sabato 7 settembre 2013

Giù la maschera rappresentanti del Popolo !

 
In un Paese, che per la Costituzione dovrebbe essere una democrazia, vale a dire fondata sui principi della sovranità popolare, la Casta dei politici ha scippati i cittadini del voto di preferenza, cioè del diritto sacrosanto di poter eleggere i loro rappresentanti in Parlamento.
Di questo diritto si sono appropriati i segretari dei partiti, per eleggere individui asserviti agli interessi di parte ed indifferenti alle reali esigenze degli italiani.
Non solo, ma allo scopo di rendere ancora più completa la scandalosa esclusione dei cittadini, e favorire manovre di Palazzo, inciuci, patti scellerati, il Parlamento fa ampio ricorso al voto segreto, negando così agli elettori un altro loro diritto, quello di conoscere come votano i loro rappresentanti.
Il voto segreto di coloro che dovrebbero rappresentare la volontà popolare è un comportamento codardo ed intollerabile.
Si è ripetuto recentemente anche per l’elezione del Presidente della Repubblica quando innominati franchi tiratori l’hanno fatta da padroni.
Per questo, ho deciso di rivolgere ai Presidenti di Camera e Senato l’invito a porre un freno risoluto al ricorso al voto segreto, a cominciare da quando, in Senato, sarà posta ai voti la decisione della Giunta per le elezioni e le immunità sulla decadenza da senatore di Silvio Berlusconi.
A questo fine, grazie a AVAAZ.org ho promossa una petizione che chi mi legge potrà trovare al link
Grazie se vorrete firmare e diffondere!
Alex di Monterosso


venerdì 6 settembre 2013

Quando il “rispetto” diventa mafioso

On. Renato Schifani, buongiorno!
So, per certo, che lei non è e non sarà mai un lettore di questo blog, per cui il suo sguardo non si soffermerà, in nessun caso, su queste righe.  
Ciò nonostante, dopo aver letta la sua dichiarazione di questa mattina, non sono riuscito a frenare la bizzarra smania di mettermi al PC e scrivere alcune cose che le avrei detto se fossi stato tra quei cronisti che, in modo passivo, si sono limitati ad appuntare le sue parole.
È logico che lei si domandi come mai proprio oggi le scrivo, dal momento che non passa giorno senza che lei rilasci almeno una dichiarazione.
Ebbene, le dirò con franchezza che, tra le parole da lei pronunciate, una in particolare mi ha insospettito, alludo alla parola “rispetto”.
Per il resto mi sembra che l’ovvietà delle cose da lei dette sia stata superata solo dalla frase che, sempre ieri, ha pronunciato il suo datore di lavoro, Berlusconi: “Non si può stare a letto con il nemico”.
Che curioso!
Milioni di noi, a botta calda, avrebbero espresso lo stesso concetto citando una delle cento situazioni in cui sia inopportuno familiarizzare con il nemico, ma Berlusconi, istintivamente, ha pensato subito e solo al letto.
Deve avere proprio un chiodo fisso, lui!
Ritorniamo, però, alla sua dichiarazione.
Nel criticare le posizioni assunte dal PD lei ha detto: “Quando si convive in un’alleanza devono vigere le regole del reciproco rispetto”.
Ecco, On. Schifani, come non concordare con lei che il “rispetto” sia un valore straordinario e profondo che dovrebbe contrassegnare sempre e comunque qualsiasi rapporto.
Ad esempio, a me hanno insegnato a rispettare le donne ed i bambini, gli amici ed i nemici, i deboli e gli emarginati, il lavoro, le opinioni ed i diritti degli altri, la natura e gli animali, e potrei continuare.
Ma vede, On. Schifani, soprattutto, mi hanno educato a rispettare le leggi.
Mi hanno insegnato, ad esempio, che trasgredire le leggi, anche se per proteggere o favorire un congiunto od un amico, non solo sia sbagliato e riprovevole ma si configuri perfino come un comportamento mafioso.
Per questo considero aberrante la giustificazione che i politici, poiché sono eletti dai cittadini, potrebbero infrangere le leggi impunemente.
Ora, forse ho capito male, ma mi sembra che il rispetto, cui lei fa riferimento, consisterebbe nel trasgredire una legge dello Stato, cioè la Legge Severino.
In pratica, cioè, lei starebbe invitando, i suoi partner di governo, ad adottare un comportamento mafioso per salvare il suo datore di lavoro dalla decadenza da senatore.
Per questo, lo confesso, le sue parole mi hanno disorientato.
Non avrei mai creduto che una persona rispettabile come lei potesse arrivare al punto di chiedere ai senatori del PD di venir meno al rispetto di se stessi adottando, anche loro, comportamenti mafiosi.
Se è questo che lei, On. Schifani, vorrebbe ottenere dai suoi alleati, allora il mio sospetto era fondato e non posso che dissentire sull’uso che lei fa della parola “rispetto”.
Forse, potrebbe definirlo inciucio, o intrigo, od anche maneggio, ma alla base ci sarebbe sempre la violazione di una legge che, in uno stato di diritto, costituisce sicuramente una nefandezza.
Per questo, mi permetta un’impertinenza, ma, nella sua dichiarazione, lei non ravviserebbe gli estremi del reato d’istigazione a delinquere?
Cordialmente!

