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sabato 28 settembre 2013

Dimissioni? Forse un trucco diabolico

A pensarci bene le dimissioni di massa, chieste da Berlusconi ai suoi lacchè parlamentari, mi sembrano una mossa troppo insulsa per essere vera.
Oddio, se l’obiettivo fosse stato dimostrare che i parlamentari del PdL, quasi tutti, siano così berluscodipendenti da rinunciare alle loro poltrone, allora bisogna riconoscere che la sceneggiata, anche mediaticamente, abbia fatto clamore e riscosso un certo successo.
Personalmente, però, non credo che solo questo fosse l’obiettivo e, perciò, sono molto scettico.
Con il passare delle ore mi sto convincendo, infatti, che dietro le dimissioni collettive ci sia uno dei soliti stratagemmi diabolici, ai quali Berlusconi ci ha abituati in questi anni.
Cercherò di spiegare il mio scetticismo.
È risaputo che le dimissioni, anche se irrevocabili, prima di diventare effettive devono essere accettate.
In un’azienda è la direzione, deputata ad accettare le dimissioni di un collaboratore.
Nel caso dei parlamentari, invece, ad accettare le dimissioni è delegata l’Aula di appartenenza, cioè Camera o Senato, che si esprime con voto segreto.
Dato e non concesso, pertanto, che tutti, o gran parte dei senatori e deputati del PdL presentassero insieme le loro dimissioni non si avvererebbero, comunque, le condizioni per lo scioglimento delle Camere.
Il perché è facilmente intuibile.
Le Aule di Camera e Senato sarebbero chiamate a dibattere e votare per l’accettazione o il respingimento delle dimissioni di ogni parlamentare.
Infatti, non esiste alcuna possibilità che Camera e Senato possano accettare o respingere dimissioni di comitive.
Ed ecco che il diabolico trucco incomincia a prendere corpo.
Ipotizziamo che il Senato sia chiamato a dichiararsi su circa 95 senatori pidiellini dimissionari, e la Camera su più o meno 95 deputati dimissionari.
Se i leghisti, come hanno annunciato, si accodassero al PdL con le loro dimissioni, i senatori dimissionari diventerebbero circa 110, mentre sarebbero quasi 120 i deputati.
A questo punto, come prevedono l’art.113, comma 3, del Regolamento del Senato, e l’art. 49, comma 1, della Camera, la votazione dovrà aver luogo a scrutinio segreto.
È consuetudine che l’Aula al primo scrutinio respinga le dimissioni, per una forma di cortesia, per cui si dovrà procedere ad un secondo e ad un possibile terzo scrutinio.
Siccome, però, entrambe le Camere sono impegnate dalle agende di loro pertinenza, per arrivare alla accettazione di ogni singola istanza di dimissioni potrebbero passare non settimane ma mesi.
Nel frattempo, quindi, i dimissionari resterebbero in carica e continuerebbero a partecipare ai lavori parlamentari.
Ed allora in cosa consterebbe il diabolico trucco berlusconiano?
Innanzitutto nel tenere in piedi la legislatura fino a quando Berlusconi avrà espiati gli arresti domiciliari, durante i quali, non avrebbe, infatti, alcuna possibilità di fare campagna elettorale.
In secondo luogo, il PdL manterrebbe sotto ricatto il governo con la minaccia permanente di una crisi, imponendo così i suoi diktat.
Infine, la risuscitata Forza Italia avrebbe il tempo per riorganizzarsi ed intercettare un leader che possa guidare il partito nelle consultazioni elettorali.
È molto probabile, infatti, che per molti anni Berlusconi, una volta interdetto dai pubblici uffici, possa essere solo padre putativo di Forza Italia ma certamente non il suo candidato premier.
Un dubbio: ma se con tutto questo guazzabuglio Berlusconi avesse fatti i conti senza l’oste ?

