giovedì 5 giugno 2014

Meritocrazia da spermatozoo DOC

Probabilmente ha pensato che la notizia di abdicare a favore del figlio Felipe avrebbe potuto influire, in Spagna, sul risultato delle elezioni europee, è così il Re Juan Carlos di Borbone ha atteso giorni prima di annunciare agli spagnoli, con un videomessaggio, la sua decisione.
Fatto sta che proprio nel giorno in cui l’Italia celebrava la festa della Repubblica, ad attirare l’attenzione dei media di tutto il mondo era una delle ultime monarchie che gode ancora di un trono nel vecchio continente.
Ad intrigare i media, però, non è stato solo il videomessaggio di Re Juan Carlos, quanto piuttosto le migliaia di spagnoli scesi subito in piazza, da Madrid a Barcelona, da Bilbao a  Oviedo, per chiedere un referendum popolare con il quale scegliere se mantenere la monarchia od optare per la forma repubblicana.
A promuovere le manifestazioni di piazza soprattutto i movimenti politici di Izquierda Unida, Podemos ed Equo.
Non deve sorprendere se solo ora, cioè dopo che Re Juan Carlos ha deciso di abdicare a favore del figlio, i fautori della repubblica siano scesi in piazza per chiedere a gran voce il referendum.
A Juan Carlos, infatti, gli spagnoli hanno sempre riconosciuto il merito oltre che di aver gestita, con equilibrio e buon senso, la transizione dalla dittatura franchista verso la democrazia, anche quello di aver saputo fronteggiare e sventare, in poche ore, il tentativo di golpe militare del 23 febbraio 1981.
Per contro, sono sempre gli stessi spagnoli ad asserire che Felipe Juan Pablo di Borbone e Grecia avrebbe un unico pretesto, per sedersi sul trono di Spagna, quello di essere il prodotto di uno spermatozoo reale.
Singolare che la meritocrazia dello spermatozoo DOC sia protagonista, anche sulla scena politica italiana, dopo i risultati delle elezioni europee.
Ad esempio, la scoppola subita nelle urne da Forza Italia, che non solo ha fallito l’obiettivo del 25%, indicato da Berlusconi, ma si è arenata al 16,8%, ben al di sotto delle più catastrofiche previsioni, ha ridato fiato a screzi, inquietudini, disaccordi che da tempo si annidavano dietro le ipocrisie di circostanza.
Sempre più sono coloro, infatti, che considerano ormai avvizzita la leadership di Berlusconi, e che vorrebbero affidare ad un nuovo leader la rinascita di un centrodestra da opporre, più che alla sinistra, a quel Matteo Renzi così abile nello sparigliare i giochi.
Al grido, però, di “il padrone sono me” Berlusconi, spronato da Dudù e dal club dei lacchè, non intende mollare l’osso.
Berlusconi sogna, infatti, che al vertice di Forza Italia ci sia una successione dinastica.
Barbara ? Marina ? Piersilvio ?
L’una vale l’altro, perché tutti godono dell’impareggiabile merito di essere il prodotto di uno spermatozoo berlusconiano.
A Raffaele Fitto, quindi, non resta che rassegnarsi alla ineluttabilità di una monarchia assoluta nella quale, sotto le false sembianze di partito, lo scettro si trasmetterà per via ereditaria.
Anche nel Movimento 5 Stelle, però, la cocente sconfitta elettorale, tanto inattesa quanto avvilente, deve aver tramortito perfino il guru Casaleggio, pur sempre padrone di sé ed imperturbabile in ogni frangente.
Ore di serrati ed aspri faccia a faccia con Grillo, ed il lungo e contrito silenzio devono avere indotto Casaleggio a pensare che, per risollevarsi dal baratro elettorale, l’unica strada fosse quella di porre Grillo sotto la vigilanza ed il controllo di una persona di assoluto affidamento.
Così, già pochi giorni dopo la sconfitta elettorale, per l’incontro con il leader populista inglese Farage, a Bruxelles Grillo non è arrivato da solo ma è stato, accompagnato, tutorato, guidato nientepopodimeno che dallo stesso figlio del grande guru, Davide Casaleggio.
Insomma un badante di razza per Beppe Grillo.
Gianroberto Casaleggio deve aver pensato: quale migliore garanzia, per marcare stretto Beppe Grillo e le sue dissennate intemperanze, che affidarsi al sicuro prodotto di uno spermatozoo DOC ?

giovedì 29 maggio 2014

Alla fine chi ha perse le elezioni ?

