venerdì 23 agosto 2013

Ma è questo il momento di giocare ?

A me, come credo anche a decine di milioni di italiani, è sfuggito che stava per capitarci tra capo e collo un’altra grave calamità.
Una calamità ben più drammatica della disoccupazione giovanile, delle imprese che falliscono o chiudono, della cassa integrazione, degli esodati, dei milioni di emarginati che vivono in stato di povertà.
Per nostra fortuna, però, a vegliare su di noi ci sono i politici che, vigili full time sulle difficoltà del Paese, sanno intervenire con tempestività per evitare che le sciagure si trasformino in catastrofi.
Mi riferisco all’opera meritoria di cui si sono resi protagonisti sette Parlamentari del Partito Democratico.
Ritengo doveroso citarli con nome e cognome, per consentire a tutti noi di ricordarne le gesta a figli e nipoti, davanti al camino, nelle gelide serate del prossimo inverno.
I campioni di cui parlo sono gli onorevolissimi deputati PD: Michele Anzaldi, Marina Berlinghieri, Matteo Biffoni, Luigi Bobba, Lorenza Bonaccorsi, Federico Gelli ed Ernesto Magorno.
Mentre il Paese si dibatte, da anni, tra i travagli di una crisi che sembra non aver fine, proprio nei giorni in cui, per sottrarre alla giusta condanna un comune pregiudicato, si rischia di mandare a carte quarantotto governo ed italiani, ebbene questi sette perdigiorno sono venuti a sapere che, negli USA, è stata immessa sul mercato la nuova versione, non di un ordigno nucleare tascabile, ma dell’arcinoto gioco da tavolo Monopoli!    
Siccome, dalle indiscrezioni giunte alle loro orecchie, hanno appreso che i giocatori del nuovo Monopoli non potranno più acquistare e scambiarsi case ed alberghi, né comprare strade, viali e parchi, ma dovranno solo negoziare pacchetti azionari, titoli di stato ed altri balocchi finanziari, ai sette onorevolissimi parlamentari è saltata la mosca al naso.
Così, armatisi di carta e penna, hanno scritta una letterina nientepopodimeno che al futuro Ambasciatore USA in Italia, John R. Philips, per esternare la loro indignazione ed invitarlo ad intervenire affinché siano adottati adeguati provvedimenti nei confronti di Hasbro, società editrice di Monopoli.
A loro dire, sarebbe estremamente diseducativo, che i ragazzi, negoziassero e si scambiassero titoli azionari, perché li inizierebbe alla speculazione finanziaria,  invece di esercitarli alla più comune speculazione edilizia.
Se non fosse una triste e avvilente realtà ci sarebbe di che sbellicarsi dalle risa.
Purtroppo, però, è tutto vero e non mi sorprenderei se, nei prossimi giorni, questa brigata di deputati, sicuri di non aver altro di cui occuparsi, decidesse di accanirsi contro la Tombola, pericolosa portatrice di ludopatie, o contro il Gioco dell’Oca, per i suoi significati allegorici, o contro gli Scacchi, modello classista che assegna diverso valore a re, regina e pedoni.
Ora, mentre rimugino che si tratta di individui lautamente retribuiti e sommersi di privilegi, a spese dei contribuenti italiani, vorrei sognare di vederli cacciati dal Parlamento, a calci nel deretano, dai loro stessi compagni di partito.
Ovviamente, è e resterà sempre e solo un sogno, perché, se si cacciassero a pedate tutti i parlamentari inutili, allora Camera e Senato rimarrebbero deserti.

