mercoledì 11 dicembre 2013

Bipolarismo … un’altra favola italiana

Fino a qualche tempo fa, mi ero convinto, con un certo autocompiacimento, di aver appresa sui banchi di scuola, grazie a valenti professori, una discreta conoscenza della lingua italiana.
Accade, però, che quasi ogni giorno mi ritrovi a dissentire sull’uso, che a me sembra improprio, di alcune parole.
Ad esempio, da settimane, a proposito della riforma della legge elettorale, leggo commenti ed ascolto dibattiti che vorrebbero identificare nel “bipolarismo” la strada per assicurare la governabilità del Paese, e superare lo stato permanente di incertezza che affligge la politica italiana.
Anche questa volta ho cercato di fugare le mie perplessità abbeverandomi ai dizionari della lingua italiana, dai quali ho avuto conferma che: “bipolarismo è la tendenza ad inquadrare e risolvere tutti i problemi di politica con la presenza di due poli di attrazione o di influenza”.
In quel momento le mie perplessità si sono trasformate in sconcerto, pensando a come politici e commentatori si avventurino in asserzioni e fantasticherie che nulla hanno a che vedere con la realtà.
Infatti, anche volendo trascurare che, in occasione delle ultime elezioni politiche, il Viminale abbia approvati ed ammessi 184 simboli elettorali, ritengo che non si possa ignorare, però, che i 34.002.524 voti espressi dagli elettori per la Camera, il 24 e 25 febbraio scorso, siano stati sparpagliati su ben 47 liste.
Ovviamente non tutte le 47 liste hanno superata la cosiddetta soglia di sbarramento.
Solo 5 dei partitini e liste minori oggi contano una loro presenza in aula, immeritatamente perché effetto del trucco elettorale insito nel sistema delle coalizioni.
Già riflettendo su questi primi dati sarebbe ragionevole domandarsi come si possa vagheggiare di “bipolarismo”.
Ma non basta, perché ad aver superata la soglia del 20% dei consensi sono stati tre partiti: il M5S con il 25,55%, il Partito Democratico con il 25,42% ed il Popolo della Libertà con il 21,56%.
Poiché, dando una scorsa ai sondaggi più recenti si ha conferma che le intenzioni di voto degli elettori ripropongono, più o meno, lo stesso posizionamento di questi tre partiti, sarebbe più sensato se si incominciasse a dibattere di “TRIpolarismo” !
Però, cosa accadrebbe alle altre cinque formazioni politiche, minori, che oggi sono presenti, comunque, con i loro rappresentanti in Parlamento ?
Per gli invasati del “bipolarismo” posso supporre che la risposta sarebbe una sola: il problema si risolve facilmente mettendo in campo le coalizioni.
Ecco, appunto, la solita fanfaluca delle coalizioni: cioè di ammucchiate scriteriate messe insieme esclusivamente per vincere le elezioni e non certo per assicurare la governabilità.
Lo conferma la storia degli ultimi decenni: le coalizioni non garantiscono la stabilità dei governi e, quindi, neppure la governabilità del Paese.
  1. XII Legislatura – il primo governo Berlusconi, insediatosi il 10 maggio 1994, fu rovesciato dopo sette mesi, il 22 dicembre 1994, dalla Lega Nord che ritirò il suo sostegno, pur facendo parte della coalizione elettorale con FI, MSI - AN, UDC, CCD, FLD.
  2. XIII Legislatura – il primo governo Prodi, dopo aver giurato il 9 maggio 2006, fu costretto a dimettersi il 21 ottobre 2008 quando Rifondazione Comunista, membro della maggioranza, ritirò l’appoggio.
  3. XIV Legislatura – il secondo governo Berlusconi, in carica dall’11 giugno 2001, rassegnò le dimissioni il 20 aprile 2005 per l’uscita dalla maggioranza di UDC e nuovo PSI, membri della coalizione elettorale.
  4. XV Legislatura – il secondo governo Prodi, insediatosi il 28 aprile 2006, fu sfiduciato il 24 gennaio 2008 per l’uscita dalla maggioranza dell’UDEUR, membro della coalizione elettorale, e per la compravendita di alcuni senatori da parte del PdL.
Per completare questo sconfortante quadro, che avvalora l’inefficacia delle coalizioni nel garantire stabilità e governabilità del Paese, non resta che osservare la fine che hanno fatte le coalizioni elettorali del febbraio 2013, disfattesi dopo poche settimane dal voto al grido “Dio per tutti, ognuno per sé”.
Ora, trovo incredibile che, archiviato il “porcellum”, ci siano ancora così tanti politicanti pronti a raccontarci la favola del “bipolarismo” e delle rassicuranti coalizioni di governo.

lunedì 9 dicembre 2013

Dove va la Lega con Matteo Salvini ?