Elezioni europee ?
Scusi … ma io non c’ero … se c’ero dormivo … e se non dormivo stavo guardando un altro programma !
Questo, più o meno, il ragionamento che, a due giorni dalle elezioni, vorrebbero propinarci i due grandi sconfitti di domenica 25 maggio: Beppe Grillo e Silvio Berlusconi.
Grillo e Berlusconi sono stati umiliati, più ancora che dal risultato uscito dalle urne, dal colossale fallimento degli obiettivi che, con tanta boria e molta faccia tosta, loro stessi avevano proclamati in campagna elettorale.
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Prendiamo, ad esempio, Beppe Grillo.
Grillo, ma in verità anche Casaleggio, erano così sicuri di trionfare, e non semplicemente di vincere, da aver divulgata, con settimane di anticipo, la agenda dettagliata delle azioni che avrebbero messe in atto da lunedì 26 maggio 2013.
  • Di buon mattino, marcia su Roma per circondare il Palazzo del Quirinale ed imporre le dimissioni a Giorgio Napolitano.
  • Trasferimento immediato di Giorgio Napolitano a Cesano Boscone, presso la casa di riposo per anziani.
  • Via Web elezione del nuovo Capo dello Stato indicato dai militanti (ovviamente pilotati).
  • Dimissioni coatte di Matteo Renzi e del governo in carica.
  • Incarico ad un governo M5S con il premier Luigi Di Maio ed i ministri Grillo e Casaleggio.
  • Scioglimento di Camera e Senato.
  • Immediata chiamata dei cittadini alle urne per eleggere un nuovo Parlamento.
  • Svolgimento di processi popolari, in rete, a carico di politici, giornalisti ed imprenditori.

   Per ogni fase del programma era previsto il commento ululato di vaffa, scurrilità a gogò, volgarità e villanie rivolte ad avversari e giornalisti (con esclusione dei benemeriti Marco Travaglio ed Andrea Scanzi), etc.
Purtroppo per Grillo, Casaleggio ed i grullini, le urne hanno riservata loro una batosta titanica in grado di tramortire persino una mandria di tori.
Figuriamoci come devono esserci rimasti loro che non sono tori ma solo clown e saltimbanchi da fiera paesana.
Come se non bastasse, anche la certezza di Grillo di conquistare una delle due regioni in ballo, tra Piemonte ed Abruzzo, si è rivelata infelice.
Per questo è inquietante che, dopo qualche ora, fingendo di aver attutito il cazzotto da knock-out, Grillo abbia voluto dire una delle sue stronzate, confermando così che, per controbilanciare il suo scarso livello intellettivo, si è dotato di una spocchia senza freni.
Secondo il guitto genovese, infatti, il M5S non ha vinto perché “quest’Italia è formata da generazioni di pensionati che non hanno voglia di cambiare” !
A parte il fatto che le “generazioni di pensionati” esistevano anche quando lui delirava di trionfi plebiscitari, mi chiedo se sia mai possibile che Grillo non riesca a capire che gli italiani, nella loro stragrande maggioranza, sono persone civili, mature e democratiche e, proprio per questo, intolleranti di esseri come lui che, invece, fanno della inciviltà, della  villania, dei vaffa e del turpiloquio il loro unico credo.
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Che Silvio Berlusconi, per dirla alla francese, sia un blagueur, di certo non è una scoperta di queste ore.
Che l’ex cavaliere sia un commediante, più incline a raccontare barzellette che ad accettare il confronto con interlocutori non lacchè, è un dato di fatto.
Che al signore di Arcore piaccia denigrare gli avversari, salvo poi atteggiarsi a povera vittima se qualcuno gli rende pan per focaccia, è noto alle cronache non solo italiane.
C’è una peculiarità, però, esclusiva di Silvio Berlusconi, ed è la sua capacità di dire qualcosa ed il suo contrario, riuscendo sempre a sostenere che gli altri, in particolare quei cattivoni di sinistra, non capiscano o travisino le sue parole.
È più o meno quello che è accaduto anche con la lettura dei risultati elettorali di domenica.
Quando Giovanni Toti affermava: “se Forza Italia alle europee supera il 20% sarà un successo”, era stato subito smentito da Berlusconi … e da Dudù.
Berlusconi, infatti, aveva posta l’asticella al 25% e si era detto sicuro che Forza Italia avrebbe raggiunto l’obiettivo.
Ora, trattandosi di numeri era impossibile non capire o equivocare.
Eppure la farsa si è ripetuta !
Dopo molte ore, lenita la prostrazione da tracollo, il cacciaballe si è ripreso e  ha tentato uno dei soliti giochi di prestigio.
Il target del 25%, secondo Berlusconi, comprendeva tutte le componenti del centrodestra, per cui sommando al 16,8% di Forza Italia, il 4,4% del Nuovo Centrodestra ed il 6,2% della Lega Nord, l’obiettivo è stato raggiunto ed anche superato.
Insomma, come volevasi dimostrare, Berlusconi, Dudù e Forza Italia sono usciti anche loro in trionfo dalle urne europee.

