sabato 6 settembre 2014

Un lavoro disagevole, stressante e rischioso ?

Per la prima volta, nei 67 anni di storia della Repubblica Italiana, le forze di sicurezza minacciano di ricorrere allo sciopero per protestare contro il blocco, anche nel 2015, degli stipendi per i dipendenti della Pubblica Amministrazione.
Secondo i sindacati, di Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza, il reale motivo che sollecita una azione di protesta così eccezionale sarebbe il disconoscimento reiterato del lavoro disagevole e stressante che i tutori dell’ordine svolgono, anche a rischio della propria vita, per proteggere i cittadini.
Una motivazione che potrebbe essere anche logica e condivisibile se i sindacalisti si limitassero a rivendicare un trattamento migliore solo per il personale realmente impegnato ogni giorno sulle strade a tutela dell’ordine pubblico.
In effetti sono convinto che sia logorante trascorrere il proprio turno di lavoro sempre in macchina e con l’imprevisto continuamente in agguato.
I sindacati sanno molto bene, però, che di lavoro disagevole, stressante e rischioso si può parlare solo per una parte, non certo la più numerosa, del personale appartenente alle forze di sicurezza, per cui è pretestuoso voler estendere a tutti le motivazioni addotte per giustificare una azione di protesta.
La maggior parte degli organici, infatti, è impiegata negli uffici, per l’espletamento di compiti amministrativi, compiti che, di fatto, non sono né disagevoli, né stressanti, né tantomeno rischiosi.
È una attività equiparabile ad un qualsiasi lavoro di ufficio.
Non solo, ma se sono più che logici e condivisibili i turni lavorativi di 6 ore del personale impegnato in attività operative sul campo, non lo sono affatto se estesi anche al personale, impiegato negli uffici, che così può godere, tra l’altro, del ricorso ad ore straordinarie per impinguare lo stipendio.
Un beneficio, quello del ricorso agli straordinari, del quale non gode, per ovvi motivi, chi è impegnato nella turnazione sulle autovetture per il controllo del territorio.
I sindacati, però, sanno anche molto bene che esistono situazioni nelle quali, al personale delle forze di sicurezza, viene semplicemente richiesta la presenza, tutt’altro che disagevole, stressante e rischiosa sul posto di lavoro.
Porterò ad esempio un contesto specifico che, casualmente, ho avuto modo di osservare da vicino.
Nell’area nord occidentale del nostro Paese esiste un insediamento, rilevante per struttura, uomini e mezzi, deputato alla formazione dei nuovi agenti di polizia.
Negli intervalli tra un corso e l’altro, che negli anni si sono sempre più dilatati, nel turno di 6 ore il personale ha molto poco da fare, per cui trascorre gran parte del tempo lavorativo a gironzolare per il centro, a gozzovigliare nel bar interno oppure in mensa, a navigare in internet, a leggere il giornale, e via discorrendo.
Inoltre, per non esaurire i giorni di ferie contrattuali, per alcuni c’è sempre la possibilità di ricorrere ad assenze giustificate con immaginarie malattie e, per altri, di utilizzare i permessi sindacali.
Non solo, ma il turno di lavoro dalle 8.00 alle 14.00 concede a molti anche la possibilità di svolgere una seconda attività … ovviamente in nero.  
Ora, che i sindacati rivendichino anche per costoro aumenti in busta paga adducendo che si tratti di lavoro disagevole, stressante e pericoloso, mi sembra non solo una idiozia, ma un insulto al buonsenso.
Così come mi sembra una corbelleria che, in una contingenza di grave crisi economica, i sindacati reclamino il ritardo dal 2010 dei rinnovi contrattuali per il personale delle forze di sicurezza, quando non solo sono ferme al palo anche altre categorie, come ad esempio quella dei pensionati, ma vivono in Italia milioni di disoccupati, di precari e di cittadini in stato di povertà assoluta.
Se proprio i sindacati ritengono di dover dar vita ad una rivendicazione, ebbene che inducano il governo a riconoscere, anche economicamente, migliori condizioni solo a chi effettivamente mette a rischio la propria vita, ogni giorno, per la tutela dell’ordine pubblico e per la sicurezza dei cittadini.
Per molti altri invece …

