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giovedì 31 ottobre 2013

Ruzzolando verso l’imbarbarimento

Ho deciso di chiudere la finestra del mio blog sull’avvilente teatrino della politica italiana, almeno per qualche giorno.
Per questo sto evitando di divorare le prime pagine dei quotidiani e di ascoltare telegiornali e talk show.
Mal me ne incolse, però!
Infatti, sfogliando le pagine della cronaca mi sono imbattuto in notizie ancora più sconfortanti, a conferma che la nostra società sta ruzzolando ormai verso un degrado irreversibile.
Eppure, non sono né un decrepito moralista, né un aspirante integralista.
Ci sono, però, vicende che mi spingono a riflettere sulla degenerazione culturale e sociale con la quale conviviamo.
Ad esempio, ho appreso che in una scuola media della provincia di Genova, all’inizio dell’anno scolastico, ad ogni studente viene affidato in comodato d’uso un tablet per dialogare con le lavagne digitali.
Un’iniziativa meritoria che ravviva il desolante panorama della scuola italiana.
Purtroppo, però, i tablet sono serviti a due alunni tredicenni per riprendere lo squallido pestaggio di un loro compagno disabile da parte di altri due studenti, anch’essi tredicenni.
Del video, postato su social network, è stato informato il Preside dell’Istituto che, com’era logico attendersi, ha segnalati quei quattro studenti alla stazione Carabinieri di Voltri che, a sua volta, ha trasmessi gli atti al Tribunale dei Minori.
La punizione inflitta, ai quattro tredicenni, dal Tribunale dei Minori è stata esemplare: produrre un video sul bullismo per presentarlo loro stessi agli studenti di altre scuole.
Sennonché i genitori dei quattro teppisti si sono ribellati e, blaterando pretesti come “viviamo in un piccolo paese e tutti ci conoscono”, se la sono presa con il Preside dell’Istituto per non aver fatto passare tutto sotto silenzio!
Non solo, ma uno dei genitori ha pensato bene di rivolgersi al Tribunale dei Minori per chiedere addirittura l’annullamento della punizione che “provocherebbe seri danni psicologici ai ragazzi”!
Vergognoso esempio della pessima educazione impartita ai loro figli, e del menefreghismo per il ragazzo disabile, sola vittima di una bravata che, a lui sì, ha provocato un sicuro danno psicologico.
Giro pagina ed apprendo che, a Roma, due quattordicenni si prostituivano in un appartamento di viale Parioli, avendo per clienti facoltosi manager e professionisti.
A rendere ancora più squallido il caso è sapere che la madre di una delle due baby squillo non solo fosse a conoscenza delle frequentazioni della figlia ma la spingeva a continuare, anche quando stava poco bene, “perché quei soldi fanno comodo a casa”!
L’altra mamma, invece, insospettita dalla smodata disponibilità di denaro di sua figlia, si è rivolta ad un investigatore privato che è riuscito a raccogliere prove sufficienti perché i Carabinieri del Nucleo Vittime vulnerabili intervenissero per mettere fine alla penosa vicenda ed arrestare, insieme alla madre consenziente, anche i due sfruttatori.
Porca miseria! Poiché leggere le cronache di un solo giorno mi ha provocato il voltastomaco … da domani tornerò ad aprire la finestra sulla politica, anche se non meno ripugnante.