mercoledì 28 maggio 2014

Certezza della pena e discrezionalità

Criticare i Magistrati, per delegittimare il corso della Giustizia, è uno sport insensato che trastulla solo i gonzi che lo praticano e quei fessacchiotti che fanno ancora da spettatori.
Pur tralasciando, però, l’accanimento contro la Magistratura, reiterato da una parte politica che, più delle altre ha la coda di paglia, annoverando nelle sue file manigoldi di ogni specie, non possiamo far finta di non accorgerci che, nella pubblica opinione, crescano le perplessità sulla amministrazione della Giustizia.
È sensazione diffusa, ad esempio, che il potere discrezionale dei Giudici, nel comminare le pene, sia così incontrollabile da far venire meno la certezza della pena.
Appunto … certezza della pena e discrezionalità dei giudici, argomenti che, in queste ore, sono ritornati a far discutere in concomitanza con l’esito delle elezioni europee.
Ci si domanderà, a ragione: ma cosa hanno a che vedere i risultati elettorali con la certezza della pena ?
A prima vista assolutamente nulla, se non fosse che una delle forze politiche, uscita malconcia delle urne, usa la pena, comminata al suo leader, per intorbidire le acque.
Il partito, Forza Italia, è in difficoltà a giustificare un tracollo che l’ha fatto precipitare dal 35,2%, conseguito nelle precedenti europee, al 16,8% di domenica.
Una avvilente débâcle che la cricca berlusconiana cerca di giustificare addossandone la responsabilità al Tribunale di Sorveglianza di Milano che, secondo loro, avrebbe imposti limiti inaccettabili alla libertà personale di Berlusconi, impedendogli di svolgere in prima persona la campagna elettorale.
Paolo Romani, capo gruppo al Senato di Forza Italia, è arrivato addirittura ad affermare che la pena avrebbe “mutilato” psicologicamente Berlusconi.
Ora, se il Giudice di Sorveglianza ha una colpa, non è certo quella di aver offerto a Berlusconi, ed ai suoi reggicoda, un alibi per giustificare la loro disfatta.
Piuttosto, se al Giudice di Sorveglianza va attribuita una colpa, è senz’altro quella di aver esagerato nel suo potere discrezionale, disponendo una pena così insignificante da sembrare perfino scandalosa, soprattutto se la si immagina in continuità con quanto avvenuto nei mesi precedenti.
Infatti, dal giorno in cui la Cassazione ha emessa la sentenza definitiva a suo carico, Berlusconi ha goduto di una condizione di certo migliore di quella di cui gode un comune onesto cittadino.
Berlusconi ha girovagato liberamente per il Paese con scorta e codazzo di auto blu, a spese dei contribuenti, ha svolta normale attività politica ed affaristica, ha incontrato chi, dove e quando ha voluto,  con un solo limite, non potersi recare all’estero.
