martedì 12 maggio 2015

Il ministro Padoan in depressione contabile

L’antico adagio popolare “il tempo è galantuomo" trova ancora conferma quando ci aiuta a conoscere, dopo quattro anni, una verità che i nostri governanti avevano sottaciuta.
Grazie, infatti, alla inattesa sentenza della Consulta appare sempre più evidente che a salvare il Paese dall’orlo del precipizio, sul quale lo aveva trascinato il malgoverno berlusconiano, siano stati, verosimilmente, i sacrifici imposti a sei milioni di pensionati dal duo Monti-Fornero.
A riconoscerlo sono le parole pronunciate dal ministro Padoan, il quale ha dovuto ammettere che se si ripristinasse l’indicizzazione delle pensioni, derubata da Monti e Fornero a sei milioni di italiani, “l’Italia si troverebbe a violare il vincolo del 3%, l’aggiustamento strutturale e la regola del debito”.
Vale a dire, in questi anni la stampella dei conti pubblici sono stati soprattutto i miliardi (NdR: 10 ? 15 ? 19?) defraudati ai sei milioni di pensionati.
Se non altro siamo riusciti a sapere, finalmente, a chi dire grazie per aver evitata all’Italia la fine della Grecia.
Solo così mi spiego perché, per colpa della sentenza della Consulta, da alcuni giorni Padoan appaia in balia di una depressione contabile, mentre l’ex ministro Fornero, indispettita, scagli i suoi strali velenosi contro la Corte Costituzionale.
Non solo, ma mi è chiaro anche perché l’UE dia segni di fibrillazione al punto da pretendere le rassicurazioni del governo italiano, avvertendolo che monitorerà i conti pubblici per verificare quanto peserà sulle finanze pubbliche la sentenza sulla indicizzazione delle pensioni.
Certo è che ancora una volta una amara realtà conferma che viviamo in un paese incredibile, vulnerabile, alla mercé di governi  incapaci, perfino, di valutare l’impatto che le loro scelte insensate potrebbero avere sul futuro della collettività.
Ad esempio, visto che parliamo di pensioni, perché non ricordare anche ciò che accadde poco più di quaranta anni fa.
Era il 1973, anno che molti di noi ricordano per l’austerity, la crisi petrolifera, il serpente monetario, il doppio mercato dei cambi, la fluttuazione della lira, l’inflazione galoppante, il divieto di circolazione dei mezzi privati nei giorni festivi, i programmi TV che terminavano alle 22:45 per contenere i consumi energetici, etc.
Nel 1973 al Quirinale c’era Giovanni Leone, mentre a Palazzo Chigi Mariano Rumor, nel mese di luglio, era subentrato a Giulio Andreotti.
In un periodo pur così cupo e greve il governo Rumor, tra Natale e Capodanno, emanò un DPR consegnato alla storia come il “decreto delle baby pensioni”.
Con quel decreto il governo concedeva ai dipendenti della pubblica amministrazione di andare in pensione non appena avessero raggiunti soli 14 anni, 6 mesi ed un giorno di lavoro, per le donne, e 20 anni per gli uomini.
Fu un regalo straordinario ai dipendenti pubblici, fatto casualmente (???) alla vigilia delle elezioni amministrative.
Fatto sta che, per anni, centinaia di migliaia di trentenni e quarantenni lasciarono il loro posto di lavoro, si misero in pensione, avviarono una loro attività o si inserirono nel mercato del lavoro in nero.
La Democrazia Cristiana ottenne il pieno di voti, però, da quel lontano 1973, i baby pensionati gravano ogni anno sulle finanze pubbliche per oltre 8 miliardi di euro (NdR: cioè lo 0,4% del PIL), ciò nonostante nel 1992 si sia corso ai ripari con una legge che cancellò quella norma scriteriata.
Perché mai i sindacati, molto forti in quegli anni e sempre pronti a scendere in piazza, non si opposero a quel decreto che avrebbe inciso molto sui conti pubblici sottraendo risorse al sistema pensionistico e, quindi, a tutti i pensionati ?
Forse, con una opposizione risoluta, avrebbero potuto evitare quello scempio che ancora oggi pesa su tutti noi.

