lunedì 15 dicembre 2014

Brodino scipito anticorruzione

Risvegliato dal boato di “mafia capitale”, Matteo Renzi è sembrato accorgersi finalmente del marciume che devasta le istituzioni.
Con il piglio da superman, castigatore di quegli scandali che fanno inviperire ogni giorno i milioni di onesti cittadini che ancora vivono in questo Paese, Renzi si era impegnato ad intervenire senza indugio con interventi rigorosi e risolutivi.
Mi ero detto: vuoi vedere che questa volta corrotti e corruttori finiranno davvero in galera ?
Una illusione durata giusto il tempo dedicato da Renzi al suo ennesimo viaggio di autopromozione, questa volta su e giù per la Turchia.
Infatti, ritornato a Roma e riunito il consiglio dei ministri … ci è toccato un nuovo sconforto, anche se, con modi da imbonitore Renzi tenta di farci credere che le decisioni del suo governo saranno decisive per contrastare la corruzione.
In realtà, assistiamo alla consueta abilità del presidente del Consiglio nel gettare fumo negli occhi dei cittadini.
Ad esempio, è vero che la pena minima è stata aumentata da 4 a 6 anni e quella massima da 8 a 10 anni, ma il governo non ha avuto il coraggio di escludere che l’imputato di corruzione possa ricorrere all’oscenità giuridica del patteggiamento sulla pena.
La buffonata è che il patteggiamento sarà ammesso quando l’imputato si dimostri così di buon cuore da restituire il maltolto.  
Ma che cavolo di idea della giustizia frulla nella testa di Renzi e dei suoi ministri ?
Insomma, qualunque farabutto che sgraffignerà denaro pubblico potrà sempre contare, semmai lo beccassero, sulla possibilità di patteggiare la riduzione della pena in cambio della restituzione del malloppo.
Le cronache recenti raccontano che di questo escamotage se ne è avvalso, ad esempio, il deputato di Forza Italia Giancarlo Galan che, accusato di corruzione nell’inchiesta MOSE, ha potuto  patteggiare una pena a 2 anni e 10 mesi di reclusione in cambio della restituzione del malloppo di 2,6 milioni di euro.
Questa farsa si è conclusa con la conversione della reclusione in arresti domiciliari nella lussuosa dimora di Cinto Euganeo e con il fatto che Galan, pur pregiudicato, continuerà ad essere presidente della Commissione Cultura della Camera.     
Non solo, Renzi enfatizza anche di aver allungati i tempi di prescrizione, sorvolando sul fatto che comunque la difesa dell’imputato, prima che la sentenza diventi definitiva dopo i tre gradi di giudizio, potrà ricorrere sempre ad ogni espediente, vizio procedurale, dubbio interpretativo, per dilatare i tempi processuali fino a far scattare la prescrizione.
Perché Renzi ed il suo governo non hanno dato un segnale di fermezza decidendo che la prescrizione non si applichi a tutti i reati commessi a danno dello Stato, cioè della collettività ?
E perché, di fronte alla inarrestabile cancrena della corruzione, che necessiterebbe interventi di urgenza, il governo ha affidato al Parlamento la approvazione del DdL anticorruzione e non ha adottato un Decreto Legge che avrebbe effetto immediato ?
Insomma, Renzi ci vorrebbe far credere che un tumore maligno come la corruzione si possa combattere con una aspirina.
Per questo non ci dobbiamo sorprendere se la Associazione Nazionale Magistrati si è detta delusa dalla pochezza di questi provvedimenti del governo ed, in particolare, dalla mancanza di una norma che favorisca il pentitismo di corrotti e corruttori.
Così come non ci dobbiamo sorprendere se, invece, Forza Italia inveisca contro il prolungamento dei termini di prescrizione, che erano stati ridotti a quisquilie dai governi Berlusconi pur di tirare fuori il boss di Arcore da molti dei suoi guai giudiziari.
Come non ricordare, ad esempio, che proprio i termini di prescrizione falciati da Forza Italia hanno consentito a Berlusconi di svicolarsela dalle accuse di corruzione (processi: “Lodo Mondadori” e “Corruzione avvocato Mills”), di falso in bilancio ed appropriazione indebita (processi: “Consolidato Fininvest”, “Lentini”, “Bilanci Fininvest 1988-1992”), di finanziamento illecito ai partiti (processo “All Iberian 1”), di rivelazione di segreto d’ufficio (processo “Unipol”) ?     
Vuoi vedere che anche su questo scipito brodino delle norme anticorruzione aleggia il fantasma della “tresca del Nazareno” ?

