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sabato 29 ottobre 2016

Sparring partner per Renzi

Assistendo su LA 7 ai faccia a faccia televisivi tra lo show man Matteo Renzi e Gustavo Zagrebelsky, prima, e Ciriaco De Mita, poi, con l’arbitraggio di Enrico Mentana, non ho potuto fare a meno di ripensare agli incontri di boxe truccati sui quali, in passato, la stampa sportiva ha sprecati fiumi di inchiostro.
Zagrebelsky e De Mita, infatti, mi sono sembrati due sparring partner, scelti con molta cura e perizia ed invitati sul ring televisivo per permettere a Renzi di dilagare con i suoi slogan da pifferaio e, perciò, di prevalere in entrambi i match se non per KO certamente per manifesta inferiorità dell’avversario.
Il risultato: due confronti soporiferi, utili solo al presidente del consiglio come ennesima comparsata propagandistica.
Eppure era tutto facilmente prevedibile !
Infatti, solo qualche settimana prima Renzi era così infuriato con LA 7 da giungere al punto di ordinare, ai suoi scagnozzi, il boicottaggio di tutte le trasmissioni di LA 7.
Così, ad esempio, il ministro Maria Elena Boschi aveva data buca a Lilli Gruber non presentandosi alla puntata di 8 e ½ alla quale era invitata.
Come mai, quindi, pochi giorni dopo è stato lo stesso Renzi a comparire sugli schermi di LA 7 per il faccia a faccia con Zagrebelsky ?
A quali condizioni si è sbollito il furore di Renzi ?
Non è forse lecito ipotizzare che al padrone di casa, Mentana, sia stato richiesto di allestire incontri con sparring partner non difficili, di fronte ai quali Renzi avrebbe potuto avere vita facile imperversando a mani basse ?
Fatto sta che la sceneggiata si è ripetuta per due venerdì.
Così, sull’altare dell’audience, ma soprattutto del quieto vivere con Renzi e le sue schiere, Enrico Mentana ha immolati De Mita e Zagrebelsky.
Domanda: ma Mentana avrà mai il coraggio di proporci, prima del 4 dicembre, un faccia a faccia in cui allo show man Renzi sia opposto un contradditore più vigoroso ed incalzante che lo metta alle corde costringendolo semplicemente a parlare solo delle nefandezze della riforma costituzionale ? 

