mercoledì 19 settembre 2012

La gratitudine di Silvio per Massimo


Da poche ore anche Sky ha fatta pervenire a Mediobanca fomale manifestazione di interesse per la acquisizione di LA7.
Al momento, quindi, a 5 giorni dal termine fissato, sarebbero ben 15 i competitors che hanno manifestato il loro interesse.  
Per contro, e per fortuna, sembrerebbe scongiurato il pericolo che tra i pretendenti ci sia anche Mediaset, alla quale né Mediobanca nè Telecom avrebbero fatta pervenire la documentazione (con i dati sensibili) necessaria per formulare la proposta.
C’è solo da augurarsi che il passaggio di mano avvenga scegliendo qualcuno che oltre a sapere come si fa televisione non abbia legami d’affari o intese sottobanco con Silvio Berlusconi.
E’ auspicabile, infatti, che dal passaggio di proprietà di LA7 non ne escano pregiudicati, ancora di più, la libertà e l'equilibrio nell’informazione della televisione generalista italiana.
Con le sue quattro reti TV e con l’occupazione delle poltrone RAI da parte di suoi staffieri, già oggi Berlusconi influenza e controlla larga parte della comunicazione televisiva.
Paradossale è che in questo status di assoluto privilegio il signore di Arcore si trovi grazie ad un singolare regalo fattogli non da qualcuno del PdL, bensì proprio da uno dei maggiorenti del PD, Massimo D’Alema (detto “baffino” o “baffo di ferro”).
Occorre andare indietro di qualche anno per comprendere come mai Berlusconi e Mediaset siano e saranno sempre riconoscenti a questo notabile del PD.
Era il 1997, Massimo D’Alema era Presidente della Commissione bicamerale per le riforme istituzionali.
Nel mese di giugno del ’97, a casa di Gianni Letta, D’Alema si incontrò a cena con Berlusconi, Fini e Marini per cercare una intesa sulle riforme costituzionali.
In quella occasione, fonti degni di fede, mai smentite, sostengono che D’Alema si sia impegnato con Berlusconi a bloccare l’iter della legge sulla regolamentazione delle frequenze televisive, una legge che avrebbe imposto a Mediaset di vendere Rete 4, depauperandone così il valore proprio nelle settimane in cui stava per quotarsi in borsa.
Sta di fatto che Claudio Petruccioli, fedelissimo di D’Alema e presidente della commissione che aveva in agenda la legge n. 1138, non ne calendarizzò mai i lavori aspettando la fine della legislatura.
Sarà stato solo un caso, oppure il cosiddetto “patto della crostata”(*) aveva prodotti i suoi effetti ?
Ma la gratitudine di Silvio per Massimo va ben oltre il “patto della crostata”.
Infatti, negli stessi anni, 1996 – 2000, durante il governo di centro-sinistra, D’Alema, dapprima come presidente della Commissione bilaterale e poi come come Presidente del Consiglio, fece in modo che la tanto auspicata legge sul “conflitto di interessi” procedesse così a rilento da non essere approvata prima della fine della legislatura.
Le elezioni successive le vinse il centro-destra e, naturalmente, della legge sul “conflitto di interessi” da quel momento non se ne parlò più.
 
(*) Cosiddetto perché ai commensali, come dessert, dalla signora Letta fu offerta una crostata di frutta.