giovedì 26 settembre 2013

Un indecifrabile Giorgio Napolitano

Sarà di certo una mia lacuna ma, con il trascorrere dei giorni, mi riesce sempre più difficile capire cosa si prefigga il nostro Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.
Eppure, riconosco in lui un politico di straordinaria esperienza, che gode di innegabile prestigio internazionale e può contare sulla stima ed il rispetto di ampia parte dell’opinione pubblica.
Il suo primo settennato, disseminato anche di momenti non facili, lo ha gestito con saggezza, equilibrio, imparzialità, ed in alcune circostanze perfino con coraggio.
Però, da quel lunedì 22 aprile, quando davanti alle Camere ha prestato giuramento per il secondo mandato, Giorgio Napolitano mi sembra aver cambiata molto la sua percezione del ruolo, mutando comportamenti e serenità di giudizio.
Dopo il prevedibile fallimento di Bersani, incapace di dar vita ad un governo, fallimento peraltro che ha concluso il primo settennato, Napolitano si è presentato alle Camere con un discorso molto duro, bacchettando i partiti per la incapacità nel portare a termine le riforme e per la inadeguatezza a rinnovarsi in linea con il mutare del Paese.
Un discorso che faceva ben sperare per quello che ne avrebbe potuto seguire.
Invece, nel giro di qualche giorno è apparso chiaro che Napolitano, con le sue scelte, avrebbe disattese, lui per primo, le linee tracciate dal discorso di insediamento.
Ad esempio, il Capo dello Stato aveva indicato alle forze politiche l’obiettivo di dare stabilità all’azione di governo, per affrontare di petto la grave crisi economica e procedere con le riforme.
Per ottenere stabilità, visto il peso delle forze in campo, sarebbe stato logico dar vita ad un “governo di scopo”, affidato ad una personalità non di partito, con un programma preciso, chiaro e rigoroso, preventivamente concordato ed approvato dai gruppi parlamentari.
Invece no!
Napolitano ha scelta l’arrischiata strada delle “larghe intese”.
Una strada sulla quale, lo sapevano anche i sassi, incombeva la spada di Damocle di una possibile condanna definitiva di Berlusconi, padrone e despota di uno dei partiti di governo.
Mi domando: è stato un errore di valutazione prospettica, oppure Napolitano si proponeva di mettere al riparo Berlusconi con un salvacondotto?
Bisogna riconoscere che ad intuire quello che sarebbe accaduto sia stato proprio Berlusconi, imponendo a Letta, prima che la Cassazione si pronunciasse, di cancellare l’IMU per offrire al PdL un argomento di sicura presa sugli elettori, in caso di campagna elettorale.
Fatto sta che, dopo pochi mesi, la sentenza della Cassazione è puntualmente arrivata, terremotando l’azione di governo.
Con la condanna definitiva di Berlusconi e la sua probabile, ma non certa, decadenza da senatore, l’obiettivo della stabilità andrà, di fatto, a farsi friggere.
Se poi prendiamo atto che, in questi mesi, il governo Letta non ha fatto praticamente nulla, né per contrastare la crisi economica che attanaglia il Paese, né per promuovere le auspicate riforme strutturali, è facile prevedere che il Capo dello Stato rischi di ritrovarsi con un pugno di mosche in mano, avendo puntato sul cavallo sbagliato.
Ma, ad accrescere le difficoltà nel cogliere il senso del secondo mandato di Napolitano, concorrono alcune sue indecifrabili esternazioni.
Ad esempio, dopo due giorni che a Berlusconi, già pregiudicato, era stato permesso di diffondere, in pratica a reti unificate, il suo video messaggio per reiterare la solita solfa di accuse ed offese nei confronti della Magistratura, Giorgio Napolitano, alla LUISS, partecipava all’iniziativa in ricordo di Loris D’Ambrosio.
Nel suo intervento, Napolitano ha accennato che il rispetto, per la Magistratura, è “spesso travolto nella spirale di contrapposizione tra politica e giustizia, che da troppo anni imperversa nel nostro Paese”, ma poi ha invitati i magistrati ad avere “una attitudine meno difensiva e più propositiva rispetto al discorso sulle riforme di cui la giustizia ha indubbio bisogno”.
Neppure un cenno al degrado in cui sono precipitati i rapporti istituzionali nel Paese, un Paese che permette, ad un pregiudicato, di aggredire, in televisione, i magistrati che lo hanno giudicato.
Un’aggressione che, facilmente, si replicherà nei prossimi giorni se Berlusconi, invitato dal fido Bruno Vespa, parteciperà a “Porta a Porta”.
Inorridisco al solo pensiero che tanta permissività, da parte del Capo dello Stato, possa essere d’esempio per concedere ad altri pregiudicati di inveire contro i loro giudici, magari in televisione.
Mi domando se sia giustificabile tollerare, da parte di Giorgio Napolitano, tutto questo pur di non compromettere le ormai vacillanti “larghe intese”.

martedì 24 settembre 2013

Della serie: “lei non sa chi sono io!”

A chi di noi non è capitato, almeno una volta nella vita, di incontrare uno di quei tipi tronfi, un po’ burini, che a causa dei loro tortuosi complessi di inferiorità si aggrappano ad un titolo accademico o ad un ruolo pubblico.
C’è, ad esempio, chi si risente stizzito se non ci si rivolge a lui appellandolo, secondo i casi, dottore, ingegnere o professore, perfino quando le situazioni e l’ambiente suggerirebbero di bandire ogni formalismo.
È una pecca ancora molto diffusa, nel nostro Paese, che mette a disagio questi soggetti quando, trovandosi nei paesi anglosassoni si devono accontentare di essere chiamati semplicemente “Mister” o, nel migliore dei casi “Sir”.
Ho sorriso divertito ma perplesso, alcune settimane fa, quando Renato Brunetta si risentì nei confronti della Presidente della Camera, Laura Boldrini, che aveva osato rivolgersi a lui chiamandolo “onorevole” invece che “presidente”, attribuzione a lui spettante perché presidente del gruppo parlamentare PdL alla Camera.
Non era la prima volta che Brunetta peccava di siffatti spocchiosi modi, come quando, ad esempio, ricorda agli interlocutori che lui è un professore.
Lo ha replicato l’altro giorno, partecipando in TV al programma “Mezz’ora”.
Parlando del Ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, ha affermato: “Saccomanni è un tecnico, ma io sono più tecnico di lui perché sono professore!”.
Il vero problema, dell’Onorevole Presidente Professore Renato Brunetta, è che in materia di economia e di conti pubblici ha la memoria corta, o perlomeno finge di non ricordare.
Non ricorda, ad esempio, che Berlusconi, a capo del governo di cui lui era ministro, il 26 ottobre 2011 inviò all’UE un documento (vedi lettera a Van Rompuy e Barroso) con il quale specificava gli interventi indifferibili, e relativo calendario di attuazione, che l’Italia si impegnava a realizzare entro il 2013 per il risanamento dei conti pubblici.
Tra i molti impegni, oltre alla riforma delle pensioni, alla riduzione del debito pubblico, etc., Berlusconi indicava  il conseguimento del 3% nel rapporto Deficit/PIL per il 2013.
Peccato però che, dopo poche settimane, Berlusconi ed i suoi ministri, tra i quali c’era appunto Brunetta, coscienti della loro incapacità di realizzare gli impegni presi con l’UE, fecero armi e bagagli ed abbandonarono al suo destino la nave Italia .
Al grido di “coraggio fiöi scappuma” rifilarono l’ingrata eredità, degli impegni presi con l’UE e della procedura di infrazione, prima al governo Monti, e poi al governo Letta.
È intollerabile, perciò, che l’Onorevole Presidente Professore Renato Brunetta, emulo di Schettino, dopo aver abbandonato il ponte di comando ed essersi messo in salvo sugli scogli, abbia incominciato a criticare ed infierire contro Monti, prima, e Letta, poi, che, sobbarcandosi fatica ed impopolarità, si sono dati da fare per salvare il Paese e rispettare gli impegni con l’UE.
Per questo, mi sembra quanto meno doveroso che l’ex ministro Onorevole Presidente Professore Brunetta provi vergogna e si zittisca quando il Ministro dell’Economia, Saccomani, esprima preoccupazioni e minacci di dimettersi qualora gli siano creati nuovi ostacoli nel far fronte a quegli impegni, con l’UE, che aveva assunti il governo Berlusconi! 