giovedì 27 ottobre 2016

Festival della cialtronaggine

“In un momento nel quale la gente vive le difficoltà che conosciamo. C’è la grande riforma delle pensioni, ce ne saranno anche altre perché si va a liberalizzare. Quindi si va a togliere i privilegi ad alcune categorie. Ma i primi che devono togliersi i privilegi sono i parlamentari stessi. Non puoi cavartela dicendo “siamo mille, evitiamo di costare di più”. No, iniziate a dimezzare il costo dei vostri stipendi, e vale anche per i consiglieri regionali”.
Queste parole non sono di Beppe Grillo e neppure di uno dei molti personaggi ruspanti che rappresentano il M5S !
Infatti questo e ciò che affermava con convinzione l’allora sindaco di Firenze, Matteo Renzi, nel corso di una intervista televisiva rilasciata il 1° febbraio 2013!
Sono trascorsi poco più di tre anni ed alla Camera, il 24 e 25 ottobre del 2016, è andato in scena il disgustoso spettacolo offerto dai deputati del PD che, umili galoppini al servizio dell’oggi premier Matteo Renzi, si sono rifiutati di votare la proposta di legge presentata dal M5S che proponeva per l'appunto di “dimezzare” gli stipendi dei parlamentari.
Ora, che Renzi continui a proferire cialtronerie ad ogni piè sospinto è noto non solo a milioni di cittadini ma perfino ai sampietrini romani.
Che, però, i parlamentari del PD fossero capaci di ricorrere a motivazioni tanto fasulle quanto meschine per giustificare la loro sottomissione all’ordine ricevuto, non mi è parso solo vergognoso ma avvilente per loro stessi.
Da comune uomo della strada oltre a trovare deprimente lo spettacolo ho anche provato vergogna nel constatare che i destini del nostro Paese siano affidati ad individui così indegni.
Mi domando, ad esempio: come può il nientepopodimeno che capogruppo PD alla Camera, Ettore Rosato, non capire la enorme differenza che ci sia tra il parlamentare PD che finanzia il partito con un obolo di mille euro dai suoi compensi (NdR: o “persino duemila”, ha sbraitato nell’esaltazione l’on. Rosato) ed il parlamentare M5S che restituisce ai cittadini la metà del suo stipendio versandolo al Fondo per le Piccole Imprese per finanziare nuove attività ?
Eppure non deve averlo proprio capito se con la donazione di 1000 euro al PD ha motivata la sua contrarietà al dimezzamento degli stipendi parlamentari.
Da parte sua la deputata PD Alessia Morani, renziana DOC, che credo viva su Marte, intervenendo nel dibattito e rivolgendosi ai banchi del M5S, ha gridato “Volete ridurvi lo stipendio ? Tagliatevelo voi da domani”, dando così prova di ignorare che i parlamentari M5S dal primo giorno in cui sono entrati in Parlamento rinunziano di fatto già alla metà del loro stipendio.
Ma l’Oscar della meschinità e della pochezza di argomenti spetta, senza dubbio, alla vice capogruppo PD che si è scagliata contro la rendicontazione dei rimborsi spese, contenuta nella proposta di legge.
Infatti, inorridita dal solo pensiero di dover rendere conto ai cittadini di come spenda quei 3.503,11 euro che intasca ogni mese a titolo di diaria, la vice capogruppo PD ha avuta la penosa idea di schernire la rendicontazione delle spese che, invece, fanno e mettono online i parlamentari del M5S, versandone l’eccedenza al già citato Fondo per le Piccole Imprese  (NdR: è ridicolo e paradossale, tra l’altro, che la diaria, motivata come “rimborso delle spese di soggiorno a Roma” sia riconosciuta anche ai deputati residenti nella Capitale !!!).
E che dire, infine, di chi, come Enrico Zanetti viceministro dell’Economia, ha controproposto di commisurare lo stipendio dei parlamentari al reddito dichiarato dagli stessi nei tre anni prima di essere eletti, tanto per mettere in scena la intramontabile commedia all’italiana “pagare di più chi è ricco e meno chi è povero”.
Tanto è sempre Pantalone che paga !