giovedì 5 settembre 2013

“La libertà non è star sopra un albero …”

Da settimane, sulla carta stampata ed in TV, continuano ad incrociarsi e ad accavallarsi grida di allarme su immaginari rischi che correrebbe la democrazia in Italia.
All’origine di questa ridicola campagna allarmistica c’è la decisione che dovrà prendere la Giunta del Senato sulla decadenza da senatore di un pregiudicato, Silvio Berlusconi.
Tra i più invasati, nel promuovere la grottesca operazione, Santanchè, Brunetta, Cicchitto, Alfano, Gasparri.
Daniela Santanchè, una farneticante a tempo pieno, è arrivata a bollare come “drammatiche per la democrazia” le parole del Capo dello Stato, ed a gridare ai quattro venti “ci attende un’altra battaglia, la più importante, quella della democrazia”.
Alfano, invece, ha parlato di “sospensione della democrazia”, mentre Brunetta, nel suo piccolo, si è limitato a sproloquiare  di “decadenza della speranza di democrazia”.
Credo, però, che il fatto stesso che questi esseri possano proferire impunemente così tante sciocchezze, rappresenti la prova provata che nel nostro Paese la democrazia sia stabilmente di casa.
La realtà è che i soggetti della loro casta non si accontentano, invece, di una democrazia che garantisca libertà di pensiero e di parola, valorizzata dalla discrezionalità e dal godimento di diritti.
Ebbene no!
Per loro, democrazia significa godere di benefici indecenti, mettere le mani nelle casse dello Stato, agire al di sopra ed al di fuori delle leggi, comportarsi da corruttori e da corrotti, restando sempre impuniti.
Insomma, una democrazia contraffatta a loro uso esclusivo e perpetuo.
La verità è che, proprio da soggetti della loro specie, la vera democrazia, quella con la “D” maiuscola, è calpestata, violentata, vilipesa.
Per colpa loro, infatti, ad essere espropriati dei diritti democratici sono i cittadini, cioè coloro che, invece, dovrebbero essere i veri protagonisti di una democrazia.
In questi giorni, ad esempio, come cittadino elettore sono incazzato, perché mi sento derubato proprio di alcuni dei miei diritti democratici.
È un ladrocinio che viene da lontano, vale a dire da quando loro mi hanno sottratto il diritto di scegliere, con il voto, il mio rappresentante in Parlamento.
Un fatto già grave a sufficienza per poter affermare che mi hanno depredata una parte della mia democrazia, perché, come recitava Giorgio Gaber “la libertà non è star sopra un albero e neppure il volo di un moscone, la libertà è partecipazione”.
Como posso sentirmi libero se non mi è concesso di partecipare, con il voto, a fare le mie scelte?
E l’incazzatura lievita quando penso che, a breve, mi sarà sottratto un altro dei miei diritti democratici.
Infatti, fra una settimana, un mese od un anno, i senatori saranno chiamati a votare a favore o contro la decisione della Giunta sulla decadenza del pregiudicato Silvio Berlusconi.
Per un ignobile e disdicevole costume i senatori si pronunceranno con voto segreto.
L’utilizzo del voto segreto, da parte di individui che sono lì non a titolo personale ma in rappresentanza dei cittadini, è un atto di una viltà e di uno squallore intollerabili.
Con il voto segreto, infatti, si impedirà agli elettori di conoscere e valutare la scelta che ogni loro rappresentante farà su un caso che potrebbe condizionare la vita politica e sociale del nostro Paese nei prossimi anni.
Non solo, ma il voto segreto si presta ad ambiguità ed inciuci  di cui i nostri politici hanno saputo dare reiterate dimostrazioni.
Con il ricorso al voto segreto, a me, cittadino elettore, sarà impedito, pertanto, di riconoscermi, o no, nelle scelte che faranno i miei rappresentanti.
È, o no, questo un ulteriore caso in cui il mio diritto di partecipazione democratica sarà calpestato e violentato?


mercoledì 4 settembre 2013

Ma … Enrico Letta c’è o ci fa?