lunedì 17 settembre 2012

Marchionne non era e non è l’uomo della provvidenza


Che paese strano l’Italia !
Sui media hanno fatto più rumore le parole, innegabilmente sferzanti, con le quali Diego Della Valle ha criticato Sergio Marchionne e John Elkann, che non le dichiarazioni, di sicuro più gravi e minacciose, della Direzione FIAT sul “non futuro di Fabbrica Italia”.
Eppure, a pensarci bene, da una parte ci sono solo espressioni di critica, mentre dall’altra si mette a repentaglio il futuro occupazionale di decine di migliaia di lavoratori.
Probabilmente Diego Della Valle, prontamente bacchettato da Luca di Montezemolo, voleva togliersi qualche sassolino dalle scarpe (ovviamente Tod’s !) ma, a pensarci bene, non ha poi dette cose insensate.
Ora c’è da aspettarsi che Luca di Montezemolo tiri le orecchie anche a Cesare Romiti che i problemi del Lingotto li conosce bene, molto bene, e che con Marchionne non è stato più benevolo di Della Valle.
D’altra parte, solo individui distratti e sprovveduti non si sarebbero resi conto della inesperienza di Sergio Marchionne nel gestire le non semplici problematiche di una composita realtà industriale, come hanno rimarcato sia lo “sfogo” di Della Valle che il commento di Romiti.
Sarebbe bastato, infatti, dare un'occhiata al curriculum del manager italo-canadese per comprendere che si tratta sicuramente di un raffinato specialista in strategie finanziarie, però inesperto di gestioni industriali.
Infatti, è esclusivamente alla gestione in chiave finanziaria del Gruppo Fiat che Marchionne si è dedicato, con abilità e competenza, fin dai primi giorni del suo insediamento.
Lo stesso matrimonio FIAT – Chrysler è stato il frutto di una intelligente strategia finanziaria ma chiaramente priva di requisiti per lo sviluppo industriale della FIAT.
Non c’è da sorprendersi, quindi, se in una prospettiva unicamente finanziaria, il cordone ombelicale che collega gli impianti ai territori ha finito per perdere ogni rilevanza, sacrificando professionalità ed indotto.
Una curiosità: l’acquisizione del primo 20% di azioni Chrysler è stato possibile solo concedendo in cambio know how e tecnologie FIAT, che facevano gola ai vertici americani.
E’ ragionevole ipotizzare, perciò, che qualora al posto di Marchionne ci fosse stato un “manager con background industriale”, proprio facendo tesoro di così apprezzati know how e tecnologie, sarebbe stato possibile rilanciare l’azienda su scala internazionale, senza sacrificare impianti e posti di lavoro.
Questa opportunità Marchionne non l’ha mai presa in considerazione impegnato, com’era, sulla realizzazione della sua strategia finanziaria.
Dal 2004 (anno della sua nomina ad Amministratore Delegato del Gruppo Fiat) ad oggi, salvo il restyling di alcune vetture, l’unica vera novità partorita dai progettisti FIAT è stata la “Nuova 500” prodotta, peraltro, non in Italia ma nello stabilimento serbo di Kragujevac ed in Messico, grazie ad ingenti investimenti.
Negli stessi 8 anni, invece, le industrie europee, concorrenti di Fiat, hanno sfornate decine di nuove vetture erodendo progressivamente quote di mercato ai marchi FIAT che solo negli ultimi 12 mesi sono scesi, in Europa, dal 7,5% al 6,4% !
Ed oggi, dopo un lungo tergiversare di piani industriali annunciati ma mai presentati, fulmine a ciel sereno arriva l’anticipazione che il progetto tanto decantato di “Fabbrica Italia” non sia più attuale.
Non so se l’avvocato Gianni Agnelli si stia rivoltando nella tomba, però è certo che questo preannunziato tradimento della FIAT, che negli anni ha ottenuto dallo Stato italiano tutto ciò che ha voluto, costituisce un duro cazzotto in faccia a tutti gli italiani e non soltanto a Diego Della Valle e Cesare Romiti.

domenica 16 settembre 2012

Professor Monti… in "chiacchiere" lei merita 10 e lode !