Alle primarie della Lega Nord, che hanno visto prevalere Matteo Salvini su un incartapecorito Umberto Bossi, hanno partecipato circa 10.000 militanti.
Sarebbe sufficiente già questo irrisorio numero, di partecipanti alle primarie, per ridimensionare questo partito nello scenario politico nazionale.
D’altra parte molti italiani ricordano la Lega Nord solo come reggicoda di Berlusconi, per molti anni, avendone ricevuto in cambio qualche poltrona per i suoi rappresentanti.
Ricordo, infatti, che i leghisti hanno votato disciplinatamente tutte le “leggi ad personam” che il cavaliere di Arcore ha imposte loro.
Mai uno scatto di disubbidienza, mai una parvenza di dissenso!
Eletti dal cosiddetto popolo padano al grido di “Roma ladrona”, non appena giunti nella città eterna hanno imparato in gran fretta a sgraffignare denaro dalle casse dello Stato, usandolo in modo non sempre lecito, tanto da richiamare l’attenzione della magistratura.
Quando, nell’agosto 2011, al ministero dell’economia e delle finanze del governo Berlusconi sedeva Giulio Tremonti, molto amato dai leghisti, l’Italia, già sottoposta a procedura europea di infrazione per debito eccessivo, assunse, nei confronti dell’Europa, una serie di impegni capestro tra cui, per appunto, il “Fiscal Compact”.
Impegni che, nel novembre 2011, dopo la precipitosa fuga da Palazzo Chigi di Berlusconi e dei suoi ministri, hanno messo nei guai dapprima il governo Monti ed ora il governo Letta.
Matteo Salvini, però, fa finta di non ricordare che di quel governo Berlusconi, impegnatosi oltremisura con l’Europa, facevano parte altri ministri leghisti, oltre a Tremonti.
Così, fingendosi smemorato, oggi, spara a zero contro l’Europa, colpevole di premere sull’Italia perché rispetti gli impegni assunti da Berlusconi, Tremonti e da quel governo farcito di leghisti.
Un esempio: nel momento di essere eletto segretario della Lega Nord, Salvini ha sintetizzato il suo programma in poche parole: lotta senza quartiere alla “Europa che è un gulag” !
Certo che se questo è il pensiero politico del neo-segretario, la discesa agli inferi della Lega Nord proseguirà senza fine.
Salvini, infatti, sarà un segretario che ha già avuto modo di dimostrare, negli anni, mediocrità politica, umana e culturale.
Una mediocrità che Salvini intende riprodurre anche con il prossimo congresso torinese della Lega, in programma il 15 dicembre, quando sul palco al suo fianco si accomoderanno Marine Le Pen, leader del movimento di estrema destra francese, i delegati dei movimenti euro-scettici austriaci ed olandesi e, udite udite, persino alcuni deputati del democratico parlamento russo.
Per questo, mi permetterei di suggerire, a Matteo Salvini, che se fosse sua intenzione trasformare davvero il congresso della Lega Nord in un autentico simposio del totalitarismo dovrebbe invitare anche i rappresentanti delle bande neo-naziste e, perché no, pure Silvio Berlusconi.


domenica 8 dicembre 2013

Insofferenza alla politica ed ai politici!

