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giovedì 27 febbraio 2014

A quando la ghigliottina per i dissidenti M5S ?

Non sono un telespettatore assiduo e se mi pongo davanti alla TV è principalmente per ascoltare notiziari e servizi di inchiesta.
Tuttavia, alcune volte, facendo zapping mi sono imbattuto in telefilm, a stelle e strisce, nei quali la polizia è sempre alle prese con bande di teppisti in lotta tra loro.
Mi è capitato, una volta, di assistere al ridicolo processo sommario al quale una banda stava sottoponendo un suo componente che aveva sgarrato, trasgredendo alle regole, paradossali e stolte, che la gang si era date.
Alla fine, il colpevole veniva espulso dalla banda con ignominia.
Spegnendo il televisore pensavo, tra me e me, che solo negli States potessero accadere farse di quel genere, quando all’improvviso, come in un flashback, mi sono ricordato di aver sentito parlare di buffonate del genere, anche nel nostro Paese.
Già, perché in realtà anche in Italia esiste una combriccola che, essendosi date regole grottesche e insensate, ne impone il rigoroso rispetto a tutti i suoi militanti, pena il rischio di incorrere in processi sommari diffusi, a volte, anche in streaming.
Mi sono tornati in mente, ad esempio, i ridicoli processi cui sono stati sottoposti i membri della combriccola che non erano stati in grado di esibire gli scontrini fiscali a giustificazione delle spese sostenute.
Perbacco, però, non custodire sotto chiave lo scontrino di un caffè è davvero una negligenza imperdonabile che merita senz'altro di finire sotto processo !
A destare, però, maggiori perplessità sono quelle norme del codice di comportamento che vietano agli affiliati di avere e di esprimere idee.
Agli affiliati, accuratamente acefali, è consentito, cioè, solo di vomitare villanie e volgarità contro chiunque non condivida il verbo delirante del loro invasato ed esagitato  stregone, il guitto genovese Beppe Grillo.
Credo sia chiaro, a questo punto, che ogni riferimento non è “puramente casuale”, ma volutamente e consciamente è al M5S.
Un movimento politico (?) così antidemocratico da prevedere un crimine previsto solo nei regimi totalitari, quello di “lesa maestà” per chiunque osi non solo criticare, ma perfino manifestare un pensiero che non sia in sintonia con ciò che fa, dice o pensa lo stregone genovese.
Al presunto reo di “lesa maestà” tocca la gogna ed è offerto, vittima sacrificale, agli affiliati che attraverso la pagliacciata di un “pubblico” processo possono condannarlo, almeno fino ad oggi, all’espulsione dal M5S, in attesa che lo stregone Grillo, con un editto motu proprio, introduca la ghigliottina.
È di questi giorni il processo per “lesa maestà” nei confronti di quattro senatori del M5S, i quali si sono presa la libertà di non condividere la buffonata messa in scena dallo stregone Grillo durante le consultazioni per la formazione del governo Renzi.
Oddio ! Bisogna riconoscere che i quattro “imputati” (Luis Alberto Orellana, Francesco Campanella, Fabrizio Bocchino, Lorenzo Battista) hanno data prova di non essere proprio vispi e sagaci se, solo dopo mesi e mesi si sono resi conto di seguire il verbo di uno stregone, volgare, privo di ideali ed incapace di idee.
A questo punto la sorte dei quattro malcapitati è stata affidata ad alcune migliaia di grillini che, a mo’ di tribunale del popolo, via internet hanno ratificato il verdetto di espulsione.
Essendo, però, senatori della Repubblica Italiana, eletti dal popolo, in ogni caso potranno continuare a sedere sugli scranni del Senato e riconquistare il loro diritto di pensare e di parlare.
Una riconquista, quella del diritto di pensare e di parlare, che invoglierà, facile previsione, altri parlamentari grillini ad affrancarsi, prima o poi, dalla follia dello stregone, ma soprattutto dalla egemonia di Gianroberto Casaleggio che, in nome e per conto terzi, è il vero despota del M5S.

