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martedì 30 aprile 2013

Democristiani al governo … o forse no


Dopo settimane buttate via tra schermaglie e bazzecole di ogni tipo, finalmente ieri il palcoscenico politico ha vissuta una giornata propositiva con la presentazione, alla Camera, del Governo Letta, fortemente voluto da Giorgio Napolitano.
Siccome, però, durante la giornata anche altri eventi hanno stimolata qualche riflessione, ne citerò alcuni.
  1. Ciò che più mi ha emozionato e coinvolto è stato, senza dubbio, l’incontro con i giornalisti di Martina Giangrande, la figlia 23enne di Giuseppe, il Carabiniere gravemente ferito nel corso della sparatoria di domenica, davanti a Palazzo Chigi. Mi ha emozionato il coraggio con cui questa ragazza (mi permetto di chiamarla così, da nonno, perché ha l’età di mio nipote) sta affrontando un nuovo grave dramma che l’ha colpita. Solo tre mesi fa era già rimasta orfana della madre. Una ragazza equilibrata e serena, nonostante il nuovo difficile momento che viveva da poche ore. Capace di un formidabile senso di responsabilità e pervasa da un profondo amore per il padre, di cui si è detta fiera ed orgogliosa, ha deciso di dedicarsi a lui in questi drammatici momenti, anche se questa scelta l’ha indotta a rinunciare al suo lavoro, di questi tempi bene prezioso per qualsiasi giovane. Mi ha coinvolto, anche, la toccante tenerezza di queste sue parole: “dopo la morte di mia madre, tre mesi fa, siamo rimasti solo io e lui. Ci ritenevamo un esercito sgangherato già prima. Ora siamo un mezzo esercito ed ancora più sgangherato.”        
  2. E dopo questi momenti di emozione mi è toccato fare i conti con una delle solite corbellerie di cui si è reso protagonista Silvio Berlusconi. Ancora una volta, infatti, Berlusconi ha sciupata un’ottima occasione per stare zitto e non parlare a sproposito. Nel corso di una trasmissione, condotta da uno dei suoi fidi lacchè, Maurizio Belpietro, rifacendosi alla sparatoria di domenica, davanti a Palazzo Chigi, Berlusconi ha pensato bene di inveire contro un’imprecisata sinistra per sostenere: “Quando si gioca con il fuoco parlando di assalto alle istituzioni e quando si inveisce contro tutti e tutto si incita all’odio e succedono cose come queste”. Peccato che, per colpa della smemoratezza senile di cui soffre, Berlusconi abbia scordato che, solo poche settimane prima, un manipolo di oltre duecento suoi “onorevoli lacchè” abbia marciato sul Tribunale di Milano per occuparne scalinata e corridoi. La scorreria dei parlamentari pidiellini, immortalata da TV e stampa di tutto il mondo, ha rappresentato, quello sì, un reale attacco contro un’istituzione repubblicana, la Magistratura. Sarebbe troppo pretendere, poi, che la memoria debilitata di Berlusconi ricordi che, nel dicembre 2012, il suo sodale, Umberto Bossi, sobillava i padani al grido di: “è ora di tirare fuori i fucili e di passare a mezzi più espliciti”. Non c’è da sorprendersi perché non è la prima volta che Berlusconi si dimostra vittima dei suoi illimitati vuoti di memoria.
  3. Il Governo Letta 1° ha ottenuta la fiducia dalla Camera dei Deputati con 453 voti favorevoli, 153 contrari e 17 astenuti. Oggi, il governo si presenterà al Senato dove dovrebbe ottenere la fiducia senza difficoltà. Dando un'occhiata, però, ai curricula politici, di molti ministri avverto la percezione di trovarmi in presenza di una reviviscenza della defunta Democrazia Cristiana. Infatti, non solo il premier Enrico Letta, ma anche Angelino Alfano, Maurizio Lupi, Dario Franceschini, Graziano Delrio e Giampiero D’Alia, sono sbocciati, politicamente, nelle file dello scudo crociato. È vero che poi si sono riciclati in PdL e PD, però non riesco a non pensare che le radici della cultura democristiana influenzino ancora il loro modo di vivere la politica. Chissà, perciò, che la nascita di questo governo in cui, di fatto, convivono il diavolo e l’acquasanta, non sia proprio frutto di uno di quei famosi compromessi che andavano tanto di moda ai tempi della DC. Ora, il timore è che i governi, frutto di compromessi, già allora avevano una vita travagliata e breve, e per il nostro Paese, oggi, questa sarebbe una calamità da evitare.

lunedì 29 aprile 2013

Spocchia e miopia in un week end drammatico


Avrebbe potuto essere un fine settimana in grado di ridare fiato ad un Paese oramai logorato da due mesi di tensioni tra le forze politiche e di incertezze sulla elezione del nuovo Capo dello Stato e sulla formazione del governo.
Invece ieri, proprio mentre al Quirinale si stava per voltare pagina, con il giuramento dei ministri del governo Letta, davanti a Palazzo Chigi si consumava un fatto delittuoso con il ferimento di due militari della Benemerita.
Un week end particolarmente drammatico e doloroso per l’Arma dei Carabinieri che sabato, a Maddaloni, già era stata colpita dalla uccisione di un militare e dal ferimento di un altro, in un conflitto a fuoco.
Forse, con troppa ingenuità, mi sarei atteso che, di fronte a questi fatti delittuosi, tutte le forze politiche avrebbero riposto ogni spunto polemico per raggiungere gli italiani con messaggi distensivi e rassicuranti.
Anche questa volta, invece, mi sono sbagliato, sopravalutando le doti di cautela e di intelligenza della classe politica.
E’ partita, infatti, dalle bocche di politici di ogni colore, una litania di dichiarazioni cervellotiche e dissennate, per fare ricadere su questo o quello la responsabilità di ciò che era successo.
Naturalmente, primo capro espiatorio non poteva essere che quella parte di opinione pubblica incline a considerare la politica come il vero germe dei molti mali del nostro Paese.
Nessuno ha azzardato a dirlo palesemente, però era fin troppo chiaro che il riferimento fosse a Beppe Grillo ed al M5S.
Senza altro Beppe Grillo, con il suo eloquio aggressivo e villano, si comporta da arruffapopoli, ma se i politici continuano a fingere di non vedere i veri perché del rigetto popolare, offrono l’ennesima prova di miopia e di spocchia !
L’antipolitica, infatti, non è causa ma effetto della loro incapacità e dappocaggine.
Non sono mancate, però, neppure parole ispirate dal livore di chi, deluso per essere stato escluso dalla formazione dell’esecutivo, ha voluto approfittare di questi accadimenti dolorosi per insinuare colpe della controparte politica.
Per fortuna i presidenti di Camera e Senato, Boldrini e Grasso, sono intervenuti, opportunamente, con parole di maggiore serenità, rivolgendo il chiaro invito, alla classe politica, a non indugiare oltre ed a dare risposte concrete ed urgenti al disagio che attraversa il Paese.