venerdì 5 settembre 2014

L’Italia da un imbonitore all’altro

“Uomini e donne d’Italia … un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra Patria … è l’ora delle decisioni irrevocabili …”.
Nell’udire queste parole, pronunciate da uno dei più grandi imbonitori della nostra storia, Benito Mussolini, gli italiani scattarono in piedi per acclamare ed osannare colui che, in pochi anni, avrebbe provocati milioni di morti, avrebbe ridotto in macerie il Paese, ed avrebbe reso il popolo italiano con le pezze al culo.
Alcuni decenni dopo, il 6 aprile 2009, fu un sisma terrificante, questa volta, a ridurre in macerie L’Aquila e molti paesi del circondario, provocando 309 vittime e centinaia di feriti.
Il fato maligno volle che, ancora una volta, al governo del Paese ci fosse un altro imbonitore, Silvio Berlusconi.
Quel Berlusconi che, tronfio e pavoneggiante, per la sua smania di protagonismo ed in cerca di applausi si recò a Cese di Preturo, una frazione dell’Aquila, per consegnare di persona, ad alcune famiglie terremotate, i primi 240 appartamenti del progetto “Complessi Antisismici Sostenibili Ecocompatibili”.
Con autocompiacimento Berlusconi dichiarò: “Queste case non sono dei prefabbricati ma delle case vere che possono durare per l’eternità”.
Non l’avesse mai detto !
A distanza di pochi anni, ieri il balcone di una di quelle palazzine ha ceduto ed è rovinosamente crollato sul piano sottostante, costringendo il sindaco, Massimo Cialente, ad emanare, in fretta e furia, una ordinanza per dichiarare inagibile l’edificio e per vietare, a scopo precauzionale, agli abitanti delle altre 22 palazzine di accostarsi  ai balconi.
Da mesi gli abitanti di quelle palazzine denunciavano condizioni di degrado tali da rendere inabitabili gli appartamenti.
Altro che edifici antisismici, come aveva assicurato Berlusconi.
La brutale realtà sta dimostrando che quelle case crollano anche senza che si verifichi un nuovo sisma.
Ora, dopo l’umiliante disastro scaturito da “l’ora delle decisioni irrevocabili”, di Mussolini, e  l’inquietante crollo delle “case vere che possono durare per l’eternità”, di Berlusconi, mi viene il sospetto che questi ciarlatani non solo parlassero senza sapere ciò che dicevano, ma tutto sommato portassero anche sfiga.
Si dà il caso, però, che troppi italiani, inclini a farsi turlupinare da panzane e mistificazioni, abbiano il brutto vizio di  osannare ogni imbonitore che si presenti sul palcoscenico della politica fino ad affidargli, con avventatezza, il governo del Paese.
Messo in disparte, si fa per dire, Berlusconi, che sull’imbonimento ha costruite le sue fortune politiche, sulla scena gli sono succeduti due ciarlatani di certo non meno abili nell’abbindolare gli italiani più creduloni.
Da una parte c’è Matteo Renzi che, con uno ignobile colpo di mano, è riuscito addirittura a diventare premier, e dall’altra c’è Beppe Grillo che, con un martellante linguaggio volgare ed offensivo, ha fatto breccia nel diffuso disagio e nella insofferenza di molti italiani.
Per il Paese il rischio, questa volta, è di trovarsi a fare i conti non con le macerie di una guerra o con il crollo di case spacciate per antisismiche, ma con le rovine di una crisi economica che potrebbe lasciare sugli italiani cicatrici altrettanto irreparabili.
Riusciremo, un giorno, a non farci più abbindolare da imbonitori senza scrupoli e ad affidare finalmente il governo del Paese a persone perbene, responsabili e sinceramente impegnate a rendere giusta, onesta e decorosa la politica italiana ?  