domenica 22 settembre 2013

PD sugli scogli mentre bombolo straparla

Se qualcuno si era illuso, nelle scorse settimane, che l’Assemblea del Partito Democratico, in calendario per il 20 e 21 settembre, avrebbe sciolti tutti i nodi sulle modifiche statutarie e sulle regole congressuali, sarà rimasto ancora una volta deluso ed amareggiato.
L’unica decisione che sembrerebbe uscita da due giornate di incontri, è forse la data del congresso, 8 dicembre festa della Immacolata Concezione.
Non vorrei scivolare nel blasfemo … ma ho l’impressione che i Dem abbiano bisogno di un miracolo della Madonna per fare il loro congresso!
Non so come mai ma le vicissitudini del PD mi ricordano sempre più le traversie della Costa Concordia.
Come la Concordia, infatti, anche il PD è stato fatto naufragare sugli scogli da un comandante scriteriato ed inetto.
Mentre sul ponte di comando della Concordia c’era Schettino, su quello del PD c’era Pierluigi Bersani.
Stupisce, perciò, che, mentre a Schettino è stata sospesa la patente marittima, il PD non abbia ancora ritirata, a Bersani, la patente politica, lasciando che continui ad imperversare in lungo ed in largo.
Per venti mesi la Concordia è rimasta incagliata sul lato di dritta, sbattuta da marosi e raffiche di vento, esattamente come il PD, alla mercé delle sue molte correnti, di una nomenklatura autoreferenziale, di una schizofrenia autolesionista.
A raddrizzare, con successo, la Concordia ci ha pensato un imponente pool internazionale, di tecnici e specialisti, che ha progettata e realizzata ogni fase dell’operazione.
Per riassestare il PD si sono offerti alcuni volenterosi, più o meno credibili e competenti, da Civati a Cuperlo, da Renzi a Pittella.
Ma la domanda è: se per raddrizzare la Concordia ci sono voluti venti mesi, quanto tempo occorrerà per riportare il PD in linea di galleggiamento politico?
Non solo, ma nel PD chi sarà il Nick Sloane capace di recuperare una situazione così disastrata ?
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Nel secolo scorso, tra gli anni ’35 e ’50, conquistò molta popolarità un gruppo vocale femminile, il Trio Lescano.
Non ho avuto il piacere di assistere alle performance di “le ragazze dello swing”, e non per sufficienza ma solo per motivi anagrafici.
Mi è capitato, però, di ascoltare alcune delle loro canzonette di maggior successo, anni fa quando bazzicavo gli studi della mitica Radio City Milano 88.
Tra quelle spassose canzonette ce n’era una che mi ritorna in mente, come un flash, tutte le volte che in TV appare la figura di un noto personaggio politico.
Il ritornello della canzone, “Bombolo”, diceva:
“era alto così
era grosso così  
lo chiamavan bombolo
si provò di ballar
cominciò a traballar
fece un capitombolo.
Ruzzolò di qua
ruzzolò di là
come fa una palla,
per destin fatal
cadde in un canal
ma rimase a galla”
 