martedì 20 agosto 2013

Trinariciuti di ieri e di oggi

Quando ero ragazzo, vale a dire molti e molti decenni fa, negli ambienti democristiani, liberali e post-fascisti, si asseriva che i militanti del fu Partito Comunista Italiano fossero trinariciuti, in quanto rei di aver portati all’ammasso i cervelli, per dare credito a tutto quello che propinavano loro i vertici dell’apparato del partito.
Con l'espressione trinariciuto, coniato da Giovannino Guareschi, si identificava, cioè, l’individuo tanto stolto da abboccare ad ogni corbelleria gli fosse raccontata.  
Da allora, come ho detto, sono trascorsi molti decenni ed i discendenti di quei trinariciuti, confluiti in parte oggi nel Partito Democratico, non solo si sono scrollata di dosso la sindrome di trinariciuti, ma si sono ammalati della sindrome contraria, quella che manifestano con scontri intestini litigando su banalità di ogni genere.
A sinistra, l’accettazione monolitica dei messaggi dogmatici è stata definitivamente sotterrata da un proliferare di correnti e consorterie che si guardano come cani e gatti.
E' stato fatto un bel salto mortale triplo per arrivare a trasformare i trinariciuti di allora nei democratici di oggi, inclini al confronto, anche se esasperato, con militanti dello stesso partito.
Siccome, però, nel nostro Paese la normalità non è mai di casa, è successo che, mentre gli ex comunisti si democratizzavano, a destra, parlamentari, dirigenti e militanti manifestassero sintomi evidenti della sindrome da trinariciuti.
Con il consenso tacito e l’adesione tetragona ad ogni baggianata, narrata od imposta loro dal signore di Arcore, individui, dalla apparenza rispettabili e raziocinanti, si sono trasformati in burattini sciocchi ed irrazionali.
Ridottisi a trinariciuti ottusi, proprio come quelli di cui parlava Guareschi, hanno portato all’ammasso, insieme ai cervelli, anche la loro dignità.
A conferma di questo stato di fatto si potrebbero citare centinaia di situazioni in cui l’irrazionale ha prevalso sul razionale e l’infamia ha sconfitta la dignità.
Circostanze e condizioni così assurde e illogiche da indurre perfino a mettere in dubbio la buonafede di questi individui.
Ad esempio, è mai possibile che tra le centinaia di parlamentari che, tempo fa, hanno votato convinti che Ruby fosse nipote di Mubarak, non ce ne fosse uno, anche solo uno che, per un sussulto di dignità, sia stato sfiorato dal dubbio che si trattasse di una bufala colossale?
Invece no! Tutti i parlamentari pidiellini hanno dimostrato di credere ciecamente al burattinaio, rendendosi ridicoli agli occhi del mondo.
Tra le altre panzane, a cui i trinariciuti pidiellini, danno credito c’è la messinscena dell'accanimento giudiziario, del quale sarebbe vittima Berlusconi da quando, nel 1994, è sceso in campo.
Eppure, sarebbe sufficiente sfogliare le cronache giudiziarie del 1990 (quattro anni prima della discesa in campo), per rendersi conto, ad esempio, che il loro leader è stato giudicato colpevole, dalla Corte di Appello di Venezia, di falsa testimonianza sotto giuramento e che solo grazie all’amnistia si salvò.
Così come basterebbe leggere altre cronache giudiziarie per convincersi che molti reati, di cui è stato accusato, Berlusconi li abbia commessi ben prima di entrare in politica.
Qualche malizioso insinua perfino che la discesa in campo sia stato solo un modo per sfuggire alle sue pendenze giudiziarie.
D’altra parte, come non essere sfiorati neppure da un piccolissimo sospetto quando le cronache giudiziarie riportano che dal processo per corruzione in atti giudiziari, (reato commesso nel 1991!) Previti sia uscito con una condanna definitiva a 6 anni di reclusione, mentre il coimputato Berlusconi se la sia cavata solo grazie alla prescrizione, pur avendo la Corte riconosciuta la sua “piena consapevolezza che la sentenza era stata oggetto di mercimonio” ?
Ciò nonostante, oggi i trinariciuti pidiellini tornano alla carica, pretendendo che gli italiani ignorino che una sentenza definitiva, come quella che ha condannato Berlusconi per frode fiscale, vada rispettata ed eseguita, oppure che sorvolino sul fatto che i senatori potrebbero trasgredire ad una legge dello Stato solo per consentire al pregiudicato Berlusconi di continuare, in Parlamento, a brigare pro domo sua !
Almeno i vecchi comunisti trinariciuti, ottusi ma in buonafede, non pretendevano di stravolgere le leggi dello Stato, nell’interesse di un pregiudicato.
Già ma quelli erano altri tempi e gli italiani di allora erano tanto avveduti da non aver mandato mai al governo il PCI, mentre, invece, oggi …