giovedì 11 dicembre 2014

Viviamo ormai in una cleptocrazia

Nel marzo 1998, sulle pagine del trimestrale Finance & Development edito dal FMI, Robert Klitgaard, docente presso la Claremont University, scriveva: “In Belgio e nel Regno Unito, in Italia ed in Giappone, in Russia ed in Spagna, come in molti altri paesi, la corruzione ha un ruolo molto più centrale nella gestione della politica che in qualsiasi altro momento della storia recente”.
E proseguiva: “La corruzione non è certo un problema esclusivo dei paesi economicamente sviluppati piuttosto che dei paesi in via di sviluppo. È vero che in Venezuela è stato pubblicato, nel 1989, un dizionario della corruzione, ma è altrettanto vero che anche un autore francese ha tentato di scrivere qualcosa del genere per il suo paese. Probabilmente ogni paese potrebbe pubblicare un proprio dizionario della corruzione”.
Non mi risulta che qualcuno, in Italia, si sia ancora cimentato nell’elaborare un dizionario del genere, anche se nel nostro Paese di certo non difettano, ahinoi, le vicende di malaffare da selezionare, catalogare e descrivere.
Ingenuamente, come credo anche molti altri italiani, mi ero illuso che “tangentopoli” fosse servita, se non proprio a spazzare via,  almeno a limitare il degrado morale della classe politica.
Purtroppo con il passare degli anni ho dovuto rendermi conto che la cultura del malaffare si era fatta sempre più sfrontata, diffondendosi e radicandosi nel sistema fino ad apparire una normale consuetudine della quale non ci si doveva scandalizzare.
Il fatto è, come schematizza il professor Klitgaard con la formula “C= M+D-P”, quando il Maltolto conseguito e la Discrezione, su cui si può contare, sono di gran lunga più appaganti della Pena, nella quale si rischia di incorrere, la Corruzione trionferà sempre.
In Italia, grazie agli striminziti tempi di prescrizione dei reati, grazie alle amnistie, grazie alla facile via di scampo del patteggiamento, per il corrotto che si è appropriato di malloppi milionari il rischio concreto è quello di trascorrere mal che vada qualche settimana agli arresti domiciliari.
Per questo il contrasto alla corruzione, in Italia, si presenta come una guerra persa in partenza.    
Se poi consideriamo che, per la nostra classe politica, la lotta alla corruzione avrebbe lo stesso effetto di una eutanasia attiva, è semplicemente illusorio sperare che qualche politico voglia darsi da fare seriamente per combattere la immoralità.
Negli ultimi mesi, ad esempio, di fronte allo sconcio degli scandali MOSE ed EXPO 2015, la politica ha preferito voltare la faccia dall’altra parte pur di non dover intervenire con fermezza.
Ecco perché oggi non posso fare a meno di domandarmi: ma ci voleva il ciclone della “fasciomafia capitale” affinché il nostro presidente del consiglio, Matteo Renzi, si accorgesse che nelle istituzioni la corruzione è straripante ?
Oppure crede che questo nuovo scandalo sia solo una occasione per cogliere la palla al balzo e rifilarci un ennesimo spot ?
Infatti, nel suo videomessaggio Renzi dice di volersi impegnare, già nel prossimo consiglio dei ministri, per aumentare le pene per il reato di corruzione (NdR: CP art. 318) portandola dagli attuali 3 anni ad un massimo di 6 anni.
Si dice intenzionato, inoltre, ad allungare i termini per la prescrizione del reato.
Innanzitutto mi piacerebbe che il presidente del consiglio riflettesse sul fatto che la corruzione, commessa da politici, amministratori locali e funzionari pubblici, arreca un danno allo Stato e quindi all’intera collettività, per cui non dovrebbe mai essere prescritto.
Il semplice allungamento dei termini, dunque, mi sembra solo un brodino scipito ed una presa in giro.
La realtà è che nessun reato, commesso da politici, amministratori locali, funzionari pubblici durante l’esercizio del loro mandato, dovrebbe essere mai prescritto.
Solo in questo modo si potrebbe avere la certezza, una volta accertato il reato, che la Giustizia arrivi ad emettere una condanna definitiva senza l’incombente rischio, nel corso dei tre gradi di giudizio, di incappare nella prescrizione di cui gli avvocati della difesa sono molto abili ad avvalersi.
Sarebbe anche auspicabile che, per tutti i reati commessi da politici, amministratori locali, funzionari pubblici, fosse eliminato il patteggiamento, un obbrobrio giuridico che scredita la Giustizia, ridicolizza le condanne ed amareggia i cittadini onesti.
Già, ma forse si tratta di scelte, moralizzatrici dei costumi politici, in contrasto con gli inconfessati patti della “tresca del Nazareno”, per cui ancora una volta Renzi, sollevando un gran polverone, nasconde di fatto la volontà di lasciare che il fetore del malcostume politico continui a stomacare gli italiani.