martedì 29 ottobre 2013

Mostrarsi con la coda di paglia

Maurizio Carbone, segretario ANM, parlando al XXXI Congresso dell’Associazione Nazionale Magistrati, svoltosi nei giorni scorsi, ha detto che: “L’incandidabilità di un condannato ad una pena superiore ai tre anni è un principio di etica. Il fatto che ci sia voluta una legge, per introdurre questa norma, dimostra la debolezza della politica”.
Intervenendo nel corso dello stesso Congresso, il giurista francese Antoine Garapon, magistrato e segretario generale del “Institut des hautes études sur la justice”, ha citati gli atteggiamenti anti-istituzionali dell’ex Presidente Sarkozy, provocando l’ironico e garbato commento di Edmondo Bruti Liberati, già Presidente ANM, che ha chiosato: “Una volta tanto possiamo fare gli sciovinisti con i francesi. Sarkozy quanto ad atteggiamenti anti-istituzionali ne ha da fare di strada. Noi siamo andati molto ma molto avanti, possiamo dargli qualche lezione”.
Parole, di Carbone e Bruti Liberati, che avrebbero potuto essere pronunciate da qualsiasi cittadino italiano di buon senso, sia perché si tratta di valutazioni molto diffuse nell’opinione pubblica, sia perché i media, ogni giorno, ce ne forniscono copiosi riscontri.
C’è stato chi, invece, avendo la coda di paglia, ha pensato bene di reagire con stizza, ipotizzando che in quelle parole ci potesse essere un allusivo riferimento al loro padrone, Silvio Berlusconi.
Già il fatto che lo stravagante zoo berlusconiano, dove coabitano falchi, colombe e pitonesse, abbia avvertito un qualche riferimento tacito al suo padrone, segnala l’inquietudine propria di chi sa di avere la coscienza sporca.
Sarebbe cosa sensata ed etica, infatti, che nella vita politica non ci fosse spazio per pregiudicati, corrotti, corruttori, mafiosi e collusi.
Insorgere contro la semplice affermazione di un principio morale e giusto, per una persona rispettosa delle leggi, non solo scritte, sarebbe inammissibile ed imperdonabile, il che evidentemente non vale per gli ospiti dello zoo berlusconiano che hanno ritenuto di dover dare addosso a Maurizio Carbone.   
Ma quello che lascia ancora più increduli, proprio perché rende più palese l’ammissione di colpa, è che lo zoo berlusconiano ha dato prova di volersi aggiudicare l’attestato di unico interprete delirante degli atteggiamenti anti-istituzionali.
Ed allora, pidiellini DOC, i pentastellati ed i legaioli del nord dove li mettiamo ?
Forse che non meritino anche loro l’oscar per aver nel loro DNA  una anti-istituzionalismo a gogò ?
Possibile che la continua smania di protagonismo abbia spinti tutti gli abitatori dello zoo berlusconiano, a non accorgersi neppure che in campo di comportamenti anti-istituzionali c’erano concorrenti altrettanto agguerriti ?
Eppure, a scagliare dardi roventi contro Bruti Liberati non sono stati alcuni tizi ciechi come talpe ma elementi del calibro di Alfano e Cicchitto, Brunetta e Palma, Bonfrisco e Carfagna, Gelmini e Lupi, solo per citarne alcuni.
È certo, però, che riuscire ad abbinare alla coda di paglia anche una faccia di bronzo non è da tutti e merita un premio speciale, un morso sui polpacci da parte di Dudù !

sabato 26 ottobre 2013

Biancaneve e gli … 8 nani

Se Jakob e Wilhelm Grimm, autori della popolare fiaba di Biancaneve, fossero vissuti nel nostro tempo, ad esempio in Italia, ed avessero avuta la malasorte di conoscere un certo Renato Brunetta, probabilmente la loro favola si sarebbe arricchita di un altro personaggio.
Così, la favola, tramandata di generazione in generazione come “Biancaneve ed i 7 nani”, avrebbe potuto diventare celebre come “Biancaneve e gli 8 nani”.
A dare il nome ai 7 nani (Dotto, Gongolo, Pisolo, Mammolo, Eolo, Cucciolo e Brontolo) non furono, però, il fratelli Grimm, bensì la fantasia di Walt Disney che avrebbe avuto solo l’imbarazzo della scelta nel trovare il nome a Brunetta, ottavo nano della fiaba.
Ossesso? Bilioso? Attaccabrighe? Guerrigliero?
Battezzandolo “Ossesso” si sarebbe messo in evidenza il chiodo fisso che angustia l’individuo, cioè quello di apparire come un essere importante e prestigioso.
Sofferente della sindrome “lei non sa chi sono io”, accade che Brunetta sia protagonista di situazioni paradossali e ridicole, come quando, nel 2008, tentò di far credere che aveva preferito impegnarsi in politica piuttosto che dedicarsi a lavorare per una sua inverosimile candidatura al Premio Nobel.
Oppure quando, mesi fa, ritenendosi offeso da Laura Boldrini, Presidente della Camera, che aveva osato rivolgersi a lui interpellandolo semplicemente come “Onorevole Brunetta”, rispose stizzito: “Visto che mi ha chiamato onorevole e sono invece presidente del gruppo, io non la chiamerò presidente”.
In alternativa l’ottavo nano, però, potrebbe chiamarsi anche “Bilioso” per le violente intemperanze con cui Brunetta ha l’abitudine di aggredire quei malcapitati che hanno raggiunto il successo, professionale e personale, che a lui è sempre sfuggito.
A Brunetta rode di non essere riuscito a farsi eleggere Sindaco di Venezia, sconfitto per ben due volte, nel 2000 e nel 2010, da candidati del centrosinistra.
Sconfitte da lui mai metabolizzate, tanto che in un convegno a Cortina D’Ampezzo è esploso contro la “sinistra per male e di merda” rivolgendole il garbato augurio “che vada a morire ammazzata”!
A farne le spese, negli ultimi tempi, è stato più volte anche Mario Monti, dapprima come presidente del consiglio, poi come senatore a vita e leader di Scelta Civica.
Ma, all’ottavo nano potrebbe essere dato anche il nome di “Attaccabrighe”, visto che Brunetta non perde occasione per provocare con insulti, assurdi ed arbitrari, intere classi di persone.
A Gubbio nel 2009, ha inveito, ad esempio, contro il mondo del cinema tacciandolo di essere “culturame”, riesumando una espressione usata nel 1949 dal democristiano Mario Scelba.
Ha definiti “panzoni” i poliziotti che operano negli uffici, sostenendo che se fossero impiegati nei servizi in strada “se li mangerebbero”.
Anche il Consiglio Superiore della Magistratura non si è sottratto agli insulti e si è beccata la definizione di “mostro” 
Come non ricordare, tra le decine di affronti provocatori, diretti qua e là, anche l’appellativo “fannulloni” con cui Brunetta ha bollati i dipendenti della Pubblica Amministrazione.
Insomma, un vero e proprio modo di fare provocatorio alla ricerca dello scontro.
Probabilmente per l'ottavo nano potrebbe essere appropriato anche il nome di “Guerrigliero”, solo dopo aver accertato, però, che  dimostri la sua capacità di attuare azioni di guerriglia parlamentare , per il momento solo minacciate.
Staremo a vedere.
Certo è che, per fortuna, Jakob e Wilhelm Grimm non hanno avuta la malasorte di conoscere Renato Brunetta, altrimenti la gradevole fiaba di Biancaneve si sarebbe tramutata in un racconto dell’orrore, diseducativo e deprimente per decine di generazioni.

