giovedì 22 dicembre 2016

Belando belando … salviamo la scranna

Un gregge di pecore e caproni, stanziale tra Montecitorio e Palazzo Madama, con non uno ma ben tre voti di fiducia il 6 maggio 2015 ha approvata quella che, secondo le esaltazioni del suo capo branco, sarebbe stata la più efficace e pregevole legge elettorale del pianeta, invidiata all’Italia da capi di stato e di governo di mezzo mondo smaniosi perfino di copiarla.
Mi riferisco, chiaramente, all’Italicum, la legge elettorale in odore di incostituzionalità, che per mesi ha sequestrato il Parlamento distogliendolo dai veri problemi urgenti del Paese.
Una legge elettorale, tra l’altro, “dettata” al gregge dal rignanese, così sicuro di stravincere il referendum costituzionale da non avere neppure presa in considerazione nell’Italicum la elezione del Senato.
A rompere le uova nel paniere, però, sono arrivate da un lato la poderosa sconfitta nelle urne della riforma costituzionale e, dall’altro la perfidia con cui i sondaggisti hanno dimostrato che quella pregevole legge elettorale sarebbe stata un boomerang letale per le mire dispotiche del ducetto rignanese.
Cosa rimaneva da fare, allora ?
Dapprima una fulminea piroetta per riconoscere, di punto in bianco, che l’Italicum tutto sommato non fosse così ben fatto ma perfettibile e modificabile.
Poi, un colpo di scena davanti alla assemblea generale del PD con riesumazione della legge elettorale cosiddetta “mattarellum” che il gregge, belando, ha osannato anche questa volta.
Oltretutto con malizia, poiché il “mattarellum” ricorda il Capo dello Stato e quindi non dovrebbe dispiacere al Colle.
Tutto ciò però ancora non bastava perché il rignanese, che ha perse molte delle sue certezze di assoluto dominatore del Paese, paventa che il risultato del referendum costituzionale spinga alle urne il Popolo Sovrano.
Cosicché ha architettato di chiamare in soccorso un suo antico sodale, Berlusconi, il quale, in brodo di giuggiole all’idea di ritornare star della scena politica, sebbene a capo di una ormai sgangherata Forza Italia, ha gonfiato il petto propagando ai quattro venti l’intenzione di essere protagonista della nuova legge elettorale.
Entrambi, però, Berlusconi ed il rignanese, hanno bisogno di mesi per riassettare le loro incerte e sbrindellate schiere e, perciò, per perdere tempo hanno deciso di riprendere il confronto sulla legge elettorale solo dopo che la Consulta si sarà espressa sull’Italicum.
Così trascorreranno inutilmente molte altre settimane prima che venga dato inizio al prevedibile lungo iter di trattative, scaramucce, inciuci, retromarce e pseudo intese, mentre il Paese, impaziente di andare alle urne, sarà tenuto in ibernazione.
Agli italiani, perciò, non resta che assistere impotenti alle traversie del governo, il Renzi bis, ed ancora dei soliti ministri Boschi, Poletti, Alfano, Madia, Lotti, Pinotti, Padoan, Delrio, Calenda, Martina, Franceschini, Lorenzin, Orlando … senza dimenticare la new entry Fedeli.