A Enrico Letta è stata sufficiente una frequentazione di pochi mesi con i compari di governo del PdL, per diventare anche lui un cacciaballe, avvalorando così il detto che chi va con lo zoppo impara a zoppicare.
Dopo il discorso d’insediamento alla Camera, del 29 aprile, per presentare quello che avrebbe dovuto essere il “governo al servizio dell’Italia”, nel giro di poche settimane Letta è riuscito, di fatto, a trasformarsi nel Presidente di un “governo al servizio del PdL”.
Che fine hanno fatto tutti gli impegni che costituivano l’ossatura programmatica di quel pregevole discorso?
Come non ricordare, ad esempio, l’enfasi con cui Letta parlò, alle Camere, dell’emergenza lavoro, affermando con forza: “è e sarà la prima priorità del mio governo”, ed assicurando in suo impegno: “anzitutto a ridurre le tasse sul lavoro, in particolare su quello stabile e quello per i giovani neo assunti”.
Nella stessa occasione manifestò il suo rammarico perché “tanti cittadini e troppe famiglie sono in preda alla disperazione ed allo scoramento”.
Purtroppo, trascorsi ormai quattro mesi da quel giorno, i mali che affliggono il Paese sono rimasti al palo.
Le imprese sono sempre più in difficoltà, molte falliscono, la disoccupazione continua ad aumentare.
La disoccupazione giovanile ha ormai raggiunto la spaventosa soglia del 40%.
I dati ISTAT testimoniano che gli italiani in stato di povertà relativa hanno già superati i dieci milioni, mentre sono più di cinque milioni quelli in stato di povertà assoluta, ed a vivere questa angosciosa condizione non sono solo disoccupati e precari ma anche operai e pensionati, impiegati e lavoratori autonomi.
Per questo, dopo quattro mesi, è legittimo domandarsi che fine abbia fatto, ad esempio, la riduzione delle tasse sul lavoro, presupposto necessario per dare ossigeno alle famiglie, incentivare l’occupazione soprattutto giovanile, rilanciare i consumi.
La scusa ricorrente è che il governo dispone di risorse scarse, da utilizzare con oculatezza, scegliendo dove e come impiegarle per il bene del Paese.
Ora, per carità, che le risorse disponibili siano limitate è un dato di fatto, ma proprio per questo perché non destinarle all’emergenza lavoro, al quale Letta aveva dato così tanto rilievo da indicarla come “la prima priorità del mio governo”?
Invece no!
Per Letta ed il suo governo la priorità è diventata la cancellazione dell’IMU, solo per dare soddisfazione a Berlusconi, Alfano, Brunetta & Co., e permettere loro di strombazzare ai quattro venti che avevano onorato l’impegno preso in campagna elettorale.
Una scelta insensata, in palese contrasto con obiettivi di giustizia sociale e tutela del lavoro che erano le linee guida del programma presentato alle Camere.
Una scelta sconsiderata ed ancora più inopportuna in un momento di così grave sofferenza del Paese.
Così, mentre Berlusconi, Alfano, Brunetta, Santanchè, Schifani si pavoneggiavano in TV del successo ottenuto, Letta si vedeva costretto a turlupinare gli italiani, emulando i cacciaballe del PdL.
Ha esordito con la più colossale delle balle: “l’IMU scomparirà dal vocabolario italiano e non sarà sostituita da altre tasse”.
Fantastico, avranno pensato in molti!
Poi, sempre più numerosi si saranno domandati: ma allora che cos’è la “Service Tax”, che gli italiani dovranno pagare dal 2014? Forse una nuovo gioco di società?
La verità è che Letta non dice agli italiani che, con la “Service Tax”, l’IMU cambia nome e si chiamerà “Tasi”, e che dal 2014 la pagheranno tutti i proprietari di casa, ma anche sei milioni di cittadini che sono in affitto.
Dopo che il decreto è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale ci si è imbattuti, però, in altre amare sorprese.    
Si è scoperto, ad esempio, che, per finanziare l’abolizione dell’IMU, sono stati tagliati i fondi destinati ad investimenti e manutenzioni della rete ferroviaria, tanto si sa che solo pendolari e poveracci usano i treni e, se qualche incidente ferroviario li coinvolgerà, non sarà la fine del mondo.
Oppure è venuto fuori che si è dato un bel taglio alle risorse destinate alla lotta all’evasione fiscale (con gran gioia del PdL!).
Così come è stato ridotto il potenziamento degli organici delle forze dell’ordine e dei vigili del fuoco.
Ma il vero gioiello d’ipocrisia è stato il taglio, di 250 milioni, dei fondi per l’occupazione, alla faccia dell’emergenza lavoro indicata come priorità!
Ma, la lettura del decreto riserva un altro regalo per gli italiani.
Tra le righe, infatti, è stata inserita una “clausola di salvaguardia” in forza della quale, se saranno insufficienti le risorse per coprire il mancato gettito dell’IMU, il governo interverrà aumentando le accise, ad esempio, su benzina e gasolio, cioè nuovi balzelli che graveranno sempre e solo sulle nostre tasche, perché, comunque, loro, quelli della casta, viaggiano gratis sulle auto blu.
Come non chiedersi a questo punto: ma Letta c’è o ci fa?