martedì 22 ottobre 2013

Angelino Alfano … prove di lana caprina

Angelino Alfano ed i suoi compari del PdL continuano a blaterare, da settimane, nel tentativo disperato di dimostrare che il Decreto Legislativo n. 235 del 31 dicembre 2012, più noto come Legge Severino, sia anticostituzionale perché, a loro dire, sarebbe retroattivo.
La sfrontatezza, con cui Alfano si scalmana nel sostenere questo insensato assunto, lo ha spinto perfino ad invitare il PD a condividere la stravaganza delle sue dissertazioni.
È chiaro che si tratti di un maldestro tentativo per dilatare ancora di più i tempi dell’ineluttabile decadenza da senatore di Berlusconi.
Peraltro, sabato la Corte di Appello di Milano, su invito della Corte di Cassazione, ha determinato in 2 anni il periodo di interdizione dai pubblici uffici del pregiudicato Berlusconi.
Ovviamente, Ghedini presenterà un nuovo ricorso … tanto per far trascorrere qualche altro mese, sempre che l’Aula del Senato non si decida, finalmente, a votare prima la decadenza proposta dalla Giunta delle elezioni.
Siamo di fronte ad un’indecorosa manfrina, concertata al solo scopo di ritardare l’uscita dal Parlamento di Silvio Berlusconi.
Perché si tratta di una manfrina ?
Semplicemente perché è una panzana inaudita l’idea di bollare come retroattivo il DL 325, una legge, d'altra parte, che nove mesi fa è stata votata dallo stesso Alfano e dai suoi compari senza che, in quel momento, fossero sollevati dubbi di incostituzionalità.
Ma cosa prescrivono gli Art. 1 e 3 del DL 235 ?
 
In tutto il testo la Legge Severino si riferisce sempre e solo a “condanne definitive”, vale a dire una sentenza passata in giudicato e non più appellabile.
Poiché la Legge Severino prende in considerazione esclusivamente il fatto che sia stata comminata una “condanna definitiva”, parlare di retroattività è semplicemente ridicolo e assurdo.   
Se poi valutiamo il caso del pregiudicato Berlusconi, tuttora senatore, il dettato dell’Art. 3 è chiaro ed inequivocabile: “Qualora una causa di incandidabilità (nel caso: condanna a 4 anni per frode fiscale) sopravvenga o comunque sia accertata nel corso del mandato elettivo …”.
Ad abundantiam, la sentenza definitiva a carico di Berlusconi è stata pronunciata dalla Corte di Cassazione il 1° agosto 2013, cioè sette mesi dopo l’entrata in vigore del DL 325 !
Poiché si vocifera che Alfano sia laureato in giurisprudenza e, per di più, sia anche avvocato, mi sorprende che non riesca ad afferrare che il verbo “sopravvenire” implichi che la “condanna definitiva” sia posteriore sia al fatto illecito che al relativo iter processuale.
Anche per questo il pensiero di Alfano sulla retroattività appare come una barzelletta.
Infatti, secondo Alfano, che non è uno sprovveduto viandante ma è stato ministro della Giustizia, la Legge Severino dovrebbe applicarsi solo ai reati commessi dopo il 31 dicembre 2012, data della sua approvazione.
Ora, immaginiamo che un reato sia commesso dopo tale data, considerando che dovrebbe prima essere scoperto, poi sottoposto a inchiesta, quindi processato attraverso i rituali tre gradi di giudizio, il primo caso di applicazione della Legge Severino potrebbe verificarsi, nella migliore delle ipotesi, non prima del 2025 !
Era a questo che pensavano Angelino Alfano ed i suoi compari quando hanno approvato il DL 325 ? 




