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martedì 31 dicembre 2013

Pronto … 112 ? Ma chi risponde ?

Immaginiamo di essere affacciati ad una finestra di casa nostra quando osserviamo due individui che, calatisi i passamontagna sul viso, armi in pugno entrano nel supermarket del palazzo di fronte.
Cosa fare ?
Probabilmente quasi tutti, con la sola eccezione di quanti siano stati partoriti nel freezer, superati i primi momenti di alterazione mista ad angoscia, dopo aver rivolto uno sguardo in giro per verificare che non si tratti di un set cinematografico, per senso civico vorremmo poter fare qualcosa.
La prima cosa che ci passerebbe per la testa sarebbe quella di afferrare il telefono e segnalare il fatto al pronto intervento delle forze dell’ordine.
Per fortuna, grazie alla condanna inflitta all’Italia, dalla Corte di Giustizia Europea, per inadempienza sull’attivazione del numero telefonico d’emergenza europeo, possiamo digitare senza indugio il 112.
Già, perché fino a qualche tempo fa avremmo anche avuta l’incertezza se chiamare il pronto intervento dei Carabinieri, al numero 112, oppure il pronto intervento della Polizia di Stato, al numero 113.
Comunque, digitiamo il 112 e ci risponde un interlocutore, con marcata inflessione straniera, che sembra non cogliere al volo ciò che gli riferiamo costringendoci a ripetere due o tre volte il nostro nome e cognome, ovviamente con lo spelling, la descrizione di ciò che abbiamo visto, l’indirizzo nostro e quello del supermarket.
Non c’è nulla di cui sorprendersi perché, sponsorizzato dal Presidente regionale Roberto Maroni, da alcuni mesi in alcune città della Lombardia, è in corso l’esperimento di affidare a call center la ricezione e lo smistamento delle telefonate indirizzate al numero di emergenza, appunto il 112.
In altre parole, a rispondere non sarà più un carabiniere od un poliziotto, cioè un pubblico ufficiale, ma un comune cittadino, dipendente della società privata che gestisce il call center.
Ma quel genio che ha avuta questa brillante idea si è interrogato su cosa ne sarà, ad esempio, della privacy, dei reati perseguibili d’ufficio, della riservatezza su denunciato e denunciante ?
Sempre ad esempio, mi domando, quale sarà l’imbarazzo di una donna, stuprata o pestata dal suo uomo, nel confidare e denunciare le sue sventure a quel comune cittadino del call center ?
Un altro tassello della tanta decantata sicurezza dei cittadini è andata a farsi benedire !
La verità è che negli ultimi venti anni del problema della sicurezza si è fatto solo un gran parlare, soprattutto in campagna elettorale.
Dal flop del poliziotto di quartiere che, secondo Berlusconi, avrebbe dovuto dare “una grossa spallata al crimine”, fino ai militari in affiancamento alle forze di polizia per il pattugliamento delle strade, voluti dal ministro berlusconiano Ignazio La Russa, si è solo gettato fumo negli occhi degli italiani, con scelte fatte non per migliorare la sicurezza reale ma solo per prendere in giro i cittadini con una sicurezza apparente.
Infatti, per i politici, protetti da nutrite scorte, la sicurezza è solo uno slogan buono per le campagne elettorali.
Negli anni, di fatto, gli organici delle forze dell’ordine si sono via via ridotti e, tra personale impiegato negli uffici, agenti perdigiorno dimenticati in strutture di servizio inattive, addetti alle scorte di politici, magistrati, giornalisti, boiardi di Stato, si è sempre più ristretto il numero di quanti sono destinati a  presidiare e controllare il territorio.
Come se non bastasse, i garage delle forze di polizia sono piene di vetture fuori uso per carenza di risorse indispensabili per la più basilare manutenzione, tanto che, molte volte, un equipaggio che monta in servizio deve attendere i colleghi che smontano per prendere possesso della loro macchina.
Naturalmente, la delinquenza, organizzata e non, calorosamente ringrazia !