In effetti, il personaggio, al quale mi riferisco, è solito incedere con un passo saltellante, come se poggiasse i suoi piccoli piedi non sui sampietrini romani ma su un infinito tappeto elastico.
Quando poi si atteggia ad orlando furioso, come capita un giorno sì e l’altro pure, ho l’impressione che il tappeto elastico lo proietti in alto, ma non può essere altro che una impressione.
Questa macchietta è un condensato di cattiveria e di perfidia, ricorre a continue minacce e provocazioni per nascondere i suoi molti complessi.
È prigioniero, infatti, dei complessi che lo spingono ad avventurarsi in affermazioni e pensate assurde pur di porsi al centro dell'attenzione.
Un’ansia di protagonismo che lo trasforma in un fanfarone, destinato a galleggiare sempre nel canale del ridicolo.
Mesi fa, ad esempio, in campagna elettorale, architettò la restituzione agli italiani dell’IMU pagata nel 2012, rassicurando il suo padrone che in qualche settimana lui sarebbe riuscito a recuperare, dalla Svizzera, i fondi necessari.
Era una delle solite panzane, difatti fu sconfessato subito dalle autorità svizzere.
Come reagì una volta scornato?
Semplicemente evitando, da quel momento, di parlare ancora della restituzione dell’IMU 2012.
Nella sua sconsiderata ricerca di protagonismo è un recidivo.
Oggi, ad esempio, si ostina a prospettare al governo vaghe risorse in grado di evitare l’aumento dell’IVA, incurante del fatto che, quando gli chiederanno di indicarle, sarà incapace di dire qualcosa di serio.
Tanto per lui non ha importanza essere svergognato purché la sua faccia vada in TV. 
Per questo, non riesco a comprendere perché, nonostante il rosario di topiche documentate, i media continuino a concedergli così tanto spazio.


giovedì 19 settembre 2013

Uno sport di moda: travisare la realtà

Plausibilmente, da ieri, per Carlo De Benedetti il numero “17” si è scrollata di dosso la fama di numero infausto e porta sfiga.
Infatti, ieri 17 settembre 2013 la Cassazione ha finalmente scritta la parola fine ad una inqualificabile vicenda di corruzione in atti giudiziari, iniziata il 24 gennaio 1991 con la sentenza della 1.a Sezione Civile della Corte di Appello di Roma.
Una sentenza che ribaltava un verdetto, quello del lodo arbitrale che aveva riconosciuta, a CIR, la proprietà di Mondadori, imponendo a Fininvest di restituire a CIR il pacchetto azionario della casa editrice.
Giudice relatore, della sentenza che stravolgeva il lodo arbitrale, era Vittorio Metta il quale, a seguito di indagini, risultò essere stato corrotto dal suo amico Cesare Previti, avvocato Fininvest.
Nel 2007, dopo tre gradi di giudizio, la Cassazione con sentenza definitiva condannava, per corruzione giudiziaria, Cesare Previti ad 1 anno e 6 mesi, e l’ex magistrato Vittorio Metta a 2 anni e 9 mesi.
Nel primo grado dello stesso procedimento, imputato di corruzione in atti giudiziari era anche Silvio Berlusconi che fu prosciolto per la prescrizione del reato.
In un secondo tempo, la Corte di Cassazione respinse il ricorso dei legali di Berlusconi che ne chiedevano la “piena assoluzione”.
Quindi, con la sentenza di ieri la Corte di Cassazione non ha fatto altro che condannare definitivamente Fininvest a risarcire economicamente la CIR, per averle scippata in modo fraudolento, con la corruzione del giudice Metta, la proprietà di Mondadori.
Appaiono deliranti, perciò, le parole dell’ex comunista, diventato poi menestrello berlusconiano, Sandro Bondi: “siamo di fronte ad un vero e proprio esproprio del patrimonio di Berlusconi a favore del suo principale avversario imprenditoriale e politico, Carlo De Benedetti”.
Che il travisamento della realtà sia lo sport preferito da Berlusconi e dai suoi giullari non è una novità, come prova il ridicolo tentativo di camuffare l’impunità battezzandola “agibilità politica”.
Certo è che arrivare ad etichettare “esproprio” la rifusione di un danno economico che Fininvest ha causato a CIR, servendosi della corruzione di un giudice, è da neurodeliri.
A Bondi ed ai suoi sodali del PdL sfugge, probabilmente, che la corruzione è un reato previsto dal codice penale e che la corruzione in atti giudiziari, oltre ad essere un reato grave, è anche un atto vergognoso perché altera, in modo fraudolento, i diritti della parti in causa.
È evidente che la vocazione a corrompere, già nel DNA di Berlusconi abbia infettato Fininvest, prima, Forza Italia, poi, ed oggi tutti i pidiellini che, con impudenza, giustificano la corruzione di parlamentari, giudici, funzionari dello Stato, quando serva ad assecondare i disegni del loro padre padrone.
Ma, nelle parole di Bondi, tuttavia, c’è anche una buona dose di malafede.
Infatti, la sentenza di ieri della Corte di Cassazione conferma, semplicemente, che un’impresa privata, Fininvest, essendosi appropriata in modo fraudolento di Mondadori, attraverso la corruzione di un giudice, debba indennizzare CIR per il danno provocato.
Cosa ha a che vedere, quindi, questa sentenza con Berlusconi ed il suo ruolo politico?
Assolutamente nulla!
Salvo che, Bondi, non voglia farci intendere che sia Fininvest il vero soggetto politico, sceso in campo per curare i suoi interessi ed intrallazzi, e che, oltre ad essere il reale referente del PdL, abbia governato il Paese, per molti anni, perseguendo il suo tornaconto.
Peraltro, è ciò di cui gli italiani avevano già avuto sentore.