lunedì 8 dicembre 2014

Il Paese dei paradossi

Non so cosa pensare del fatto che nessuno, nel nostro Paese, si sorprenda e si indigni perché un pregiudicato, che dovrebbe ritrovarsi agli arresti, almeno domiciliari, con una faccia tosta stupefacente metta il becco nello scandalo “fasciomafioso” che sta squassando il Comune di Roma, e si permetta di chiedere le dimissioni del Sindaco e della Giunta.
Eppure, quel pregiudicato è stato condannato a quattro anni non per il furto di caramelle ma per frode fiscale, cioè per aver truffato lo Stato.
Non solo, ma proprio quel pregiudicato, nel 2009 quando era presidente del Consiglio, rigettò la richiesta del Prefetto di  Latina di sciogliere il consiglio comunale di Fondi per “chiare connessioni tra figure di vertice del Comune ed alcuni membri di organizzazioni di stampo mafioso legate a Cosa Nostra, alla ‘ndrangheta ed al clan dei Casalesi”.
Mi domando: possibile che tra i molti sedicenti giornalisti, che ogni giorno ci spacciano opinioni e giudizi, nessuno si sia ricordato di questo precedente ed abbia avuto l’ardire di rammentarlo al pregiudicato esortandolo a zittirsi ?
Che tristezza prendere atto che la nostra democrazia soffra di un sistema informativo strisciante e piaggino nei confronti del potere reale ed apparente.
Perché forse non è anche meschina piaggeria quella dimostrata dai cronisti che, con microfoni e notes, erano impegnati a registrare le ultime dichiarazioni di Matteo Salvini, il segretario della Lega ?
Con la sfrontataggine che da sempre caratterizza ogni suo atto o parola, Salvini è arrivato a proporre un sindaco leghista per moralizzare l’amministrazione comunale di Roma.
Ma in forza di quale integrità della Lega l’impudente Salvini osa ipotizzare che un primo cittadino leghista potrebbe bonificare il comune capitolino ?
Salvini dà a vedere di non ricordare che proprio la Lega sia stata colta con le mani nella indecente truffa per i rimborsi elettorali commessa dai suoi vertici.
Possibile che lui, come i cronisti che lo intervistavano, abbiano dimenticato che in Lega si siano usati milioni e milioni di euro, dei rimborsi elettorali, per comprare gioielli, lauree in Albania, automobili di lusso per i figli del boss, e per ristrutturare case private ?
Ma Salvini di certo non può esibire come referenza di correttezza neppure l’ex governatore leghista del Piemonte, Roberto Cota, rinviato a giudizio per peculato, truffa e finanziamento illecito dei partiti.
L’integerrimo Cota è stato beccato nel servirsi del denaro pubblico, dei rimborsi ai gruppi regionali, anche per comprarsi mutande ovviamente di colore verde come impone l’usanza leghista.
Mi sembra paradossale che, in Italia, da un lato osino predicare la moralizzazione proprio individui con un passato truffaldino nel loro curriculum e, dall’altro, che il sistema dell’informazione si presti a fare eco a questi individui diffondendo passivamente ogni spudorata dichiarazione.