Qualora, un po’ per cèlia, un po’ per ridere ed un po’ per rovinarmi il fegato, mi venisse in mente di riavvolgere il film degli ultimi 11 mesi, da quando cioè il Professor Monti si è insediato a Palazzo Chigi, non potrei fare a meno di constatare quante volte il Professore si sia proposto, a parole, come uno spaccamontagne per poi dimostarsi, nei fatti, una inoffensiva pecorella.
Tra le molte lauree di cui va fiero, al Professor Monti manca però un dottorato imprescindibile, quello che conferisce gli “attributi” (più comunemente definiti anche “palle”) per governare e, soprattutto, comandare.
Lo so bene che è un’attitudine non indispensabile per stare dietro ad una cattedra, ma se ci si deve tenere tra le mani il timone di una nave, sbatacchiata da una crisi forza 10, senza “attributi” il rischio è finire sugli scogli.
Non è certo la prima volta che mi capita di notare quanto l’assenza di “attributi” abbia influito, di fatto, sull’operato di Mario Monti e dei suoi Ministri.
Ad esempio, come non prendere atto che lobbies e Parlamento abbiano svuotato di contenuto il DL n.1 del 24 gennaio 2012, cosiddetta legge liberalizzazioni, trasformando in un brodino scipito le norme su farmacie, distribuzione carburanti, libere professioni, taxi, etc.
E come non ricordare che le assicurazioni date sulla riduzione dei costi della Casta, ad incominciare dagli stipendi dei parlamentari, si siano dimostrate solo una montagna di chiacchiere.
Oggi però, nell’apprendere la notizia che Mediaset intenderebbe proporsi come acquirente di LA7, mi è venuta in mente un’altra delle smargiassate che hanno contrassegnati questi 11 mesi.
Mi riferisco all’asta delle frequenze televisive.
Che fine ha fatto ?
Eppure era il 16 dicembre 2011 quando Monti rendeva noto il ricorso ad una vera asta per le frequenze TV ed  è da metà aprile che la Commissione Finanze della Camera ha dato il via libera fissando in 120 giorni il termine entro il quale si sarebbe dovuto realizzare l’asta.
Ora, i 120 giorni sono scaduti il 17 agosto e dell’asta neppure l’ombra !
Il primo risultato di questa asta sarebbe stato quello di rompere il duopolio RAI – MEDIASET e creare le condizioni per la nascita di nuove emittenti.
Ma, con i tempi che corrono, mi sembra che non sia da trascurare soprattutto il secondo possibile risultato.
Non so quanti euro il Governo potrebbe raggranellare dalla vendita delle frequenze televisive, ma tanti o pochi che siano in ogni caso farebbero comodo per investirli in qualche iniziativa di sviluppo o per alleviare uno dei tanti sacrifici richiesti agli italiani.
Invece, purtroppo, anche l’asta delle frequenze si sta palesando come l’ennesima fanfaronata di questi 11 mesi.
E’ chiaro che se l’asta fosse procrastinata a dopo le elezioni della primavera 2013, Berlusconi gongolerebbe.
Non mi sembra ingiustificato il sospetto, perciò, che Mario Monti sia capace di mostrare i muscoli solo con i più deboli, vessandoli direttamente ed anche indirettamente espropriandoli di servizi, mentre, davanti a partiti, lobbies e caste di ogni genere, sia solo in grado di sventolare bandiera bianca.

sabato 15 settembre 2012

Boia faüs… oggi si apre la caccia


Da questa mattina, in Piemonte, incominceranno a vagare, per le campagne, assatanati armati di doppiette che scateneranno la guerra contro una selvaggina stremata dalla lunga siccità.
Quello che, per questi barbari soggetti, è niente di più di uno stupido passatempo, per i poveri animali invece sarà la morte.
A vederli passare, in gruppo, così bardati, sembrano marines inviati in una pericolosa missione di bonifica del territorio dai terroristi talebani.
Non si rendono conto, nella loro insensatezza, che i veri terroristi invece sono loro.
Mi rattrista molto il pensiero che la meravigliosa coppia di cerbiatti che mi tiene compagnia, saltando felici intorno a me quando taglio l’erba nel prato, possa finire sotto i colpi della doppietta di qualcuna di queste canaglie.
Stramaledetta la lobby dei produttori di armi che, anche quest’anno foraggiando la giunta regionale, è riuscita ad ottenere l’apertura della caccia raggirando lo stop imposto dal TAR del Piemonte.
Boia faüs… che brutta giornata !    

giovedì 13 settembre 2012

Un calvario per Pier Luigi Bersani !