lunedì 30 dicembre 2013

Cavaliere e Camallo … nuova coppia di comici

Fin dai tempi di Stanlio ed Ollio, e poi di Gianni e Pinotto, non si contano le coppie di comici che, con frizzi e lazzi, hanno cercata la fortuna calcando le tavole dei palcoscenici di tutto il mondo.
Caratteristica comune a tutte le coppie era il ruolo svolto da uno dei due guitti che, facendo da spalla al compagno di scena, gli dava l’imbeccata per esaltarne le gag.
In realtà, senza il ruolo della “spalla” non sarebbero mai esistite le coppie di comici.
Ecco, perché, sono curioso di scoprire a chi toccherà fare da spalla in questa nuova coppia di guitti che sta per fare il suo debutto sulle tavole malferme del teatrino della politica italiana.
Oddio, si deve parlare di debutto solo come coppia, perché entrambi, individualmente, hanno già avuto modo di esibirsi come ciarlatani e fanfaroni a tutto tondo sul palcoscenico politico.
Proprio per questo sarà un bel match tra loro per decidere a chi tocchi  il ruolo di “spalla”.
Infatti, Berlusconi terrà duro facendo pesare le sue credenziali di guitto che è riuscito, per vent’anni, a menare per il naso milioni di italiani, favoleggiando del suo amore per l’Italia, promettendo la luna nel pozzo, spacciando gli affaracci suoi per favori alla collettività, facendo sì che il mondo intero si sganasciasse con la sola sua apparizione sui palcoscenici internazionali.
Ed alla fine tirerà fuori il suo asso dalla manica: chi è stato capace, come lui, di aver fatto credere ad alcuni milioni di gonzi che Ruby fosse la nipote di Mubarak ?
Dal canto suo, tuttavia, il Camallo (*), vale a dire Beppe Grillo, non ha rivali nell’uso della volgarità e del turpiloquio, nel dissennato impiego dei “vaffa” per occultare il vuoto pneumatico dei suoi sproloqui senza capo né coda, nel far credere ai grulli pentastellati che l’euro viene coniato dal conte dracula nel suo castello in Transilvania.
Così, mentre i loro manager, Bondi e Casaleggio, sudano le classiche sette camice per cercare possibili punti di intesa, il Cavaliere ed il Camallo, per bruciare le tappe mettono a punto, non senza fatica, la loro prima gag.
Com’era prevedibile, però, non riescono a decidere chi dei due dovrà fare da spalla all’altro.
Pur nell’incertezza, le claque, di entrambi i guitti, da giorni si danno un gran da fare comunque per pubblicizzare il primo sketch in programma: il “contro-discorso” di fine anno da contrapporre al discorso che pronuncerà, a reti unificate, il Capo dello Stato.
Poiché, però, a poche ore dal 31 dicembre, il Cavaliere ed il Camallo non si sono ancora messi d’accordo su chi dovrà essere il protagonista dello sketch, la parte più grulla del Paese vivrà ore di angoscia, fino alla sera del 31 dicembre, per sapere se le gag saranno due, quella del Cavaliere e quella del Camallo, oppure uno dei due si rassegnerà a fare da spalla.
Siccome ho la presunzione di non appartenere alla schiera dei grulli, confesso che … nun me ne po’ frega’ de meno !

(*) Termine della tradizione genovese per indicare gli scaricatori delle navi  nel porto di Genova.

domenica 29 dicembre 2013

Banchi di nebbia per il ministro Bonino

Sono giorni che Emma Bonino è affaccendata nel rilasciare interviste per vantarsi di aver ottenuta, dalle autorità del Kazakistan, la libertà per la signora Shalabayeva e la sua figlioletta di sei anni.
Madre e figlia, alla fine dello scorso mese di maggio, furono arrestate da agenti della Questura di Roma, su richiesta dell'ambasciatore kazako, espulse dall’Italia in meno di quarantotto ore, consegnate, in fretta e furia, ai diplomatici kazaki che le rispedirono in Kazakistan.
Il tutto avvenne sotto gli sguardi, distratti ed incuranti, del ministro degli interni, Angelino Alfano, e del ministro degli esteri, Emma Bonino.
In un Paese normale, per il discredito internazionale provocato all’Italia, Alfano e Bonino avrebbero dovuto rassegnare le dimissioni, ma si sa che in Italia è tempo perso attendersi le dimissioni anche da condannati in via definitiva.
Fatto sta che a settembre, assistita dall’avvocato Astolfo di Amato, Madina, la figlia maggiore della Shalabayeva, ha presentato un esposto-denuncia alla Procura di Roma, per il sequestro della madre e della sorella e per ricettazione, contro funzionari del Viminale, della Questura romana, dell’ambasciatore kazako e di altri tre diplomatici.
Non resta, perciò, che attendere le conclusioni della Magistratura per sperare di saperne un po’ di più su questa ignominiosa pagina.
Ritorniamo, però, agli avvenimenti di questi giorni ed alle dense nebbie che gravano sugli spot pubblicitari pro Emma Bonino.
Innanzitutto, Bonino afferma che, grazie alle “trattative silenziose e certosine” sue e dei suoi collaboratori, la Shalabayeva e sua figlia Alma avrebbero riacquistata la loro libertà.
Parole, quelle della Bonino, in contrasto con quanto dichiarato dall’avvocato inglese che ha riportate in Italia la Shalabayeva e sua figlia Alma, secondo il quale madre e figlia godrebbero solo di un “permesso temporaneo di espatrio”, per cui, in caso di mancato rientro in Kazakistan, potrebbe essere spiccato contro la Shalabayeva un mandato di arresto internazionale.
A confermare che la Shalabayeva benefici soltanto di una condizione di “libertà provvisoria” lo attesta il fatto che le autorità kazake l'hanno concessa “dietro pagamento di una cauzione”.
Anche uno sciocco, perciò, intuirebbe che se alla Shalabayeva fosse stata concessa davvero la libertà non sarebbe stato necessario che rilasciasse una cauzione.   
Quindi, la Bonino non fa che raccontare balle, per turlupinare gli italiani, quando sostiene che madre e figlia avrebbero riacquistata la loro libertà.
D’altra parte, mi chiedo perché, se madre e figlia fossero per davvero libere di muoversi in Europa, a loro piacimento, avrebbero deciso di atterrare a Roma e non, per esempio, a Parigi dove la Shalabayeva avrebbe potuto riabbracciare il marito ?
Di certo non credo per rendere omaggio all’Italia, che le ha espulse, o alla maestria diplomatica di Emma Bonino, ma semplicemente perché la Shalabayeva è attesa dai magistrati romani che intendono interrogarla sia sulla sua espulsione, sia sui presunti documenti falsi in suo possesso.
Allora, vuoi vedere che il “permesso temporaneo di espatrio” è stato concesso solo per consentirle di incontrare i magistrati romani che hanno aperta un’inchiesta su quanto accaduto a maggio ?
E come mai l’avvocato italiano della Shalabayeva ha fatto intendere, ai giornalisti, che sta valutando la possibilità di richiedere per la sua cliente l’asilo politico ?
Ora, se la signora Shalabayeva e sua figlia fossero veramente libere che significato avrebbe la richiesta di “asilo politico” ?
A questo punto è legittimo domandarsi: Emma Bonino, come ministro degli esteri, ha considerato che piega potrebbero prendere le relazioni diplomatiche, tra Italia e Kazakistan, se , in “libertà provvisoria” per mediazione italiana, la Shalabayeva ottenesse l’asilo politico da un qualsiasi paese europeo e, quindi, non rientrasse più in Kazakistan e non fosse più raggiungibile da un mandato di arresto internazionale ?
Dalle parti di Bra, dove è nata Emma Bonino, dense nebbie sono di casa sia in autunno che in inverno, per cui non resta che sperare che … si dissolvano in primavera  !