mercoledì 3 settembre 2014

La sbrigativa illusione di 80 euro

Dall’insediamento di Matteo Renzi a Palazzo Chigi sono trascorsi già 189 giorni !
Con tutta la buona volontà ammetto che, della attività di questi sei mesi di governo, riesco a ricordare, in concreto, il bonus di 80 euro mensili, messo nelle buste paga di 11 milioni di lavoratori, il primo voto della Camera alla nuova legge elettorale, strappato solo con la promessa che l’Italicum potrà essere modificato dai senatori, ed infine il voto, in prima lettura, della riforma del Senato, anch’esso arraffato tra malumori e resistenze di ogni colore.
Ho un ricordo sicuramente più traboccante, invece, di annunci, promesse, messaggi, propagati ogni giorno da Matteo Renzi allo scopo di occultare, da un lato, il progressivo degrado della situazione economica, e dall’altro, l’inadeguatezza del governo nel fronteggiare la devastante crisi che sta affossando il Paese.
Eppure, se ben ricordo, con il pretesto del “bisogna fare in fretta” nell’aggredire la crisi economica, Renzi ha silurato Letta ed il suo governo, considerati troppo flemmatici, proponendosi come l’uomo capace in quattro e quattr’otto di tirar fuori il Paese dalla crisi.
Fatto sta, ad esempio, che dal giorno in cui Enrico Letta ha lasciata la poltrona di Palazzo Chigi il tasso di disoccupazione non si è schiodato da 12.6, il che dimostra che, aldilà delle chiacchiere, in questi 189 giorni il Governo Renzi è stato incapace di adottare provvedimenti per invertire il trend.
C’è, però, un altro indicatore non meno preoccupante che l’ISTAT mensilmente mette in evidenza e che conferma come la crisi continui a mordere ogni giorno il paese reale.
È l’indice delle vendite al dettaglio che, secondo i fantasiosi e sbrigativi proclami di Renzi, avrebbe dovuto dare segni di ripresa già nel mese di giugno, dopo la prima erogazione del famoso bonus di 80 euro nelle buste paga di milioni di lavoratori.
Nel dimostrarsi sorpresi dal fatto che, a giugno, gli 880 milioni di euro dei bonus non avesero prodotta la attesa inversione del trend, Renzi, ed il suo quasi omonimo Carlo Rienzi, presidente Codacons, hanno dato prova ancora una volta, però, di non avere compreso bene quanto profonda sia stata la mutilazione prodotta dalla crisi sui bilanci di milioni e milioni di famiglie italiane.
Solo uno sprovveduto, infatti, poteva illudersi che, non appena intascato il bonus di 80 euro, le famiglie si precipitassero a spenderli nei negozi e nei supermercati, ignorando che molte famiglie avrebbero potuto utilizzare il bonus, ad esempio, per pagare le bollette scadute di luce e gas, onde evitare la sospensione del servizio, oppure per metterlo da parte in vista della rata del mutuo, o della assicurazione auto, o dell’acconto TASI.
Evidentemente nella gestione dei bilanci familiari esistono priorità essenziali che sfuggono sia alle rilevazioni statistiche sia alla consapevolezza che Renzi ha della reale condizione del Paese.
Per questo è inammissibile che, dopo aver buttati via i primi 189 giorni di governo, nel perdere tempo dietro i desiderata di Berlusconi, Renzi, dimentico del “bisogna fare in fretta”, indica ora una conferenza stampa per comunicare agli italiani che occorreranno 1000 giorni per risollevare il Paese dalla crisi.
Ma di quale Paese va parlando ?
Di quello che, con il perdurare della crisi, in 1000 giorni sarà definitivamente annientato dalla disoccupazione, dalla recessione, dalla deflazione, dalla povertà ?