martedì 17 settembre 2013

Barbarie e morte nelle arene

È innegabile che, di fronte all’uso di armi chimiche contro la popolazione inerme, la mattanza dei tori in arene spagnole, portoghesi, messicane, ecuadoregne, per il sollazzo di aficionados e turisti, possa apparire solo una manifestazione del tutto trascurabile di malvagità e di barbarie.
Negli anni in cui ho vissuto in Spagna, mi è bastato assistere ad una sola corrida, nell’arena di Barcelona, per rendermi conto che si trattasse di una farsa, pur se spietata e raccapricciante, dalla quale emerge non il coraggio del torero ma la brutalità umana per debilitare la forza e l’irruenza del toro, in modo da renderlo inoffensivo.
Confesso di aver fatto un tifo sfegatato per i tori, con la palese disapprovazione degli amici spagnoli.
Per alcune ore ho sperato che almeno un toro incornasse il suo torero … ma sono rimasto deluso.
Credo di poter affermare che le nuove generazioni spagnole si mostrino meno attirate dalle corride e dai loro rituali, a differenza dei loro genitori e nonni che vivono la tauromachia come il mantenimento di una tradizione secolare che affonda le radici, delle lotte con i tori, nelle antiche usanze greche, etrusche e romane.
Appunto, è la voglia di far rivivere le tradizioni che induce, ancora oggi negli anni duemila, molti esseri umani ad agire con crudeltà verso gli esseri animali.
È lo stesso avvilente richiamo alla tradizione che ho ritrovato nelle parole del sindaco di Asti, Fabrizio Brignolo: “Il Palio di Asti si corre dal 1200 e si correrà anche in futuro. Non abbiamo mai pensato di annullarlo.”
Eppure, domenica, sotto gli occhi di migliaia di adulti e bambini, che assistevano al Palio di Asti, un cavallo di cinque anni è stramazzato al suolo dopo essersi rotto l’osso del collo.
Il suo fantino, maldestro, lo ha spronato contro il canapo, ancora teso, facendolo cappottare rovinosamente.
Una scena impressionante!
Lo shock per gli astanti è stato così forte che gli organizzatori si sono visti costretti a sospendere la manifestazione.
Né al sindaco né al comitato organizzatore è passato per la mente, però, di cancellare il Palio definitivamente e per sempre, come sarebbe stato auspicabile.
Infatti, sindaco ed organizzatori si sono limitati a rinviare il tutto di sole ventiquattro ore.
Eppure, anni fa, era il 1997, sempre ad Asti gli spettatori del Palio avevano visto morire un cavallo, tragicamente trafitto da una delle staccionate di legno che delimitavano la pista.
In Italia esistono altri spettacoli le cui origini si rifanno alla tradizione storica.
Ad esempio il Palio di Siena che, dal 1970 al 2007, ha provocata la morte di 48 cavalli, tra morti sulla pista ed abbattuti dopo, in seguito alle ferite riportate.
Ma il palio come la corrida continua a sopravvivere anche e soprattutto perché rappresenta un vero e proprio business.
Attraggono turisti, affollano alberghi e ristoranti, promuovono il mercato di gadget e souvenir.
E se il business prospera sul sacrificio di animali, vittime della insensibilità e del disinteresse generale, non sembra scuotere la coscienza di molti.
Eppure, nel nostro Paese si svolgono moltissimi eventi che riescono a far rivivere le tradizioni senza il bisogno di vittime sacrificali.
La giostra del saracino di Arezzo, il calcio storico di Firenze, la regata storica di Amalfi, la battaglia di Marengo ad Alessandria, la partita a scacchi di Marostica, solo per citare alcuni esempi.
Manifestazioni che rinnovano le tradizioni, attirano il turismo, costituiscono opportunità di business per il territorio.         
È possibile sperare che in questo terzo millennio oltre a bandire ogni forma di guerra, oltre a sconfiggere la fame nel mondo, oltre a cassare la vivisezione, la specie umana impari il rispetto per ogni specie animale?