sabato 17 dicembre 2016

Autolesionismo a cinque stelle

Inesperienza, di certo. Dilettantismo, evidente. Sventatezza, innegabile. Autolesionismo, velato.
Osservando in questi mesi le attività del sindaco romano, Virginia Raggi, mi sembra impossibile non ascriverne comportamenti, scelte e modi di fare ad un cocktail delle pecche prima citate.
Si ha quasi l’impressione che ci sia un preciso impegno del sindaco nel voler dimostrare ai cittadini, non solo romani, la incapacità del M5S a gestire la cosa pubblica.
Di sicuro una ferita letale al sogno utopico di Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo di proporre una alternativa ad una politica che da anni infetta il nostro Belpaese, una politica autoreferenziale, arrogante, corrotta, clientelare, che non disdegna la collusione con mafia, camorra e ndrangheta.
Una politica che mette alla pari senza distinzioni tutti i partiti traghettatisi con tracotanza dalla prima alla seconda repubblica.
Per questo all’apparire del M5S milioni di italiani hanno creduto alla possibilità di un cambiamento, a tal punto da far sì che il M5S, alle elezioni politiche 2013, risultasse il primo partito alla Camera con 8.689.168 voti.
Un successo impensabile che oggi sembrerebbe confermato ancora dai risultati del referendum costituzionale.
Per questo sorprende la noncuranza con cui Beppe Grillo assista da mesi al devastante cocktail con cui il sindaco Raggi sta fracassando la credibilità del M5S, e non solo.
Di fronte a tanta incuria il primo sospetto interpretativo è che Grillo sia del tutto incapace di prevenire e gestire gli ostacoli che fatalmente si frappongono alla affermazione di un movimento sfuggitogli di mano proprio per la ampiezza del successo già ottenuto.
Una incapacità resa ancora più pregiudizievole dalla mancanza di una visione strategica e dalla ottusità con cui Grillo sembra non comprendere che quello che poteva essere, all’inizio, un trastullo per poche decine di internauti, in rete con il mantra “uno vale uno”, sia diventato oggi il punto di riferimento per milioni di cittadini.
Credere, ad esempio, che poche decine di contatti in rete siano rappresentative di milioni di elettori non è solo da sciocchi, ma conferma la faciloneria con cui il M5S affronti non solo scelte e decisioni al suo interno, ma ancor più grave le difficoltà del Paese.
Ho, però, un altro sospetto interpretativo ancora più sgradevole.
Il sospetto, cioè, che a Beppe Grillo del M5S ormai nun glie ne pò fregà de meno dal momento che il suo vero obiettivo, fin dall’inizio, fosse non solo quello di scrollarsi di dosso un po’ della polvere di oblio che appannava la sua immagine di comico, ma quello di dar vita ad una lucrosa nuova attività fatta di introiti pubblicitari, vendita di libri, rilancio della sua immagine e tour teatrali.
Pur non avendo mai votato per i cinque stelle, seguo da anni con curiosità ed interesse le loro attività che a volte trovo perfino intriganti e spassose.
Forse per questo non ho remore a criticare con serenità quella che considero la strada dell’autolesionismo imboccata dal M5S da qualche tempo a questa parte, non so se per scelta cosciente di Grillo, ma di certo nella sua indifferenza.   

venerdì 16 dicembre 2016

Nebbioline sul Colle

Se è vero, e non ho motivi per dubitarne, che al centro degli incontri che Paolo Gentiloni sta avendo in questi giorni a Bruxelles, c’è la pressante richiesta dei vertici europei, di rimuovere con impegno e rigore la “polvere lasciata sotto il tappeto” dal governo Renzi, immagino che al neo premier tremino i polsi e non sappia a che santo votarsi.
Nonostante gli apprezzamenti di rito espressi a Gentiloni, nelle stanze dei bottoni della Commissione Europea serpeggia il timore, infatti, che a causa della sordina bruxelliana sulle criticità italiane, messa in atto per non interferire con il referendum costituzionale, i governanti del nostro Belpaese si siano distratti e ne abbiano approfittato per trascurare le cose da fare.
A Bruxelles sarebbero preoccupati, in particolare, per le difficoltà in cui versa il nostro sistema bancario, per l’incerto futuro del Monte dei Paschi, per le sofferenze dei risparmiatori-clienti delle quattro banche salvate da Renzi, ma tecnicamente collassate, per la crescita del debito pubblico, per la manovra finanziaria che, priva delle coperture per diversi miliardi, richiederà una manovra integrativa già nei primi mesi del 2017.
Ora, l’invito rivolto dall’UE a Gentiloni perché non indugi a rimuovere la “polvere lasciata sotto il tappeto”, suscita in me, uomo della strada, perplessità sul modo in cui il Capo dello Stato abbia gestita la crisi e mi propone alcuni punti interrogativi.
Ad esempio:
1.     se persino l’UE si era accorta della “polvere sotto il tappeto”, possibile che Sergio Mattarella ne fosse all’oscuro?
2.     Siccome Renzi era stato sfiduciato, è vero, ma da venti milioni di elettori e non dal Parlamento, come mai il Capo dello Stato non ha ritenuto opportuno respingere le sue dimissioni e non lo ha rinviato alle Camere affinché prima di andarsene risolvesse tutte le rogne che stava lasciando, compreso l’Italicum ?
3.     Non lo ha fatto, forse, perché dovendo adottare decisioni impopolari  e ripudianti alcune scelte dei 1000 giorni di governo,  Renzi si è rifiutato di restare a Palazzo Chigi ?
4.     Sergio Mattarella aveva compreso che quei venti milioni di “NO” referendari contenevano anche una indubbia istanza di cambiamento ?
5.     E nel caso lo abbia compreso come mai ha consentito che agli italiani fosse riproposta una compagine governativa che di fatto è l’inquietante duplicato del governo Renzi ?
6.     Chi è stato l’autore del coup de theatre con il quale dal cilindro è uscito fuori il nome di Paolo Gentiloni ?
7.     Ascoltando, infatti, le dichiarazioni delle delegazioni che hanno partecipato alla sceneggiata delle consultazioni, nessuna, compresa quella del PD, ha ammesso di aver fatto il nome di Gentiloni.
Ora, posso comprendere che per Sergio Mattarella si trattava della sua prima volta (NdR: nascita di un nuovo governo) e, quindi, ha pagato lo scotto del noviziato, però non credo che al Capo dello Stato mancassero illustri e preziosi punti di riferimento con i quali confrontarsi prima di assumere decisioni di cotanta importanza per la vita e l’immagine dell’Italia.
A meno che Sergio Mattarella non abbia ascoltati unicamente i consigli di Giorgio Napolitano, solo in tal caso si spiegherebbe perché sia venuto fuori un pasticciaccio di questo tipo.  