giovedì 28 agosto 2014

Un premier baciapile sempre più solo al comando

Mi sembra che in questi primi sei mesi di governo l’elemento più caratterizzante sia stata la sfrenata smania di protagonismo di Matteo Renzi.
Conferenze stampa, scorribande da una parte all’altra del pianeta, interviste a quotidiani e giornaletti parrocchiali, interventi in TV, insomma ogni occasione è stata buona per cercare visibilità ed autoincensarsi.
Mesi e mesi di show, mentre il Paese, quello reale, ha continuato a soffrire le conseguenze di una crisi drammatica che ha visto crescere la disoccupazione ed aumentare angosciosamente il numero degli italiani in condizione di povertà sia assoluta che relativa.
Poiché, però, il protagonismo è fatale antagonista del gioco di squadra, a farne le spese saranno, uno dopo l’altro, quei ministri che potrebbero competere con Renzi in visibilità e fargli ombra.
È inevitabile che il rischio aumenti vertiginosamente per quei ministri che, con una idea, una proposta, un provvedimento, prospettino soluzioni con allettamenti demagogici.
È il caso, ad esempio, della ventilata assunzione di 100.000 insegnanti precari prevista, così sembrerebbe, dalla riforma della scuola del ministro Stefania Giannini.
Come poteva Renzi non far suo un tema così populistico del quale atteggiarsi protagonista ?  
Così, tanto per mettere subito le cose in chiaro Renzi ha escluso inspiegabilmente il ministro Giannini dal vertice con i Capi Gruppo PD di Camera e Senato e con il responsabile scuola del PD, Davide Faraone, facendosi accompagnare, invece, dal sottosegretario alla Istruzione, il renziano DOC Roberto Reggi.
Può darsi, però, che il ministro Giannini fosse indisposta oppure impegnata altrove.
Lascia perplessi, comunque, constatare che l’incontro non sia stato rinviato per consentire al titolare del dicastero Istruzione di essere presente.
Oppure, chissà, può darsi che il baciapile Renzi non abbia gradite le foto balneari in topless del ministro Stefania Giannini, da qui la decisione di condannarla … al rogo secondo i dettami della Sacra Inquisizione.
Anche nei confronti del Guardasigilli Andrea Orlando, certamente non paparazzato in topless, Renzi però dà segni di insofferenza da alcune settimane.
Colpa imperdonabile di Orlando sarebbe quella di voler attuare una riforma della giustizia non gradita al pregiudicato, compare di Renzi nel patto del Nazareno.
Infatti, perdirindindina, Orlando oserebbe non solo reintrodurre il reato di falso in bilancio, depenalizzato nel 2002 dal governo Berlusconi, ma anche prevedere il reato di autoriciclaggio e riscrivere i tempi di prescrizione dei reati.
Renzi sembrerebbe sconvolto dall’idea che, se il progetto di Orlando dovesse avere successo, si potrebbe produrre una crepa nella relazione più che amicale tra lui e Berlusconi.
Il vero guaio per Renzi è di non essere ancora riuscito a sbolognare il ministro degli Affari Esteri, Federica Mogherini, facendola nominare Alto Commissario per la politica estera della Unione Europea.
Infatti, solo se e quando Mogherini lascerà la Farnesina, Renzi potrà giustificare al Capo dello Stato un rimpasto del suo governo ed approfittarne per sostituire, con fedelissimi più malleabili, anche i ministri Giannini ed Orlando.
Molti anni fa un radiocronista al seguito del tour de France con le parole “c’è un uomo solo al comando” commentava le imprese di Fausto Coppi che sarebbe poi giunto a Parigi da trionfatore.
Il timore è che la stessa frase “c’è un uomo solo al comando” pronunciata oggi, parlando di Matteo Renzi, preconizzi non l’arrivo dell’Italia al Parc des Princes di Parigi, ma piuttosto la meno gloriosa comparsa a Roma della Troika.