venerdì 27 dicembre 2013

Che figuraccia, mister Letta !

Non si era ancora spento l’eco della vanagloriosa conferenza stampa, con cui Enrico Letta aveva voluto fare il bilancio dei suoi otto mesi da Presidente del Consiglio, che tra capo e collo gli è piombata la figuraccia del cosiddetto “decreto salva Roma”.
Di fatto, una realtà inclemente lo ha fatto precipitare impietosamente dalla indorata nuvoletta sulla quale la sua smisurata vanità lo aveva fatto accomodare.
Quel birichino di Giorgio Napolitano, infatti, nell’augurargli buone feste gli aveva anche fatto sapere che mai e poi mai avrebbe posta la sua firma sotto l’osceno “decreto salva Roma”.
Così, precipitosamente, Enrico Letta si è visto costretto a ritirare quel nefasto decreto sul quale il suo governo ci aveva anche messa la faccia ponendo la fiducia.
Eppure, che il decreto-legge 31 ottobre 2013, n. 126, recante misure finanziarie urgenti in favore di regioni ed enti locali ed interventi localizzati nel territorio” fosse una ripugnante accozzaglia di compiacenti strenne natalizie per i soliti amici degli amici, era evidente anche ai più sprovveduti.
Solo lui, Enrico Letta, non se n’era accorto, oppure aveva creduto di potersi prendere gioco, ancora una volta, degli italiani.
Fortunatamente i parlamentari pentastellati si sono resi conto della beffa e, com’è nel loro stile non certo da gentleman, hanno messa in piedi una gazzarra d’inferno.
D’altra parte mi domando come mai a sdegnarsi non siano stati i parlamentari di tutti i partiti di fronte al vergognoso tentativo, del PD, di far passare, alla chetichella, il provvedimento teso a ridurre i contributi pubblici ai Comuni impegnati nella lotta al gioco d’azzardo e nel contrasto alla diffusione, sui loro territori, delle slot machine.
Un provvedimento spregiudicato, per scoraggiare altri Comuni a seguire l’esempio.
Un avvertimento di stampo terroristico in guisa “colpirne uno per educarne cento”.
Se l’emendamento fosse passato si sarebbe trattato di un generoso regalo alla lobby del gioco d’azzardo, a conferma di quanto parlamentari e partiti siano “sensibili” alle “munifiche” istanze di questa o quella lobby.
Una vera indecenza !!!
Non meno indecente, però, mi sembra anche il tentativo di impedire che le diverse istituzioni interessate, Camera, Senato, Comuni, possano disdettare i contratti con affitti d’oro, pagati a privati per beni immobili di loro proprietà.
Già, perché tra gli scandalosi costi della politica ci sono da considerare, oggi, anche 48 milioni di euro, oltre ad una decina di milioni per servizi ed utenze, che Camera, Senato e Comune di Roma, sborsano per affittare lussuosi uffici, nel centro di Roma, da assegnare a deputati e senatori.  
Dal 1997, infatti, un signore romano baciato dalla Dea Fortuna, un certo Sergio Scarpellini, affitta i suoi immobili alla Camera, al Senato ed al Comune di Roma, ovviamente senza aver partecipato ad un bando pubblico, avendone ricavato oltre 369 milioni di euro.
In cambio, però, il signor Scarpellini riconosce che: “durante la campagna elettorale vengono qui bianchi, rossi e verdi e noi un contributo lo diamo sempre”.
Contributi che Scarpellini ha calcolato in oltre 650.000 euro, in tredici anni !
Da cittadino contribuente, non posso fare a meno di pormi due domande.
Con tutti i soldi che sgraffignano, ogni anno, dalle casse dello Stato, non dovrebbero essere i partiti a pagare gli uffici romani dei loro deputati e senatori ?
E poi, con gli oltre 369 milioni di euro, pagati a Scarpellini in questi anni, quanti uffici avrebbero potuto acquistare e mantenere Camera, Senato e Comune di Roma ?
Già, ma io sono così sciocco da ragionare come un buon padre di famiglia e, sicuramente, sbaglio.