giovedì 20 ottobre 2016

Alla Casa Bianca … gatta ci cova

Non credo di essere il solo cittadino, e forse anche non solo italiano, a domandarsi come mai Barack Obama, ormai agli sgoccioli del suo mandato presidenziale, abbia voluto enfatizzare così tanto l’arrivo alla Casa Bianca di Matteo Renzi e della sua brigata di allegri vacanzieri.
È pur vero che il nostro Paese è da sempre considerato una piccola colonia dell’impero a stelle e strisce.
È pur vero che i governi italiani hanno sempre assecondata la politica estera americana, condivisibile o meno che fosse.
È pur vero che gli ordini ricevuti da Washington sono stati eseguiti, con scrupolo e senza fiatare, da tutti i capi di governo italiani che si sono succeduti a Palazzo Chigi, con la sola eccezione del caso Sigonella, nel 1985, quando Bettino Craxi si rifiutò di cedere alle richieste di Ronald Reagan.
È pur vero che gli USA hanno potuto contare sempre sulla disponibilità dei militari italiani nell’accodarsi a loro là dove c’era da menar le mani, ed anche oggi, ad esempio, si preparano ad andare in Lettonia per fare bau bau a Putin.
Sarà pur vero tutto questo ma non riesco proprio a credere che Barack Obama abbia voluto accogliere in pompa magna Matteo Renzi, ed il suo seguito, solo per esprimere gratitudine agli italiani per i settanta anni di leale sudditanza.
Anche perché Obama di occasioni ne aveva già avute molte altre durante i suoi sette anni di presidenza.
Ed allora ?
Allora a me, comune uomo della strada, sorge il sospetto che dietro la esibizione, enfatizzata ad arte, della pomposa accoglienza … gatta ci covi.
Proverò a dare contenuto alle mie perplessità.
Non certo lo scopro io che i poteri economici e finanziari americani vedano come il fumo negli occhi, e non da oggi, una Unione Europea in salute e competitiva sui mercati internazionali.
A rendere ancora più indigesta l’UE agli americani è intervenuto il recente fallimento dei negoziati tra USA ed UE, in corso dal 2013, per la creazione del “Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti”, conosciuto come TTIP.
Le parole del Presidente Hollande che ha bollato come inaccettabile un accordo di libero scambio  “senza regole” e del vicecancelliere tedesco: “I negoziati con gli Stati Uniti sono effettivamente falliti perché come europei non possiamo accettare supinamente le richieste americane” hanno lasciato l’amaro in bocca soprattutto ad Obama che aveva voluti i negoziati e che sperava di concludere il suo mandato con la firma del TTIP, per di più indispettito dal fatto che entrambi i candidati alla sua successione si siano già espressi invece contro il TTIP.
Quindi Obama potrebbe aver pensato: perché non mandare un messaggio trasversale ai vertici dell’UE inebriando, con la messa in scena di una accoglienza in pompa magna, quel giovanotto che, come un Gian Burrasca, potrebbe rompere le uova nel paniere dell’UE ?
Ora, non arrivo a pensare che le sferzanti critiche ai vertici ed alle politiche europee, rilasciate da Renzi proprio nelle ore che precedevano il decollo della variegata brigata per Washington, fossero solo e soprattutto strumentali all’incontro con Obama, ma di certo alle orecchie del presidente americano sono suonate soave sinfonia.
D’altro canto nelle dichiarazioni ufficiali, rese in conferenza stampa, sia Obama che Renzi non hanno risparmiate stilettate al cuore dell’UE.
È probabile che Bruxelles non reagirà a questi attacchi congiunti, almeno formalmente, e proseguirà irremovibile sulla strada del rigore e della austerità.
Fatto sta, però, che il nostro Paese, checché ne pensi e dica Matteo Renzi nei suoi deliri, finché sarà parte dell’UE dovrà sottostare alle regole senza vagheggiare di poter rivoltare come un calzino questa UE saldamente a conduzione franco-tedesca. 