venerdì 22 agosto 2014

Diplomazia, la tromba dell’ipocrisia

Come deciso dai ministri degli esteri dell’UE, nell’incontro del 15 agosto, le commissioni esteri e difesa, del Parlamento italiano, hanno votato a favore dell’invio di armi ai peshmerga curdi, impegnati nel contrastare l’avanzata degli jihadisti.
Per annunziare la lieta novella Matteo Renzi si è precipitato a Baghdad e poi a Ebril con un biglietto di andata e ritorno a bordo di un aereo di Stato.
Che l’ISIS agisca in modo infame, turpe, spregevole, spietato, disumano, è un dato di fatto, e la bestiale decapitazione del reporter statunitense James Floey ne è solo l’ultima conferma.
Aiutare, con l’invio di armi, coloro che combattono così tanta efferatezza potrebbe avere, perciò, anche una ovvia giustificazione.
Per lo Stato italiano, tra l’altro, l’intervento per di più sarà a costo zero perché, a quanto si apprende, ai curdi saranno inviate armi e munizionamenti, di fabbricazione ex-sovietica, sequestrate circa venti anni fa durante il conflitto dei Balcani.
C’è da augurarsi, per la incolumità dei peshmerga, che di questi armamenti, accatastati da tempo nei depositi dell’esercito, ne venga almeno verificato lo stato di efficienza prima di spedirli.
Non credo, comunque, che fornire armi sia il modo migliore per dare soluzione alle violente turbolenze che interessano l’intera area mediorientale, e da settimane anche la Libia.
Sembra che le diplomazie occidentali si muovano per emotività, in modo estemporaneo, senza una strategia.
Qualche mese fa, infatti, al diffondersi della notizia che forse, in Siria, al-Assad stesse facendo uso di armi chimiche nella lotta agli oppositori del regime, molte diplomazie europee ventilarono come ipotesi la fornitura di armi agli antigovernativi.
Gli Stati Uniti arrivarono perfino ad inviare, nelle acque antistanti la Siria, la portaerei Eisenhower pronta ad intervenire per bombardare gli arsenali chimici.
L’ONU, turbato dalle notizie di centomila morti e di decine di migliaia di feriti, vittime civili della violenta repressione governativa, adottò le consuete inutili risoluzioni di condanna.
E’ stato sufficiente, però, che al-Assad consegnasse le armi chimiche per la loro distruzione, perché più nessuno parlasse di detronizzare al-Assad, e finisse nel dimenticatoio la guerra civile che in Siria continua ancora oggi a fare strage soprattutto di civili.
Fortuna volle che al proposito di fornire armi agli oppositori del regime non fu dato seguito, altrimenti molte di quelle armi sarebbero finite anche nelle mani di una fazione della galassia oppositrice di al-Assad, quella degli jihadisti, cioè gli stessi contro i quali oggi si decide di armare i curdi.
Ancora una volta tanta ipocrisia e superficialità nell’opera delle diplomazie, ipocrisia e superficialità che si stanno riproponendo nella gestione della crisi ucraina che miete ogni giorno vittime civili nella guerra di Kiev contro i separatisti filorussi, peraltro sostenuti, armati e finanziati da Vladimir Putin.
Ebbene, cosa sono state capaci di partorire fino ad oggi le diplomazie occidentali di fronte al conflitto ucraino ?
Niente più che adottare sanzioni contro la Russia, abdicando ancora una volta al loro ruolo di mediazione per evitare spargimenti di sangue che alla fine, chiunque vinca, finiranno per insinuare nella gente sentimenti di odio e di vendetta.
Perché, ad esempio non lavorare per promuovere un accordo che offra alle popolazioni, di madrelingua russa, di decidere del loro futuro attraverso un referendum popolare, gestito e controllato da un organismo neutrale ?
Si tratterebbe, in pratica, di replicare con maggiori garanzia quanto già avvenuto in Crimea dove, il 16 marzo 2014 la popolazione ha scelto, attraverso il referendum, di diventare parte integrante della Federazione Russa.
Da quando le diplomazie occidentali si sono adeguate alla diabolica idea di George W. Bush di “esportare la democrazia”, la destabilizzazione ha colpite molte aree del pianeta.
Certamente Saddam Hussein, così come Mu’ammar Gheddafi erano dittatori spietati e sanguinari che avevano sottomessi i loro paesi con la violenza e la paura, ma dopo la loro caduta ciò che sta accadendo in Iraq e Libia è sotto gli occhi di tutti.
Nessuno può affermare, oggi, che in questi paesi abbia avuto successo l’esportazione della democrazia, anzi.
Può darsi che io abbia un concetto un po’ retrò della diplomazia, perché mi aspetto di riscontrare, nel suo operare, avvedutezza, equilibrio, discrezione, tatto, equità di giudizio.
E questo mi induce anche ad essere indisponente e provocatorio.
Ad esempio mi domando: forse gli oltre 400 bambini palestinesi morti sotto le bombe dei raid israeliani avevano minori diritti di essere protetti rispetto ai bimbi iracheni massacrati dagli jihadisti?
Ed inoltre: perché le diplomazie dell’UE non hanno sentito il bisogno di condividere anche la decisione di inviare ai palestinesi armi antiaeree ed anticarro per contrastare i raid israeliani che hanno distrutti senza distinzioni asili ed ospedali, scuole dell’ONU ed abitazioni civili, uccidendo oltre 2.000 civili ?
Ed infine: al servizio di chi sono le diplomazie dell’UE ?