martedì 24 dicembre 2013

Insieme verso l'Anno Nuovo


Nel ringraziare quanti, da ogni angolo del mondo,

hanno premiato questo blog visitandolo ,

formulo loro i migliori auguri di

Buone Feste e Favoloso 2014 !!!
 

venerdì 20 dicembre 2013

Il governo dei munsù travet

Questa mattina, in un bar di Torino, mentre sorseggiavo un marocco fumante, mi è capitato di ascoltare un cliente che, conversando con il barista del più e del meno, proponeva una stupenda definizione del governo Letta: "è il governo dei munsù travet".
Nel dialetto piemontese "travet" è sinonimo di impiegato di modesto livello che svolge compiti esecutivi, di scarsa rilevanza, con diligenza ma senza inventiva, desideroso solo di tirar sera.
Ripensandoci mi sembra un parallelismo molto azzeccato con il modo di governare il Paese da parte di Enrico Letta.
Ad esempio, nell'atteggiamento con cui il travet si pone nei confronti del suo lavoro c'è il proposito di fare lo stretto necessario perché i compiti assegnatigli siano eseguiti bene, seguendo le direttive, evitando, però, qualsiasi iniziativa personale o innovativa per timore di essere redarguito.
Ebbene, cosa fa il governo Letta, oramai da oltre sette mesi, se non il minimo necessario per gestire alla meno peggio il tran tran quotidiano ?
Eppure, nel suo discorso di insediamento Enrico Letta aveva manifestati propositi di ben altro respiro che non il semplice disbrigo dell'ordinario.
Perlomeno, era quello che avevano sperato milioni di italiani ascoltando le sue parole.
Con il trascorrere dei giorni e delle settimane, però, Enrico Letta si è dimostrato molto abile nel parlare, assicurare, fantasticare, ma assolutamente incapace di tradurre le parole in fatti.
Tutto ciò mentre intorno a lui la situazione economica e sociale del Paese si andava aggravando di giorno in giorno, con una disoccupazione galoppante, con imprese allo stremo, con la povertà che si propagava a macchia d'olio.
E' sconcertante, ma non ricordo una sola iniziativa del governo Letta, un solo colpo di reni per affrontare con risolutezza ed impegno uno dei tanti problemi che affliggono il Paese.
La stessa "legge di stabilità", in fase di approvazione da parte delle Camere, è un coacervo di provvedimenti scialbi.
Ancora oggi, rispondendo ai giornalisti, Letta ha affermato che il suo compito è quello di "tenere i conti in ordine", esattamente come un qualsiasi travet avrebbe risposto a chi gli avesse chieste notizie del suo lavoro.
Ma c'è un'altra caratteristica che accomuna l'atteggiamento del travet con quello del nostro Capo del Governo.
Mentre esegue con diligenza i suoi compiti, il travet pensa soltanto a conservare il suo posto di lavoro fino al giorno dell'agognata pensione.
Ebbene, Letta vive la stessa ansia del travet.
Perché Letta vive ogni giorno con la paura di essere sloggiato da Palazzo Chigi prima di poter essere lui a gestire il semestre di presidenza europea; per questo si destreggia nel governare senza infamia e senza lode pur di evitare lo sgambetto di questo o di quello.
Già, perché c'è un particolare in cui Letta si differenzia dal travet.
Enrico Letta, infatti, a differenza del travet, è mosso da una sfrenata ambizione personale.
Vuole approfittare di questa irripetibile occasione per accreditarsi con una immagine internazionale di uomo politico, e perché no anche di statista.
Da quando si è insediato a Palazzo Chigi, infatti, ha trascorse più ore in giro per il mondo per rilasciare interviste, dissertare sui macrosistemi, fare comparsate televisive, che non a presiedere il Consiglio dei Ministri per risolvere i problemi del Paese.
Nel frattempo ... il Paese va a rotoli !