martedì 11 ottobre 2016

Una trappola malefica

Poco più di un mese fa la Corte d’Appello di Roma ha rigettato, con sentenza, il ricorso di Berlusconi contro il quotidiano La Repubblica per le “10 domande 10” che il giornale formulò a proposito degli scandali a sfondo sessuale che coinvolgevano il signore di Arcore.
È significativo che motivando il rigetto i giudici abbiano affermato che “in presenza dell’interesse pubblico alla conoscenza di determinati fatti è lecito, anzi doveroso, che un giornalista rivolga domande e pubblichi notizie”.
Come rimpiango quei tempi in cui nel nostro Paese c’erano ancora giornalisti liberi, non timorosi di rivolgere domande anche scomode perfino ad un capo del governo !
Oggi invece, dopo poco più di 2700 giorni dalla pubblicazione su La Repubblica di quelle 10 domande, avverto la amara sensazione che i giornalisti, almeno gran parte di loro, si siano appisolati sui cuscini del servilismo.
Mi sembra, cioè, che abbiano smarrita la facoltà “lecita, anzi doverosa” di porre domande al potente di turno, e preferiscano pendere condiscendenti dalle sue labbra.
Sarà solo una mia impressione ma oggi, come non mai, al presidente del consiglio ed ai suoi ministri mi sembra che sia concesso di dire pubblicamente qualsiasi cosa, falsità e panzane comprese, senza che un giornalista, almeno uno, si svegli dal torpore che spegne il suo cervello ed azzardi almeno una domanda.
In questi giorni, ad esempio, mi piacerebbe essere rassicurato da un vero giornalista che, senza vincoli di partito, dimostri di essere così libero da porre in primis al presidente del consiglio, ed eventualmente come riserva al ministro Boschi, alcune domande che crucciano me, ma credo anche un certo numero di italiani chiamati ad esprimere un voto, il 4 dicembre, sulla riforma costituzionale.
Sono talmente ansioso di avere delle risposte che mi permetto persino di suggerire una dozzina di domande.
1.     Una riforma costituzionale approvata dal Parlamento grazie solo al reiterato ricorso a voti di fiducia in totale spregio delle opposizioni, non è di per sé già un atto antidemocratico ? 
2.     Premesso il primo punto mi piacerebbe comunque sapere, ad esempio: se l’Art. 70 della riforma prescrive che “Ogni disegno di legge approvato dalla Camera dei deputati è immediatamente trasmesso al Senato” che può “deliberare proposte di modificazione del testo” perché i referendari asseriscono che la riforma sopprimerebbe la navetta delle leggi tra le due camere ?
3.     Attribuire il potere assoluto ed esclusivo di legiferare ad una sola Camera composta, grazie all’Italicum, dal 54% di deputati, nominati e scelti dal capo del governo, non è la premessa per una deriva autoritaria ?
4.     Al di là del giudizio di costituzionalità che compete alla Consulta, dopo aver abolito il Senato elettivo a chi compete il compito di emendare eventuali errori, omissioni, lacune delle leggi approvate dalla sola Camera dei deputati ?
5.     È accettabile e democraticamente corretto che il presunto “statuto delle opposizioni”, previsto dall’Art. 64, riscritto dalla riforma, sia definito ed approvato dalla Camera dei deputati la cui maggioranza del 54% è asservita al capo del governo ? 
6.     Perché la riformista Maria Elena Boschi si ostina nell’asserire che la riforma produrrà 500 milioni di risparmi quando la Ragioneria dello Stato ha quantificato in 8,7 milioni il risparmio per la cancellazione del CNEL ed in 49 milioni quello relativo alla eliminazione dei 315 senatori eletti “a suffragio universale e diretto dagli elettori”? Forse che il ministro riformista non sappia neppure far di conto ?
7.     Che senso ha la costituzione del tanto celebrato Senato delle Autonomie se poi l’Art. 117 modificato dispone che il governo, a suo insindacabile giudizio, avvalendosi della clausola di supremazia possa avocare a sé e legiferare su materie di competenza delle autonomie locali ?
8.     Se il nuovo Art. 57, comma 2, della riforma dispone che i futuribili  senatori part-time siano eletti dai Consigli regionali e dai Consigli delle Province autonome non è abusivo ed incostituzionale definirli parlamentari, dal momento che gli Art. 56 e 58 della Costituzione, quella autentica ed in vigore, riconoscono come parlamentare solo chi sia eletto “a suffragio universale e diretto dagli elettori” ?
9.     Se i senatori part-time non sono parlamentari perché concedere loro il beneficio della immunità parlamentare ?
10.   La ingiustificata ed arbitraria immunità proteggerebbe i senatori part-time, sindaci e consiglieri regionali, anche se fossero indiziati, come amministratori locali, di corruzione, malaffare, abuso d’ufficio, collusione con la criminalità, etc. ?
11.   Quando l’Art. 71, modificato dalla riforma, eleva da 50.000 a 150.000, cioè di tre volte, il quorum di firme necessarie per la presentazione delle proposte di legge di iniziativa popolare, ha lo scopo di frapporre ostacoli alla partecipazione dei cittadini alla determinazione delle politiche pubbliche, tanto per non disturbare l’uomo solo al comando ?
12.   Quando il nuovo Art. 75 della riforma aumenta da 500.000 ad 800.000 il quorum di firme necessarie, per proporre referendum popolari, l’obiettivo è ancora quello di rendere più difficoltosa la partecipazione dei cittadini alla vita democratica ?
Per concludere mi domando: senza plausibili e dettagliate risposte a queste, come ad altre domande provocate dalle troppe perplessità che genera questa riforma, come potrebbe un elettore, sano di mente e nel pieno possesso delle sue facoltà mentali, recarsi alle urne il 4 dicembre e votare “SI” ? 

giovedì 6 ottobre 2016

10 buone ragioni per il mio “NO” (Terza parte)