lunedì 24 febbraio 2014

All’ombra dell’inciucio è nato il Renzi 1°

Senz'altro è solo colpa mia se non sono in grado di cogliere e di apprezzare le camarille, gli arzigogoli, le astruserie, gli accomodamenti, gli inciuci, e via dicendo che sono il nutrimento quotidiano del fare politica.
Infatti, dopo aver trascorso decenni, a fare i conti, ogni giorno,  con fatturati, produzione, salvaguardia dei posti di lavoro, costi, banche, conti economici, spending review, piani pluriennali, concorrenza, sindacati, il mio cervello è ormai così schiavo del pragmatismo da rendermi impossibile sia accettare gli svolazzi assurdi, di cui sono maestri i politici, sia capire il loro politichese.
Perciò, dopo aver confessata la mia inidoneità mentale a comprendere i politici, devo però anche dire che, incontrando la gente, cioè le persone reali che vivono nel nostro Paese, ho la netta sensazione che i loro problemi, le loro preoccupazioni, le loro ansie, le loro sofferenze siano molto lontane da ciò che propone, dice e fa la classe politica.
Per questo, fedele alla mia dipendenza dalla concretezza, mi permetto di dire che mi sarei atteso da Matteo Renzi, nella formazione del nuovo governo, l’impegno per collocare, al vertice dei ministeri, alcuni personaggi della società civile che, avendo patito sulla loro pelle le sventure della crisi, avessero consapevolezza e piglio giusto per prendere di petto i problemi e cercare di risolverli.  
Invece no !
Anche questa volta nella spartizione delle poltrone ha prevalsa la logica di soddisfare gli appetiti di partiti, partitini, correnti, sottocorrenti e, perché no, anche lobbies.
Per non smentirsi, Renzi ha voluto esagerare, bilanciando la presenza delle cosiddette cooperative rosse, al ministero del lavoro, con l’inserimento, al ministero dello sviluppo economico, di una rappresentante confindustriale.   
Il pasticcio, però, è che, ricercando gli equilibri, Renzi è scivolato sulla classica buccia di banana con una decisione che sa di inciucio e di patti inconfessabili.
Il ministero dello sviluppo economico, infatti, è stato affidato a Federica Guidi, già presidente dei giovani imprenditori confindustriali e figlia di Guidalberto Guidi, già vice presidente di Confindustria.
Ora, anche se Federica Guidi si è subito dimessa da ogni incarico ricoperto presso le aziende di famiglia, è evidente che esista un conflitto di interessi, poiché Ducati Energia, l’impresa di famiglia, è  fornitrice di Enel, Ferrovie, Poste.
Non solo, ma aver affidate le politiche per far ripartire le produzioni e l’occupazione proprio a colei che ha, nel suo curriculum, la delocalizzazione delle sue produzioni in paesi esteri, appare molto più grave ed ingiustificabile di un semplice abbaglio.
Ma non è tutto, perché Federica Guidi e suo padre Guidalberto sono amici di Silvio Berlusconi del quale, anche pochi giorni prima, erano stati ospiti ad Arcore.
Potrebbe sembrare solo gossip se non che, tra le attribuzioni del ministro per lo sviluppo economico, rientra anche la delega alle Comunicazioni, televisioni comprese.
Perciò, poiché Berlusconi aveva preteso che Renzi gli desse precise garanzie sulla tutela di Mediaset, mi sembra che la risposta ricevuta sia andata ben oltre le sue più rosee aspettative.
Si vocifera, infatti, che Berlusconi abbia esultato per la nomina di Federica Guidi al punto da aver confidato ad alcuni fedelissimi “anche se Forza Italia è all’opposizione abbiamo un nostro ministro nel governo”.
Domanda maliziosa: la scelta di Federica Guidi è il frutto dell’inciucio combinato tra Berlusconi e Renzi quando si sono appartati per intrallazzare a quattrocchi, proprio nelle ore in cui era in gestazione la lista dei ministri ? 

domenica 23 febbraio 2014

Matteo Renzi … l’uomo dei miracoli

Si racconta che, quando era un ragazzino, gli amichetti lo chiamassero “il bomba” per il suo vezzo di spararle grosse.
Da allora sono trascorsi molti anni, ma c’è il rischio che, questa volta, siano gli italiani a soprannominare Matteo Renzi “il bomba”.
Giorni fa, non appena il Capo dello Stato gli aveva conferito il mandato esplorativo per la formazione del governo, Matteo Renzi, davanti ai microfoni aperti, con imprudenza ed impudenza anticipava il cronogramma di quello che avrebbe dovuto essere il suo progetto di governo per i primi 100 giorni.
Entro febbraio, assicurava Renzi, l’approvazione della legge elettorale, nel mese di marzo la riforma del lavoro, entro aprile la riforma della pubblica amministrazione, nel mese di maggio la riforma fiscale.
Qualche giorno dopo, in seguito ad un téte-à-téte con Berlusconi, Renzi si presentava in sala stampa ed aggiungeva al timing la riforma della giustizia entro il mese di giugno.
Credo che, solo per una banale dimenticanza, Renzi non abbia inserita, nel programma di governo, anche la vittoria, a luglio, della nostra nazionale ai campionati mondiali di calcio in Brasile.
Poiché, non credo né ai miracoli né alle apparizioni trascendenti, e considero fregnacce pozioni e filtri magici, mi è impossibile non osservare con scetticismo la sfilza di impegni che Matteo Renzi continua ad annunciare.
Mi auguro, e non solo per egoismo ma per il bene di tutti gli italiani, che non ci tocchi di rivivere i giorni in cui un cacciaballe di professione, Berlusconi, prendeva per il naso milioni di grulli promettendo loro un milione di posti di lavoro, la riduzione delle tasse, il raddoppio della Salerno-Reggio Calabria, il ponte sullo stretto, la restituzione dell’Imu 2012, e via dicendo.
Per carità, io sarei il primo ad esultare se Renzi riuscisse davvero a sconvolgere il mortorio della politica ed a rimuovere i tempi biblici che, fino ad oggi, ne hanno contrassegnati i provvedimenti.
Temo, però, che l’inesperienza abbia giocato un brutto tiro a Renzi, da un lato impedendogli di tener conto di lacci e laccioli dell’apparato normativo e burocratico, dall’altro facendogli minimizzare la palla al piede di una maggioranza patchwork, ed infine rendendogli difficile valutare il greve vincolo della scarsità di risorse.
Comunque, salto a piè pari ogni commento sulla scellerata legge elettorale, l’Italicum, di gran lunga più truffaldina del porcellum, per focalizzare l’attenzione, invece, sul primo vero obiettivo indicato da Renzi: la riforma del lavoro.
È indubbio che per questa riforma saranno importanti sia la semplificazione delle norme e dei contratti, sia la rivisitazione degli ammortizzatori sociali, sia l’estensione a tutti i lavoratori delle tutele, e così via.
Per fare ripartire l’occupazione, però, è imprescindibile incidere con vigore sul cuneo fiscale, non solo per ridurre il costo dell’unità-prodotto, ma soprattutto per rendere più pesanti le buste paga.
Infatti, se milioni di lavoratori, che hanno visto ridursi, negli anni, la capacità di spesa, non saranno messi nella condizione di aumentare i loro consumi, è evidente che la produzione di beni continuerebbe a ristagnare e, di conseguenza, non si creerebbe occupazione.
Lo stesso discorso vale anche per quei milioni di pensionati che non sono beneficiari di pensioni d’oro.
Sicuramente Monsieur de La Palisse avrebbe chiarito questo concetto meglio di me, ma la realtà non sarebbe cambiata.
A questo punto la domanda è: dove Renzi pensa di trovare le risorse per sviluppare i consumi, quindi la produzione e, di conseguenza, l’occupazione ?
Forse negli effetti di quella spending review che il governo Letta non è stato capace di esibire all’appuntamento con Bruxelles ?
Oppure Renzi pensa ad una patrimoniale che il suo governo non riuscirebbe mai a varare per la ferrea opposizione dei ministri del Nuovo Centrodestra ?
Questa mancanza di concretezza nell’indicare come intenda attuare gli impegni che continua a proclamare, incrina la credibilità di Renzi, così come ha incrinata, a suo tempo, quella di Berlusconi.
Mi auguro solo che la “perfetta sintonia”, di cui Renzi si è detto convinto dopo aver incontrato Berlusconi al Nazareno, non sia da attribuire alla loro affinità nel raccontare panzane agli italiani.

sabato 22 febbraio 2014

È questa la rivoluzione renziana ?