venerdì 5 dicembre 2014

A chi credere ancora ?

Da poco più di ventiquattrore il Paese è sommerso dal resoconto delle molte rivelazioni sullo scandalo “fascio-mafia” che sta terremotando la amministrazione comunale capitolina e che ha consegnati alle patrie galere decine di individui ignobili, di sinistra e di destra, che per anni hanno fatta man bassa del pubblico denaro.
Per non farsi mancare nulla, però, nelle stesse ore i cittadini romani hanno appreso che, presso l’Università La Sapienza, un professore, non meno spregevole, vendeva agli studenti gli esami universitari.
Nulla di nuovo sotto il cielo del nostro Belpaese.
Sono decenni ormai che ogni giorno salta fuori una qualche nefandezza commessa da questo o quel politico, ovviamente senza distinzione di colore per il rispetto della par condicio.
Così come non costituisce neppure una novità il fatto che autorevoli esponenti dei partiti esprimano a caldo il loro sdegno di fronte agli scandali e si impegnino, ogni volta, ad intervenire con urgenza per contrastare il malaffare dilagante.
Tutte balle !
Siccome le mele marce si annidano nei gangli di tutti i partiti e di ogni centro di potere, nessun politico deciderà mai di prendere una qualche iniziativa moralizzatrice per paura di veder franare rovinosamente quel sistema di cui lui stesso fa parte e di cui beneficia.
In queste ore i più infervorati a sbraitare filippiche di condanna, in TV e sulla carta stampata, sono stati, ohibò, il Presidente del Consiglio e segretario del PD, Matteo Renzi, ed il seminudo segretario della Lega, Matteo Salvini.
Straordinarie facce di bronzo !
Difatti, mentre loro si affannavano nel condannare il malaffare e si impegnavano ad intervenire in modo duro e definitivo, i loro sodali di partito, in Parlamento, si muovevano esattamente nella direzione opposta.
In quelle stesse ore, infatti, dopo nove mesi di melina il Senato era chiamato ad esprimere il proprio voto sulla richiesta della Procura di Trani di utilizzare le intercettazioni telefoniche nel processo che coinvolge il senatore di NCD e Presidente della Commissione Bilancio, Antonio Azzollini.
Per inciso, al senatore Azzollini, alfaniano DOC, la Procura di Trani contesta i reati di truffa allo Stato, associazione a delinquere, abuso d’ufficio, frode in pubbliche forniture, e varie altre quisquiglie, per lo scandalo del porto di Molfetta.
Ebbene, che ti fanno i senatori di PD, NCD, Forza Italia e Lega ?
Ma suvvia, respingono la richiesta della Procura di Trani con 180 voti, contro 36 voti favorevoli ed 1 astenuto.
Domanda n. 1: i due Matteo, Renzi e Salvini, mentre censuravano il malaffare erano al corrente di come avrebbero votato i senatori dei loro partiti ?
Domanda n. 2: non è che proprio Renzi e Salvini abbiano ordinato ai loro senatori di inibire l’uso delle intercettazioni da parte della Procura di Trani, per il farisaico principio “predicare bene ma razzolare male” ?
Alla luce di questi fatti mi viene da pensare perfino che proprio la fretta e le parole, con cui Renzi e Salvini hanno voluto deplorare con tanta enfasi i “fasciomafiosi” romani giustifichino i dubbi sulla loro sincerità.