domenica 28 aprile 2013

“Robusta credibilità internazionale” di Berlusconi


Giovedì 25 aprile, riferendo in sala stampa dell’incontro avuto con Enrico Letta per la formazione del nuovo governo, Angelino Alfano, con impudente faccia tosta, ha voluto aprire una parentesi per pronunciare queste leziose ed untuose parole, il cui commento lo affido ad una semplice immagine chiarificatrice.
“Permettetemi di dire che il lavoro che anche a beneficio della credibilità internazionale dell’Italia il Presidente Berlusconi sta svolgendo anche in queste ore è sotto gli occhi di tutti. Quindi, come italiani crediamo di dover dire grazie al Presidente Berlusconi per questo intenso lavoro di relazioni internazionali con i Presidenti degli Stati Uniti. Un lavoro che senz’altro porterà beneficio al nostro Paese. Una prova ulteriore di quanto sia forte e robusta la credibilità internazionale del Presidente Berlusconi che è stato invitato al pari di pochissimi altri leader europei al consesso (*) internazionale al quale sta prendendo parte.”

(*) L’importante “consesso internazionale”, citato da Alfano, era nientepopodimeno che un ricevimento privato organizzato dalla famiglia Bush per la inaugurazione del Bush Presidential Library and Museum.

sabato 27 aprile 2013

Un puzzle per l’eventuale Governo Letta


Una cosa è certa ! Della politica e del politichese capivo molto poco prima, ma con il passare dei giorni mi rendo conto di capirne sempre meno.
Non mi resta, perciò, che confidare nelle esperienze che ho accumulate, cercando di intuire cosa si possa nascondere dietro le parole, e mezze parole, per immaginare quale possa essere il senso di ciò che dicono e fanno i leader politici.
A stuzzicare la mia curiosità, in questi ultimi giorni, sono state, soprattutto, le dichiarazioni fin troppo accomodanti rilasciate da Berlusconi.
Mi ha insospettito la sua disponibilità a rilasciare uno sbrigativo nulla osta, ad Enrico Letta, perché formi il governo.
Ma ho trovata sospetta anche la rinuncia ad esercitare il rituale braccio di ferro per ottenere l’assegnazione di importanti ministeri ai suoi scudieri.
Escluderei che, dietro tanta pacatezza ci sia un sentimento di rispetto per l’invito a fare presto di Giorgio Napolitano, proprio perché Berlusconi non ha mai dimostrata molta considerazione nei confronti di Napolitano, accanendosi contro di lui con parole e toni velenosi.
Escluderei, anche, che le priorità del programma economico, indicate da Letta, abbiano potuto avere una qualche presa su Berlusconi, perché di disoccupati, cassintegrati, esodati, precari, etc., a Berlusconi nun gliene pò fregà de meno.
Che cosa si potrebbe celare, perciò, dietro a tanta condiscendenza?  
Per comprendere un po’ meglio il tutto, può essere opportuno rifarsi a quanto è filtrato, ieri, dalle segrete stanze di Palazzo Grazioli, dove Berlusconi ha avuta una riunione fiume con Alfano ed i suoi fedelissimi.
Gli obiettivi, che sembrerebbero considerati primari e sacrosanti da Berlusconi, sarebbero pochi ma basilari.
Al primo posto ci sarebbe la fermezza nell’ottenere un ministero economico, anche se spacchettato, per Renato Brunetta, ideatore dell’impegno, preso in campagna elettorale, di rimborsare l’IMU 2012.
Per questo si sarebbe deciso di porre il veto alla candidatura di Fabrizio Saccomanni come Ministro dell’Economia.
Berlusconi auspicherebbe, invece, che Angelino Alfano non facesse parte della compagine governativa, per continuare ad occuparsi a tempo pieno della segreteria del PdL.
Assolutamente vincolante riuscire ad escludere Mario Monti da qualsiasi incarico governativo.
Al Ministero della Giustizia sarebbe gradito Michele Vietti, sia perché assicurerebbe imparzialità sulle vicende giudiziarie di Berlusconi, sia perché, segnalato da Casini, escluderebbe la possibilità, per Monti, di puntare su Mario Mauro come vicepremier.
Cosa ci suggerisce questa sequela di notizie e comportamenti?
Proviamo ad immaginare che tutte queste opzioni siano tessere di un puzzle che, incastrate tra loro permettano di risalire al disegno originale, progettato dal cervello di qualcuno.
La prima tessera dice che il governo Letta, che vive dell’impegno diretto di PD e PdL, può rappresentare, per Berlusconi, un robusto schermo protettivo.
Infatti, qualora dovessero pervenire, da parte della magistratura, richieste di autorizzazione a procedere o di arresto, nei suoi confronti, i parlamentari PD sarebbero vincolati a respingerle per non far cadere il governo Letta.
A Berlusconi, infatti, non deve essere sfuggito che, solo poche settimane fa, molti parlamentari PD si erano detti favorevoli, invece, a concedere le autorizzazioni.
Incastrata, con successo, la prima tessera, ecco la “tessera Brunetta”.
È indubbio che ostinazione ed asprezza, di cui è capace Brunetta, l’avrebbero vinta nell’estorcere a Letta la restituzione dell’IMU 2012.
In quel momento, Berlusconi si troverebbe tra le mani l’argomento vincente per presentarsi in campagna elettorale e sgominare gli avversari, M5S incluso.
Per ottenere questo risultato, però, al tavolo del governo non dovranno sedere due personalità, come Monti e Saccomanni, che sicuramente si opporrebbero, con risolutezza, alla restituzione dell’IMU 2012.
Incastrata, così, un’altra tessera il disegno incomincia a prendere forma.
Infatti, a quel punto, con il PdL pronto a nuove elezioni, il premier Letta diverrebbe ricattabile utilizzando la minaccia dello “staccare la spina”.
Da quel momento, o l’agenda del governo sarebbe dettata da Berlusconi, oppure si tornerebbe alle urne .
Prima di staccare la spina, però, resterebbe da incastrare l’ultima tessera, cioè azzerare Mario Monti e Scelta Civica, escludendoli dalla scena politica, nazionale ed internazionale.
Solo così il PdL avrebbe la certezza di recuperare i tre milioni di voti che Scelta Civica ha ottenuti nelle ultime elezioni.
Il disegno sembrerebbe quasi perfetto ma …
Manca, infatti, l’ultima tessera, quella che hanno in mano i magistrati di Milano e di Napoli e che io purtroppo non conosco.