I lacchè berlusconiani si sono resi conto, quindi, che per nove mesi il loro padre padrone ha condotta una vita esageratamente libera per essere un pregiudicato ?
Solo poco più di un mese fa, infatti, il Giudice di Sorveglianza ha deciso che Berlusconi espiasse l’anno di pena, quello non indultato, in affidamento ai servizi sociali e non in stato di detenzione domiciliare.
Ciò nonostante per Berlusconi e la sua combutta si tratterebbe di una tragedia, in quanto il Tribunale avrebbe imposte, a Berlusconi, tre intollerabili limitazioni della sua libertà.
Il primo vincolo è l’obbligo di rientrare ogni giorno al suo domicilio, Roma o Milano che sia, prima delle ore 23:00.
La seconda condizione è quella di ottemperare allo spropositato impegno di quattro ore, in un solo giorno della settimana, da dedicare alla assistenza di anziani presso l’Istituto Sacra Famiglia di Cesano Boscone.
La terza intollerabile restrizione è costituita dal divieto di frequentare, oltre a tossicodipendenti, anche pregiudicati.
Secondo i reggicoda si tratterebbe di un vero e proprio isolamento forzoso dagli amici a lui più affini, tutti con condanne passate in giudicato : da Dell’Utri a Previti, da Ciarrapico a Farina, da Sallusti a Mulè, da Bossi a Maroni, da Sgarbi e Belpietro, etc..
Sarebbero queste le gravi “mutilazioni” alle quali si riferisce Paolo Romani ?
Suvvia, non prendiamoci in giro ! Berlusconi, in campagna elettorale, ha battuto, in piena libertà, uno dopo l’altro tutti gli studi televisivi e le stazioni radio, ha incontrati giornalisti, ha rilasciate interviste, ha fatti comizi, ha diffusi video, si è messo in contatto telefonico con ogni riunione e convegno.
Se il Giudice di Sorveglianza avesse disposta la detenzione domiciliare, secondo logica e giustizia, di certo il pregiudicato Berlusconi, oltre a non poter incontrare pregiudicati e tossicodipendenti, oggi non sarebbe libero di muoversi tra Milano e Roma, di continuare ad oltraggiare pubblicamente magistrati ed istituzioni, di essere con continuità in radio, TV e giornali, di fare i comodacci suoi ogni giorno … fino alle ore 23:00 !
A pensarci bene, infatti, lascia perplessi la smisurata disparità tra i vincoli della detenzione domiciliare e quelli della esigua pena inflitta al pregiudicato Berlusconi.
Una disparità, frutto della discrezionalità del Giudice di Sorveglianza, che però nega l’equità della pena ed alimenta il dubbio che, di fatto, la legge non sia uguale per tutti.

martedì 27 maggio 2014

“Non dire gatto se non ce l'hai nel sacco"