domenica 15 dicembre 2013

Enrico Letta si pavoneggia, ma …

Nel corso delle numerose e tronfie conferenze stampa, interviste, comparsate televisive, twitt, il premier Enrico Letta si è dimenticato di citare, ohibò, che la cancellazione del finanziamento pubblico dei partiti non è opera sua, né del suo governo, ma di 31.225.867 cittadini elettori che, con voto plebiscitario, già nell’aprile 1993 ne avevano decisa l’abrogazione.
Quindi, dal 1993 ad oggi, cioè per oltre venti anni, i partiti politici hanno commessa un vera e propria ruberia, arraffando denari dalle casse dello Stato (cioè dalle tasche dei contribuenti), fregandosene bellamente del risultato di un referendum popolare abrogativo.
Una ruberia che, secondo le stime di alcuni addetti ai lavori, sarebbe costata, alle casse statali, oltre due miliardi e settecento milioni di euro.
A lasciare esterrefatti, perciò, è la compiaciuta sfrontatezza con cui Enrico Letta non solo si pavoneggia per il decreto legge approvato dal suo governo, ma fa sapere agli italiani che, comunque, la ruberia proseguirà ancora per tre anni, cioè fino al 2017, anche se gradualmente ridimensionata.
Porcaccia di una miseria, ma ci vuole una bella faccia tosta per vantarsi di una indecenza così odiosa.
Comunque, siccome quello, di cui si vanta Letta, è solo un decreto legge che dovrà passare sotto le forche caudine di Camera e Senato, è verosimile che quei marpioni che bivaccano in Parlamento lo stravolgeranno, in tutto od in parte, a tutto vantaggio dei partiti.
Intanto, dal testo del decreto legge si apprende che, già con la dichiarazione dei redditi 2013, i cittadini potranno riservare il 2 per mille ad un partito.
Quello che a me risulta incomprensibile, però, è il perché se io, cittadino contribuente, decidessi di non concederlo a nessun partito, del mio 2 per mille se ne dovrebbe appropriare lo Stato.
Trattandosi, infatti, di un chiaro gesto di liberalità che sarebbe nella mia disponibilità, di cittadino contribuente, perché mai non mi dovrebbe essere concessa la facoltà di destinare il 2 per mille per finanziare, ad esempio, associazioni di volontariato, sicuramente più etiche e molto più utili alla collettività di un qualsiasi partito politico ?
Prima di concludere un’ultima considerazione: pavoneggiandosi per questa tardiva cancellazione dell’immorale finanziamento ai partiti, Enrico Letta ha fatto finta di non ricordare che i partiti ricevono, più o meno indirettamente dallo Stato (e perciò dai contribuenti), anche altre tipologie di sovvenzione.
Mi riferisco, ad esempio, alle molte decine di milioni di euro che lo Stato elargisce a quotidiani e periodici di partito.
Una materia, questa, che per la sua singolarità mi riservo di commentare in un prossimo post. 

mercoledì 11 dicembre 2013

Bipolarismo … un’altra favola italiana

Fino a qualche tempo fa, mi ero convinto, con un certo autocompiacimento, di aver appresa sui banchi di scuola, grazie a valenti professori, una discreta conoscenza della lingua italiana.
Accade, però, che quasi ogni giorno mi ritrovi a dissentire sull’uso, che a me sembra improprio, di alcune parole.
Ad esempio, da settimane, a proposito della riforma della legge elettorale, leggo commenti ed ascolto dibattiti che vorrebbero identificare nel “bipolarismo” la strada per assicurare la governabilità del Paese, e superare lo stato permanente di incertezza che affligge la politica italiana.
Anche questa volta ho cercato di fugare le mie perplessità abbeverandomi ai dizionari della lingua italiana, dai quali ho avuto conferma che: “bipolarismo è la tendenza ad inquadrare e risolvere tutti i problemi di politica con la presenza di due poli di attrazione o di influenza”.
In quel momento le mie perplessità si sono trasformate in sconcerto, pensando a come politici e commentatori si avventurino in asserzioni e fantasticherie che nulla hanno a che vedere con la realtà.
Infatti, anche volendo trascurare che, in occasione delle ultime elezioni politiche, il Viminale abbia approvati ed ammessi 184 simboli elettorali, ritengo che non si possa ignorare, però, che i 34.002.524 voti espressi dagli elettori per la Camera, il 24 e 25 febbraio scorso, siano stati sparpagliati su ben 47 liste.
Ovviamente non tutte le 47 liste hanno superata la cosiddetta soglia di sbarramento.
Solo 5 dei partitini e liste minori oggi contano una loro presenza in aula, immeritatamente perché effetto del trucco elettorale insito nel sistema delle coalizioni.
Già riflettendo su questi primi dati sarebbe ragionevole domandarsi come si possa vagheggiare di “bipolarismo”.
Ma non basta, perché ad aver superata la soglia del 20% dei consensi sono stati tre partiti: il M5S con il 25,55%, il Partito Democratico con il 25,42% ed il Popolo della Libertà con il 21,56%.
Poiché, dando una scorsa ai sondaggi più recenti si ha conferma che le intenzioni di voto degli elettori ripropongono, più o meno, lo stesso posizionamento di questi tre partiti, sarebbe più sensato se si incominciasse a dibattere di “TRIpolarismo” !
Però, cosa accadrebbe alle altre cinque formazioni politiche, minori, che oggi sono presenti, comunque, con i loro rappresentanti in Parlamento ?
Per gli invasati del “bipolarismo” posso supporre che la risposta sarebbe una sola: il problema si risolve facilmente mettendo in campo le coalizioni.
Ecco, appunto, la solita fanfaluca delle coalizioni: cioè di ammucchiate scriteriate messe insieme esclusivamente per vincere le elezioni e non certo per assicurare la governabilità.
Lo conferma la storia degli ultimi decenni: le coalizioni non garantiscono la stabilità dei governi e, quindi, neppure la governabilità del Paese.
  1. XII Legislatura – il primo governo Berlusconi, insediatosi il 10 maggio 1994, fu rovesciato dopo sette mesi, il 22 dicembre 1994, dalla Lega Nord che ritirò il suo sostegno, pur facendo parte della coalizione elettorale con FI, MSI - AN, UDC, CCD, FLD.
  2. XIII Legislatura – il primo governo Prodi, dopo aver giurato il 9 maggio 2006, fu costretto a dimettersi il 21 ottobre 2008 quando Rifondazione Comunista, membro della maggioranza, ritirò l’appoggio.
  3. XIV Legislatura – il secondo governo Berlusconi, in carica dall’11 giugno 2001, rassegnò le dimissioni il 20 aprile 2005 per l’uscita dalla maggioranza di UDC e nuovo PSI, membri della coalizione elettorale.
  4. XV Legislatura – il secondo governo Prodi, insediatosi il 28 aprile 2006, fu sfiduciato il 24 gennaio 2008 per l’uscita dalla maggioranza dell’UDEUR, membro della coalizione elettorale, e per la compravendita di alcuni senatori da parte del PdL.
Per completare questo sconfortante quadro, che avvalora l’inefficacia delle coalizioni nel garantire stabilità e governabilità del Paese, non resta che osservare la fine che hanno fatte le coalizioni elettorali del febbraio 2013, disfattesi dopo poche settimane dal voto al grido “Dio per tutti, ognuno per sé”.
Ora, trovo incredibile che, archiviato il “porcellum”, ci siano ancora così tanti politicanti pronti a raccontarci la favola del “bipolarismo” e delle rassicuranti coalizioni di governo.