venerdì 26 aprile 2013

Navigazione tra i marosi per Enrico Letta


Per Enrico Letta non sarà di certo una passeggiata, sempre ammesso che riesca a non farsi irretire dai trappoloni del PdL.
Se il buongiorno si vede dal mattino, i densi nuvoloni, che si addensano sulla testa dell’eventuale governo, lasciano poco spazio all’ottimismo.
Ancora una volta la politica sta mettendo in campo la sua inadeguatezza e la sua indifferenza per le sorti del Paese e degli italiani.
Dopo aver fatto finta di comprendere e condividere il risoluto richiamo alla responsabilità, pronunciato dal Presidente della Repubblica, e dopo averlo sottolineato con farisaici applausi, i politici sono tornati a macchinare con le loro indegne astuzie di basso profilo.
Paletti, veti, contro veti, ricusazioni, insomma il peggiore armamentario della stupidità politica è tornato a farsi largo prima ancora che il Capo dello Stato affidasse l’incarico di formare il governo ad Enrico Letta.
La recessione economica, i patimenti degli italiani, i disoccupati, i giovani senza prospettive, etc., non sfiorano neppure lontanamente i pensieri di molta parte della classe politica, ed in modo particolare proprio dei politici che militano nei due partiti che sono chiamati ad assumersi la responsabilità di governare.
Nel PD, le faide continuano ad essere protagoniste e, ammesso che Letta riesca a mettere insieme un governo, rappresenteranno il fuoco amico che gli sparerà alle spalle.
Il dissenso di molti parlamentari PD, contrari ad un governo con PdL e Scelta Civica, traspare ormai dalle dichiarazioni che rivelano la chiara intenzione di mettere i bastoni fra le ruote alla nascita del governo.
Nel PdL, invece, gli scudieri attendono istruzioni dal Texas, dove da due giorni si trova Berlusconi in visita privata, per assistere all’inaugurazione della “Bush Library”, seduto in platea tra le centinaia di amici della famiglia Bush e non per rappresentare l’Italia in un consesso internazionale, come vuole far credere uno spudorato Alfano.
Via telefono, Berlusconi detta le sue condizioni: il governo deve far propri gli otto punti del programma PdL e collocare, sulle poltrone dei principali ministeri, i mastini da lui scelti per imbrigliare l’azione del governo.
Certo non è casuale che il principale oggetto del contendere sia, ad esempio, il ministero della giustizia che Berlusconi pretende sia assegnato ad un suo mastino, per gestire, nel modo migliore, i suoi guai giudiziari.
Chissà che, in combutta con Ghedini, dopo il lodo Schifani ed il lodo Alfano non stia macchinando qualche altra diavoleria
Ma il PdL alza la posta e pone anche veti molto netti nei confronti di possibili ministri.
C’è il rifiuto di Anna Maria Cancellieri, come ritorsione per la sua decisione di avere disposto lo scioglimento, per mafia, di alcune amministrazioni locali guidate dal PdL, a cominciare da quella di Reggio Calabria.
Ma c’è anche l’astiosa contrarietà a qualsiasi incarico ministeriale per Mario Monti, inviso a Berlusconi fin dal 16 novembre 2011.
Di fronte a questi veti, perciò, mi risulta ancora più incomprensibile l’accondiscendenza con la quale Scelta Civica è disposta ad immolarsi in un governo, destinato all’insuccesso per volontà del PdL che, con ogni mezzuccio, farà di tutto per tornare quanto prima alle urne, sull’onda di sondaggi favorevoli.
La pressante richiesta di Berlusconi perché il governo ponga tra le priorità il rimborso dell’IMU 2012, la dice lunga !
Di fronte a questo già inquietante scenario, ad accrescere lo sbigottimento giungono le voci sui possibili ministri che dovrebbero entrare a far parte della compagine governativa.
A me sembra pazzesco! Si vocifera di D’Alema, agli esteri, di Violante, alla giustizia, di Maria Stella Gelmini, all’istruzione, di Quagliarello, alle riforme, di Schifani, all’interno, di Brunetta, all’economia, di Daniela Santanchè, alle pari opportunità, così tanto per gradire.
Ora mi domando: che senso avrebbe affidarsi, per il cambiamento, ad un premier quarantenne, se poi lo si accerchia con ruderi della vecchia politica fallimentare ?
È possibile che il nostro Paese non meriti un governo affidabile, non imbottito con i protagonisti di quella devastante politica che, negli anni, ha prodotto solo rovine ed immoralità?
È possibile che nelle generazioni dei politici quarantenni e cinquantenni non esistano professionalità, competenze, capacità ed autorevolezze, tali da poter prendere in mano il destino del Paese e rispondere alle istanze di cambiamento che manifestano gli italiani ?

giovedì 25 aprile 2013

Berlusconi, D’Alema ed il “patto della panzanella”