domenica 20 ottobre 2013

Mario Monti e … il peccato originale

Erano mesi, ormai, che chiunque avesse osservato con un po’ di attenzione quanto stava accadendo in Scelta Civica, avrebbe potuto intuire che il giocattolo stava per rompersi. 
Un rischio, quello della rottura, che ha accompagnata Scelta Civica fin dal momento della sua nascita, quando, cioè, è mancato il coraggio di fare scelte coerenti con la volontà dichiarata di offrire agli elettori una proposta capace di “trasformare i contenuti e lo stile della politica italiana”.
Non bisognava essere navigati conoscitori degli usi e costumi della politica italiana per rendersi conto che l’inesperienza politica di Mario Monti, insidiata per di più dagli interessi personali di inaffidabili consiglieri, avrebbe esposto il movimento al pericolo di finire sulle secche.
Pur non essendo un chiaroveggente, già nel mese di gennaio, in questo blog, manifestavo alcune perplessità che sintetizzavo parlando di “peccato originale di Scelta Civica”.
Mi chiedevo, ad esempio, come fosse realistico pensare di dare attuazione all’impegnativa “Agenda Monti”, che non conteneva solo un progetto riformista, ma proponeva idee destabilizzanti per uno scenario politico ormai avvizzito, contrassegnato da immobilismo e rifiuto del cambiamento.
Avevo pensato, allora, di trovare risposta, ai miei dubbi, nell’impegno di Monti ad attivare un processo di selezione dei candidati che mirasse soprattutto a puntare su persone che avessero maturate esperienze nella società civile, lasciando fuori dai giochi i soliti professionisti della politica.
Una ipotesi, questa, ben presto smentita dai fatti.
In realtà, Scelta Civica, che mirava a proporsi come protagonista del rinnovamento, aveva finito per cedere, inspiegabilmente, agli adescamenti di alcuni scafati mestieranti della politica italiana.
Scelta Civica si è lasciata convincere, così, a prenderli a bordo, senza rendersi conto che avrebbe avuto a che fare con tizi, ormai decaduti ed invisi all’elettorato, preoccupati solo di imbarcarsi su un vascello che assicurasse loro ancora una poltrona in Parlamento.
Individui avvezzi, tra l’altro, a tramare ed a far uso di ogni espediente pur di ottenere tornaconti personali.
Questo “peccato originale” è costato caro a Scelta Civica già nelle urne, il 24 e 25 febbraio, avendo delusi molti potenziali elettori.
Non solo, ma dalle urne, è uscita una rappresentanza parlamentare, di Scelta Civica, disarmonica controfigura di ciò che Mario Monti aveva immaginato.
Il risultato: personaggi desiderosi di riformare la politica, di condurre il Paese verso il salto di qualità, di mantenere fede alla promessa di rinnovamento fatta agli elettori, si sono trovati a convivere con individui portatori delle logiche di una politica in caduta libera, sempre più detestata dai cittadini.
Inevitabile, perciò, che differenze così profonde, nel modo di vivere la missione politica, provocassero contrasti insanabili.     
Una convivenza difficile, minimizzata e sottaciuta troppo a lungo, colpevolmente.
Una convivenza impossibile, favorita anche dall’incapacità di Scelta Civica di mantenere vivo un flusso comunicazionale con l’opinione pubblica, che ha ricevute, perciò, solo avvisaglie di iniziative, convegni e testimonianze difformi e stonate.
C’è chi, come Enrico Letta, ha tratto vantaggio da questa vuoto informativo, ad esempio attribuendosi, sui media, i meriti della chiusura della procedura d’infrazione per deficit eccessivo, ottenuta, invece, solo grazie ai sacrifici che il governo Monti aveva imposti ai cittadini.
Comunque, per mesi i marpioni della politica, ospiti di Scelta Civica, hanno continuato con i loro armeggi, pronti a zompare da una ciambella di salvataggio all’altra pur di rimanere a galla.
Ancora una volta, l’inesperienza ha trattenuto Mario Monti dall’affrontare il toro per le corna, dal costringere i doppiogiochisti ad un confronto a muso duro, dall’espellerli prima che la situazione degenerasse.
Ed è proprio la mancanza di risolutezza che ha spinto Monti a dimettersi, esponendo Scelta Civica ad un futuro incerto.

venerdì 18 ottobre 2013

Legge di stabilità … ‘ccà nisciuno è fesso !