Alcuni mesi fa, contattato da un  istituto demoscopico, alla domanda “Se ieri si fossero tenute le elezioni politiche, Lei per quale partito avrebbe votato....?”, ho risposto “mi sarei astenuto” e, giorni dopo, ho appurato che il 24,3% degli intervistati aveva data la stessa risposta.
In effetti, dopo venti anni di una politica irreale, orientata all’inciucio, corruttrice e corrotta, vorace di denaro pubblico, incurante delle sofferenze dei cittadini, non riesco a vedere a chi potrei affidare il mio voto.
Pensavo da tempo, e continuo a pensarlo, che solo una coraggiosa terapia radicale potrebbe, forse, raschiare via dai palazzi del potere le incrostazioni di vecchiume e fradiciume che si sono barbicate in tutti questi anni.
Una terapia, però, capace di affrontare il bubbone nel rispetto della democrazia e della carta costituzionale.
Forse per questo, dopo che Matteo Renzi è stato investito di un ruolo politico nazionale, ho considerata la possibilità di concedergli, pur con riserva, una apertura di credito.
Confidavo nella sua proclamata risolutezza di rigenerare la politica, di non lasciarsi risucchiare dalla melma dei maneggi romani, di impegnarsi da subito a pungolare, con risolutezza, il governo Letta per farlo uscire dall’immobilismo rinunciatario in cui si era insabbiato.
Perciò, come un naufrago che ha perso ogni speranza, ho affidato il mio atto di fiducia ad una immaginaria bottiglia da consegnare al mare degli avvenimenti, proponendomi di ridurne il contenuto ogniqualvolta fossi deluso dalle scelte e dai comportamenti di Renzi.
Dopo pochi giorni, purtroppo, sono stato costretto a togliere il primo bicchiere di fiducia dalla bottiglia.
È stato quando, appena eletto segretario del PD, ha deciso di riesumare dal sarcofago Berlusconi per farlo risorgere come protagonista della scena politica con la panzana delle riforme.
Ora, aldilà della corbelleria di aver riaperte le porte dei palazzi istituzionali ad un pregiudicato, sono rimasto perplesso e deluso nel rendermi conto che alla riesumazione erano associati patti segreti, stretti con la logica amorale del “do ut des”.
Il primo patto “do ut des” ha visto imporre al PD, senza scampo, la legge elettorale pretesa da Berlusconi.
Passati pochi giorni, dalla bottiglia ho dovuto togliere un altro bicchiere di fiducia.
Era inevitabile, infatti, che dopo aver detestato i sistemi ignobili con cui il vecchiume politico gestiva il potere, non potessi essere d'accordo con il metodo da filibustiere con il quale Renzi aveva silurato Letta ed il suo governo.
In quel momento mi appariva evidente che Renzi stesse attuando il secondo patto “do ut des”, restituendo, in cambio della sua nomina a Palazzo Chigi, peso politico a Forza Italia che si era auto-confinata all’opposizione del governo Letta.
La sceneggiata è proseguita per giorni, con il Capo dello Stato costretto obtorto collo a ricevere al Quirinale Berlusconi, Matteo Renzi ha ottenuto l’agognato incarico di formare il governo, il rituale toto-ministri, la farsa del braccio di ferro tra Renzi ed Alfano, e via dicendo.
La bottiglia, con quel che rimaneva della mia fiducia in Renzi, era ancora lì quando ho dovuto svuotarla di un altro bicchiere di fiducia.
È accaduto allorché, Renzi e Berlusconi hanno estromessi dalla stanza i loro accompagnatori e si sono appartati, a quattr’occhi, per parlare di questioni top secret.
Al téte-à-téte, sono seguite dichiarazioni dalle quali si è appreso, per bocca di Berlusconi, l’impegno ad una opposizione morbida al nascituro governo Renzi e, da parte di Renzi, la sollecita calendarizzazione, nel programma di governo, della riforma della giustizia, un tema tanto caro a Berlusconi.
Stava prendendo corpo un altro dei misteriosi patti do ut des.
Anche quel residuo di fiducia che era rimasto nel fondo della bottiglia si è dissolto definitivamente alla presentazione della compagine governativa.
Infatti, delle 16 poltrone ministeriali, del sedicente governo Renzi, ben 9 (*) saranno occupate da riciclati del governo Letta.
A questo punto, non solo non c’è più traccia del principio di “discontinuità”, che Renzi garantiva a destra e a manca, ma non è lecito neppure parlare di “nuovo governo”, perché, se vogliamo chiamare le cose con il loro vero nome, si tratterebbe, tuttalpiù, di un “rimpasto del governo Letta”.  
Allora, perché il rimpasto non avrebbe potuto farlo Enrico Letta senza obbligare il Paese a subire il casino nato con le dimissioni di un esecutivo, le consultazioni al Quirinale, un nuovo voto di fiducia di Camera e Senato, etc. ?
Solo per soddisfare la irrefrenabile ambizione di Renzi che voleva cacciare Letta da Palazzo Chigi per sedersi al suo posto ?
Se è questa la rivoluzione renziana, agli intervistatori continuerò a rispondere: “mi sarei astenuto” !