martedì 13 dicembre 2016

Ci sono scout e scout

È opinione diffusa che chi in età giovanile si sia avvicinato allo scoutismo rimanga poi fedele, nella vita, alle 10 regole di quella “Promessa Scout” che il fondatore del movimento, Sir Robert Baden-Powel, redasse nel 1907.
Può anche darsi che questa voce abbia un qualche fondamento, però credo che sia utopistico attendersi che gli ex-scout tengano fede, tutti, a quelle regole che si sono impegnati a seguire da ragazzi, pure se ancora oggi mostrano autocompiacimento per il loro trascorso da scout.
Ad esempio, prendiamo uno a caso !
Di certo a molti non sarà sfuggito che il rignanese, ex presidente del consiglio rovinosamente scivolato sulla buccia del referendum, colga ogni occasione per fare sfoggio della sua esperienza giovanile nel movimento scoutistico, ovviamente cattolico.
Ho il sospetto che lui si serva, ad arte, di quel ricordo quasi come salvacondotto per rassicurare quanti, di volta in volta, storcono il naso ascoltando le sue parole od osservando i suoi modi di agire.
La realtà è che mentre al primo posto della “Promessa Scout” Sir Robert Baden-Powel ha inserito la regola “L’onore di uno scout è di essere creduto”, il rignanese non abbia mai fatto nulla per essere credibile, tanto è vero che anche i suoi amici scout lo avevano soprannominato “Il Bomba” per quel suo vizio di spararle grosse.
Un vizio dal quale, evidentemente, non si è affrancato neppure da presidente del consiglio.
Così, ingegnoso e vivace nel millantare vagheggianti successi dei suoi mille giorni di governo, non si scompone neppure di fronte alle realtà che lo sconfessano.
Continua a vantarsi, per esempio, di aver creato migliaia di nuovi posti di lavoro stabili, mentre di fatto ha incrementato solo il lavoro precario, come attestano gli inconfutabili dati resi noti dal INPS.
Nel 2012, anno precedente la scalata di Matteo Renzi a Palazzo Chigi, erano stati riscossi 22.700.000 voucher da parte di 366.465 lavoratori precari. Nel 2015, vale a dire tre anni dopo, i lavoratori precari erano diventati 1.380.030 ed avevano riscossi 88.000.000 di voucher. Nei soli primi nove mesi del 2016 i voucher riscossi sono stati già 109.600.000.
Se è questo il lavoro stabile di cui si vanta, abbiamo la riprova che in quanto a credibilità il rignanese sia sotto zero.
Sir Robert Baden-Powel, però, al secondo posto della “Promessa Scout” ha indicata la regola: “Lo Scout è leale”.
E qui possiamo solo scompisciarci dalle risate.
Da questo punto di vista, infatti, Renzi è latitante non solo come scout ma anche come uomo.
È diventato presidente del consiglio congiurando contro Enrico Letta, suo compagno di partito, che ha pugnalato dopo averlo rassicurato con il #enricostaisereno.
In questi giorni, nondimeno, il rignanese, oramai dimissionario, ha predisposta la sua trappola per un altro compagno di partito, Paolo Gentiloni.
Infatti, dopo averlo designato come suo successore a Palazzo Chigi, ha imposta a Gentiloni la stessa compagine ministeriale di quel suo governo bocciato nettamente dagli elettori il 4 dicembre.
Attorniato, perciò, dagli stessi ministri e senza disporre delle mancette renziane da dispensare qua e là, Gentiloni si dovrà preoccupare soprattutto di porre rimedio alle rogne lasciategli in eredità dai 1000 giorni del governo Renzi.
Uno dopo l’altro, quindi, Gentiloni dovrà: affrontare il pasticcio Monte Paschi, sottovalutato per mesi da Renzi & Co., curare che i risparmiatori affidatisi a MPS non ci lascino le penne, mettere in sicurezza il sistema bancario, porre mano alla riforma della PA bocciata dalla Consulta, assicurare gli interventi a favore delle zone terremotate, attuare iniziative di lotta alla povertà diffusa, revisionare la riforma delle banche popolari che il Consiglio di Stato ha stoppata rinviandola alla Corte Costituzionale, affrontare la manovra integrativa di 10/15 miliardi sollecitata dalla UE, varare una legge elettorale che sostituisca l’Italicum sotto esame da parte della Consulta, etc. etc.
Se questo non è uno scherzo da preti fatto, ancora una volta, ad un compagno di partito, per di più fedelissimo renziano … vatte a fida' !!! 