Potrebbe anche essere che io stia perdendo un po’ di quelle capacità intellettive che mi hanno accompagnato fino a qui, oppure può darsi che con l’età ecceda nel pretendere, dalla politica, linearità ed onestà mentale, fatto sta che ogni giorno riesco a comprendere sempre meno la insensatezza  e la pochezza dei politici nostrani.
Ad esempio, mi lascia esterrefatto vedere che la classe politica vorrebbe farci intendere di aver scoperto, all'improvviso, il vergognoso sovraffollamento delle carceri italiane.
Una realtà angosciosa ed inquietante, purtroppo cronica per il nostro Paese come attestano i dati sulla popolazione carceraria negli anni.
Ecco perché considero indisponente che i politici, ad incominciare da Giorgio Napolitano, si preoccupino del problema e fingano di volersene prendere cura soltanto ora che la Corte europea dei diritti umani ha bacchettata l’Italia, minacciando pesanti sanzioni se il problema del sovraffollamento non sarà  risolto entro il 28 maggio 2014.
Governi e Parlamenti hanno ignorato questo problema, per anni, ed oggi, con la connivenza del Capo dello Stato, si illudono di poterlo risolvere con il solito ed inutile palliativo, una amnistia od un indulto.  
Possibile che lo stesso Giorgio Napolitano abbia dimenticato di aver già concesso, con scarso successo, un indulto nel luglio 2006?
I detenuti, infatti, che a fine dicembre 2005 erano 59.523, sono sì diminuiti a 39.005, per effetto dell’indulto, ma nei dodici mesi successivi sono ritornati ad essere 48.693.
Ed allora perché non individuare ed adottare interventi che abbiano una valenza duratura e che non siano solo un rimedio apparente per raggirare l’aut aut della Corte Europea dei diritti umani ?
Perché Governo e Parlamento, sempre che ne abbiano voglia e capacità, non si impegnano, ad esempio, per risolvere il problema di quei 12.145 detenuti, semplicemente “giudicabili” perché in attesa addirittura di un giudizio di primo grado ?
Al 31 ottobre 2013, questi detenuti “giudicabili” rappresentavano il 20% della popolazione carceraria e loro non potrebbero usufruire né della amnistia né dell’indulto!
Già, ma l’Italia è la culla del paradosso, dove 12.145 essere umani vivono dietro le sbarre nell’attesa di essere giudicati, mentre un pregiudicato, con condanna definitiva per frode fiscale, da oltre quattro mesi vive sereno nelle sue lussuose dimore, gira indisturbato su auto blu con lampeggiante e scorta (a spese dei contribuenti), rilascia interviste, si presenta in TV, lancia proclami, minaccia i poteri istituzionali, organizza cene ed incontri mondani.
Come non ricordare, in momenti come questi, Giorgio Gaber e come non lasciarsi trascinare dalla voglia matta di cantare a squarciagola i suoi versi “mi scusi Presidente, io non mi sento italiano ma per fortuna, o purtroppo lo sono … perfino in parlamento c’è un’aria incandescente, si scannano su tutto e poi non cambia niente!”.

venerdì 6 dicembre 2013

Un altro obbrobrio … Onorevole

 
Ci voleva la Corte Costituzionale per aprire finalmente gli occhi degli italiani su un’altra delle mostruosità di cui si è macchiata la nostra classe politica.
Infatti, dichiarando incostituzionale la Legge Calderoli del 21 dicembre 2005, qualificata “porcellum” dal politologo Giovanni Sartori, la Consulta non ha fatto altro che confermare la dappocaggine della cricca politica che regge le sorti del nostro Paese.
Era stato lo stesso artefice del “porcellum”, Roberto Calderoli, a definirlo “una porcata” già pochi giorni dopo l’approvazione.
Fatto sta che, dopo otto anni, la Corte Costituzionale non ha fatto altro che confermare come, tra le molte scellerate nefandezze, di cui si è reso responsabile Silvio Berlusconi, ci siano anche quelle di aver:
  1. costretti gli italiani a votare, dal 2006 in poi, con una legge elettorale contraria ai principi della Carta Costituzionale;
  2. fatto sì che si succedessero a Palazzo Chigi, per otto anni, governi sostenuti da maggioranze truffaldine perché formate sulla base di premi di maggioranza incostituzionali;
  3. beffato il Paese, per otto anni, mettendolo alla mercé di Parlamenti e governi illegittimi;
  4. perpetrata, per otto anni, una truffa perversa, costringendo gli Italiani, a mantenere, a caro prezzo, parlamentari, ministri e sottosegretari di fatto abusivi;
  5. indotto anche Giorgio Napolitano ad insediarsi al Quirinale abusivamente perché eletto, per ben due volte, da Parlamenti illegittimi;
  6. consentito a tutti i partiti di arraffare dalle casse dello Stato, per otto anni, i denari dei contribuenti in base ai voti ottenuti con una legge elettorale incostituzionale.
Grazie al “porcellum” l’Italia è stata ridicolizzata, ancora una volta, agli occhi del mondo.
Era l’ottobre 2005, mancavano meno di sei mesi alle elezioni politiche del 2006 che, secondo i sondaggi, avrebbero tributata la sicura vittoria alla coalizione di centrosinistra guidata da Romano Prodi, “L’Ulivo”.
Non tollerando che il centrosinistra potesse vincere le elezioni, l’allora premier Silvio Berlusconi minacciò la crisi di governo se non fosse stata subito riformata la legge elettorale, ed al ministro per le riforme istituzionali, Roberto Calderoli, affidò il compito di escogitare una legge elettorale che impedisse a Prodi di ottenere un largo successo.
In fretta e furia Calderoli, assistito da consiglieri scellerati, presentò al Parlamento quella riforma elettorale che fu approvata con arroganza dai soli voti del centrodestra, e che ora è stata dichiarata incostituzionale dalla Consulta.
Eppure, che il “porcellum” non avrebbe superato il vaglio della Corte Costituzionale, ne erano convinti non solo eminenti costituzionalisti, ma anche i partiti e, soprattutto, l’opinione pubblica.
Già nel 2007, difatti, furono promossi dagli italiani tre referendum abrogativi per modificare il “porcellum”.
Referendum che sarebbero dovuti essere sottoposti al voto popolare nell’aprile 2008, sennonché, a bloccarli, intervennero le dimissioni del governo Prodi e lo scioglimento anticipato delle Camere.
Tutti i partiti, nessuno escluso, hanno sproloquiato in questi anni per impegnarsi a riformare il “porcellum” ma, nonostante i reiterati inviti e richiami del Capo dello Stato, l’ostinazione, degli uni e degli altri, ha fatto prevalere i meschini interessi di parte, così alla fine ha dovuto intervenire la Consulta.
Ancora una volta la politica si è fatta mortificare e mettere in scacco dalla magistratura costituzionale.
Ora, non appena la Consulta renderà note le motivazioni, il “porcellum” di fatto decadrà, e gli elettori potrebbero tornare a votare con la vecchia legge elettorale, il cosiddetto “mattarellum”, a meno che …
A meno che i partiti, percorsi da un sussulto di decenza (improbabile !!!) si impegnino, di buzzo buono, per accordarsi su una nuova legge che restituisca all’elettore il diritto di scegliere il proprio rappresentante, corregga l’obbrobrio del premio di maggioranza, ed assicuri la governabilità del Paese.
Già, potrebbe sembrare facile, ma in realtà lo scenario politico è così precario da non garantire che il Governo Letta possa durare il tempo necessario perché questo illegittimo Parlamento approvi una eventuale nuova legge elettorale.
Altro che Repubblica delle Banane !