(*) Alfano, Del Rio, Franceschini, Galletti, Lorenzin, Lupi, Martina, Orlando, Pinotti

mercoledì 19 febbraio 2014

Renzi in bici, Boldrini e Grasso in risciò

Lasciarsi andare, ogni tanto, per sognare, ad occhi aperti, situazioni meglio se lontane dalla sgradevole realtà politica, economica e sociale del nostro Paese, è un rimedio alla portata di tutti.
Un rimedio che può aiutare, almeno per qualche minuto, a dimenticare il degrado con il quale siamo costretti a convivere e confrontarci ogni giorno.
So troppo bene che si tratta spesso di sogni impossibili che possono rendere, però, più amaro il ritorno alla realtà ma, a volte, può essere il modo più a buon mercato per rilassarsi.
Perché non sognare, ad esempio, che i ministri del governo in gestazione, salgano al Colle, per prestare giuramento, senza il codazzo di auto blu e scorte, ma in sella alle loro biciclette, pedalando come ha fatto, in Danimarca, la premier Helle Thorning-Schmidt accompagnata dai suoi ministri ?
Immaginiamoci Matteo Renzi pedalare, alla testa del gruppo dei ministri, in sella alla sua bici, ovviamente da corsa, pur se di colore blu per rispetto di usi e costumi ministeriali.
E perché non sognare, anche, che i presidenti Boldrini e Grasso arrivino alla Camera ed al Senato con i loro risciò, e senza scorte ?
Alle più alte cariche istituzionali, naturalmente, dovrebbero uniformarsi anche deputati e senatori e, di certo, … ne vedremmo delle belle, dal triciclo per Brunetta al tandem per Casini e Cesa.
Certo, sono sogni impossibili per la loro assurdità, ma se non altro aiutano a sorridere.
La realtà, purtroppo, è che a farla da padrone per le vie della capitale saranno ancora e sempre le mille e mille auto blu, arroganti e sopraffattrici, con codazzo di scorte, per accompagnare al lavoro oppure a fare shopping, parlamentari, ex premier, ex ministri, boiardi di Stato, loro familiari.
Una realtà folle ed intollerabile, nella quale, per fortuna, si incominciano a vedere, però, alcune incoraggianti eccezioni.
Il premier Enrico Letta, ad esempio, venerdì scorso si è presentato al Quirinale, per rassegnare le dimissioni, al volante della sua auto e senza scorta.
Eppure, in quelle ore, Letta era ancora il Presidente del Consiglio in carica. Un esempio di sobrietà mai riscontrata nei modi di agire dei suoi predecessori.
Lo stesso Letta, ormai ex premier, il giorno dopo ha passeggiato per Roma con il figlio senza alcun seguito di scorta.
Ha voluto comportarsi, cioè, come un comune cittadino rinunziando alle prerogative che, comunque, gli sarebbero toccate.
Lo stesso Matteo Renzi, in queste ore, pur essendo premier in pectore, si muove tra Firenze e Roma, come uno qualsiasi di noi, a piedi, senza auto blu, e senza la scorta che il Ministero degli Interni vorrebbe assegnargli a tutti i costi.
Per contro, in questo nostro assurdo Paese accade che un ex premier, Berlusconi, ormai non più in carica da oltre due anni, continua a scorrazzare in auto blu e con un nutrito codazzo di agenti di scorta, naturalmente a spese dei contribuenti italiani.
Il paradosso è che Berlusconi, non solo non è più nemmeno senatore, ma è ormai da sette mesi un pregiudicato interdetto dai pubblici uffici, che la magistratura di sorveglianza, senza ragione, non ha ancora segregato perlomeno in stato di detenzione domiciliare.
Ora, è pur vero che Totò Riina, così come altri pregiudicati, per i loro spostamenti, fruiscono di auto dello Stato e di scorte, ma le auto sono i cellulari e le scorte sono costituite da agenti penitenziari. 

martedì 18 febbraio 2014

Idioti … “utili” o “inutili” ?

Il dizionario della lingua italiana Le Monnier attribuisce al vocabolo “idiota”  il significato di: “persona che rivela o denota una sconcertante stupidità”, e ne specifica anche l’accezione arcaica di “persona semplice e rozza, priva di istruzione”.
Da qualunque parte, perciò, lo si voglia osservare non può esserci ombra di dubbio che sia offensivo dare dell’idiota a qualcuno.
Quindi, quando Berlusconi, nei giorni scorsi, ha definiti “utili idioti” gli ex pidiellini, oggi confluiti nel Nuovo Centrodestra, certamente non intendeva fare loro un complimento.
D’altra parte, è innegabile che Berlusconi sia stato il precursore di Beppe Grillo nell’utilizzare l’insulto come un’arma per colpire gli avversari politici e tutti coloro che non soggiacciano ai suoi deliranti propositi.
Solo per citare qualche esempio, Berlusconi, nel 1995, aveva già tacciato Romano Prodi di essere un “utile idiota”, mentre nel 2006 bollava come “coglione” chi avrebbe votato per la sinistra e, nel 2011, definiva “culona inchiavabile” Angela Merkel, critica verso lo sfacelo dell’Italia che il governo Berlusconi stava facendo.
Berlusconi è ricorso all’insulto, in modo sistematico, per nascondere lo zero assoluto del suo pensiero politico, salvo poi piagnucolare e fare la vittima nel caso in cui qualcuno lo abbia ricambiato della stessa moneta.
A prenderne le parti e giustificarlo, però, sono intervenuti sempre tanti lacchè ossequiosi, per sostenere che insulti e volgarità non erano altro che “battute umoristiche che lui fa non per offendere ma per ridere”.
Ma, a volte capita che parole insensate, buttate là solo per ingraziarsi il boss, ritornino come un boomerang.
È successo, appunto, alla senatrice Simona Vicari, cioè proprio a colei che aveva definiti gli insulti di Berlusconi “battute umoristiche”, che oggi scopre di essere etichettata anche lei come “utile idiota” per aver aderito al Nuovo Centrodestra.
Ebbene, aldilà della diatriba tra “utile” ed “inutile”, trovo divertenti e mi fanno sorridere le bordate di “idiota” che le bocche di fuoco si scambiano, in queste ore, da una e dall’altra sponda del centrodestra.
È evidente, infatti, che rinfacciandosi vicendevolmente di essere “idioti”, più o meno utili, ma pur sempre “idioti”, forzisti e neocentristi non fanno che confermare quello che, da anni, la maggioranza degli italiani pensa di loro.
Bollandosi a vicenda come idioti ammettono, infatti, di essere stati, tutti insieme, portatori insani di stupidità nell’accettare, senza riserve, e nel celebrare lo zero assoluto, politico e morale, del loro padre padrone.
Così come riconoscono di essere stati idioti, gli uni e gli altri, nel fare gli gnorri e credere alla persecuzione giudiziaria di Berlusconi, o ai bunga bunga contrabbandati per cene eleganti, oppure a Ruby nipote di Mubarak.
Cosa dire, poi, della stupidità comprovata nel votare le leggi ad personam, facendo finta di non capire che si trattasse di leggi ad uso e consumo esclusivo del loro boss ?
L’elenco delle idiozie di cui, in venti anni, si sono resi responsabili tutti coloro che, oggi, si rinfacciano a vicenda di essere “idioti”, sarebbe infinito.
Però, mentre loro danno fuoco alle polveri, insultandosi, etichettano come idioti, per superficiale analogia, anche i molti italiani che hanno avuto fiducia in loro, finora, votandoli.