La sintesi più azzeccata di quello che potrà accadere il 4 dicembre, quando gli elettori andranno alle urne per il referendum, secondo me l’ha espressa Maurizio Crozza asserendo: “Referendum ? Il Paese è diviso tra chi ha capita la riforma costituzionale e chi invece voterà SI”.
In effetti, più ci si addentra nella lettura del testo di questa riforma e più ci si rende conto di un perverso disegno che, per il combinato disposto di riforma e di Italicum, si propone di ghettizzare i cittadini, cioè il Popolo Sovrano, sottraendo loro oltre alla libertà di scegliere i loro rappresentanti anche alcuni sacrosanti diritti riconosciuti dalla Carta Costituzionale.
È sufficiente, infatti, leggere il testo stesso della riforma per rilevare la  Balla n°5 che si palesa nel affannoso tentativo con cui il presidente del consiglio cerca di far credere agli italiani che la riforma porterà loro solo vantaggi.
I casi sono due, o l’Innominabile non conosce la riforma, il che non stupirebbe visto il pressapochismo del personaggio, oppure mente spudoratamente.
Perché ?
Ø  Perché, come si è già visto, agli elettori viene rubato il diritto di scegliere i propri rappresentanti sia alla Camera che al Senato dove, invece, si accomoderanno decine e centinaia di individui nominati dai capibastone dei partiti.
Ø  Perché l’Art. 11 della riforma nel modificare l’Art. 71, secondo comma, della Costituzione alza da 50.000 a 150.000 il quorum di firme richieste ai cittadini per proporre un progetto di legge di iniziativa popolare. È manifesto lo scopo di ostacolare il Popolo Sovrano nel partecipare alla funzione legislativa che ogni governo autoritario considera una sua prerogativa esclusiva.
Ø  Perché anche l’Art. 15 della riforma, modificando l’Art. 75 della Costituzione, eleva da 500.000 ad 800.000 il quorum di firme necessarie per proporre un referendum popolare. Anche in questo caso l’intento è rendere difficile, se non addirittura impossibile l’esercizio di un diritto riconosciuto ai cittadini dalla Carta Costituzionale, visto che la storia ha già attestato come in molti casi sia stato impossibile raggiungere perfino il quorum di 500.000.
In sostanza una riforma che da un lato sottrae diritti ai cittadini, mentre,dall’altro, si preoccupa di concedere privilegi ai neoeletti membri della casta.
Ed eccoci, così, alla Balla n°6 che il presidente del consiglio ripete senza pudore sostenendo che ai senatori part-time bisogna riconoscere l’immunità parlamentare perché lo prevede la Carta Costituzionale.
Credo disonesto ed ingiustificabile che l’Innominabile si appelli alla Costituzione quando vuole concedere privilegi ai membri della casta, mentre la calpesti quando si tratti di defraudare i cittadini dei loro diritti.
Ciò premesso, comunque, mi pare evidente che il presidente del consiglio abbia studiata la Costituzione solo sul bignamino e, quindi, abbia lacune conoscitive tali da indurlo a raccontare balle.
Perché ?
Ø  Perché gli Art. 56 e 58 della Carta Costituzionale riconoscono come parlamentari solo coloro che siano “eletti a suffragio universale e diretto dagli elettori”. Perciò non può essere equiparato a parlamentare chi, sindaco o consigliere regionale, sia eletto senatore part-time dai consigli regionali come prevede appunto il rimaneggiato Art. 57 della riforma.
Ø  Perché, pertanto, non essendo eletti in conformità al dettato degli Art. 56 e 58 della Carta Costituzionale è infondato e fraudolento citare la Costituzione per sostenere che ai senatori part-time spetti l’immunità.
Ø  Perché, oltretutto, sindaci e consiglieri regionali, pur se nominati senatori part-time, continueranno a svolgere la loro attività principale sul territorio come amministratori pubblici. Appartenenti, cioè, a quella tipologia di politici da sempre protagonista di inchieste giudiziarie per corruzione, malaffare, abuso d’ufficio, collusione con la criminalità organizzata.
Ø  Perché l’immunità non può essere concessa con i voucher spendibili, da sindaci e consiglieri regionali, solo se e quando partecipino ai lavori del Senato, per cui ne godrebbero come scudo anche quando svolgessero i loro compiti di amministratori nel rispetto o non dell’etica.
Ø  Perché nulla vieterebbe ai capibastone di privilegiare nella nomina a senatore part-time un amministratore già oggetto di inchiesta giudiziaria oppure consapevole di aver commessi reati che potrebbero essere investigati dalla Magistratura.
Con questa terza parte, in ogni caso, non ho esaurite le buone ragioni che mi indurranno, il 4 dicembre, a votare “NO”, ma mi fermo qui per non abusare della pazienza di chi ha la benevolenza di seguire il mio blog.