Essere ospite, ieri sera, di "8 e mezzo" su LA7, dove ha dovuto misurarsi con le domande rivoltegli da Lilli Gruber e da Stefano Feltri, giornalista di "Il Fatto Quotidiano", per Pierluigi Bersani è stato un autentico calvario.
Nonostante l'impegno da lui prodigato nel tentativo di tenere testa alle domande che gli erano poste, sul viso di entrambi gli intervistatori si poteva leggere l'insoddisfazione per l'ambiguità e la nebulosità delle risposte.
Le sofferenze di Bersani sono apparse manifeste soprattutto su temi scottanti come le primarie, il rinnovamento della classe dirigente, la scelta delle candidature, le possibili coalizioni elettorali.
Parlando delle primarie, ad esempio,  che come ha ribadito più volte saranno di coalizione e non del PD, Bersani ha data l'impressione di considerarle solo una inutile, anche se costosa, esercitazione per gettare un po' di fumo negli occhi degli elettori.
Infatti è apparso chiaro, dalle sue parole, che in ogni caso chiunque le vinca ai vertici del PD non cambierà nulla !
A maggior ragione le primarie risulterebbero ancora più inutili qualora il Parlamento non approvasse una nuova legge elettorale di tipo maggioritario.
Non solo, ma il risultato delle primarie, a detta di Bersani, non inciderebbe neppure sulle candidature alle prossime elezioni, perché la selezione e scelta toccherebbe sempre e solo alla segreteria del PD.
Questo significherebbe, in altre parole, che se il Parlamento approvasse una nuova legge elettorale di tipo maggioritario, e vincitore delle primarie fosse, buttando là un nome a caso, Matteo Renzi, il candidato premier dovrebbe fare assegnamento, per governare, su deputati e senatori scelti non da lui ma dalla segreteria del PD. Un gran bel casino !
(Ma a Renzi, che oggi parte per il suo tour con il camper, qualcuno queste cose gliele ha spiegate bene ?)
Quando poi Lilli Gruber ha introdotto il tema del rinnovamento della classe dirigente, Bersani è riuscito a tirar fuori risposte così fasulle e grossolane da risultare sgradevolmente penoso.
Fingendo di ignorare che, nonostante il limite di 3 mandati fissato dallo statuto, attualmente il PD ha in Parlamento ben 43 deputati e 35 senatori, con anzianità media di occupazione delle poltrone superiore a 25 anni, Bersani, è ricorso ad una deplorevole caduta di stile citando come esempio Cicchitto, il che ha provocata l'immediata reazione di Lilli Gruber che lo ha invitato a guardare in casa sua.
A quel punto, non sapendo cosa altro dire Bersani si è aggrappato al "rispetto" che si dovrebbe avere per coloro che, in Parlamento da decenni, hanno portata l'Italia in Europa.
Semplicemente disgustoso!!!
Sul tema del rinnovamento della classe dirigente, però, Bersani ha tentato un colpo di reni e, per dar prova del profondo rinnovamento avviato nella classe dirigente del partito, ha invitato Gruber e Feltri ad andare in Toscana dove i segretari delle sezioni PD hanno una età compresa tra i 30 ed i 40 anni.
Di fronte a questa inquietante affermazione sorge il dubbio: ma Bersani c'è o ci fa ?
Ma chi crede di prendere per i fondelli lo sconcertante Bersani fingendo di non capire che a decidere i destini degli italiani non sono i segretari delle sezioni ma quei fossili che occupano il Parlamento da decenni ?
Non potevano mancare, ovviamente, domande sulla coalizione con SEL e su come questa sia conciliabile, ad esempio, con i referendum che Vendola, insieme a Di Pietro, ha proposto per abolire parti di una legge che il PD ha approvata.
Qui le imbarazzanti risposte di Bersani hanno toccato l'apice della ridicolaggine.
Secondo il segretario del PD, infatti, i partiti della colazione sottoscriveranno un patto in base al quale, in caso di divergenze di vedute, ci si riunirà per trovare una soluzione comune.
Possibile che a Bersani il fallimento di "L'Ulivo" e dei governi Prodi non abbia insegnato proprio nulla ?