lunedì 17 febbraio 2014

Qualcosa non è garbata a Napolitano

Di certo non deve essere stato facile, per il Presidente della Repubblica, mandar giù l’affronto subito dal dottor Berlusconi che, sebbene pregiudicato ed interdetto dai pubblici uffici, si è presentato al Quirinale, per le consultazioni, a capo della delegazione di Forza Italia.
È pur vero, però, che Napolitano già aveva ricevuti, nei saloni del Quirinale, soggetti, come Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, che non sono parlamentari pur tuttavia arruffano la scena politica standosene dietro le quinte.
In ogni caso non deve essere stata solo la presenza non gradita del dottor Berlusconi ad infastidire il Capo dello Stato se, al termine di una tornata sprint di consultazioni, ha deciso di pigiare sul freno, rinviando di quarantotto ore ogni decisione.
Napolitano deve aver intuito che si stava avvicinando ad una curva troppo pericolosa per non decelerare di colpo, sorprendendo così gli osservatori.
È molto probabile, infatti, che dichiarazioni od atteggiamenti di qualche formazione politica gli abbiano messa una pulce nell’orecchio, facendogli percepire a quali difficoltà andrebbe incontro Matteo Renzi nel suo tentativo di dar vita ad un governo e di ottenere il voto di fiducia del Parlamento.
Può darsi, ad esempio, che Angelino Alfano e la delegazione del Nuovo Centrodestra abbiano presentate, al Capo dello Stato, alcune condizioni che, difficilmente, potrebbero essere accolte dal premier in pectore, Matteo Renzi.
Oppure, al Colle sarebbe giunto l’eco delle fibrillazioni interne al Partito Democratico, materializzatesi, con il trascorrere delle ore, nell’intenzione, di Pippo Civati e di un drappello di senatori del PD, di non votare la fiducia ad un eventuale governo Renzi.
O invece, nell’incontro con la delegazione di Forza Italia, Giorgio Napolitano potrebbe aver percepito che la caduta del governo Letta fosse contemplata da “patti inconfessabili”, stretti tra Renzi e Berlusconi in occasione del “tea for two”.
Lo avrebbe intuito, ad esempio, meditando su una ipotesi, teorizzata da Forza Italia, di prevedere “maggioranze variabili” in funzione, cioè, del governo del Paese o della attuazione delle riforme.
Una proposta che, pur di tagliare l’erba sotto i piedi di Alfano, andrebbe in soccorso a Renzi per far nascere il suo governo, con il ricorso ad un qualche espediente parlamentare.
Una proposta, questa, profumata del tea etichettato Nazareno, che aiuterebbe anche a capire come mai, all'improvviso, subito dopo le dimissioni di Enrico Letta, Forza Italia abbia intensificati gli attacchi ai confratelli del Nuovo Centrodestra, fino a definirli “utili idioti” del centrosinistra, con le parole di Berlusconi pronunciate venerdì scorso in Sardegna.
È probabile che Giorgio Napolitano, una volta concluse le consultazioni, si sia reso conto di dover fare i conti, da un lato, con uno scenario politico ingarbugliato e confuso e, dall’altro, con l’esigenza di non tirare troppo per le lunghe l’insediamento di un premier a Palazzo Chigi.
Il Capo dello Stato, infatti, è perfettamente consapevole di dover gestire una crisi di governo non solo difficilmente comprensibile da Bruxelles e dai mercati finanziari, ma anche piombata in un momento particolarmente complicato, per il Paese, sotto il profilo economico e sociale.
Insomma, uno scenario poco rassicurante per la nascita di un governo guidato da un arrembante ma inesperto Matteo Renzi.   
Comunque oggi, anche se i nodi da sciogliere restano numerosi e complessi, Giorgio Napolitano passerà la palla a Matteo Renzi augurando a lui, ma soprattutto all’Italia, good luck !