domenica 15 settembre 2013

Voto segreto e mercimonio di voti

Sono trascorsi soli sette giorni da quando, con altro post, rivendicavo il diritto del popolo sovrano di conoscere come i suoi rappresentanti, al Senato, esprimeranno il loro voto sulla delibera, della Giunta delle elezioni e delle immunità, che, quasi sicuramente, proporrà la decadenza da senatore di Berlusconi.
D’altra parte, dopo che agli elettori, cioè al popolo sovrano, è stato scippato il diritto di scegliere i propri rappresentanti, con il voto di preferenza, il ricorso al voto segreto costituisce un nuovo atto di spregevole bassezza perché si prefigge di nascondere inciuci, accordi perversi e mercimonio di voti.
Il dubbio che possano essere in corso manovre, per condizionare il voto sull’affaire Berlusconi, deve essersi fatta strada in questi giorni anche tra i senatori del M5S che hanno richiesto, al Presidente Grasso, il voto palese.
D’altra parte, non sarebbe la prima volta, nel Parlamento italiano, che il mercimonio di voti cambi l’esito di una votazione.  
Ne ha fatte le spese, ad esempio, il Governo Prodi, come ha rivelato ai Magistrati di Napoli l’ex senatore Sergio De Gregorio, confessando di aver venduto, per tre milioni di euro, il suo voto a Berlusconi per far cadere il governo.
Figurarsi, quindi, se per salvare il loro datore di lavoro i lacchè berlusconiani non si stiano dando da fare per corrompere franchi tiratori che affossino la probabile delibera della Giunta.
È ributtante dover prendere atto che in Parlamento si annidino individui squallidi, disposti a vendere il loro voto, ed individui ancora più spregevoli che usano l’arma della corruzione per raggiungere i loro turpi fini.
Al momento, la proposta del M5S, apparentemente provocatoria, è stata accolta con favore da PD, UdC, SEL e Lega.
Invece, e non ci potevano essere dubbi, la proposta è stata respinta nettamente dal Popolo della Libertà, per bocca di Renato Schifani che si è appigliato al regolamento.
Il PdL, infatti, confida di poter contare sull’aiuto di una quarantina di franchi tiratori per bocciare la proposta di decadenza da senatore di Berlusconi.
Sembra che il mercimonio di voti sia già in corso.
A tessere la ragnatela per la compravendita di voti dovrebbe essere il senatore Denis Verdini che, peraltro, è così disinteressato a seguire i lavori del Senato che, in questi primi mesi di legislatura, ha già raggiunto il record di assenteismo del 94%!  
Forse che sia affaccendato in tutt’altre faccende?
Sembrerebbe proprio di si, se è vero, come si insinua, che abbia già rassicurato Berlusconi sulla disponibilità di un numero sufficiente di franchi tiratori per scongiurare la decadenza.
È chiaro, però, che qualora il Senato ricorresse al voto palese, le manovre corruttive di Verdini farebbero fiasco.
Per questo è importante chiedersi: ma il voto palese, richiesto dal M5S e fatto proprio da Lega, PD, UdC e SEL, sarebbe compatibile con il regolamento del Senato?
Le modalità di votazione del Senato sono disciplinate al Capo XIII, Art. 113 (1) (2) (3) del Regolamento sul quale, in data 6 maggio 1993, è intervenuto il parere vincolante della Giunta per il Regolamento che ha disposto:
“… le deliberazioni sulle proposte della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari, in materia di autorizzazioni a procedere in giudizio, siano sottoposte alla disciplina generale relativa ai modi di votazione e, pertanto, debbano essere votate in maniera palese.
E ciò, in quanto le deliberazioni stesse costituiscono espressione di una prerogativa dell’Organo parlamentare nell’ambito del rapporto con altri Organi dello Stato e, dunque, non rappresentano in senso proprio “votazioni riguardanti persone”, ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 113, comma 3 del Regolamento. In applicazione del comma 4 dello stesso articolo 113, il ricorso al voto segreto si rende possibile per le autorizzazioni a procedere concernenti la sottoposizione all’arresto, la perquisizione personale e domiciliare,  o altra privazione o limitazione delle libertà personale, attenendo le deliberazioni stesse ai rapporti di cui agli articoli 13 e seguenti della Costituzione.
La nuova interpretazione entra immediatamente in vigore.”
Per Schifani, e per i sodali del PdL, la decadenza da senatore rientra forse tra una delle circostanze per le quali la Giunta del Regolamento prevede il voto segreto?
Cosa ne pensa il Presidente del Senato, Piero Grasso, che non può ignorare questo parere della Giunta del Regolamento?

giovedì 12 settembre 2013

C’è poco da star allegri



Tra l’incapacità del Governo Letta di affrontare i veri problemi del Paese e lo stato confusionale di Berlusconi, testimoniato da Vittorio Feltri, c’è poco da star allegri.
Anche il Presidente della Repubblica, nel disperato tentativo di mantenere in vita quell’aborto di governo che lui si è inventato, ci mette del suo per alimentare l’insopportabile clima d’incertezza con il quale conviviamo da mesi.
Eppure, il giorno in cui Napolitano ha partorita la brillante idea di mettere insieme PD e PdL, non ignorava che da lì a pochi mesi la Cassazione avrebbe potuto condannare con sentenza  definitiva Berlusconi.
Ha preferito non tenerne conto pur conscio della cagnara che il PdL avrebbe scatenata a difesa del suo padre padrone.
Oddio, anche il PD era perfettamente informato di quello che sarebbe successo ma, spinto dalla fregola di occupare qualche poltrona ministeriale, ha accettato senza riserve un pastrocchio dal quale non avrebbe potuto uscirne che con le ossa rotte.
In realtà, però, a me, come penso a milioni di italiani, non ce ne po’ frega’ de meno se il PdL sia angosciato per la sorte del suo leader pregiudicato, o se il PD abbia persa definitivamente la faccia di fronte ai suoi elettori.
Agli italiani preoccupa, invece, che dopo i sacrifici, imposti dal governo Monti, per ridare credibilità al nostro Paese, sui mercati finanziari, l’Italia stia tornando ad essere meno affidabile perfino della Spagna, e che le aste per finanziare il debito pubblico ricomincino a registrare aumento dei tassi.
Perché è inesorabile che, prima o poi, toccherà ai cittadini sobbarcarsi l’onere dei maggiori interessi sul debito pubblico.
Non so se e quando il pasticciaccio della decadenza di Berlusconi potrà avere termine, è lecito immaginare, però, che se dovesse andare avanti ancora per qualche mese il Paese si ritroverà nuovamente sull’orlo del precipizio.
Sull’orlo del precipizio Berlusconi aveva già trascinato l'Italia nell’autunno 2011 e non è detto che a distanza di due anni non ci riesca nuovamente.
Sconcerta, però, che, nonostante i molti segnali inquietanti, Enrico Letta ostenti così tanta sicurezza, fingendo di non rendersi conto di essere seduto su una bomba che potrebbe saltare in aria da un momento all’altro.
Possibile che non capisca che mentre lui si pavoneggia in giro per il mondo, in Italia per le classi più deboli ed indifese le condizioni di vita peggiorino giorno dopo giorno?
Ha fatto in fretta il nostro Presidente del Consiglio a dimenticare gli impegni che aveva assunti come sue priorità, davanti alle Camere ed a tutti gli italiani lo scorso 29 aprile, con il discorso programmatico di insediamento.
Che fine hanno fatto priorità come la lotta alla disoccupazione, la riduzione del cuneo fiscale, il rilancio dei consumi, il freno dell’IVA?
La riduzione del carico fiscale sul lavoro aiuterebbe, oltre che a favorire la ripresa ai consumi, anche a sostenere la creazione di nuovi posti di lavoro.
Con il non aumento dell’IVA verrebbero scongiurati sia una ulteriore contrazione dei consumi, sia un aumento dei prezzi che colpirebbe soprattutto i cittadini già gravemente provati dalla crisi.
Secondo Confindustria, per ridurre il carico fiscale sul lavoro, servirebbero dai tre a quattro miliardi.
Mentre, secondo il Ministero del Tesoro, per evitare l’aumento di un punto dell’IVA, occorrerebbe un miliardo.
Quindi, con un investimento tra i quattro ed i cinque miliardi Enrico Letta potrebbe mantenere fede alle priorità che costituivano i primi impegni da lui presi con gli italiani il 29 aprile.
Già, ma quei soldi sono serviti a Letta per pagare la cambiale sottoscritta a Berlusconi pur di sedere a Palazzo Chigi.
Così, facendo omaggio a Berlusconi ed al PdL della cancellazione dell’IMU, Enrico Letta si è giocati oltre 4 miliardi che avrebbero potuto essere utili per dare un po’ di fiato al sistema Italia.
Ed ora Letta cosa prospetta ai disoccupati, ai cassa integrati, ai precari, agli esodati, ai cinque milioni di cittadini in condizione di povertà assoluta?
Parole … parole … parole …