martedì 4 ottobre 2016

Un Grillo donchisciottesco

Un team di calcio che non abbia un allenatore capace di preparare e poi guidare i giocatori, assegnando loro ruoli e tattiche di gioco, studiate per ogni partita in funzione dell’avversario, si esibirà solo e sempre come un insieme di singoli, magari anche fuoriclasse, che affiderà al caso ed alla buona stella il risultato.
Non sarà mai, però, una squadra, cioè una formazione organica, coordinata e compatta per perseguire unitariamente l’obiettivo comune.
Ho scelto di prendere spunto da quella che, secondo me, è la sintesi del concetto di squadra per cercare di comprendere gli scricchiolii sempre più frequenti che tormentano da mesi il M5S e che rischiano di vanificarne anche i migliori proponimenti.
Probabilmente i vertici del movimento sono stati colti di sorpresa, dal  inatteso ed insperato risultato elettorale delle politiche 2013, ed ancor più delle amministrative 2016.
Infatuati dall’utopico ed ingannevole “uno vale uno”, peraltro adottato solo quando fa loro comodo, hanno sottovalutato che cosa avrebbe significato, per il M5S, entrare nell’agone politico, ma più ancora assumere, all’occorrenza, responsabilità di governo di una qualsiasi comunità, piccola o grande che fosse.
Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio si sono illusi che prendendo, qua e là, giovani di belle speranze, purché incazzati ma del tutto inesperti politicamente, fosse possibile affrontare quei marpioni, mestieranti della politica, che occupano le istituzioni e condizionano l’informazione.
Mi sembra, in sostanza, che Grillo e Casaleggio si siano comportati come dei Don Chisciotte all’assalto non di mulini a vento ma dei signorotti di un sistema autoreferenziale che respinge chiunque non sia utile ed arrendevole alla combriccola.
Con il trascorrere del tempo, l’ossessione del “uno vale uno”, che ha impedito il nascere di una pur minima organizzazione interna, e la mancanza di un referente politico che indicasse ed uniformasse gli indirizzi politici e quelli comunicazionali, hanno consentito che emergessero protagonismi tali da impedire il formarsi di un effettivo spirito di squadra, sempre più indispensabile di fronte al crescere dei consensi elettorali.
Correre ai ripari, oggi, sarà estremamente difficile perché nei giovani di belle speranze si è consolidata la convinzione di essere oramai corazzati sia sul piano politico che della comunicazione.
Gli effetti devastanti di questa conduzione donchisciottesca del M5S sono emersi in tutta la loro asprezza dopo la vittoria del movimento a Roma.
Infatti, direttorio e minidirettorio invece di fare squadra con Virginia Raggi, eletta sindaco dai romani, hanno palesate contraddizioni, incertezze, gelosie, fino ad accapigliarsi sulla nomina dei componenti la giunta.
Non è parso vero, agli esponenti del PD, scornati per la batosta elettorale rifilata loro dal M5S, di poter enfatizzare ogni crepa che affiorava all’interno del movimento, costringendo Beppe Grillo a ricomparire sul palco di Palermo.
Decisioni concrete, però, non mi sembra che siano state adottate fino ad oggi, né da Beppe Grillo né da Davide Casaleggio, nonostante l’urgenza di tamponare le falle che potrebbero costare caro al movimento nel medio e lungo termine.
Ed oggi, a completare la sensazione che il M5S sia una nave alla deriva ecco giungere la notizia che Pizzarotti, primo sindaco pentastellato, ha deciso con la sua giunta di Parma di lasciare il movimento.
Chissà che Grillo non attenda che sia la “prodigiosa” Rete a trovare la soluzione di tutti i problemi. 