sabato 15 febbraio 2014

Sgradevole la lettura dei quotidiani

Forgiando l’espressione “repubblica delle banane” lo scrittore americano O. Henry identificava una nazione politicamente instabile, dove la corruzione fosse ampiamente diffusa ed il leader di governo fosse in grado di favorire se stesso, amici ed amici degli amici, infischiandosi delle leggi.
Una nazione soggetta, inoltre, ad una forte ingerenza straniera, politica ed economica, esercitata sia in modo diretto che attraverso il governo locale, e nella quale i membri del parlamento fossero non solo corruttibili, ma chiamati in causa per ratificare decisioni prese nelle stanze dei poteri finanziari o già concertate con le lobbies.
Era il 1904 e, siccome non era Nostradamus, O. Henry non poteva immaginare che la sua espressione si sarebbe adattata, cento anni dopo, al nostro Paese.
Una raffigurazione accentuatasi ancor più negli ultimi venti anni della storia repubblicana.
Ogni giorno, infatti, scorrendo le pagine dei quotidiani si incontrano mille e mille eventi e situazioni che richiamano uno o più degli elementi distintivi indicati da O. Henry per una “repubblica delle banane”.
Ad esempio, un Paese nel quale la giunta della regione Piemonte ha potuto rimanere in carica e governare, per quattro anni, nonostante fosse eletta con il sostegno di una lista costellata di firme false e sebbene il responsabile della lista, Michele Giovine, ne fosse uscito già condannato in via definitiva, per falsi elettorali, a 2 anni ed 8 mesi di carcere.
Un Paese, l’Italia, arrendevole nel tollerare che quattro agenti della Polizia di Stato, benché condannati con sentenza definitiva a 3 anni e 6 mesi per l’omicidio colposo di un giovane di diciotto anni, siano reintegrati nel corpo di polizia e tornino ad indossare quella divisa che, per i cittadini, dovrebbe essere simbolo di protezione e sicurezza.
Un Paese, l’Italia, dove non ci si infuria se due carabinieri, infastiditi dalle insistenze di un cittadino, padre di una giovane scomparsa da mesi, che chiedeva di perseverare nelle indagini, ed irritati per l’interesse al caso di una TV, siano stati pizzicati dal cronista nel proferire offese della giovane, trovata poi morta ai piedi di un viadotto, definendola “Quella puttana. È una zoccola e ora non ce ne possiamo più fottere”.  
Un Paese, l’Italia, in cui la gente non si indigna quando un senatore confessi ai magistrati di essersi fatto corrompere con tre milioni di euro per far cadere, con il suo voto, il governo Prodi, della cui maggioranza faceva parte.
Un Paese, l’Italia, nel quale, mentre milioni di persone soffrono i morsi di una crisi rovinosa, politici di ogni colore ed ordine possono scialacquare il denaro pubblico in viaggi di piacere, ricevimenti nuziali, acquisto di profumi e dolciumi, shopping di mutande verdi e lingerie sexy, senza per questo finire nelle patrie galere.
Un Paese, l’Italia, dove un governo, quello di Enrico Letta, capitoli non perché sfiduciato dal Parlamento, ma solo per la arrogante ambizione di Matteo Renzi, appena eletto segretario di una delle formazioni politiche della cosiddetta maggioranza.
Un Paese, l’Italia, i cui cittadini non insorgono se il pregiudicato Berlusconi, da oltre 6 mesi condannato per il reato disonorevole di frode fiscale, e colpito anche dalla interdizione dai pubblici uffici, invece di essere relegato agli arresti, sia legittimato a salire al Quirinale per partecipare alle consultazioni promosse dal Capo dello Stato per la formazione del nuovo governo.
Un Paese, l’Italia, nel quale è consentito a due formazioni politiche, M5S e Lega, di disdegnare l’invito del Presidente della Repubblica a partecipare alle consultazioni, non solo violando le più elementari regole della democrazia, ma anche arrecando pubblica offesa alla più alta istituzione della Repubblica italiana.
Potrei proseguire nella citazione di eventi e situazioni da “repubblica delle banane”, ma l’insofferenza e la nausea hanno raggiunti ormai livelli intollerabili e, quindi, non mi resta che porre fine, almeno per questa sera, alle mie sofferenze di cittadino.