Che Enrico Letta sia un presidente del consiglio prolifico di belle parole ma privo dei necessari attributi per affrontare e risolvere le difficoltà dell’Italia, si era capito da tempo.
Mestierante della politica, e per di più ex democristiano, dimostra di essere a suo agio quando si tratta di sparare panzane ai microfoni, ma va in difficoltà ed è pusillanime se deve tradurre le panzane in fatti.
Non ricordo quante volte, in queste settimane, Enrico Letta abbia affermato che il "cuore" della Legge di Stabilità sarebbe stata la riduzione del cuneo fiscale, per rendere più pesanti le buste paga e rilanciare i consumi.
Certo, ascoltando queste dichiarazioni, lavoratori ed imprenditori avevano sorriso rassicurati e soddisfatti.
D’altra parte, Letta non faceva che confermare l’impegno preso fin dal momento del suo insediamento.
Si è arrivati così, in ansiosa attesa, a martedì 15 ottobre.
Dopo un faticoso e travagliato parto, il Consiglio dei Ministri ha finalmente data alla luce la Legge di Stabilità.
Compiacendosi del loro operato, Letta, Alfano & Co. si sono presentati in conferenza stampa per istoriare la Legge di Stabilità con ghirigori entusiastici, ma anche raccontando tante fanfaluche.
Fatto sta che le aspettative, covate a lungo da lavoratori e imprenditori, da febbrili si sono mutate dapprima in sconcerto per tradursi, ben presto, in una generale incazzatura.
Dopo aver sbandierato, per mesi ed ai quattro venti, l’impegno a ridurre le tasse sul lavoro, Letta ha avuta la faccia tosta di compiacersi, in conferenza stampa, per aver deciso uno sgravio fiscale che si tradurrà in un aumento delle buste paga tra i 10 ed i 14 euro al mese, l’equivalente di 5 cappuccini con brioche!
E, con questo miserabile obolo, Letta crede davvero di rilanciare i consumi delle famiglie?
Suvvia, signor presidente del consiglio, ‘ccà nisciuno è fesso!
Per questo, rifletto sul fatto che alla riduzione del cuneo fiscale siano stati destinati non più di 2,5 miliardi, cioè molto meno di quanto sia costata, alle casse dello Stato, la cambiale di 4,5 miliardi che Letta ha dovuta pagare a Berlusconi, con la cancellazione dell’IMU, per fare il presidente del consiglio.
Con la Legge di Stabilità, però, Letta ha pagata un’altra cambiale a Berlusconi, non aumentando la tassazione sulle rendite finanziarie dal 20% al 22%, un intervento da cui si sarebbero ricavate molte migliaia di euro per rimpinguare i fondi destinati alla riduzione del cuneo fiscale.
Ma le prese in giro non terminano qui.
Infatti, da tre anni è in atto il blocco della rivalutazione delle pensioni, per cui tutte le pensioni, anche le minime, hanno visto ridursi progressivamente il loro valore monetario.
Rispettando il principio “chi ha dato ha dato, scurdammoce ‘o passato”, la Legge di Stabilità non prevede alcun recupero della mancata indicizzazione per gli anni passati, ma si limita a prevedere una rivalutazione, solo parziale, per le pensioni fino a € 3.000 lordi mensili.
Così, quei ricconi che godono di una sontuosa pensione da € 3.001 lordi mensili in su, continueranno a percepire pensioni sempre più svalutate.
Un’altra brillante idea di Letta per favorire la ripresa dei consumi!
Ma le prese in giro continuano!
Mentre Alfano ed il PdL si vantano, a gran voce, di essersi dati da fare perché “non si mettessero le mani nelle tasche degli italiani”, leggiamo la Legge Finanziaria e ci rendiamo conto che questo conclamato successo, così come già quello della cancellazione dell’IMU, sono solo ennesime prese in giro degli italiani.
Infatti, dopo aver onorata la cambiale IMU di 4,5 miliardi, per consentire ad Alfano & Co. di sbizzarrirsi nel turlupinare i soliti gonzi, Letta, nella Legge di Stabilità ripropone l’IMU … con la furberia, però, di averle cambiato nome.
D’ora in poi, infatti, si chiamerà TRISE, un balzello che oltre all’imposta sui servizi di gestione dei rifiuti comporterà anche la tassazione sugli immobili.
L’amara sorpresa, però, è che l’ex IMU, camuffata come “imposta sui servizi comunali indivisibili”, la pagheranno non solo più i proprietari degli immobili ma, in quota parte, anche gli inquilini.
Di male in peggio!
Cosa avranno da rallegrarsi e strombazzare Alfano ed il PdL, non riesco proprio a comprenderlo.
Fatto sta che di buone notizie, per i cittadini, in questa Legge di Stabilità non ce n’è traccia.
Quello che è ancora più grave è riscontrare l’incapacità di questo governo ad affrontare di petto la crisi ed a predisporre interventi che incidano sulla ripresa economica, sulla riduzione della disoccupazione, sul contenimento della cassa integrazione, sul sostegno alle classi più deboli ed indifese.
Ci sarebbe ancora molto altro da dire su questa Legge di Stabilità e sulle sue clausole di salvaguardia, ma il mio travaso di bile è ormai fuori controllo.