lunedì 9 settembre 2013

Angelino Alfano, leguleio inaffidabile

Sono vent’anni, ormai, che Berlusconi ed i suoi cortigiani ingannano quella parte del popolo italiano, più svagata e meno informata, raccontando le loro “non verità”.
Il compito di turlupinare gli italiani, ieri se lo è assunto Angelino Alfano, a Cernobbio, sostenendo questa colossale sciocchezza.
“Il ricorso alla Corte europea dimostra che il caso Berlusconi non è chiuso. Ci sarà un giudice anche lì e siamo fiduciosi. Confidiamo che in sede europea si possa raggiungere la dichiarazione di innocenza”.
Naturalmente, secondo la migliore tradizione, nessuno dei cronisti che erano lì a raccogliere questa dichiarazione ha osato far presente al segretario del PdL che stava favoleggiando agli italiani del volo degli asini.
Infatti, se Alfano avesse letto, ma soprattutto cercato di capire il contenuto delle trentatré pagine del ricorso “Silvio Berlusconi contro lo Stato italiano”, si sarebbe reso conto che il nugolo di avvocati, del suo datore di lavoro, alla Corte Europea ha richiesto semplicemente di giudicare se la Legge Severino sia viziata da irretroattività e sia compatibile con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo.
Punto e basta!
La Corte europea, perciò, non è chiamata a pronunciarsi sulla innocenza, o meno, di Berlusconi.
Sempre che il ricorso sia accolto, da Strasburgo non potrà venire alcun giudizio d’innocenza per Silvio Berlusconi.
Perciò, le parole di Alfano, ancora una volta destinate ad ingannare i creduloni, erano fandonie cucinate, come al solito, dai cuochi mistificatori del PdL.
Alfano e gli altri habitué del santuario di Arcore devono mettersi il cuore in pace e sobbarcarsi l’imbarazzante condizione di sostenitori di un pregiudicato, condannato per frode fiscale dalla Corte di Cassazione, dopo tre gradi di giudizio.
Il fatto è che le parole di Alfano, false ed illusorie, se non sono state pronunciate in mala fede, sollevano non pochi dubbi sulle effettive competenze giuridiche di colui che è stato perfino ministro della Giustizia, dal 2008 al 2011, del governo Berlusconi.
È noto, infatti, che appena nominato ministro il suo primo atto sia stato il cosiddetto “Lodo Alfano”, unico nel panorama legislativo europeo, che prevedeva la sospensione dei processi per le quattro più alte cariche dello Stato.
Una mossa, servile e patetica, per offrire al suo datore di lavoro, Berlusconi, una scappatoia per rinviare i processi a suo carico.
Ci pensò la Corte Costituzionale a bacchettarlo dichiarando illegittimo il “Lodo Alfano” per violazione degli art. 3 e 138 della Costituzione.
Anche come ministro degli Interni, del governo Letta, Alfano ha dato prova, però, di non avere molta dimestichezza con le leggi, visto il casino che è riuscito a combinare con l’espulsione dall’Italia della moglie e della figlioletta del dissidente kazako Ablyazov.
Ieri, poi, è incespicato sulla lettura ed interpretazione del ricorso alla Corte di Strasburgo e, accordatagli la buona fede, ha dimostrato di ignorare che la Corte Europea non annullerà la sentenza della Cassazione e non dichiarerà innocente il pregiudicato Berlusconi.
Eppure, di lui si dice che sia laureato in giurisprudenza e perfino che sia avvocato.
La realtà, però, sembra attestare che sia un leguleio assolutamente inaffidabile, soprattutto quando si avventura a parlare di leggi e di giustizia.

sabato 7 settembre 2013

Giù la maschera rappresentanti del Popolo !