venerdì 14 febbraio 2014

Questo o quello per me pari sono

Sarà anche vero che al peggio non c’è mai fine, ma la politica sta davvero esagerando.
Passano le settimane, passano i mesi, milioni di italiani continuano a patire le drammatiche conseguenze della crisi, ma nei palazzi del potere i politici si trastullano con disgustosi ed insopportabili passatempi ed inciuci, dimostrando indifferenza per la disperazione che affligge la gente.
Dopo dieci mesi dal suo insediamento a Palazzo Chigi, mercoledì Enrico Letta ha presentato, in pompa magna, il documento programmatico intitolato ambiziosamente “Impegno Italia”.   
Indotto da un insano masochismo ho deciso di leggere, una dopo l’altra, le 58 pagine di questo documento programmatico.
Mi illudevo, vista la enfatica presentazione, di trovarvi i segni di una nuova progettualità capace, finalmente, di dare risposte concrete ed immediate alle sofferenze degli italiani.
Più procedevo, però, nella lettura non certo amena, di quelle pagine, più mi coglieva la percezione del “déjà vu”.
Molti dei più significativi interventi che Enrico Letta propone, oggi, indicandoli come impegni nodali della sua ormai improbabile permanenza a Palazzo Chigi, li aveva indicati come “priorità” assolute già nel discorso di insediamento, pronunciato alle Camere dieci mesi fa, cioè il 28 aprile 2013 per ottenere la fiducia.
Allora, ad esempio, Letta aveva detto “le politiche per la ripresa non possono più attendere”, ed oggi, più o meno con le stesse parole, ripropone il suo impegno per la ripresa.
Dalla ripresa dipende la “questione del lavoro” che Letta, non solo indicava come “priorità” del suo governo, ma definiva, allora, “la più grande tragedia di questi tempi che al Sud tocca punte di desolazione e allarme sociale”, aggiungendo “è e sarà la prima priorità del mio governo”.
Sono trascorsi dieci mesi e la disoccupazione, soprattutto giovanile, continua ad aumentare, mentre nel documento “Impegno Italia” possiamo leggere ancora: “Un’Italia più competitiva e giusta si ricostruisce prima di tutto con il lavoro”.
La verità è che, in spregio alla sua dichiarazione di intenti, Letta ha preferito dare la priorità ad una abborracciata abolizione dell’IMU per onorare la cambiale firmata a Berlusconi, bruciando, di fatto, quattro miliardi e mezzo di euro che avrebbero potuto essere destinati più proficuamente, ad esempio, alla riduzione del cuneo fiscale per il rilancio dei consumi e, quindi, per un barlume di ripresa.
Si è dovuto attendere, invece, la Legge di Stabilità 2014 per registrare, da parte del governo Letta, lo stanziamento di un miliardo e seicento milioni di euro per la riduzione del costo del lavoro, cioè un terzo di quanto dilapidato con la finta abolizione dell’IMU.
Enrico Letta, vivacchiando senza infamia (?) e senza lode, non solo ha deluse le aspettative che aveva create il 28 aprile 2013,  ma ha persa la credibilità indispensabile a lui, per rimanere a Palazzo Chigi, ed al progetto “Impegno Italia” per essere plausibile.
I sondaggi testimoniano che la fiducia in Letta è precipitata al 24%!
Se poi, a mettere in croce Letta, spingendolo sullo scivolo delle dimissioni, è la sfrenata ambizione del segretario del suo stesso partito, Matteo Renzi, si ha la conferma di quanto si diceva poco prima, e cioè che la politica continua a trastullarsi con giochetti ed inciuci, disinteressandosi dei problemi reali del Paese.
Per questo, anche la fine del governo Letta è il risultato di un inciucio, e fa parte dei “patti inconfessabili”, imposti da Berlusconi a Renzi in occasione del “tea for two” del 18 gennaio.
La controprova ?
Sandro Bondi, fedelissimo di Berlusconi, non appena avuta conferma delle dimissioni di Letta, si è lasciato andare soddisfatto a dire: “Se nascerà il governo presieduto da Renzi, la mia opinione è che Forza Italia abbia la grande opportunità di condurre un’opposizione intelligente, ferma ma al tempo stesso pronta a collaborare se il governo proporrà cose buone per gli italiani. D’ora in poi non possiamo più permetterci un’opposizione  ‘alla Santanchè’!”.
Più chiaro di così ! Come mai per Bondi l’eventuale governo Renzi meriterebbe un trattamento di riguardo ?
A questo punto non resta che attendere il prossimo “patto inconfessabile” che Renzi dovrà rispettare.
Quale ?
Ma perbacco, la riforma, se non la abrogazione della Legge Severino, affinché Berlusconi possa candidarsi alle prossime elezioni.
Inverosimile ? Staremo a vedere.
NdR: tra le prerogative di internet c’è la certificazione di giorno e ora in cui i post sono inseriti sul mio blog … e la previsione del “patto inconfessabile” per la successione di Renzi a Letta, sulla poltrona di Palazzo Chigi, è datata domenica 19 gennaio 2013, ore 00:16 (“Marionetta nuova ma stesso burattinaio”).
Sfortunatamente non ho la stessa facilità nell’azzeccare un bel 6 al Superenalotto ! 

martedì 11 febbraio 2014

Ci mancava solo la bufera su Napolitano

Ci mancava solo che questo ultimo ciclone si abbattesse sulla scena politica per offrire nuovi alibi, al Governo Letta ed ai partiti, per non occuparsi dei veri problemi del Paese.
C’è voluto Alan Friedman, con il suo libro “Ammazziamo il Gattopardo”, a gettare nuova benzina sul rogo che sta riducendo in cenere anche i pochi tentativi, ancora esistenti, di combattere la catastrofe sociale.
Chiaramente, non sarò certo io a mettere in dubbio la autenticità delle anticipazioni pubblicate dal Corsera, né la obiettività della cronistoria politica scritta da Friedman.
Così come non ho la presunzione di esprimere un giudizio sull’operato del Capo dello Stato.
Desidererei semplicemente chiedere, a quanti in queste ore sono impegnati nel tiro a bersaglio contro Giorgio Napolitano, di fare uno sforzo per inquadrare gli episodi, di cui si discute, nello specifico momento politico, economico e sociale dell’Italia.
Dal 2008 era in atto una crisi globale che non aveva risparmiato neppure l’Italia.
Nel 2011, perciò da almeno tre anni, il nostro Paese era azzannato dagli effetti della crisi; effetti che stavano producendo danni devastanti al tessuto sociale ed economico.
La vicina Grecia, il più fragile dei paesi europei, nonostante gli aiuti ricevuti nel 2010, per diversi miliardi di dollari, da Cina e Qatar, era sull’orlo della bancarotta e si appellava all’Unione Europea ed al Fondo Monetario Internazionale per ottenere prestiti, sottoponendosi al ferreo controllo della troika.
In Italia, dal 7 maggio 2008 era insediato a Palazzo Chigi il IV Governo Berlusconi che sembrava non rendersi conto della gravità della crisi e delle preoccupanti conseguenze che la stessa stava producendo sulla vita degli italiani.
Peraltro, era sotto gli occhi di tutti che, dopo la Grecia, la speculazione internazionale aveva preso di mira il nostro Paese nella convinzione che, di lì a poco, anche l’Italia sarebbe giunta alla bancarotta.
Forse non la “casalinga di Voghera”, ma di certo i responsabili del nostro governo avrebbero dovuto rendersi conto che lo spread (indice che misura di fatto il rischio paese), era salito dai 28 punti, di fine 2007, ai 92 punti, di fine 2008, per proseguire la sua ascesa, senza soluzione di continuità, fino a sfiorare i 214 punti nel maggio 2011.
Per i ministri del governo Berlusconi, invece, sembravano non esserci segnali di cui preoccuparsi.
Come dimenticare, ad esempio, la spudoratezza con cui, il 4 novembre 2011 a Cannes, al termine del summit del G2o, in conferenza stampa Berlusconi affermava: “Mi sembra che in Italia non ci sia una forte crisi. La vita in Italia è la vita di un paese benestante, i consumi non sono diminuiti, per gli aerei si riesce a fatica a prenotare un posto, i ristoranti sono pieni.” ?
Eppure, dal mese di luglio 2011 lo spread viaggiava già tra i 350 ed i 575 punti con conseguenze disastrose sui tassi pagati per la emissione dei nostri titoli di Stato.
Non solo, ma il 5 agosto 2011, al Governo Berlusconi era giunta una lettera “segreta”, con la quale la BCE puntualizzava i provvedimenti urgenti che avrebbero dovuto essere approvati, dal Parlamento, entro il mese di settembre, per poter ottenere il sostegno della BCE sul mercato dei titoli di Stato.
Provvedimenti amari, che Berlusconi non adottò ma lasciò in eredità al Governo Monti.
Ora mi domando: di fronte ad uno scenario così grave e drammatico per le sorti dell’Italia, e di fronte all’abulia del governo Berlusconi, il Capo dello Stato avrebbe dovuto restare a braccia conserte ed aspettare che in Italia si verificasse una catastrofe ?
Chi di noi, al posto di Giorgio Napolitano, non avrebbe cercato di esplorare ogni possibile via di uscita da una situazione che appariva irreversibile nella sua drammaticità ?
Che sarebbe stato dell’Italia se, di fronte alle dimissioni di Berlusconi, che fuggiva dalle sue responsabilità, il Presidente della Repubblica si fosse trovato impreparato e fosse stato costretto ad indire le elezioni ?
Infine, perché dimenticare anche che l’8 novembre 2011, nel voto alla Camera sul Rendiconto Generale dello Stato 2010, si ebbe la conferma che Berlusconi non aveva più la maggioranza ?