domenica 11 dicembre 2016

Se non è zuppa è pan bagnato

Dopo due giorni e mezzo si è conclusa al Quirinale la lunga maratona che ha visto il Capo dello Stato impegnato ad incontrare le delegazioni di tutte le forze politiche, per il rituale giro di consultazioni propedeutiche alla nomina di un nuovo governo.
Al Colle sono saliti, infatti, i portavoce di partiti, movimenti, gruppi e gruppuscoli, acronimi e consorterie, a testimoniare la risibile frammentazione del Parlamento italiano.
Personalmente trovo inaudito ed inconcepibile che il protocollo abbia imposto a Sergio Mattarella di ascoltare, uno dopo l’altro, i delegati di:
1.     Gruppo Misto del Senato
2.     Gruppo Misto della Camera
3.     Südtiroler Volkspartei
4.     Minoranza linguistica della Valle d’Aosta
5.     Alternativa Libera Possibile
6.     UDC – componente del Gruppo Misto della Camera
7.     Unione Sudamericana Emigrati Italiani (USEI-IDEA) – componente del Gruppo Misto della Camera
8.     FARE-PRI – componenti del Gruppo Misto della Camera
9.     Movimento Partito Pensiero e Azione – componente del Gruppo Misto della Camera
10.   Partito Socialista Italiano (PSI) e Liberali per l’Italia (PLI) - componenti del Gruppo Misto della Camera
11.   Fratelli d’Italia – Alleanza Nazionale (FDI)
12.   Democrazia Solidale – Centro Democratico (DeS-CD)
13.   Grandi Autonomie e Libertà (Grande Sud – Popolari per L’Italia – Moderati – Idea – Alternativa per l’Italia – Euro-Exit – Movimento Politico Libertas)
14.   Civici e Innovatori (CI)
15.   Per le Autonomie (SVP – UV – PATT – UPT) e PSI – MAIE – componenti del Gruppo Misto del Senato
16.   Conservatori e Riformisti (CR)  – componenti dei Gruppi Misti di Camera e Senato
17.   Lega Nord e Autonomie (LNA)
18.   Sinistra Italiana – Sinistra Ecologia Libertà (SI-SEL)
19.   ALA – Scelta Civica per la Costituente Liberale– MAIE – componenti dei Gruppi Misti Camera e Senato
20.   Area Popolare – NCD – Centristi per l’Italia
21.   Forza Italia – Popolo della Libertà
22.   Movimento 5 Stelle
23.   Partito Democratico
Una miriade di partiti, movimenti, sigle e consorterie, spesso sparuti,  che se fossero etichette di prodotti commestibili, non troverebbero posto tutti insieme neppure sulle capienti gondole di un supermarket.
Invece, non solo trovano posto nel Parlamento italiano ma riescono perfino a dettare i tempi del programma di lavoro al Capo dello Stato.
Siffatta frammentazione è conseguenza della ignobile faciloneria con cui parlamentari, eletti nelle liste di un partito, trasmigrano verso altri lidi per meschini tornaconti o per patologica smania di personalismo.
Un cancro politico che potrà essere estirpato solo quando una legge imporrà ai potenziali randagi di lasciare la poltrona parlamentare nel momento stesso in cui tradissero gli elettori abbandonando il partito con cui sono stati eletti.
La politica italiana, però, è afflitta purtroppo anche da altri mali incurabili.
Ad esempio, il vizio dei governanti di ingannare spudoratamente i cittadini vendendo per vere promesse e fandonie che poi sono sconfessate sia dai fatti che dai loro stessi comportamenti.
Ma è cronico anche il male di ignorare con tracotanza la volontà espressa dagli elettori con il voto.
La combinazione perversa di queste due abiezioni del fare politica sta mettendo in imbarazzo, in queste ore, lo stesso Capo dello Stato.
Infatti, dopo aver sbandierato ai quattro venti, per mesi, la promessa di lasciare la politica se sconfitto nelle urne referendarie, Renzi non solo si è prontamente rimangiata la parola data, ma pretende ora di imporre al Capo dello Stato la continuità di quella stessa compagine governativa che è stata bocciata, sette giorni fa, da oltre 19 milioni di elettori.
Insomma, Renzi vorrebbe un nuovo governo che se non è zuppa è pan bagnato.