mercoledì 16 ottobre 2013

La paura di … sputtanarsi

“Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”, così recita l’art. 67 della Carta Costituzionale.
Si tratta di un principio, adottato nella generalità delle democrazie rappresentative, le cui origini risalgono al 1774, cioè a quando Edmund Burke, rivolgendosi ai suoi elettori, affermò: “Il Parlamento non è un congresso di agenti o avvocati di opposti interessi, ma è un’assemblea deliberante con un solo interesse, il bene generale”.
Per essere sincero nutro seri dubbi che tutti i nostri parlamentari si ispirino alle parole di Edmund Burke, mentre credo, piuttosto, che molti siano impegnati nel tutelare interessi particolari.
In realtà, quando i Padri costituenti scrissero l’art. 67, era loro intenzione garantire a tutti i parlamentari la libertà di espressione non vincolandoli, quindi, ad un mandato imperativo, né verso il loro partito né verso il loro elettorato.
Però, ogni parlamentare nel momento di essere eletto assume, nei confronti dei propri elettori, un impegno democratico che è la responsabilità politica, che manifesta con la trasparenza della sua condotta e delle sue decisioni.
Ne consegue, perciò, che ogni cittadino, depositando la scheda nell’urna elettorale, acquisisce di fatto il diritto democratico di seguire e conoscere l’operato dei suoi rappresentanti, per valutarne la consonanza con i propri ideali e con le proprie aspettative.
Purtroppo, invece, molte volte i parlamentari, barricandosi dietro i regolamenti di Camera e Senato, si sottraggono al dovere di trasparenza, impedendo così agli elettori di essere informati sul loro modo di agire.
È il caso, ad esempio, del ricorso al voto segreto, un artificio antidemocratico che, non solo nega all’elettore il diritto di conoscere, ma favorisce la messa in atto di macchinazioni, intese ed inciuci che, fatti alla luce del sole, sarebbero disapprovati e condannati dall'opinione pubblica.
In questi giorni l’obbrobrio del voto segreto è tornato ad accendere gli animi a proposito del voto che l’Aula del Senato sarà chiamata ad esprimere sulla decadenza da senatore di Berlusconi.
Nel manifestare, con veemenza, la loro contrarietà al voto palese si sono prodigati e distinti il PdL e Scelta Civica, invocando un supposto, anche se contestato rispetto del regolamento.
Che i valletti del signore di Arcore si aggrappino al voto segreto, nella speranza che la febbrile campagna acquisti, di voti in vendita, salvi dalla decadenza il pregiudicato Berlusconi, è comprensibile e non può sorprendere.
Che al PdL, però, si accodi anche Scelta Civica desta, invece, qualche imbarazzo.
Comunque, alla fine, l’Aula del Senato voterà in merito alla decadenza di Berlusconi e le relative diatribe avranno fine.
Sulla vita politica italiana, però, permarrà l’indecenza del voto segreto.
Per questo sarebbe necessario che il Parlamento riflettesse sul voto segreto, che manca di rispetto ai cittadini, e provvedesse a cassare gli innumerevoli casi in cui il regolamento della Camera (Capo X – Art. 57) e quello del Senato (Capo XIII – Art. 113) ne prevedono l’adozione.
Non c’è politico che, quantomeno a parole, non invochi la trasparenza, salvo, poi, correre a nascondersi dietro il voto segreto per rendere impossibile ai cittadini elettori di conoscere cosa fa e come vota.
Ho il sospetto che nella classe politica la volontà di favorire la trasparenza comportamentale sia uguale a quella di cancellare il finanziamento pubblico ai partiti, vale a dire: inesistente!

martedì 15 ottobre 2013

Politica e ipocrisia, ma che bella coppia !