lunedì 9 dicembre 2013

Dove va la Lega con Matteo Salvini ?

Alle primarie della Lega Nord, che hanno visto prevalere Matteo Salvini su un incartapecorito Umberto Bossi, hanno partecipato circa 10.000 militanti.
Sarebbe sufficiente già questo irrisorio numero, di partecipanti alle primarie, per ridimensionare questo partito nello scenario politico nazionale.
D’altra parte molti italiani ricordano la Lega Nord solo come reggicoda di Berlusconi, per molti anni, avendone ricevuto in cambio qualche poltrona per i suoi rappresentanti.
Ricordo, infatti, che i leghisti hanno votato disciplinatamente tutte le “leggi ad personam” che il cavaliere di Arcore ha imposte loro.
Mai uno scatto di disubbidienza, mai una parvenza di dissenso!
Eletti dal cosiddetto popolo padano al grido di “Roma ladrona”, non appena giunti nella città eterna hanno imparato in gran fretta a sgraffignare denaro dalle casse dello Stato, usandolo in modo non sempre lecito, tanto da richiamare l’attenzione della magistratura.
Quando, nell’agosto 2011, al ministero dell’economia e delle finanze del governo Berlusconi sedeva Giulio Tremonti, molto amato dai leghisti, l’Italia, già sottoposta a procedura europea di infrazione per debito eccessivo, assunse, nei confronti dell’Europa, una serie di impegni capestro tra cui, per appunto, il “Fiscal Compact”.
Impegni che, nel novembre 2011, dopo la precipitosa fuga da Palazzo Chigi di Berlusconi e dei suoi ministri, hanno messo nei guai dapprima il governo Monti ed ora il governo Letta.
Matteo Salvini, però, fa finta di non ricordare che di quel governo Berlusconi, impegnatosi oltremisura con l’Europa, facevano parte altri ministri leghisti, oltre a Tremonti.
Così, fingendosi smemorato, oggi, spara a zero contro l’Europa, colpevole di premere sull’Italia perché rispetti gli impegni assunti da Berlusconi, Tremonti e da quel governo farcito di leghisti.
Un esempio: nel momento di essere eletto segretario della Lega Nord, Salvini ha sintetizzato il suo programma in poche parole: lotta senza quartiere alla “Europa che è un gulag” !
Certo che se questo è il pensiero politico del neo-segretario, la discesa agli inferi della Lega Nord proseguirà senza fine.
Salvini, infatti, sarà un segretario che ha già avuto modo di dimostrare, negli anni, mediocrità politica, umana e culturale.
Una mediocrità che Salvini intende riprodurre anche con il prossimo congresso torinese della Lega, in programma il 15 dicembre, quando sul palco al suo fianco si accomoderanno Marine Le Pen, leader del movimento di estrema destra francese, i delegati dei movimenti euro-scettici austriaci ed olandesi e, udite udite, persino alcuni deputati del democratico parlamento russo.
Per questo, mi permetterei di suggerire, a Matteo Salvini, che se fosse sua intenzione trasformare davvero il congresso della Lega Nord in un autentico simposio del totalitarismo dovrebbe invitare anche i rappresentanti delle bande neo-naziste e, perché no, pure Silvio Berlusconi.


domenica 8 dicembre 2013

Insofferenza alla politica ed ai politici!