Giornate ricche di accadimenti. 
Luci ed ombre che destano sconcerto e preoccupazione in tutti coloro che, dopo la rielezione di Giorgio Napolitano alla Presidenza della Repubblica, si sarebbero attesi uno scatto di orgoglio della politica per affrontare le difficoltà del Paese.
Uno scatto di orgoglio che, però, tarda a rivelarsi almeno osservando quanto è accaduto nelle ultime 48 ore.
  1. Ho condiviso solo in parte le parole del Presidente Napolitano quando, nel suo discorso d’insediamento, se l’è presa con i politici che considerando un “orrore” ogni forma di intesa, accordo, convergenza e mediazione, le definiscono con tono dispregiativo “inciuci”. Credo che se gli accordi sono fatti alla luce del sole, precisandone contenuti e motivi, ognuno è libero di condividerli, o meno, ma non può etichettarli inciuci. Puzzano invece di “inciucio” le intese incomprensibili, prive di una logica decifrazione, che provocano perplessità, proprio come è stata la candidatura di Franco Marini alla Presidenza della Repubblica. Perché proprio lui? Chi lo ha deciso? In quale prospettiva politica? Perlomeno inspiegabili sono apparsi anche i motivi che hanno segata la candidatura di Matteo Renzi, a guidare il possibile nuovo governo, all'improvviso e nel giro di poche ore. Eppure si sarebbe trattato di una candidatura in grado di proporre agli italiani un vero segnale di cambiamento. Una candidatura sponsorizzata da larga parte della direzione PD, e per bocca di Sandro Bondi gradita persino al PdL. Chi è stato l’artefice di questa bocciatura ? Saranno stati i reperti archeologici del PD, da Bindi a D’Alema, da Finocchiaro a Marini ? Oppure è stato Berlusconi che vede in Renzi il suo più temuto competitor ? O peggio, ancora una volta si è trattato del solito inciucio tra Berlusconi e D’Alema, questa volta con il fiorentino “patto della panzanella” ?
  2. Il Partito Democratico, uscito con le ossa rotte dalla tre giorni presidenziale, ormai acefalo per le dimissioni della presidenza e della segreteria, si è ritrovato, martedì pomeriggio, per la riunione della direzione. Molti speravano che le file si ricompattassero dopo la tragicommedia di franchi tiratori a gogò. I contrasti, però, sono tali e tanti da rendere impossibile un’unità di intenti, pur se di fronte sia alla drammatica situazione del Paese, sia al risoluto richiamo rivolto dal Capo dello Stato. È in atto, nel PD, un vero e proprio conflitto generazionale. Da un lato c’è l’apparato storico, che Ignazio Marino, candidato alla poltrona di sindaco di Roma, ha identificato con “i politici di professione, che analizzano con lenti del ‘900 per governare il terzo millennio, consapevoli di estinguersi come dinosauri, al massimo nel 2018, disposti a tutto per fare un ultimo giro di giostra”. Dall’altro, la nuova generazione di eletti, che vivendo fuori dalle stanze del palazzo sono a contatto con le reali esigenze della collettività, e per questo spingono perché il partito se ne faccia carico. Da questa dicotomia, che non è solo generazionale ma di visione politica, sicuramente scaturiranno serie difficoltà nel sostenere l’ultimo estremo tentativo, di Giorgio Napolitano, di dare un governo al Paese, pur se guidato da un esponente di spicco del PD.
  3. Alla fine, tra Torino, Firenze e Pisa l’ha spuntata Pisa ! Così, ieri, al Colle è salito il pisano Enrico Letta per ricevere dal Capo dello Stato il mandato per la formazione del governo. Ricevuta la telefonata di Napolitano, Letta si è messo alla guida della sua monovolume e, senza lampeggianti e scorta al seguito, si è recato al Quirinale. Un primo sonoro schiaffo ai troppi politicucci che, senza auto blu, non vanno neppure a prendere un caffè ! Ad ogni modo, Enrico Letta non aveva varcato ancora il portone del Quirinale che dal PdL iniziava il fuoco di sbarramento con prese di posizione tutt’altro che rasserenanti. A rilasciare le prime dichiarazioni a caldo erano tre cortigiani berlusconiani, Alfano, Brunetta e Cicchitto dalle cui parole è apparso chiaro che non avessero capito nulla del discorso pronunciato 48 ore prima da Napolitano, davanti alle Camere riunite. Eppure, per la miseria, le telecamere li avevano ripresi mentre si spellavano le mani per applaudire ! Comunque, il Capo dello Stato, subito dopo il conferimento del mandato a Letta, rivolgendosi ai cervelli più ritardati ha ribadito con parole inequivocabili: “Confido nel suo successo, perché non ci sono alternative”. Chi si assumerà la responsabilità di far fallire il tentativo di Enrico Letta per i soliti meschini interessi di bottega ?