domenica 9 febbraio 2014

Un po’ di fantasia per misurarsi con la crisi

Impossibile non convenire sulle responsabilità di una classe politica che non ha saputo affrontare la crisi, socialmente devastante, che angoscia il nostro Paese da più anni.
Sarebbe scorretto, però, non vedere le responsabilità, altrettanto imperdonabili, dei vertici imprenditoriali e sindacali che, prigionieri di vecchie ed ottuse contrapposizioni ideologiche, non hanno neppure tentato di adeguarsi alla crisi nel progettare, insieme, soluzioni in grado di alleviare, se non arginare le sofferenze che si sono propagate nel mondo del lavoro.
Come per una liturgia tutti noi prendiamo nota, periodicamente, delle ore di ricorso alla cassa integrazione, del numero di disoccupati, delle percentuali di disoccupazione giovanile.
Numeri che consentono di valutare la gravità della crisi ma non di prendere coscienza del vero dramma vissuto da centinaia, migliaia, milioni di esseri umani che questa nefasta crisi sta penalizzando non solo dal punto di vista economico, ma anche togliendo loro la dignità del posto di lavoro.
Il pragmatismo mi impone di ricondurre queste riflessioni a fatti di vita vissuta, richiamati alla mente dalla vicenda Electrolux, di cui si dibatte in questi giorni.
Che cosa accade, di solito, quando una impresa di produzione si trova a fronteggiare un calo degli ordinativi ?
Impresa e sindacati discutono, si confrontano ed arrivano, alla fine, a concordare il ricorso alla cassa integrazione.
Per cui, ad esempio, se la flessione degli ordinativi è quantificabile in un 20%, dopo ore ed ore di contrapposizioni, management e sindacati decidono di ricorrere alla cassa integrazione, a zero ore, per un numero di addetti più o meno nella stessa percentuale.
Così, ad esempio, se lo stabilimento occupa 100 lavoratori, ne saranno individuati 20 da cassaintegrare.
Perciò, un dannato giorno, 20 persone si sveglieranno non solo penalizzate sotto il profilo economico, ma anche private di quel posto di lavoro che li faceva sentire vivi ed utili.
Se non sono scansafatiche, si daranno da fare per cercare un lavoro in nero ed entrare nel sottobosco produttivo.
Ora, nel caso ipotizzato, il ricorso alla cassa integrazione ridurrebbe, settimanalmente, per 800 ore su 5 giorni lavorativi la capacità produttiva dello stabilimento.
Semplice calcolo matematico che fa quadrare i programmi di produzione e tranquillizza il direttore dell’unità produttiva.
Immaginiamo, invece, che, di fronte al calo degli ordinativi, management e sindacalisti si incontrassero, con reciproca apertura e senza remore ideologiche, per cercare, con un po’ di inventiva, di riconsiderare i programmi di lavoro, le modalità organizzative, l'assegnazione dei compiti, i turni, per spalmare le ipotetiche 800 ore di cassa integrazione su tutti i 100 lavoratori ed evitare che, da un giorno all’altro, 20 di loro si trovino a spasso e vadano ad incrementare il mercato del lavoro nero.
Come?
Ad esempio, prevedendo di impiegare ogni dipendente per soli 4 dei 5 giorni lavorativi, oppure riducendo l’orario giornaliero di lavoro da 8 a 6,5 ore.
Così facendo tutti i 100 lavoratori continuerebbero ad essere occupati, pur se interessati da una marginale e non angosciante cassa integrazione.
Anche l'impresa otterrebbe vantaggi in termini di produttività e di costo per unità prodotta.
Non tutti i processi produttivi, ovviamente, consentono interventi lineari come quelli ipotizzati.
Si tratta, però, di soluzioni adottate in imprese sia industriali che di servizio, cioè casi reali vissuti di persona anche negli anni in cui le associazioni imprenditoriali ed i sindacati erano barricati su posizioni massimaliste.
Sono modalità, ad esempio, che possiamo cogliere, oggi, nel piano proposto dai vertici Electrolux.
Un piano con il quale Electrolux si propone di superare il problema degli esuberi di personale, ricorrendo ad una cassa integrazione “intelligente” e socialmente poco mortificante.