domenica 18 agosto 2013

A volte si è orgogliosi di essere italiani

Mi capita raramente, purtroppo, di cogliere la magnificenza dell’altruismo in un qualche gesto che faccia dimenticare perfino le brutture del quotidiano per qualche minuto.
Se poi si tratta di un gesto, compiuto da concittadini, così fantastico da meritare l’attenzione dei media di mezzo mondo e finire sulle prime pagine della stampa internazionale, allora va a finire che, per qualche ora, ritrovo l’orgoglio di essere italiano.
Anche perché è più frequente che sulle prime pagine della stampa estera il nostro Paese ci finisca, invece, per il malaffare di qualche politico, per il degrado di Pompei, per le conseguenze di un terremoto, per il disprezzo della giustizia, e via dicendo.
Ebbene, questa volta a farmi inorgoglire sono stati gli ospiti della spiaggia di Pachino, in provincia di Siracusa.
Sulla spiaggia molti bagnanti, rilassati al caldo sole siciliano, stavano serenamente godendo il mare ed il riposo ferragostano.
Inaspettatamente, però, a poche decine di metri dalla riva un fatiscente barcone, stracolmo di migranti, finiva incagliato.
In men che non si dica decine di quei vacanzieri, prima che le unità di soccorso, allertate, giungessero sul posto, si sono gettate in mare organizzando una catena umana per portare in salvo i poveri sventurati che tentavano di raggiungere la riva.
Tra i 160 migranti, soccorsi dai bagnanti, c’erano 50 bambini e diverse donne incinte.
Uno slancio di generosità che ha fatto il giro del mondo.
Sfortunatamente, però, per concittadini io non ho solo i generosi bagnanti della spiaggia di Pachino, ma devo condividere la mia italianità anche con individui mediocri e meschini.
Farò un nome a caso: il vice segretario della Lega Nord, Matteo Salvini.
Così, mentre mezzo mondo plaudiva la generosità dei vacanzieri siciliani, il vice segretario di una Lega, ormai corrosa da liti intestine, si esibiva in una delle sue consuete testimonianze di insensatezza scagliandosi contro il Capo dello Stato che aveva avute parole di elogio per quella dimostrazione di solidarietà.
Oddio, è anche vero che non ci si dovrebbe più sorprendere per le scempiaggini di Matteo Salvini che, solo pochi giorni prima, si era già messo in mostra attaccando la Ministro Kyenge.
Fatto sta che, questa volta, il vice segretario della Lega ha postato, su un social: “Napolitano dice che la catena umana per i migranti nel mare di Siracusa fa onore all’Italia. Che palle! Ora li manterrà il signor Napolitano? A quando, caro ex-comunista una catena umana per aiutare i 4 milioni di disoccupati italiani?”.
Proprio citando la disoccupazione, Matteo Salvini evidenzia tutti i suoi limiti non solo comportamentali ma anche di conoscenza della realtà di cui si vanterebbe essere impegnato conoscitore.
Infatti, poche ore prima che lui postasse quelle frasi, al Corsera un imprenditore veneto di sicuro successo, Giovanni Pagotto, a capo di Arredo Plast SpA, azienda in costante crescita, dichiarava: “Il 90% dei dipendenti del comparto produzione è straniero, i capiturno sono in larga misura extracomunitari … C’è che gli italiani non hanno fame”.
Evidentemente, Salvini non ha ancora afferrato che anche i collaboratori extracomunitari di Arredo Plast SpA contribuiscono al PIL nazionale, ma soprattutto gli sfugge che, probabilmente, tra gli extracomunitari, aiutati dai bagnanti di Pachino, ci potrebbero essere quei lavoratori che Giovanni Pagotto sta aspettando per poter sviluppare il suo business e far crescere il PIL.