lunedì 3 ottobre 2016

Gioco degli equivoci e deontologia

Sicuramente sono non poche le situazioni che provocano vergogna ed indignazione in molti di noi, dalla terra dei fuochi alla corruzione dilagante, dalle miserevoli condizioni di vita di milioni di cittadini ai furbetti del cartellino, dalle inefficienze della pubblica amministrazione agli intollerabili benefici di cui gode la casta, e potrei proseguire.
C’è, però, qualcosa  alla quale ho la sensazione che gli italiani si siano assuefatti al punto da non provare più nemmeno sdegno.
Mi riferisco al nauseante servilismo con cui tutti i media, pur con le dovute eccezioni, cercano di plagiare i cittadini.
Per la verità il potere, politico, finanziario, lobbistico, si è sempre servito dei media per condizionare l’opinione pubblica.
Mi sembra, tuttavia, che mai come in questi tempi il giornalismo si sia messa sotto i piedi la deontologia professionale pur di compiacere al potente di turno, anche facendosi scudo di un ambiguo gioco degli equivoci che può avere ospitalità solo nel teatrino politico nostrano.
Un lampante esempio di quanto sia intollerabile il servilismo dei media, dalla carta stampata a radio e TV, lo si è avuto oggi, domenica 2 ottobre 2016.
È risaputo che molti partiti abbiano istituite scuole di formazione politica per preparare i nuovi quadri.
Oggi, ad esempio, mentre a Milano era il primo giorno della scuola leghista, a Roma si svolgeva una sessione della scuola del Partito Democratico.
Alle riunioni hanno partecipato i rispettivi segretari dei due movimenti politici.
Ebbene, sull’incontro della scuola leghista non un servizio, ma neppure una citazione.
Invece, sulla riunione della scuola PD radio e TV ci hanno propinati  ripetuti ed interminabili servizi corredati da riprese filmate e commenti.
Eccezionale zelo, in particolare, hanno dimostrato i media nel proporre e riproporre quel frammento della lezione del Prof. Renzi dedicato ad un violento attacco al M5S e soprattutto alla sindaco di Roma ed alla sua giunta.
Mi sembra sia lecito domandarsi innanzitutto come mai all’assordante silenzio sulla sessione della Lega e sull’intervento del suo segretario, si contrapponga così tanta premura nel documentare l’intervento del segretario alla scuola del PD.
Già, perché se il Prof. Renzi ha fatta la sua lezione, ai giovani del PD, come segretario del partito è assolutamente ingiustificabile la disparità di attenzione riservata dai media a questo evento rispetto a quello di Milano.

Se invece, ad impartire la lezione ai giovani del PD era il premier Renzi, beh allora mi sembra che sia inaccettabile e censurabile che un capo del governo inveisca con tanta irruenza contro una istituzione dello Stato, sindaco e giunta capitolina, questa sì eletta dai cittadini, e sfrutti il suo ruolo per servirsi dei media affinché facciano da megafono ai suoi travasi di bile.

domenica 2 ottobre 2016

10 buone ragioni per il mio “NO” (Seconda parte)