Potrebbe anche essere che io stia perdendo un po’ di quelle capacità intellettive che mi hanno accompagnato fino a qui, oppure può darsi che con l’età ecceda nel pretendere, dalla politica, linearità ed onestà mentale, fatto sta che ogni giorno riesco a comprendere sempre meno la insensatezza  e la pochezza dei politici nostrani.
Ad esempio, mi lascia esterrefatto vedere che la classe politica vorrebbe farci intendere di aver scoperto, all'improvviso, il vergognoso sovraffollamento delle carceri italiane.
Una realtà angosciosa ed inquietante, purtroppo cronica per il nostro Paese come attestano i dati sulla popolazione carceraria negli anni.
Ecco perché considero indisponente che i politici, ad incominciare da Giorgio Napolitano, si preoccupino del problema e fingano di volersene prendere cura soltanto ora che la Corte europea dei diritti umani ha bacchettata l’Italia, minacciando pesanti sanzioni se il problema del sovraffollamento non sarà  risolto entro il 28 maggio 2014.
Governi e Parlamenti hanno ignorato questo problema, per anni, ed oggi, con la connivenza del Capo dello Stato, si illudono di poterlo risolvere con il solito ed inutile palliativo, una amnistia od un indulto.  
Possibile che lo stesso Giorgio Napolitano abbia dimenticato di aver già concesso, con scarso successo, un indulto nel luglio 2006?
I detenuti, infatti, che a fine dicembre 2005 erano 59.523, sono sì diminuiti a 39.005, per effetto dell’indulto, ma nei dodici mesi successivi sono ritornati ad essere 48.693.
Ed allora perché non individuare ed adottare interventi che abbiano una valenza duratura e che non siano solo un rimedio apparente per raggirare l’aut aut della Corte Europea dei diritti umani ?
Perché Governo e Parlamento, sempre che ne abbiano voglia e capacità, non si impegnano, ad esempio, per risolvere il problema di quei 12.145 detenuti, semplicemente “giudicabili” perché in attesa addirittura di un giudizio di primo grado ?
Al 31 ottobre 2013, questi detenuti “giudicabili” rappresentavano il 20% della popolazione carceraria e loro non potrebbero usufruire né della amnistia né dell’indulto!
Già, ma l’Italia è la culla del paradosso, dove 12.145 essere umani vivono dietro le sbarre nell’attesa di essere giudicati, mentre un pregiudicato, con condanna definitiva per frode fiscale, da oltre quattro mesi vive sereno nelle sue lussuose dimore, gira indisturbato su auto blu con lampeggiante e scorta (a spese dei contribuenti), rilascia interviste, si presenta in TV, lancia proclami, minaccia i poteri istituzionali, organizza cene ed incontri mondani.
Come non ricordare, in momenti come questi, Giorgio Gaber e come non lasciarsi trascinare dalla voglia matta di cantare a squarciagola i suoi versi “mi scusi Presidente, io non mi sento italiano ma per fortuna, o purtroppo lo sono … perfino in parlamento c’è un’aria incandescente, si scannano su tutto e poi non cambia niente!”.

venerdì 6 dicembre 2013

Un altro obbrobrio … Onorevole

 
Ci voleva la Corte Costituzionale per aprire finalmente gli occhi degli italiani su un’altra delle mostruosità di cui si è macchiata la nostra classe politica.
Infatti, dichiarando incostituzionale la Legge Calderoli del 21 dicembre 2005, qualificata “porcellum” dal politologo Giovanni Sartori, la Consulta non ha fatto altro che confermare la dappocaggine della cricca politica che regge le sorti del nostro Paese.
Era stato lo stesso artefice del “porcellum”, Roberto Calderoli, a definirlo “una porcata” già pochi giorni dopo l’approvazione.
Fatto sta che, dopo otto anni, la Corte Costituzionale non ha fatto altro che confermare come, tra le molte scellerate nefandezze, di cui si è reso responsabile Silvio Berlusconi, ci siano anche quelle di aver:
  1. costretti gli italiani a votare, dal 2006 in poi, con una legge elettorale contraria ai principi della Carta Costituzionale;
  2. fatto sì che si succedessero a Palazzo Chigi, per otto anni, governi sostenuti da maggioranze truffaldine perché formate sulla base di premi di maggioranza incostituzionali;
  3. beffato il Paese, per otto anni, mettendolo alla mercé di Parlamenti e governi illegittimi;
  4. perpetrata, per otto anni, una truffa perversa, costringendo gli Italiani, a mantenere, a caro prezzo, parlamentari, ministri e sottosegretari di fatto abusivi;
  5. indotto anche Giorgio Napolitano ad insediarsi al Quirinale abusivamente perché eletto, per ben due volte, da Parlamenti illegittimi;
  6. consentito a tutti i partiti di arraffare dalle casse dello Stato, per otto anni, i denari dei contribuenti in base ai voti ottenuti con una legge elettorale incostituzionale.
Grazie al “porcellum” l’Italia è stata ridicolizzata, ancora una volta, agli occhi del mondo.
Era l’ottobre 2005, mancavano meno di sei mesi alle elezioni politiche del 2006 che, secondo i sondaggi, avrebbero tributata la sicura vittoria alla coalizione di centrosinistra guidata da Romano Prodi, “L’Ulivo”.
Non tollerando che il centrosinistra potesse vincere le elezioni, l’allora premier Silvio Berlusconi minacciò la crisi di governo se non fosse stata subito riformata la legge elettorale, ed al ministro per le riforme istituzionali, Roberto Calderoli, affidò il compito di escogitare una legge elettorale che impedisse a Prodi di ottenere un largo successo.
In fretta e furia Calderoli, assistito da consiglieri scellerati, presentò al Parlamento quella riforma elettorale che fu approvata con arroganza dai soli voti del centrodestra, e che ora è stata dichiarata incostituzionale dalla Consulta.
Eppure, che il “porcellum” non avrebbe superato il vaglio della Corte Costituzionale, ne erano convinti non solo eminenti costituzionalisti, ma anche i partiti e, soprattutto, l’opinione pubblica.
Già nel 2007, difatti, furono promossi dagli italiani tre referendum abrogativi per modificare il “porcellum”.
Referendum che sarebbero dovuti essere sottoposti al voto popolare nell’aprile 2008, sennonché, a bloccarli, intervennero le dimissioni del governo Prodi e lo scioglimento anticipato delle Camere.
Tutti i partiti, nessuno escluso, hanno sproloquiato in questi anni per impegnarsi a riformare il “porcellum” ma, nonostante i reiterati inviti e richiami del Capo dello Stato, l’ostinazione, degli uni e degli altri, ha fatto prevalere i meschini interessi di parte, così alla fine ha dovuto intervenire la Consulta.
Ancora una volta la politica si è fatta mortificare e mettere in scacco dalla magistratura costituzionale.
Ora, non appena la Consulta renderà note le motivazioni, il “porcellum” di fatto decadrà, e gli elettori potrebbero tornare a votare con la vecchia legge elettorale, il cosiddetto “mattarellum”, a meno che …
A meno che i partiti, percorsi da un sussulto di decenza (improbabile !!!) si impegnino, di buzzo buono, per accordarsi su una nuova legge che restituisca all’elettore il diritto di scegliere il proprio rappresentante, corregga l’obbrobrio del premio di maggioranza, ed assicuri la governabilità del Paese.
Già, potrebbe sembrare facile, ma in realtà lo scenario politico è così precario da non garantire che il Governo Letta possa durare il tempo necessario perché questo illegittimo Parlamento approvi una eventuale nuova legge elettorale.
Altro che Repubblica delle Banane !