domenica 10 maggio 2015

Renzi scivola su Cameron

Con il trascorrere dei giorni il dubbio si fa sempre più insistente.
Il dubbio è: Matteo Renzi soffre di una deficienza del QI, oppure comportamenti e parole sono dominati, sempre e comunque, dalla sua voglia di fare l'imbonitore ?
Ad esempio, commentando la vittoria di David Cameron nelle elezioni politiche inglesi 2015, Renzi è arrivato ad affermare che, in Italia, Cameron con il suo 36,9% avrebbe dovuto affrontare il ballottaggio previsto dall’Italicum.
Come al solito nessuno dei molti cronisti presenti ha osato far presente al presidente del Consiglio che non solo stava dicendo una cavolata gigantesca, ma in più si stava dando la zappa sui piedi.
I Tories di Cameron, infatti, con il 36,9% hanno ottenuta la maggioranza assoluta con 331 seggi su 650, senza aver avuto bisogno di un truffaldino premio di maggioranza, come previsto dall’Italicum, l’immonda legge elettorale tanto cara a Renzi ma in odore di incostituzionalità.
Sembra, infatti, che Renzi non abbia ancora capito che le elezioni si possono vincere e che si può conseguire la maggioranza dei seggi, anche in concorrenza di più liste, senza doversi per forza cucire su misura un pastrocchio di legge elettorale.
Pare evidente, d’altra parte, che a Renzi sfugga come, in una democrazia, a dettare il risultato elettorale debbano essere i cittadini, cioè il popolo sovrano, e non gli arzigogoli di una legge fraudolenta.   
Comunque mi domando: sempre che il vero problema non sia la deficienza del QI, è mai possibile che prima di dire idiozie Renzi non riesca proprio a collegare il cervello alla bocca ?

sabato 9 maggio 2015

INPS, perequazione e funerale dei diritti

Fino al secolo scorso l’Italia era riconosciuta, da molti, come la “culla del diritto” e, da molti altri, come la “patria del diritto”.
Un riconoscimento che ha sempre inorgoglito il nostro Paese anche se, in realtà, il merito era quello di aver ereditato, dall’imperatore bizantino Giustiniano, il “Corpus iuris civilis”, un’opera universalmente accreditata come pietra miliare della scienza giuridica.
Una premessa che aiuta a rendersi conto come, negli anni, i politici, tutti senza eccezione, si siano dati da fare per svilire l’Italia da “culla del diritto” a “funerale dei diritti”.
Una conferma si ha proprio nelle ore in cui i politici si contorcono, da un lato per salvaguardare il vitalizio ai tanti loro colleghi, condannati per aver commessi reati di ogni specie, e dall’altro per defraudare sei milioni di cittadini pensionati.
Sulla farsa con cui gli Uffici di Presidenza, di Camera e Senato, hanno decise le regole per i vitalizi ai politici condannati preferisco non soffermarmi per non aggravare il mio travaso di bile.
Vorrei, invece, da pensionato soffermarmi sul pandemonio che sta suscitando la recente sentenza della Consulta.
Partirei, perciò, da una semplice ma eloquente premessa.
Negli oltre cinquanta anni di attività lavorativa sono stato costretto a scegliere, come compagnia assicuratrice, l’INPS per garantirmi, nella vecchiaia, un reddito e la sua perequazione.
In tutti questi anni, perciò, come contraente assicurato ho regolarmente corrisposti ogni mese al mio contraente assicuratore, l’INPS, i dovuti premi assicurativi, onorando cioè quello che era un inequivocabile contratto di assicurazione con diritti e doveri reciproci.
Ad onor del vero il rapporto ha marciato sui binari della regolarità fino al giorno in cui il Governo Monti ha imposto all’INPS di non rispettare più una parte delle obbligazioni che aveva nei miei confronti.
Qui è inevitabile una prima considerazione.
Se, nei decenni di vita lavorativa, invece che all’INPS avessi pagati gli stessi premi ad una qualunque altra compagnia assicuratrice, la scellerata disposizione del Governo Monti non avrebbe prodotto alcun effetto negativo sulla rendita mensile liquidatami dall’assicurazione.
Comunque, dal momento in cui la Gazzetta Ufficiale ha pubblicata la sentenza, con la quale la Consulta ha dichiarato incostituzionale quanto preteso dal Governo Monti, il mio assicuratore, INPS, non può sottrarsi all’obbligo di restituirmi il maltolto, senza se e senza ma.
L’INPS ha il dovere, cioè, di dare attuazione alla sentenza autoapplicativa della Corte Costituzionale, checché ne pensi e dica un certo Enrico Zanetti, scopertosi politico nel movimento di Luca Cordero di Montezemolo, Italia Futura, trasmigrato poi frettolosamente nelle file di Scelta Civica ed oggi sottosegretario del Governo Renzi.
Nel dichiarare che “sarebbe immorale” dare attuazione alla sentenza della Consulta, Enrico Zanetti si candida ad essere tra i più loschi becchini che partecipano al funerale dei diritti.
In ogni caso, poiché mi rifiuto di assistere impassibile alle esequie del diritto, e poiché considero mio unico contraente assicuratore l’INPS, pretenderò, con le buone o con le cattive, che rispetti le obbligazioni che ha assunte nei miei confronti.