Senza neppure rendercene conto molti di noi sono condizionati, nel loro quotidiano, dagli slogan della pubblicità.
A chi, per esempio, non è capitato di acquistare il detersivo XY perché lo slogan assicurava che “lava più bianco”, oppure il dopobarba ZV perché “è per uomini veri” ?
Da alcuni decenni, ormai, gli slogan imperversano anche in politica favoleggiando illusioni inventate per abbindolare l’elettore.
Anni fa, ad esempio, furoreggiava lo slogan “creeremo un milione di posti di lavoro” senza indicare come, dove e quando si potesse concretare quella fungaia occupazionale.
Oggi i posti di lavoro che produrrà il ponte sullo stretto sono solo centomila, ma l’intento di illudere resta lo stesso.
Gli anni passano ma, purtroppo, è sempre incinta la madre dei ciarlatani che con fantasiosi slogan gettano l’amo per far abboccare la sovrabbondanza di gonzi.
Nella campagna referendaria che infuria da settimane è impossibile non accorgersi, ad esempio, del proliferare di asserzioni fasulle finalizzate esclusivamente a tirare per la giacca gli elettori.
Nella prima parte di appunti, postata due giorni fa, ho espresse alcune riserve su due affermazioni che il presidente del consiglio e la ministro Boschi continuano a ripetere come un mantra.
Oggi proseguirò nelle mie considerazioni analizzando altre disquisizioni che, a me personalmente, appaiono come panzane finalizzate a distogliere gli elettori da quelli che sono i veri obiettivi di questa riforma costituzionale.
Riprenderò, perciò, da quella che considero la Balla n°3
Il primo quesito della scheda referendaria, che sarà consegnata agli elettori il 4 dicembre, richiede di approvare, o non, le “disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario” che, a detta del presidente del consiglio, dovrebbe rendere più agile e rapido il processo legislativo.
Ora, a prescindere dal fatto che, in questi 31 mesi di permanenza a Palazzo Chigi, l’Innominabile ha posto oltre 50 voti di fiducia facendo scempio delle prerogative legislative di Camera e Senato, se si ha la pazienza di leggere il testo della riforma si scopre che il presunto intento di rendere più agile e rapido il processo legislativo è solo una balla che nasconde ben altri propositi.
Perché ?
Ø  Perché la riforma prevede solo la corsia preferenziale riservata alla decretazione d’urgenza del governo che la Camera sarà vincolata ad approvare entro 70 giorni.
Ø  Perché il Senato, al quale sarà cassato il potere di dare o togliere la fiducia al governo, su richiesta di almeno un terzo dei suoi componenti potrà esprimere il suo parere e proporre emendamenti, come semplici suggerimenti, alle leggi approvate dalla Camera, purché lo faccia entro 30 giorni. Perciò il deprecato ping pong delle leggi tra i due rami proseguirà.
Ø  Perché la Camera deciderà, senza motivare, se accogliere, o non, i suggerimenti del Senato.
Ø  Perché, di conseguenza, la riforma riconosce alla Camera un potere legislativo assoluto senza alcun controllo se non quello di costituzionalità da parte della Consulta.
Ø  Perché, siccome per il combinato disposto della riforma e della legge elettorale, Italicum, per il 55% la Camera sarà formata da deputati del partito al governo, in parte perfino nominati dal “capo”, di fatto questa riforma attribuisce al potere esecutivo, il governo, la supremazia incondizionata sul potere legislativo. Una situazione che riecheggia, secondo me, quanto nel 1938 scriveva Carlo Alberto Biggini, Ministro del governo fascista e membro del Gran Consiglio: “Il Parlamento è organo di integrazione del Governo e non può essere organo che condiziona il Governo. Non si possono, difatti, intendere i caratteri ed i limiti della funzione legislativa se non si parte dal presupposto che l’indirizzo o la funzione di Governo sono superiori e prima della funzione legislativa”.
Ø  Perché, quindi, ho timore che il vero scopo inconfessato di questa riforma sia la cancellazione della repubblica parlamentare voluta dai padri costituenti.
Qualcuno potrà obiettare, a questo punto, che il presidente del consiglio, in questi ultimi giorni, si è detto disponibile a mettere mano all’Italicum, ma solo dopo il 4 dicembre.
Credo si tratti di una disponibilità tattica perché l’Innominabile per mesi ha magnificato l’Italicum,sul quale ha posto anche il voto di fiducia, affermando che si tratta di una legge elettorale perfetta, in grado di far conoscere con certezza, la sera delle elezioni, chi avrebbe vinto e governato per i cinque anni successivi. Tra l’altro l’Innominabile si era anche vantato di congratulazioni ricevute dai premier europei interessati a copiare l’Italicum.
E passiamo a quella che considero la Balla n°4.
Il presidente del consiglio nel replicare alle critiche sul nuovo Senato di nominati asserisce, a ragione, che la riforma attribuisce al Senato poteri significativi come quelli in materia di politiche comunitarie, e di controllo sulla Pubblica Amministrazione. Finge, però, di ignorare che è la stessa riforma a pregiudicare, di fatto, la funzionalità del Senato.
Perché ?
Ø  Perché essendo quello di senatore part-time un secondo lavoro per consiglieri regionali e sindaci è ragionevole attendersi, soprattutto dai sindaci, che diano priorità ai loro impegni sul territorio ed ai loro doveri verso la comunità che li ha eletti. Per questo conciliare le assemblee senatoriali con le agende di 95 amministratori potrebbe rendere del tutto episodici e discontinui il lavori del Senato, a dispetto dei poteri attribuitigli.
Ø  Perché la riforma  nel riscrivere l’Art. 57 ha disposto che “La durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali dai quali sono stati eletti”. Mi auguro che, nello scrivere l’Art. 57, la ministro riformista Maria Elena Boschi fosse a conoscenza che le elezioni comunali e regionali avvengono ogni 5 anni, ma che soprattutto sono indette con calendari  non coincidenti. La conseguenza è che il Senato, camperà come una porta girevole per il continuo via vai di senatori part-time deposti, per scadenza del mandato, e nuovi senatori part-time in sostituzione. In pratica, cioè, durante una legislatura in Senato si avvicenderanno non 95 senatori part-time ma molti di più, con pregiudizio ulteriore alla già problematica efficacia e qualità dei lavori.
Per concludere, credo che non solo la riforma costituzionale rappresenti una mina vagante per la democrazia del nostro Paese, ma evidenzi quanto abborracciata ed approssimativa sia stata la sua elaborazione.
Mancano 63 giorni al 4 dicembre e non mancherà né il tempo né l’occasione  per commentare le balle 5, 6 … etc.