Di fronte all’aforisma di Gioanin Trapattoni, “non dire gatto se non ce l’hai nel sacco”, è naturale che ci si possa rimanere stupiti e confusi.
Se ci si sofferma, però, a ricercare il probabile significato di queste parole scopriamo che il Trap suggerisce, con la sua semplicità, di non affrettarsi a cantare vittoria.
Quindi, se il M5S si fosse affidato al Trap per la comunicazione elettorale, sicuramente oggi, dopo aver conosciuti i risultati delle elezioni europee, gli sconsolati pentastellati non sarebbero costretti a rinchiudersi in silenzi così fragorosi.
Eppure, molti hanno sostenuto per mesi che, proprio grazie alla sapiente guida dei due guru della comunicazione, Casaleggio e Grillo, il M5S fosse in grado di parlare, meglio di altri, alla pancia degli italiani.
Sarà, però di certo il flop del M5S, alle elezioni di domenica, non è imputabile né alla imprevista presenza di alieni nei seggi elettorali, né ad oscure manovre dei presidenti di seggio, né a malefici da magia nera di Giorgio Napolitano e Matteo Renzi.
Forse lo slogan “#vinciamonoi”, creato e lanciato da Casaleggio, era troppo spocchioso e dava per scontato un risultato trionfale.
Forse se al “#vinciamonoi” oltre allo tsunami di idiozie, ululate in campagna elettorale da Grillo, sommiamo anche la villania degli insulti rivolti agli antagonisti politici, il non stop dei “vaffa”, la inutile scurrilità del linguaggio, i toni aggressivi e minacciosi, non dovremmo stupirci per il fallito sorpasso del PD da parte del M5S.
La verità è che il M5S non solo non ha stravinto, come vaneggiavano Grillo e Casaleggio, ma ha persi per strada, dal 24 febbraio 2013, quasi tre milioni di voti.
D’altra parte, i guazzabugli verbali da provetto ciarlatano, confermavano come Grillo evitasse con cura di proporre risposte concrete ai problemi degli italiani, limitandosi invece a recitare la sua pseudo rivoluzione da operetta.
Una operetta, con testi e musica di Gianroberto Casaleggio, che Grillo si impegnava a mandare in scena, per esempio, con una marcia su Roma, con l’assedio del Quirinale e la destituzione del Capo dello Stato, con il domicilio coatto di Giorgio Napolitano in una casa di riposo, con un governo pentastellato nel quale Casaleggio fosse ministro dell’innovazione e Grillo ministro dell’economia e finanza, con sommari processi popolari a carico di politici, giornalisti ed imprenditori, con un falò, dei trattati internazionali dell’Italia, acceso nell’emiciclo del Parlamento europeo, e via via con altre assurdità del genere.
Beppe Grillo era così sicuro dell’apoteosi elettorale del M5S da asserire incautamente, in una intervista a La Repubblica del 3 aprile: “o vinciamo alle Europee o me ne vado a casa. E non scherzo !”.
Queste parole, peraltro ripetute più volte in campagna elettorale, hanno fatto credere, a qualcuno, che il buffone parolaio si presentasse oggi sulla pubblica piazza, umiliato ed afflitto, per annunciare urbi et orbi il suo ritiro dall’attività politica.
Non è accaduto e non accadrà mai !
Come potrebbe fare un passo indietro lui dal momento che l’atto costitutivo del M5S, redatto davanti a Filippo D’Amore, notaio in Cogoleto, contempla che il signor Giuseppe Grillo sia l’unico titolare del simbolo e del blog e che a lui spettino, perciò, titolarità, gestione e tutela del contrassegno, oltre a titolarità e gestione della pagina del blog ?
Perciò, “o vinciamo alle Europee o me ne vado a casa” era soltanto una delle mille ciarlatanerie proferite dal guitto genovese.
Non c’è, comunque, da stupirsi né da scandalizzarsi perché nella politica italiana di certo non sarebbe il primo caso di parole dette a vanvera.
Ad esempio, era il maggio 2001, mancavano pochi giorni alle elezioni politiche ed in televisione un altro cialtrone sottoscriveva, in pompa magna, un “contratto con gli italiani” con il quale si impegnava a realizzare, se eletto, ben cinque obiettivi.
Il bello è che, insieme alla specifica dei cinque obiettivi, nel contratto era richiamato anche questo impegno molto preciso: “Nel caso che al termine di questi 5 anni di governo almeno 4 su 5 di questi traguardi non fossero raggiunti, Silvio Berlusconi si impegna formalmente a non ripresentare la propria candidatura alle successive elezioni politiche”.
Ebbene, poiché nessuno dei cinque traguardi è stato mai raggiunto, e poiché dal 2001 si sono svolte altre 3 tornate di elezioni politiche, tutti noi siamo testimoni che il cialtrone ha continuato a candidarsi con la connivenza di giornalisti e commentatori che non hanno osato mai ricordargli l’impegno tradito.
Perciò Grillo, nel ricevere il testimone, ha voluto semplicemente dimostrare di non essere da meno di Berlusconi nel turlupinare gli italiani.