giovedì 15 agosto 2013

“Mi contenterei ché l’umanità si fermasse ai mezz’uomini”

Nel romanzo “Il giorno della civetta”, Leonardo Sciascia fa dire da uno dei protagonisti, don Mariano: “Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo, ed i quaquaraquà. Pochissimi gli uomini, i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini…”.
Con le parole messe in bocca a don Mariano, Sciascia sembra riconoscere negli “uomini” l’essenza eccelsa della dignità e della nobiltà d’animo.
Al decrescere di dignità e nobiltà d’animo gli esseri degenererebbero nelle categorie inferiori dell’umanità, fino a ritrovarsi spregevoli quaquaraquà che “dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quelle delle anatre”.
Non so se Giorgio Napolitano abbia mai letto “Il giorno della civetta”, né saprò mai se gli sia tornata alla mente questa classifica dell’umanità mentre redigeva la nota sul “affaire agibilità politica”, diffusa martedì sera.
Di certo, a me le parole di don Mariano sono riecheggiate leggendo e rileggendo in particolare un rigo di quella nota.
Mi riferisco al passo in cui il Capo dello Stato cita: “turbamento e preoccupazione per la condanna a una pena detentiva di una personalità che ha guidato il governo (fatto peraltro già accaduto in un non lontano passato)”.
È stato l’enigmatico riferimento contenuto in quelle nove parole, tra parentesi, ad intrigarmi sul loro recondito significato.
Eppure, se Napolitano, sempre equilibrato e prudente, aveva ritenuto di doverle scrivere, mettendole in evidenza tra due parentesi, voleva dire che, nelle sue intenzioni, c’era il chiaro proposito di richiamare l’attenzione sul loro valore.
Ma a quale ex presidente del consiglio, condannato a pena detentiva, “in un non lontano passato”, il Capo dello Stato ha inteso riferirsi?
All'unanimità, commentatori ed editorialisti hanno individuato in Arnaldo Forlani l’uomo politico che Napolitano avrebbe voluto ricordare.
È indubbio, infatti, che Forlani sia stato, nella Prima Repubblica, uno dei più autorevoli e potenti protagonisti della scena politica italiana.
Deputato per nove legislature, per due mandati Segretario della Democrazia Cristiana, Ministro della Difesa, prima, e degli Esteri, poi, Presidente del Consiglio, è stato anche candidato della DC alla Presidenza della Repubblica.
Durante il periodo di “mani pulite”, però, Arnaldo Forlani fu accusato di finanziamento illecito nel Processo Enimont.
A conclusione dei tre gradi di giudizio, l’ex Presidente del Consiglio e Segretario in carica della DC fu condannato, con sentenza definitiva, a due anni e quattro mesi di reclusione, pena commutata poi in affidamento ai servizi sociali presso la Caritas di Roma.
Nonostante si sia sempre dichiarato innocente, e pur essendo Segretario di un partito, la DC, che alle elezioni politiche, nel 1992, aveva ottenuti 11.640.265 voti (di fronte ai quali impallidiscono i sette milioni e mezzo di voti del PdL !), Forlani non si è mai appigliato alla sua condizione di leader della maggiore formazione politica italiana, neppure per sollecitare un provvedimento di clemenza da parte dell’allora Capo dello Stato, Oscar Luigi Scalfaro, peraltro suo compagno di partito.
Forlani ha accettata, con rispetto e correttezza, la sentenza della Corte di Cassazione, e si è assoggettato all’affidamento ai servizi sociali, con dignità e nobiltà, entrando così di diritto tra quelli che Sciascia identificava come “uomini”.
Forse, ma potrei sbagliarmi, credo che, con quelle scarne nove parole tra parentesi, Giorgio Napolitano abbia voluto riconoscere tacitamente, a Forlani, un tardivo apprezzamento per la dignità e la nobiltà  con cui aveva accettato il verdetto della Magistratura.
È troppo fantasioso pensare che Napolitano abbia voluto anche rivolgere ad un altro più recente ex Presidente del Consiglio il velato invito a prendere esempio da Forlani ?

