpretare il notevole gap tra il consenso che, ancora in questi giorni, tutti i sondaggisti accreditano al M5S ed i risultati usciti ieri dalle urne.
Per questo un’altra chiave di lettura potrebbe suggerire di prendere atto che i candidati del M5S, selezionati dai militanti ma ininfluenti a livello locale, non disponessero di un appeal tale da poter competere con i candidati presentati sia dal centrosinistra che dal centrodestra.
Infine, sempre a proposito delle candidature, ritengo non sia insignificante rilevare che il centrosinistra prevalga sul centrodestra, in tutti i 16 Comuni capoluogo, con candidati che, non appartenendo alla nomenklatura, rappresentino un segno di cambiamento.