L’ipocrisia degli uomini politici raggiunge apogei incredibili tutte le volte che i nostri rappresentanti ci vogliono turlupinare con scelte demagogiche.
Ad esempio, è stato sufficiente che Matteo Renzi dichiarasse di non essere d’accordo con il Capo dello Stato, sull’ipotesi di risolvere il sovraffollamento carcerario con la concessione di un indulto o un’amnistia, per scatenare veementi reazioni dei navigati ipocriti di destra e di sinistra.
Sono bastate, infatti, poche parole del sindaco di Firenze per smascherare gli inconfessabili intendimenti che si celavano dietro l’entusiastico plauso che aveva accolto il messaggio di Giorgio Napolitano.
Una dimostrazione?
Il Ministro per le Riforme, Gaetano Quagliariello, ad esempio, ieri ha dichiarato: “se l’amnistia sarà legge dovrà essere applicata a tutti i cittadini, compreso Silvio Berlusconi” 
Quagliariello fa finta di non sapere che il pregiudicato Silvio Berlusconi, grazie all’indulto del 2006, abbia già goduto uno sconto di tre anni sulla condanna definitiva per frode fiscale, ma soprattutto che lo sconto, di cui ha beneficiato Berlusconi, non sia servito per nulla a ridurre il sovraffollamento carcerario.
Viviamo in un Paese nel quale la classe politica, per la sua cronica incapacità di affrontare i problemi alle radici, è costretta a ricorrere, ciclicamente, ad interventi eccezionali per fronteggiare le emergenze.
Dal 1990 ad oggi, nel lasso cioè di 23 anni, se l’invito del Capo dello Stato si traducesse in un nuovo atto di clemenza, il nostro Paese adotterebbe il quarto indulto, per far fronte sempre ad una stessa emergenza, il sovraffollamento delle carceri.
Di fatto, sono già stati concessi indulti nel dicembre 1990 (legge 394), nell’agosto 2003 (legge 207) e nel luglio 2006 (legge 241).
La verità è che per la classe politica si è trattato sempre di occasioni delle quali approfittare per inserire, tra le pieghe dell'indulto, reati commessi da condannati eccellenti, politici, funzionari dello Stato, colletti bianchi, consentendo loro di sottrarsi alle pene.
Nessuno vuol negare che la condizione in cui sono costretti a vivere i reclusi sia da paese incivile e leda i più elementari diritti degli esseri umani.
È indubbio, però, che, anche un nuovo indulto o un’amnistia, non rimuoverebbe le cause del sovraffollamento, per cui, da qui a qualche anno, l’emergenza si riproporrebbe.
Infatti, se con l’indulto del 31 luglio 2006 sono stati scarcerati 26.863 detenuti su 60.710, ma poco più di 4 anni dopo, al 31 dicembre 2010, nelle carceri italiane erano già rinchiusi 67.961 individui, è chiaro che il provvedimento di clemenza sia stato solo una toppa transitoria.
Perché la politica non si sforza, invece, di adottare decisioni risolutive che recuperino condizioni carcerarie durevoli, rispettose della dignità e dei diritti umani dei detenuti ?
Proviamo a focalizzare l’attenzione, per esempio, su alcuni dati.    
A fine giugno 2013, nelle carceri italiane erano detenuti 23.436 cittadini stranieri (di cui: 4.384 marocchini, 3.706 romeni, 2.927 tunisini, 2.882 albanesi, poi nigeriani, egiziani, senegalesi, etc.).
Ad esempio, perché non stipulare accordi internazionali per trasferire in Marocco, Romania, Tunisia, Albania, i loro cittadini detenuti in Italia in modo che espiino la pena nelle patrie galere?
Tra l’altro il Ministero della Giustizia ne trarrebbe anche un vantaggio economico non dovendo più sostenere i costi per la loro detenzione.
Sempre a fine giugno 2013, erano rinchiusi in carcere 24.824 soggetti ancora in attesa di giudizio, per molti dei quali il legislatore, cioè il Parlamento, potrebbe prevedere misure preventive diverse come, per esempio la libertà controllata o la libertà vigilata, secondo i reati loro imputati.
Il paradosso, tra l’altro, è che i detenuti in attesa di giudizio, non essendo ancora condannati non usufruirebbero dell’indulto!
Pene non detentive potrebbe interessare anche gran parte dei 16.000 tossicodipendenti, in particolare chi è detenuto per il solo possesso di sostanze stupefacenti.
Sarebbero interventi strutturali che, prevenendo sovraffollamento, eviterebbero, ogni tre o quattro anni, di trattarlo come emergenza.
L’impressione, però, è che questa classe politica, capace negli ultimi venti anni di legiferare solo leggi ad personam e tagli dei tempi di prescrizione, non sia affatto interessata a risolvere una volta per tutte il problema del sovraffollamento delle carceri.
Come se non bastasse, dalle dichiarazioni di alcuni esponenti del PdL sta emergendo, invece, la volontà di orchestrare una bella amnistia, che non condonerebbe solo la pena, come nel caso dell’indulto, ma addirittura estinguerebbe i reati.
Io che sono un po’ sospettoso immagino che il primo a rallegrarsi nel caso di un’amnistia sarebbe proprio Silvio Berlusconi che si salverebbe così dai diversi procedimenti che ha in corso.
E qualcuno avrebbe il coraggio di sostenere che la politica non vada a braccetto con l'ipocrisia ?