martedì 23 aprile 2013

Da Roma al Friuli … di sorpresa in sorpresa


È fuor di dubbio che l’evento più importante della giornata di ieri ha visto protagonista Giorgio Napolitano, uscito dal Quirinale come Presidente dimissionario, a bordo della Lancia Thema scortata dai motociclisti, per rientrarci, un’ora dopo come neo Presidente, a bordo della stessa vettura e con la solita scorta di motociclisti.
Non era uscito per un giro turistico per la Capitale, ma per recarsi a Montecitorio, prestare giuramento e togliersi qualche sassolino dalle scarpe di fronte alle Camere riunite.
Siccome, comunque, nelle 24 ore sono successi anche altri accadimenti, proverò a focalizzare l’attenzione su alcuni.
  1. Il discorso del nuovo Presidente della Repubblica, interrotto da 30 applausi dell’assemblea, è stato efficace e mirato. Superando due soli momenti, in cui la commozione ha resa vibrante la sua voce, il tono è stato sicuro e risoluto. Non ha risparmiate critiche, alla classe politica, per essersi dimostrata “sorda e sterile”, incapace di fronteggiare i veri problemi del Paese e di affrontare le riforme istituzionali indispensabili, nonostante le ripetute sollecitazioni. Ha bacchettato chi, pur non disponendo della maggioranza in entrambi i rami del Parlamento, avrebbe preteso di governare. Ha sottolineata l’anomalia di un premio di maggioranza fuorviante perché sproporzionato. Se le è presa con coloro che considerano un “orrore” la possibilità di cercare accordi, convergenze e mediazioni con le altre forze politiche. Ha detto, in modo chiaro, che nel caso dovesse riscontrare ancora nei comportamenti dei politici segni di irresponsabilità non esiterà a trarne le necessarie conseguenze. A buon intenditore un preciso avvertimento !
  2. Mentre Giorgio Napolitano pronunciava il suo discorso, in Friuli Venezia Giulia iniziava lo spoglio delle schede per le elezioni regionali. Dopo le elezioni politiche del 24 e 25 febbraio, trattandosi della prima consultazione popolare, anche se amministrativa, i partiti erano desiderosi di verificare le reazioni dell’elettorato dopo i due mesi di stallo della politica romana. La prima spia l’ha data l’astensionismo. Un elettore su due ha disertate le urne ! Il secondo segnale a “sorpresa” è stata la vittoria della candidata a governatore regionale, Debora Serracchiani che, sostenuta dalla coalizione di centrosinistra, ha battuto, anche se per poche migliaia di voti, il candidato del centrodestra, governatore uscente Renzo Tondo. Dopo Renzo Tondo, però, il più deluso della giornata deve essere stato senza dubbio Beppe Grillo che, impegnatosi in prima persona “turisticando” con il camper per città e campagne, aveva previsto che il Friuli Venezia Giulia sarebbe stata la prima regione italiana con un governatore grillino. Ebbene, il candidato del M5S, Saverio Galluccio, è risultato terzo con poco più del 19%, ma i consensi al M5S si sono ridimensionati in modo drastico rispetto al 27% conseguito solo due mesi fa. Sarà la conseguenza della presenza, fino ad oggi inutile, del M5S in Parlamento? E’ interessante notare che, in raffronto ai risultati delle regionali 2008, il PdL è passato dal 33% al 20%, il PD dal 30% al 27%, la Lega dal 13% all’8%.
  3. Osservando, però, i risultati delle elezioni regionali in Friuli, sbuca nella coalizione di centrodestra la presenza di UDC che ha ottenuto il 3,69% (contro il 6,1% del 2008). Aver notato UDC insieme al PdL, ha rinnovate in me, sprovveduto osservatore delle vicende politiche, alcune perplessità che covo da diverse settimane. Se ben ricordo, ma può darsi che non sia più aggiornato, UDC dovrebbe essere una componente di Scelta Civica, se è vero che fa parte degli stessi gruppi parlamentari. Ora, non passa giorno che Berlusconi non spari ad alzo zero su Mario Monti che, a quanto mi risulta, dovrebbe essere il leader di Scelta Civica. L’ha fatto anche ieri, commentando il discorso di Napolitano per ricordare i disastri del Governo Monti. Va bene che la politica è l’arte dell’irrazionale, ma mi domando come può Scelta Civica, ed in particolare UDC, continuare a civettare, in Friuli come a Roma, con colui che, ogni giorno, le mette le dita negli occhi ?

lunedì 22 aprile 2013

Napolitano bis … tutti perdenti


Non occorreva di certo attendere sabato 20 aprile 2013 per scoprire che il sistema politico italiano viva in uno stato comatoso.
Così come è sotto gli occhi di tutti che la crisi del sistema politico incida pesantemente sul quotidiano e sul futuro degli italiani.
Una crisi nella quale sguazzano, da anni, gli interessi personali di pochi che primeggiano a scapito della collettività.
L’occasione dell’elezione del Capo dello Stato non ha fatto altro che portare alla luce i molti mali di un sistema partitico in disfacimento.
In questi tre giorni abbiamo assistito ad uno spettacolo sconcertante, miopia delle scelte, ambiguità ideologica, incapacità di comunicare tra le forze politiche, svilimento delle istituzioni ma soprattutto disprezzo della Carta Costituzionale.
Tutti i protagonisti di queste difficili giornate sono usciti perdenti da una prova che ha umiliata la democrazia parlamentare.
A cominciare da Bersani, responsabile di aver fatto perdere 50 giorni al Paese, inseguendo il suo sogno del premierato.
Occorreva proprio la disfatta perché Bersani si rendesse conto di essere a capo non di un partito ma di una babele di tribù ?
Era prevedibile che il PD si andasse a schiantare alla prima prova in aula, mettendo a nudo contraddizioni e conflittualità interne che lo tormentano da anni.
Di errori, Bersani ne va collezionando a iosa, da mesi.
Dapprima ha rincorsi i voti del M5S, con la pretesa di ottenerli a titolo gratuito, cioè senza offrire, in cambio, un coinvolgimento nel probabile governo, poi condividendo, con Berlusconi, la candidatura di Marini, pur sapendo che alcune tribù del PD non lo avrebbero votato, tentando, infine, con una inversione ad U, di giocare la carta Prodi, inviso però non solo al PdL ma anche ad alcune componenti del PD.
Alla fine, quando ormai il PD era piombato in una crisi dalla quale, difficilmente, potrà uscire senza profonde ferite, Bersani si è arreso, capitolando penosamente con le dimissioni e trascinando con sé la presidente Rosy Bindi e tutta la segreteria.
Solo allora ha deciso di correre da Napolitano per chiedere aiuto.
Ma, da questi tre giorni di votazioni presidenziali a uscirne sconfitto, sul piano personale, è stato anche Berlusconi.
Sarà pur vero che è riuscito a non far eleggere il detestato Prodi, dal quale è stato battuto due volte alle elezioni politiche, ma, in cambio, è stato costretto a salire, con il cappello in mano, al Colle per implorare anche lui Giorgio Napolitano.
Mentre s’inchinava a Giorgio Napolitano, pregandolo di accettare un nuovo mandato, a Berlusconi sarà venuto in mente di trovarsi di fronte alla stessa persona che lui, più volte, aveva definito “comunista” e di essere solo un “Capo dello Stato espressione della vecchia maggioranza di sinistra” ?
Ugualmente, ad uscire male è stato anche il M5S che, con la scelta di trincerarsi dietro alla candidatura di Rodotà, sicuramente soccombente, ha reso inutile ed irrilevante, ancora una volta, il voto di milioni di elettori.
Il fatto è che, con il passare dei giorni, il progetto di M5S risulta sempre più impercettibile ed indecifrabile.
La tanto decantata trasparenza è rimasta una chimera, sono ancora oscuri e misteriosi i numeri della partecipazione alle “quirinarie”, il ricorso alla consultazione popolare tramite il web fino ad oggi si è rivelato solo un miraggio, lo slogan “uno vale uno” è stato sostituito, di fatto, da “Grillo vale tutti”.
Dal momento che oggi pomeriggio Napolitano presterà giuramento e annuncerà come intenda procedere, mi domando: come reagirebbe se, ora che Bersani è fuori gioco, il M5S dichiarasse la disponibilità a formare un governo con PD e SEL ?