 
In un Paese, che per la Costituzione dovrebbe essere una democrazia, vale a dire fondata sui principi della sovranità popolare, la Casta dei politici ha scippati i cittadini del voto di preferenza, cioè del diritto sacrosanto di poter eleggere i loro rappresentanti in Parlamento.
Di questo diritto si sono appropriati i segretari dei partiti, per eleggere individui asserviti agli interessi di parte ed indifferenti alle reali esigenze degli italiani.
Non solo, ma allo scopo di rendere ancora più completa la scandalosa esclusione dei cittadini, e favorire manovre di Palazzo, inciuci, patti scellerati, il Parlamento fa ampio ricorso al voto segreto, negando così agli elettori un altro loro diritto, quello di conoscere come votano i loro rappresentanti.
Il voto segreto di coloro che dovrebbero rappresentare la volontà popolare è un comportamento codardo ed intollerabile.
Si è ripetuto recentemente anche per l’elezione del Presidente della Repubblica quando innominati franchi tiratori l’hanno fatta da padroni.
Per questo, ho deciso di rivolgere ai Presidenti di Camera e Senato l’invito a porre un freno risoluto al ricorso al voto segreto, a cominciare da quando, in Senato, sarà posta ai voti la decisione della Giunta per le elezioni e le immunità sulla decadenza da senatore di Silvio Berlusconi.
A questo fine, grazie a AVAAZ.org ho promossa una petizione che chi mi legge potrà trovare al link
Grazie se vorrete firmare e diffondere!
Alex di Monterosso


venerdì 6 settembre 2013

Quando il “rispetto” diventa mafioso

On. Renato Schifani, buongiorno!
So, per certo, che lei non è e non sarà mai un lettore di questo blog, per cui il suo sguardo non si soffermerà, in nessun caso, su queste righe.  
Ciò nonostante, dopo aver letta la sua dichiarazione di questa mattina, non sono riuscito a frenare la bizzarra smania di mettermi al PC e scrivere alcune cose che le avrei detto se fossi stato tra quei cronisti che, in modo passivo, si sono limitati ad appuntare le sue parole.
È logico che lei si domandi come mai proprio oggi le scrivo, dal momento che non passa giorno senza che lei rilasci almeno una dichiarazione.
Ebbene, le dirò con franchezza che, tra le parole da lei pronunciate, una in particolare mi ha insospettito, alludo alla parola “rispetto”.
Per il resto mi sembra che l’ovvietà delle cose da lei dette sia stata superata solo dalla frase che, sempre ieri, ha pronunciato il suo datore di lavoro, Berlusconi: “Non si può stare a letto con il nemico”.
Che curioso!
Milioni di noi, a botta calda, avrebbero espresso lo stesso concetto citando una delle cento situazioni in cui sia inopportuno familiarizzare con il nemico, ma Berlusconi, istintivamente, ha pensato subito e solo al letto.
Deve avere proprio un chiodo fisso, lui!
Ritorniamo, però, alla sua dichiarazione.
Nel criticare le posizioni assunte dal PD lei ha detto: “Quando si convive in un’alleanza devono vigere le regole del reciproco rispetto”.
Ecco, On. Schifani, come non concordare con lei che il “rispetto” sia un valore straordinario e profondo che dovrebbe contrassegnare sempre e comunque qualsiasi rapporto.
Ad esempio, a me hanno insegnato a rispettare le donne ed i bambini, gli amici ed i nemici, i deboli e gli emarginati, il lavoro, le opinioni ed i diritti degli altri, la natura e gli animali, e potrei continuare.
Ma vede, On. Schifani, soprattutto, mi hanno educato a rispettare le leggi.
Mi hanno insegnato, ad esempio, che trasgredire le leggi, anche se per proteggere o favorire un congiunto od un amico, non solo sia sbagliato e riprovevole ma si configuri perfino come un comportamento mafioso.
Per questo considero aberrante la giustificazione che i politici, poiché sono eletti dai cittadini, potrebbero infrangere le leggi impunemente.
Ora, forse ho capito male, ma mi sembra che il rispetto, cui lei fa riferimento, consisterebbe nel trasgredire una legge dello Stato, cioè la Legge Severino.
In pratica, cioè, lei starebbe invitando, i suoi partner di governo, ad adottare un comportamento mafioso per salvare il suo datore di lavoro dalla decadenza da senatore.
Per questo, lo confesso, le sue parole mi hanno disorientato.
Non avrei mai creduto che una persona rispettabile come lei potesse arrivare al punto di chiedere ai senatori del PD di venir meno al rispetto di se stessi adottando, anche loro, comportamenti mafiosi.
Se è questo che lei, On. Schifani, vorrebbe ottenere dai suoi alleati, allora il mio sospetto era fondato e non posso che dissentire sull’uso che lei fa della parola “rispetto”.
Forse, potrebbe definirlo inciucio, o intrigo, od anche maneggio, ma alla base ci sarebbe sempre la violazione di una legge che, in uno stato di diritto, costituisce sicuramente una nefandezza.
Per questo, mi permetta un’impertinenza, ma, nella sua dichiarazione, lei non ravviserebbe gli estremi del reato d’istigazione a delinquere?
Cordialmente!