martedì 3 dicembre 2013

Brunetta, tra livore e furberie

Che le capacità intellettive ed il buon senso di Renato Brunetta siano inversamente proporzionali al livore che sprizza ogni volta che apre bocca, è un dato di fatto innegabile.
Un livore che contrassegna il suo ghigno anche quando si sforza di sorridere o di apparire bonario.
Erano trascorse poche ore dopo che il Senato aveva finalmente espulso il pregiudicato Berlusconi, e già Renato Brunetta, con il suo procedere da puffo ballonzolante, tallonato da Romani e da un manipolo di forzisti, ha messo in scena l’assalto al Quirinale per chiedere al Capo dello Stato le dimissioni del governo Letta.
Come spiegare questo precipitarsi al Quirinale, se non con il rancore di Brunetta & Co per l’espulsione del loro padre padrone e per la frustrazione di non poter far cadere il governo neppure dopo aver ritirate dalla maggioranza le residue truppe forziste ?
L’odiato nemico di Brunetta, Romani, Santanchè, e figuranti vari, però, non è tanto Enrico Letta quanto, piuttosto, Angelino Alfano che, con il gran rifiuto di farsi intrappolare in Forza Italia, ha preferito schierarsi per la continuità del governo.
Non so se Alfano, in cuor suo, abbia fatta questa scelta pensando al bene del Paese, è certo, però, che, a Brunetta & Co, del Paese e degli italiani nun gliene frega gnente !
A lui, ora che è rimasto orfano del suo datore di lavoro, interessa solo potersi vendicare del mondo intero.
E così, con la sua mente contorta Brunetta sta escogitando un subdolo trucco per intralciare l’azione del governo.
Resosi conto che Forza Italia, schierata all’opposizione, non ha alcuna chance di mandare a casa Letta ed suo il governo, il diabolico Brunetta ha deciso di ricorrere ad una sorta di boicottaggio occulto.
Ecco perché i sottosegretari, che hanno aderito a Forza Italia, non hanno rimesse le loro deleghe nelle mani del Presidente del Consiglio e, pur militando in un partito che è all’opposizione, non mollano le loro poltrone nel governo.
Il duplice obiettivo del furbetto Brunetta è, da un lato, riuscire a sabotare, dall’interno, le iniziative del governo e, dall’altro, poter conoscere in anticipo le azioni che il governo ha allo studio, in modo da riferirne a Berlusconi, ormai extraparlamentare, e preparare le contromosse.
Assurdo, ma è la prima volta, nella storia della Repubblica Italiana, che membri dell’opposizione ricoprano incarichi di governo !
A rendere ancora più paradossale la situazione, però, sono i comportamenti dei sottosegretari, “clandestini” nel governo, che avrebbero rassegnate le dimissioni non nelle mani del Premier ma in quelle di Berlusconi, cioè di colui che ormai non è più nemmeno capo dell’opposizione.
Analfabeti delle norme istituzionali o soltanto cialtroni ?