domenica 21 aprile 2013

“In ginocchio da te” … serenata a Napolitano


Al termine di una via crucis che per tre lunghe giornate ha stressati 1007 Grandi Elettori … al Quirinale Giorgio Napolitano e Donna Clio saranno costretti a disfare le valige, sbuffando, ed a rimettere al loro posto abiti e biancheria !
Questa la sintesi della giornata di ieri, sabato 20 aprile.
Una giornata iniziata con Bersani salito al Colle, per alzare bandiera bianca e supplicare, in ginocchio, Napolitano di aiutarlo a far uscire il Partito Democratico dal baratro in cui lo aveva sfracellato con la sua poca intelligenza politica.
Tormentati dal dramma istituzionale che stava per abbattersi sul Paese, si sono precipitati al Quirinale, anche Berlusconi, Maroni e Monti, per chiedere aiuto e confermare la supplica di Bersani.
Intanto, a Montecitorio, andava in scena la quinta fumata nera, tra schede bianche ed i consueti voti a Rodotà.
Erano le 14:22 quando i 1007 Grandi Elettori potevano tirare, finalmente, un sospiro di sollievo alla notizia che Napolitano aveva sciolto le riserve offrendo la sua disponibilità ad accettare il secondo mandato alla Presidenza della Repubblica.
Anche se con un po’ d’ansia, è iniziata così la sesta votazione, ma quando il Presidente Laura Boldrini ha letto, per la 504ma volta, il nome di Napolitano, l’emiciclo è scattato in una lunga e liberatoria standing ovation.
A Bersani sono spuntate le lacrime agli occhi, mentre Berlusconi sogghignava dimenticando di aver sputato veleno proprio su Giorgio Napolitano, in campagna elettorale.
Ma Berlusconi, notoriamente, non ha neppure molta memoria!
Da ore, intanto, davanti a Montecitorio squadre organizzate del M5S, manifestavano chiassosamente a sostegno della candidatura di Stefano Rodotà, nell’attesa che le raggiungesse il camper di Beppe Grillo per la sua “marcia su Roma”.
Bersani, asciugate le lacrime, è atteso però da ore drammatiche sia sotto il profilo personale che politico.
L’elezione del Capo dello Stato, d’altra parte, non può avergli fatto dimenticare lo sfacelo che ha colpito il suo partito, portandolo sull’orlo della dissoluzione.
Infatti, dopo Rosy Bindi e Pierluigi Bersani, anche tutta la segreteria del partito è oramai dimissionaria.
Questo vuol dire che il Partito Democratico, di fatto, si troverà acefalo proprio nei prossimi giorni, in cui il riconfermato Presidente della Repubblica dovrà consultare le forze politiche per la formazione del governo.
Oltretutto, si è materializzato anche lo strappo, difficilmente ricucibile, con l’alleato Vendola che, non solo, ha perseverato nel votare il candidato grillino, ma ha già annunciato di promuovere la nascita di un nuovo soggetto politico di sinistra, con il palese obiettivo di sfruttare la disgregazione del PD.
A questo punto, è molto arduo immaginare quale possa essere il futuro del PD, da un lato per la devastante emersione di contrasti e dissapori intestini, difficilmente sanabili, e dall’altro per il susseguirsi d’interventi inopportuni come quelli di Fabrizio Barca, futuro dirigente in pectore del partito.
Quali prospettive potrà avere il PD nel caso si dovesse andare a nuove elezioni ?
E quale il futuro di Matteo Renzi in un partito in disfacimento?

sabato 20 aprile 2013

La resa dei conti


Di male in peggio !
Se giovedì era stata una giornata buia per la politica italiana, quella di ieri la si può definire, con eufemismo, cupa e tenebrosa.
Non solo perché, per le elezioni presidenziali, si è consumato un altro giorno con due fumate nere, ma soprattutto perché il PD, partito che avrebbe dovuto condurre le danze, è stato colpito da una schizofrenia collettiva, scatenata da comportamenti amorali ed infidi.
Dopo il fallimento della candidatura di Franco Marini, il Partito Democratico aveva digerita male la batosta e la sua dirigenza era in grave difficoltà.
Dopo una notte insonne di incontri, telefonate, sms, riunioni delle varie tribù, ieri mattina sembrava che la notte avesse portato consiglio, visto che veniva accolta, con una standing ovation da tutti i Grandi Elettori del PD, la candidatura di Romano Prodi, padre fondatore del partito.
Vanificata la terza votazione, dalla scelta di inserire nelle urne schede bianche, si arrivava alla quarta votazione che avrebbe potuto concludersi, perfino, con l’elezione del Capo dello Stato.
Invece è andato in scena uno psicodramma !
Infatti, non uno bensì 101 Grandi Elettori del PD, che poche ore prima avevano partecipato entusiasti alla standing ovation, hanno deciso, nel segreto dell’urna, di diventare franchi tiratori per affossare il candidato Prodi.
Rosy Bindi, presidente PD, si è dimessa.
Prodi ha reagito giustamente incazzato.
Bersani ha comunicato che, una volta eletto il Presidente della Repubblica, lui lascerà la segreteria del PD, e questa è finalmente l’unica decisione saggia da quando è stato chiamato alla segreteria.
L’apparato del partito ha iniziato a vacillare sotto questa ennesima sconfitta.
I parlamentari del PD si aggirano sgomenti e disorientati.
Il PD, di fatto, è in liquidazione.
Chi sarà mai il “burattinaio” che ha manovrati i 101 franchi tiratori?
Romano Prodi, da sempre, nel PD era inviso a Massimo D’Alema.
Una delle tribù interne al PD, e quindi di Grandi Elettori, ha come riferimento politico proprio D’Alema, al punto di essere identificata come “dalemiana”.
Insieme a Marini ed Amato, D’Alema faceva parte della rosa di candidati che Bersani aveva proposta a Berlusconi.
Berlusconi, oltre alla gratitudine per aver salvata Mediaset, ha sempre nutrita simpatia per D’Alema.
Ieri mattina, all’interno del PdL, appena ufficializzata l’indigesta candidatura di Romano Prodi, si era iniziato subito a congetturare come convincere il PD a ripescare la candidatura di uno degli altri due nomi della rosa, ad esempio quella di D’Alema.
Ora, può darsi che io stia delirando, però capita che qualche volta 2 + 2 faccia 4 !!!