mercoledì 3 dicembre 2014

Dalla rottamazione alla archeologia

Si è presentato sul palcoscenico della politica italiana come “gran rottamatore” di quei politici che da troppi anni occupavano con i loro deretani gli scranni del Parlamento e le poltrone nelle stanze dei bottoni.
Si è proclamato portatore di cambiamenti radicali che avrebbero cancellati dagli usi e costumi della politica italiana gli inciuci, le camarille, i do ut des, etc.
Però, non appena agguantata la poltrona di segretario del PD, la sua prima mossa è stata quella di riesumare dall’ineluttabile viale del tramonto un Berlusconi già pregiudicato, per legarsi a lui con la “congiura del Nazareno”, uno dei più impenetrabili ed oscuri maneggi della storia repubblicana.
Solo i prossimi mesi potranno chiarire se, gettato alle ortiche l’ardore per la rottamazione ed il cambiamento, Matteo Renzi, di fatto, con la “congiura del Nazareno” si sia accordato o piuttosto sottomesso a Berlusconi.
Alla luce di quanto è accaduto in questi primi mesi mi sembra evidente che si profili una malcelata forma di sudditanza.
Comunque, ad ulteriore prova che Renzi abbia poche idee ma molto confuse sull’autentico significato del concetto di “cambiamento”, da alcuni giorni ha ripescato dalla archeologia delle politiche industriali una idea molto originale ed innovativa: la “nazionalizzazione”.
Il proposito, sbandierato ai quattro venti da Renzi, con l’evidente scopo di rabbonire i contrasti con i duri del sindacato, Camusso e Landini, sarebbe quello di nazionalizzare l’ILVA, una azienda siderurgica oramai collassata.
Ora, a prescindere da ogni considerazione sui vincoli normativi italiani ed europei che potrebbero impedire la nazionalizzazione, è evidente che al Presidente del Consiglio sfuggano i disastri provocati all’economia nazionale dalle aziende di Stato, che hanno dissipati miliardi e miliardi di denaro pubblico, ovviamente a spese dei contribuenti italiani.
Basterebbe che Renzi conoscesse la infausta storia dell’ILVA, già ITALSIDER, per comprendere che la sua nazionalizzazione comporterebbe un bagno di sangue per le finanze pubbliche.
Non solo, ma aldilà dello specifico caso ILVA, sarebbe sufficiente che Renzi ascoltasse le esperienze di manager che hanno operato in aziende pubbliche per rendersi conto dei rischi di ingestibilità economica e finanziaria che sarebbero imposte dalle interferenze politiche e sindacali.
Renzi è consapevole che una nazionalizzazione significherebbe spalancare le porte alla sfrontatezza di politici locali e nazionali che imporrebbero assunzioni di parenti, compari, amici, amici degli amici e via discorrendo, con lo scopo di crearsi un proprio bacino elettorale, ed infischiandosene di produttività e conti economici ?
Un caso di vita vissuta potrà essere utile per inquadrare i possibili rischi.
Anni fa, per soddisfare le sollecitazioni di un influente politico pugliese, una industria aeronautica pubblica mise in piedi un centro di ricerca e sviluppo, a centinaia di chilometri dalla sede centrale, per dare lavoro ad alcune centinaia di neo-laureati, elettori potenziali del politico.
L’iniziativa, come aveva previsto il management operativo in contrasto con il vertice aziendale messo lì da quell’influente politico, si rivelò così disastrosa da dare il via alla crisi economica e finanziaria dell’azienda.
È probabile che il politico sia riuscito ad aumentare i suoi voti, ma di certo molti lavoratori persero il posto a seguito di un inevitabile processo di ristrutturazione.
Matteo Renzi è consapevole dei molti rischi che comporta una nazionalizzazione ?
Ed infine, dopo l’ILVA quante altre aziende decotte il nostro Presidente del Consiglio penserebbe di nazionalizzare ?