giovedì 7 maggio 2015

Mi inchino ai costituzionalisti renziani, ma …

Da semplice cittadino, né docente né studioso di diritto costituzionale, non posso fare a meno di inchinarmi alle erudite considerazioni che i soliti costituzionalisti di corte esternano, in queste ore, per spiegare al volgo profano perché il Presidente Mattarella non ha potuto esimersi dal firmare e ratificare l’Italicum.
Siccome, però, da semplice cittadino sono desideroso di capire come mai alcune motivazioni, che hanno indotta la Consulta a giudicare incostituzionale il vergognoso Porcellum, non siano applicabili anche al non meno spregevole Italicum, ho deciso di leggermi la sentenza 1/2014.
Ho letto, ad esempio, che la Corte Costituzionale (NdR: di cui faceva parte allora anche il giudice Sergio Mattarella che oggi, nel firmare, deve aver avuto un momento di amnesia traumatica!), afferma: “non subordinando l’attribuzione del premio di maggioranza al raggiungimento di una soglia minima di voti e, quindi, trasformando una maggioranza relativa di voti, potenzialmente anche molto modesta, in una maggioranza assoluta di seggi, si determinerebbe irragionevolmente una oggettiva e grave alterazione della rappresentanza democratica”.
Ora, è vero che nell’Italicum si è provveduto a fissare la soglia del 40% per attribuire il premio di maggioranza alla lista.
È altrettanto vero, però, che l’Italicum raggira furbamente la soglia del 40% che, se non raggiunta al primo turno, diventa di fatto ininfluente ed inefficace con la introduzione del ballottaggio.
Già, perché al ballottaggio il premio di maggioranza verrebbe attribuito, in ogni caso, alla lista che riuscirebbe a convertire, con parole della Consulta, “una maggioranza relativa di voti, potenzialmente anche molto modesta, in una maggioranza assoluta di seggi”.
Che sia stato inserito, con malafede, lo artificio del ballottaggio, al solo scopo di aggirare la sentenza della Corte Costituzionale, lo confermano proprio i dati relativi, ad esempio, alle ultime quattro tornate di elezioni politiche.
Nelle elezioni politiche del 2001, 2006, 2008 e 2013, infatti, se per la Camera fosse stato già in vigore l’Italicum, nessuna lista avrebbe raggiunta la soglia del 40%, e si sarebbe dovuto ricorrere necessariamente al ballottaggio tra le prime due liste.
In tutte le quattro elezioni, cioè, si sarebbe verificato che una lista, con una maggioranza relativa di voti, avrebbe ottenuta la maggioranza assoluta dei seggi, esattamente ciò che la Consulta ha inteso bocciare con la sua sentenza.
Dati alla mano sarebbero andati al ballottaggio:
  • nel 2001: Forza Italia con il 29,4% e Democratici di Sinistra con il 16,6%;
  • nel 2006: Ulivo con il 31,3% e Forza Italia con il 23,7%;
  • nel 2008: Popolo della Libertà con il 37,4% e Partito Democratico con il 33,2%;
  • nel 2013: Movimento 5 Stelle con il 25,6% e Partito Democratico con il 25,4%.