venerdì 19 aprile 2013

Fumate nere in un’altra giornata buia della politica


I segnali delle divisioni in atto nel PD si erano ormai accentuati nelle ultime settimane e la definitiva conferma si è avuta, subito ieri mattina, in occasione del primo turno di votazioni per la Presidenza della Repubblica.
La chiarissima bocciatura di Franco Marini, candidato scelto in combine tra Bersani e Berlusconi, non solo ha fatto implodere il PD, mettendone a nudo le congenite contraddizioni interne, ma ha delegittimata, di fatto, la già precaria leadership di Bersani, non solo come segretario del partito ma anche come aspirante premier.
Con Bersani, a fallire, però, è stata anche la vecchia maniera di intendere la politica come imposizione dall’alto di scelte anche non condivise.
Senza voler attribuire eccessivo peso né alla manifestazione di protesta, svolta ieri contro il PD durante le votazioni, né alle immagini delle tessere PD bruciate davanti alle telecamere, è però lecito domandarsi cosa possano aver pensato i milioni d’italiani che, dopo una pesante giornata di lavoro o, peggio, di ricerca di un lavoro, hanno appreso dalle Tv, da internet o dalle radio, che un’altra giornata era stata buttata via da quei 1007 Grandi Elettori convenuti a Roma ?
Un altro colpo ferale inferto alla credibilità del sistema politico.
A rendere ancora più amara la giornata sono state alcune notizie apprese nelle ultime ore di ieri:
  1. Franco Marini, pur impallinato da un voto impietoso, ha dichiarato di non essere disposto a ritirare la sua candidatura. Una decisione che renderà impossibile ogni ricomposizione interna del PD.
  2. Berlusconi ha confermata la volontà del PdL di continuare a votare Franco Marini, con il palese scopo di mettere ancora più in difficoltà Bersani, per agevolare così la nascita di un governissimo.
  3. Bersani, da parte sua, non solo sembra non rendersi conto di aver subita una debacle rovinosa, ma insiste nel riproporsi come “deus ex machina” per la ricerca di nuove candidature.
  4. A conferma dell’assoluta mancanza di una prospettiva unitaria, le varie correnti del PD hanno riuniti i loro parlamentari in differenti ristoranti romani, per concordare, ognuna per conto suo, come muoversi oggi per le nuove sessioni di voto.
  5. In occasione della votazione del pomeriggio i Grandi Elettori di Scelta Civica avrebbero votato Sergio Chiamparino, in accordo con il gruppo renziano del PD, rompendo così l’asse con PD e PdL che era stato deciso dal Presidente Monti. Sembrerebbe quasi che Matteo Renzi abbia, su Scelta Civica, più ascendente di Mario Monti.
Si prospetta, anche per oggi, uno scenario di totale confusione che difficilmente potrà condurre all’elezione del nuovo Capo dello Stato.
  • Salterà quasi certamente il già precario accordo tra PD e PdL.
  • La votazione in programma per la mattinata di oggi presenterà, agli italiani, ancora l’indecoroso spettacolo delle centinaia di schede bianche.
  • Il M5S continuerà a votare Stefano Rodotà, gratificato oltre che dai voti dei grillini e dei Grandi Elettori di SEL, anche da alcune decine di suffragi provenienti, verosimilmente, dalle file del PD.
  • Oramai persa ogni speranza di poter eleggere il Presidente della Repubblica con la maggioranza di 672 voti, tutti rinvieranno ogni decisione alla quarta votazione, tanto i costi dei 1007 Grandi Elettori pesano sulle tasche di noi contribuenti. 

giovedì 18 aprile 2013

Io … non li voterei !


È arrivato il giorno !
Oggi, giovedì 18 aprile 2013, tra qualche ora avrà inizio la prima chiama per l’elezione del Presidente della Repubblica.
Se Franco Marini, il puledrino ottantenne indicato dall’inciucio dell’ultima ora, tra Bersani e Berlusconi, dovesse andare a sbattere contro il non gradimento di molti Grandi Elettori del centrosinistra … sarebbe inevitabile un nuovo inciucio.
Allora, come indicavano ieri fonti giornalistiche, il ballottaggio sarebbe tra Amato e D’Alema.
Una terna di candidati, scelti da Bad & Breakfast, come li definisce Grillo, che dimostrerebbe la chiara volontà di gettare alle ortiche, definitivamente, il faticoso lavoro di Napolitano e Monti per recuperare al nostro Paese il prestigio internazionale che merita.
Se fossi un Grande Elettore, e per mia fortuna non lo sono, di certo non darei il mio voto a nessuno dei tre candidati.
Non voterei Franco Marini perché mi vergognerei, come italiano, di un Presidente della Repubblica così insignificante per levatura politica ed internazionale.
Ma, non voterei certo per Giuliano Amato del quale, come molti italiani, ricordo le manovre “lacrime e sangue”, lo sconcio delle tre pensioni di cui gode ogni mese per € 30.000, ma soprattutto il prelievo forzoso del 6 per mille, sui conti correnti, che con una furbata deliberò il 9 luglio 1992 però con la retroattività al 6 luglio.
Non ricordo se fu in quella occasione che lo soprannominarono “dottor sottile” per la sua abilità nel fregare i cittadini.
Ma Amato è stato, per anni, il fidato braccio destro di Craxi, al punto che Bobo Craxi ha dichiarato: “Se mio papà era a capo di un partito di ladri, allora Amato era il vice ladrone”, mentre la sorella, Stefania Craxi, ha detto con parole inequivocabili: “Amato estraneo al finanziamento illecito al partito ? Abitava forse sulla luna?”.
Che radiose credenziali per candidarlo a Capo dello Stato !
Già nel 2006, Berlusconi aveva proposto Amato per succedere a Carlo Azeglio Ciampi alla Presidenza della Repubblica, ma per fortuna i Grandi Elettori gli preferirono Giorgio Napolitano.
Evidentemente, nel ricordo del suo padrino Craxi, Berlusconi non molla ed oggi ci riprova.
E questo sarebbe il vento del cambiamento, che Bersani ostenta davanti ad ogni microfono ?   
La candidatura di Giuliano Amato è la riprova che il vecchio modo di fare politica continua tenacemente ad avere la supremazia, nonostante l’insofferenza manifestata dagli italiani.
E dopo aver escluso Amato perché mai, se fossi un Grande Elettore, dovrei votare l’altro candidato, Massimo D’Alema, autentico reperto archeologico della politica italiana?
Deputato dal 1987, in 25 anni ne ha combinate più di Bertoldo in Francia.
“Baffino di ferro” ha le stigmate dell’uomo di un apparato partitico, è l’ultimo autentico comunista, conservatore convinto ed avverso ad ogni rinnovamento che sia in contrasto con la sua visione arcaica del fare politica.
D’Alema ha fatto dell’inciucio il suo metodo per stare a galla e mantenere il potere sia dentro che fuori il partito.
Per questa sua propensione all’inciucio D’Alema gode, da anni, della gratitudine di Berlusconi, al quale ha fatto il favore di salvare Mediaset, nel 1997, con il famoso “patto della crostata”.    
Gli è capitato anche di inciampare sia nelle maglie della giustizia, per finanziamenti illeciti e per la scalata alla BNL, sia nello scandalo denominato “affittopoli”.
Anche le credenziali di D’Alema, quindi, non mi sembrano proprio quelle richieste al candidato che aspiri alla successione di Giorgio Napolitano.