lunedì 2 settembre 2013

Per chi suonerà … il gong ?

È iniziato il countdown !
Il 9 settembre si avvicina e crescono apprensione e sbigottimento tra i pidiellini.
Che sarà di loro se Berlusconi, salvo imprevisti dell’ultima ora, sarà invitato a raccattare le sue cose, mettere il tutto in uno scatolone e lasciare Palazzo Madama?
Infatti, anche i reiterati tentativi di ricatto, “se mi fanno decadere il governo va a casa”, sono diventati ormai un’arma spuntata.
A disinnescare i ricatti ci hanno pensato, non tanto le voci sui possibili salti della quaglia di senatori pidiellini, quanto la mossa in contropiede di Napolitano che ha nominato quattro senatori a vita, personalità insigni, lontane dai meschini giochi berlusconiani.
Giocando con il pallottoliere Berlusconi lo ha capito, ed in meno di ventiquattro ore ha sconfessato se stesso, negando di aver mai minacciata la caduta del governo, nonostante video e registrazioni lo inchiodino senza pietà.
Non è certo una novità giacché Berlusconi ci ha abituati ad esibirsi in dichiarazioni che subito dopo rinnega con impudenza e con l’ebete puntello dei suoi lacchè.
Che strano! Non riesco neppure a provare un briciolo di pena per questo vecchio signore che si rifiuta di affrontare, con un minimo di dignità, il viale del suo tramonto politico.
Mi ricorda quei pugili rintronati che, con il viso tumefatto, messi in angolo e malmenati con durezza dai loro avversari, aspettano solo il getto della spugna o il suono del gong per uscire dalla penosa situazione.
Anche per Berlusconi il gong sta per suonare, a meno che Epifani ed il PD non decidano, all’ultimo momento, un suicidio collettivo.
Salvare Berlusconi e Letta, e gettare alle ortiche definitivamente il partito democratico sarebbe, però, una scelta troppo sconsiderata, anche se l’autolesionismo è nel DNA della sinistra italiana.
Ora, ammesso e non concesso che il PD non lanci una ciambella di salvataggio a Berlusconi, c’è da chiedersi che ne sarà del PdL.
Una formazione formalmente politica ma di fatto privata.
Per questo i pidiellini, dopo aver svolto, per venti anni, il solo compito di favorire e tutelare gli interessi personali di Berlusconi, oggi percepiscono che la loro fine è prossima.
Inevitabilmente, con l’avvicinarsi della fine si va diffondendo tra le file pidielline il “si salvi chi può”.
Sulle barricate restano solo gli irrazionali che non accettano la fine della cuccagna.
Brunetta, Santanchè, Biancofiore, Gelmini, Verdini, Gasparri, solo per citarne alcuni, rifiutano il destino inesorabile di tornare ad essere delle nullità, esattamente come erano prima di aggrapparsi senza decenza al carro berlusconiano.
Un carro così privato che gli stessi pidiellini vagheggiano, perfino, che a succedere a Berlusconi sia sua figlia Marina.
La realtà è che, come tutti i despoti, Berlusconi si è circondato di figure da comandare a bacchetta, evitando di prendere a bordo soggetti capaci di pensare.
Così, se la Giunta del Senato dovesse decidere la decadenza da senatore di Berlusconi, a cui fatalmente seguiranno dodici mesi di arresti domiciliari e la ineleggibilità per sei anni, il PdL, rimasto orfano, vivrà una graduale disgregazione, dilaniato dalle lotte intestine, tra falchi e colombe, per la conquista di ciò che resta.
Per questo, quando suonerà il gong, il 9 settembre, in gioco non ci sarà solo il destino parlamentare di Berlusconi ma anche il possibile sconvolgimento dello scenario politico.