Trangugiata controvoglia questa prima quisquilia di palese incostituzionalità dell’Italicum, come semplice cittadino non posso fare a meno di pormi un’altra domanda.
Come si conciliano i “capilista bloccati”, nominati dai segretari dei partiti, con queste parole che leggo nella sentenza della Consulta: “sottraendo all’elettore la facoltà di scegliere l’eletto, farebbero sì che il voto non sia libero, né personale” ?
Devo confessare di sentirmi davvero sciocco ed ignorante nel non riuscire a comprendere questo come un altro mistero dell’Italicum.
Mi domando, infatti, se non fosse approvata la riforma in itinere, che prevede un Senato non elettivo, e di conseguenza fosse confermato il Senato elettivo, con quale legge elettorale verrebbero eletti i senatori visto che l’Italicum disciplina solo la elezione della Camera dei deputati ?
Sarà, ma nella mia crassa ignoranza mi convinco sempre più che Renzi (NdR: con l’accordo del suo compare pregiudicato) abbia fatto un gran casino !

martedì 5 maggio 2015

A malincuore verso l’astensionismo

Era il 1953 quando per la prima volta sono entrato in una cabina elettorale per partecipare alle elezioni politiche.
Essendo trascorsi più di 60 anni non sono assolutamente in grado di ricordare se ero emozionato per il fatto che, con il mio voto, avrei contribuito alla vita democratica del Paese.
Non ricordo neppure se fui influenzato, in qualche modo, nella scelta del partito per cui votare.
Mi sentirei, però, di escluderlo perché fin da ragazzino sono stato sempre insofferente a vincoli ed imposizioni, motivo per il quale dicono che io abbia un caratteraccio.
Da quel 1953, comunque, non ho mai disertate le urne perché consideravo il voto un dovere civico, anche se non ho mai contribuito, con il mio voto, a far vincere le elezioni a chicchessia.
Ahi… ahi… ahi… senza volerlo mi sono tradito !
Senza rendermene conto ho usato  l’imperfetto indicativo “consideravo”.
In realtà questa sera ho la sensazione, sempre più netta, che quelle del 2013 siano state le ultime elezioni che mi hanno calamitato ai seggi.
Da qualche ora, infatti, la Camera dei Deputati, con l’emiciclo semideserto per l’Aventino attuato dalle opposizioni, ha approvata la nuova legge elettorale, l’indecente Italicum in odore di incostituzionalità.
L’ultima fiammella di speranza è che il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, si rifiuti di firmare e, quindi, promulgare questa legge rinviandola alle Camere.
Una speranza non infondata dal momento che Mattarella era uno dei giudici della Consulta che il 4 dicembre 2013 ha dichiarato incostituzionale il Porcellum.
D’altra parte non potrà di certo sfuggire ad un attento  costituzionalista, come Mattarella, che l’Italicum sia in palese linea di continuità proprio con il Porcellum del quale ripropone alcuni dei vulnus di costituzionalità.
Ad esempio, anche l’Italicum attribuisce ai segretari dei partiti la prerogativa di nominare i “capilista bloccati”, cioè di scegliere quei candidati che godranno della certezza di essere eletti, lasciando invece agli elettori poche chance di vedere eletti i candidati da loro preferiti e votati.
È fin troppo chiaro che ogni segretario di partito blinderà come “capilista” i suoi fedelissimi, cioè valletti, galoppini e damigelle che mai potranno opporsi ai voleri del capobastone.
Se, poi, alla certezza di fare eleggere i cortigiani si somma l’assurdo spropositato “premio di maggioranza” che sarà attribuito sempre e comunque, di fatto con l’Italicum si concretizzerà una gestione egemonica ed autoritaria del potere da parte del presidente del consiglio.
Poiché, con il previsto ricorso al ballottaggio, il “premio di maggioranza” se lo potrebbe attribuire anche un partito che, al primo turno, abbia ottenuto, ad esempio, il 20/25% dei voti validi, è fondato il rischio che il Paese possa finire governato, con un potere pressoché assoluto, da qualcuno che rappresenti solo una sparuta minoranza degli italiani.
Per questo, poiché alla mia età, e per rispetto delle nuove e future generazioni, non intendo concorrere alla instaurazione di un sistema totalitarista, finirò per stracciare la tessera elettorale così da non essere neppure tentato sulla strada delle urne.