Comunque, siccome per fortuna non sono un Grande Elettore non ho nulla di cui preoccuparmi … se non delle sorti del nostro Paese.

mercoledì 17 aprile 2013

“Basta … la gente non ne può più”


“Basta indugi, la gente non ne può più”, con queste parole il Cardinale Bagnasco, Presidente della CEI, si è rivolto alla classe politica che, dopo 51 giorni dalle elezioni, continua a menare il can per l’aia con vergognosi maneggi.
Come dargli torto ?
Lo spettacolo scandaloso che la politica sta offrendo, non solo agli italiani ma al mondo intero, rischia di logorare definitivamente i cardini di una convivenza civile e democratica.
Con il passare dei giorni la situazione sembra ingarbugliarsi sempre più, non lasciando intravedere una possibile via di uscita.
Anche il ritorno alle urne, richiesto con ostinazione da Berlusconi, non rappresenterebbe una scappatoia affidabile, a meno che, da un lato, tutti i protagonisti, responsabili di questo disastro, non decidano di scomparire definitivamente dalla scena politica e, dall’altro, si riformi la maledetta legge elettorale.
L’Italia sta vivendo un momento buio della sua storia democratica, per l’irresponsabilità di una politica sconsiderata, soggiogata da ambizioni personali, dalla ricerca di salvacondotti giudiziari, dall’abietto disegno di vedere “l’effetto che farebbe” un Paese sull’orlo del baratro.
È possibile identificare con nome e cognome i maggiori irresponsabili di questa situazione, però non possiamo nasconderci dietro ad un dito, perché irresponsabili siamo stati allo stesso modo tutti noi quando, nelle urne, abbiamo usato il nostro voto da irrazionali e sprovveduti.
Non serve a nulla, oggi, gridare “basta non ne possiamo più” se poi, tra qualche mese, ritornando alle urne rifaremo gli stessi errori, sperperando l’opportunità che ci è data per contribuire a cambiare le cose, usando il nostro sacrosanto diritto di voto.
Mi sembra comunque evidente che il vero responsabile di questa paralisi del Paese, che dura da oltre 50 giorni, sia Bersani.
Per perseguire una sua ambizione personale, Bersani non si preoccupa dei milioni di italiani precari, disoccupati, cassintegrati,  esodati, e delle loro vite angoscianti.
Continua, indifferente ed ostinato, nonostante lo stesso PD, un pezzo per volta gli stia voltando le spalle, facendogli franare la terra sotto i piedi.
Un’ostinazione che si accompagna a scarsa intelligenza politica.
Innanzitutto perché, per settimane, ha corteggiati i voti del M5S senza mai avere il coraggio di giocare la carta che avrebbe messo nell’angolo Grillo ed i suoi “cittadini” onorevoli: proporre al M5S il coinvolgimento nella formazione dell’esecutivo.
Passata la palla, se Grillo l'avesse rifiutata si sarebbe ritrovato con almeno metà del suo elettorato deluso ed incazzato … un bel rischio per il M5S nel caso di nuove elezioni a breve.
Ma, scarsa intelligenza politica anche perché il solo pensare di poter governare questa congiuntura così difficile, per il Paese, con un esecutivo di minoranza, è delirante.
Per far passare ogni decisione, cioè, dovrebbe mendicare i voti di un’opposizione inviperita, confidando peraltro nel sostegno di un PD sempre più allo sbando.
Non meno irresponsabile, però, è anche Berlusconi che al grido di “o governissimo o voto” ricatta Bersani ed il Paese pur di entrare nell’esecutivo ed accaparrarsi alcuni ministeri a lui utili.
Infatti, con l’approssimarsi di sentenze che potrebbero scacciarlo in via definitiva dalla scena politica, Berlusconi vive sui carboni accesi e, fingendo di non ricordare che PdL sia solo il terzo partito, mette in atto i suoi tentativi di ricatto.
A Berlusconi interessa solo poter condizionare l’azione del governo per ottenere, da una parte, il blocco dei disegni di legge sulla ineleggibilità e sul conflitto di interessi e, dall’altra, l’approvazione della riforma dell’art. 68 della Carta Costituzionale, per ripristinare l’immunità parlamentare anche per i condannati con sentenza passata in giudicato (= salvacondotto per lui !).
È evidente che, anche a Berlusconi, dei gravi problemi che angustiano gli italiani non gliene frega assolutamente nulla.
C’è poi un terzo irresponsabile, Beppe Grillo, che, manovrando i burattini mandati a fare presenza in Parlamento, rifiuta di dare qualsiasi contributo al superamento dello stallo e, quindi, alla soluzione dei problemi del Paese.
Ovviamente non c’è da augurarselo, però il livello di esasperazione degli italiani è così vicino, ormai, al punto di rottura da rischiare che qualche testa calda possa decidere di deviare dai binari della pacifica coesistenza.