venerdì 23 maggio 2014

Il Feudo degli intoccabili

Come è nell’ordine naturale delle cose, la Magistratura continua a lavorare anche quando, fuori dai palazzi di giustizia, infuriano le campagne elettorali.
In queste settimane, poi, per volgarità, villania, menzogne, insulti, i toni della campagna elettorale hanno più volte lambito il codice penale.
Negli ultimi venti anni, però, gli italiani si sono così assuefatti al mortificante imbarbarimento della politica e dei suoi protagonisti, da non sapere più distinguere tra ciò che è giusto ed etico e ciò che, invece, in un paese civile e democratico, dovrebbe essere considerato illecito, menzognero, indecente, disonesto.
Ad esempio, nessuno sembra percepire quanta ipocrisia ci sia nell’insinuazione “giustizia ad orologeria”.
Una accusa che viene rivolta ai provvedimenti della Magistratura quando ad essere colpito sia uno dei farabutti che gremiscono l’habitat politico.
Una insinuazione farisea e ridicola perché tra elezioni regionali, provinciali, comunali, politiche ed europee, il Paese vive uno stato permanente di campagna elettorale, per cui è impossibile pretendere che il corso della giustizia non debba incrociarsi con un ciclo elettorale.
Sarebbe più pratico e forse anche più semplice, invece, se i partiti, all’ingresso delle loro sedi, adottassero efficaci tornelli antidelinquenza in modo da prevenire che i farabutti diventino loro esponenti e, prima o poi, finiscano perseguiti dalla Magistratura.
Che l’insinuazione “giustizia ad orologeria” sia una scemenza così assurda da esaltare la scarsa intelligenza di chi la propone lo dimostrano proprio gli accadimenti di queste ore.
A Genova, per disposizione della Magistratura genovese, la Guardia di Finanza ha eseguite sette ordinanze di custodia cautelare nei confronti, tra gli altri, dell’ex presidente e dell’ex amministratore delegato di CARIGE, accusati di associazione a delinquere, truffa e riciclaggio ai danni della stessa banca della quale erano al vertice.
Nelle stesse ore, per disposizione della Procura di Milano sono state eseguite perquisizioni negli uffici di Bologna del gruppo assicurativo UnipolSai, il cui amministratore delegato, insieme ad altri manager, è indagato per il reato di aggiotaggio.
Insomma, attività investigatrici e giudiziarie del tutto normali, naturale conseguenza di indagini intraprese da tempo.
Quindi, avrebbe dovuto essere considerato del tutto normale che un Pubblico Ministero, in un’aula del Tribunale di Milano, svolgendo la sua requisitoria proponesse le richieste di pene per gli imputati.
Ed invece no !
Infatti, in quest’ultimo caso, è esplosa l’insinuazione di “giustizia ad orologeria” anche se imputati non erano politici di questo o quel partito.
Perché mai, allora, l’inconsulta reazione  ?
Semplicemente perché tra gli imputati c’erano un erede ed alcuni famigli del Feudatario di Arcore.
Nel processo Mediatrade per frode fiscale, ad essere imputati, insieme a PierSilvio Berlusconi, sono Fedele Confalonieri, Frank Agrama, ex manager Fininvest, un banchiere e due cittadine di Hong-Kong.
È bastato che il Pubblico Ministero osasse soltanto toccare eredi e famigli del Feudatario di Arcore perché il solito gruppuscolo di galoppini, foraggiato da Forza Italia e  capeggiato da Renato Brunetta e Paolo Romani, insorgesse con le monocordi tiritere: “persecuzione giudiziaria” e “giustizia ad orologeria”.
Finalmente, grazie a Brunetta e Romani, oggi gli italiani si possono rendere conto che i precetti forzisti vorrebbero “intoccabili” non solo i politicanti gaglioffi e pregiudicati, ma anche i manigoldi loro parenti e sodali.