sabato 10 agosto 2013

Frecce multicolori ma servizio incolore

Sono trascorsi alcuni decenni da quando ero salito su un treno l’ultima volta.
Non ne potevo più degli interminabili e cronici ritardi, delle coincidenze che prendevano in giro i passeggeri non curandosi dei ritardi dei loro treni.
Mi ricordo che, a quei tempi, gli orari delle Ferrovie dello Stato, differenziavano i treni in accelerati, diretti, direttissimi, rapidi, con o senza supplemento e prenotazione del posto.
Da quel lontanissimo giorno per i miei spostamenti, in Italia, ho sempre preferito automobili, aerei e, qualche volta perfino navi con auto al seguito.
I miei ricordi, di quei viaggi in treno, sono così remoti che solo a citarli faccio sorridere mia figlia che impietosamente mi etichetta come un matusa.
Ieri, però, per uno di quei casi della vita che devi affrontare anche malvolentieri, ho dovuto usare il treno per uno spostamento che speravo non solo breve ma che mi facesse ricredere sulla qualità del servizio ferroviario.
Aspettative alimentate anche dal fatto che gli orari ferroviari di oggi, divulgati da a me non familiare Trenitalia, non parla più né di accelerati né di diretti.
Oggi, infatti, vai nel sito di Trenitalia e scopri che sui binari della rete ferroviaria, da nord a sud, da est ad ovest, corrono solo più delle frecce.
Si tratta di frecce anche colorate, infatti ci sono le frecce bianche, ma anche quelle argento e quelle rosse.
Che meraviglia, ho pensato, altro che quei treni lumaconi e ritardatari della mia gioventù, con tutte queste frecce colorate si arriva a destinazione in un battibaleno.
Ho immaginato: finalmente anche il nostro Paese si è messo al passo con i servizi ferroviari svizzeri, francesi, spagnoli, tedeschi, solo per citare quelli più vicini e di cui mi sono servito negli anni.
Così, con in tasca il mio bel biglietto e due coincidenze da affrontare, arrivo alla stazione di partenza.
Le delusioni sono iniziate subito.
Innanzitutto non è vero che esistano solo frecce colorate, perché sui binari camminano anche treni regionali con carrozze che ricordano le tradotte militari dell’ultima guerra.
Qualche patema, tra l'altro, a noi viaggiatori di quella tradotta l’ha creato la capotreno che, ad ogni fermata, dopo essere scesa ed aver controllato un qualcosa nei pressi delle ruote, dava al macchinista l’OK per proseguire.
Ora, io sarò anche sfigato, però tutti e tre i treni hanno registrati ritardi significativi che hanno allungato a 5 ore e 15 minuti un viaggio che avrebbe dovuto durare 3 ore e 19 minuti.
Riconosco, però, che, rispetto ai miei lontani ricordi, almeno un miglioramento del servizio l’ho riscontrato.
Infatti oggi, quando l’altoparlante comunica l’entità dei ritardi, la stessa voce chiede scusa  ai passeggeri per il disagio provocato.
Da questo viaggio, alla fine, ho portato con me un dubbio irrisolto: com’è possibile che con la dovizia di mezzi di comunicazione oggi disponibili, un ritardo di 5 minuti, annunciato proprio nello stesso momento in cui il treno avrebbe dovuto arrivare in stazione, si sia progressivamente dilatato, in meno di un quarto d’ora, dapprima in 10 minuti, poi in venti, infine in quaranta minuti? Dove si trovava il treno quando era stato comunicato il primo ritardo di 5 minuti ? 
Comunque, dopo questa nuova esperienza, tornerò ad usare, per i miei spostamenti, auto, aerei ed anche il … monopattino, piuttosto che valermi ancora dei servizi di Trenitalia !