martedì 3 dicembre 2013

Brunetta, tra livore e furberie

Che le capacità intellettive ed il buon senso di Renato Brunetta siano inversamente proporzionali al livore che sprizza ogni volta che apre bocca, è un dato di fatto innegabile.
Un livore che contrassegna il suo ghigno anche quando si sforza di sorridere o di apparire bonario.
Erano trascorse poche ore dopo che il Senato aveva finalmente espulso il pregiudicato Berlusconi, e già Renato Brunetta, con il suo procedere da puffo ballonzolante, tallonato da Romani e da un manipolo di forzisti, ha messo in scena l’assalto al Quirinale per chiedere al Capo dello Stato le dimissioni del governo Letta.
Come spiegare questo precipitarsi al Quirinale, se non con il rancore di Brunetta & Co per l’espulsione del loro padre padrone e per la frustrazione di non poter far cadere il governo neppure dopo aver ritirate dalla maggioranza le residue truppe forziste ?
L’odiato nemico di Brunetta, Romani, Santanchè, e figuranti vari, però, non è tanto Enrico Letta quanto, piuttosto, Angelino Alfano che, con il gran rifiuto di farsi intrappolare in Forza Italia, ha preferito schierarsi per la continuità del governo.
Non so se Alfano, in cuor suo, abbia fatta questa scelta pensando al bene del Paese, è certo, però, che, a Brunetta & Co, del Paese e degli italiani nun gliene frega gnente !
A lui, ora che è rimasto orfano del suo datore di lavoro, interessa solo potersi vendicare del mondo intero.
E così, con la sua mente contorta Brunetta sta escogitando un subdolo trucco per intralciare l’azione del governo.
Resosi conto che Forza Italia, schierata all’opposizione, non ha alcuna chance di mandare a casa Letta ed suo il governo, il diabolico Brunetta ha deciso di ricorrere ad una sorta di boicottaggio occulto.
Ecco perché i sottosegretari, che hanno aderito a Forza Italia, non hanno rimesse le loro deleghe nelle mani del Presidente del Consiglio e, pur militando in un partito che è all’opposizione, non mollano le loro poltrone nel governo.
Il duplice obiettivo del furbetto Brunetta è, da un lato, riuscire a sabotare, dall’interno, le iniziative del governo e, dall’altro, poter conoscere in anticipo le azioni che il governo ha allo studio, in modo da riferirne a Berlusconi, ormai extraparlamentare, e preparare le contromosse.
Assurdo, ma è la prima volta, nella storia della Repubblica Italiana, che membri dell’opposizione ricoprano incarichi di governo !
A rendere ancora più paradossale la situazione, però, sono i comportamenti dei sottosegretari, “clandestini” nel governo, che avrebbero rassegnate le dimissioni non nelle mani del Premier ma in quelle di Berlusconi, cioè di colui che ormai non è più nemmeno capo dell’opposizione.
Analfabeti delle norme istituzionali o soltanto cialtroni ?