domenica 13 ottobre 2013

Alitalia, un dramma grottesco per gli italiani

Quando, in Italia, la politica mette in scena le sue tragicommedie, a farne le spese sono sempre i cittadini, o per meglio dire gli italiani che pagano le tasse.
Il caso più recente potrebbe essere pubblicizzato sulle locandine con il titolo “salvare l’italianità di Alitalia”.
Un titolo truffaldino, coniato da Silvio Berlusconi nel 2008.
Per meglio rendersi conto, tuttavia, della fregatura che ha significato, e continua a significare ancora oggi per gli italiani la traversia Alitalia, occorre risalire indietro di qualche anno.
Di proprietà dell’IRI, cioè dello Stato italiano, Alitalia è rimasta, dopo il 2003, l’unica compagnia aerea europea a controllo statale.
Negli anni ’90, a dispetto dei circa trenta milioni di passeggeri annui, la compagnia di bandiera ha realizzati risultati che, con eufemismo, si possono definire insoddisfacenti sia sotto il profilo economico che finanziario.
Le cause diverse sono individuabili in scelte manageriali errate, in organici spropositati, in un pesante indebitamento.
Nel 2001, su una gestione già compromessa si abbatté la grave crisi di tutte le linee aeree in seguito agli attentati al World Trade Center di New York.
Alitalia, però, a differenza delle altre compagnie aeree, è stata incapace di superare la crisi, andando di male in peggio come hanno confermato i dati della Thomson Financial, pubblicati da Il Sole 24 ore, che indicavano in € 10,15 il valore di una azione Alitalia, nel 2001, ed in € 1,57 il suo valore nel 2006.      
La situazione, sempre più negativa, nel 2007 indusse il Governo Prodi a contattare Air France-KLM per verificarne l’interesse a rilevare Alitalia, a condizione che ad Alitalia fossero garantiti: un ruolo autonomo nella gestione delle rotte, l’identità italiana con relativi marchio, logo e livrea.
Air France-KLM si dichiarò interessata e propose la sua offerta di 1,7 miliardi di euro per l’acquisizione della compagnia, la riduzione della flotta da 172 a 149 aeromobili, a condizione, però, che lo Stato italiano si accollasse la cassa integrazione di 2.100 unità in esubero.
L’offerta fu ritenuta accettabile dal governo Prodi che, però, nel gennaio 2008, fu costretto alle dimissioni dopo essere stato sfiduciato in Senato.
Si aprì, così, la campagna elettorale in vista delle elezioni del 13 e 14 aprile 2008.
Incoraggiato dai sondaggi, che lo indicavano vincitore con ampio margine, Berlusconi fece di Alitalia il suo cavallo di battaglia elettorale, bocciandone la vendita ad Air France-KLM.
Preso atto della contrarietà da parte di colui che avrebbe vinte le elezioni, Air France-KLM ritenne opportuno ritirare la sua offerta per non entrare in rotta di collisione con il futuro governo.
Come previsto dai sondaggi, Berlusconi vinse le elezioni.
Per “salvare l’italianità di Alitalia”, le casse dello Stato furono subito aperte per concedere alla compagnia di bandiera un prestito di 300 milioni, convertito poi in patrimonio su pressioni della Commissione Europea.
Nonostante, però, questo ennesimo intervento da parte dello Stato, Alitalia nell’agosto 2008 chiese la dichiarazione d’insolvenza, al Tribunale di Roma, e l’amministrazione straordinaria.
Nei mesi precedenti, comunque, il pifferaio Berlusconi aveva tirato fuori dal cilindro la sua idea geniale per salvare Alitalia, affidandone lo studio ad Intesa San Paolo.
Fu partorito, così, il “Piano Fenice”, un’autentica fregatura per i contribuenti italiani.
Infatti, a fronte del versamento effettivo di soli 300 milioni, furono ceduti il marchio e la “parte sana e migliore” di Alitalia ad una pattuglia di “imprenditori patrioti”, come li definì Berlusconi.
Facevano parte di quella “coraggiosa” pattuglia i soliti noti: Riva, Ligresti, Tronchetti Provera, Marcegaglia, Benetton, Caltagirone, Colannino, Intesa San Paolo (di cui era amministratore delegato Corrado Passera, poi ministro del Governo Monti).
Invece, in una “bad company” furono scaricate tutte le passività di Alitalia, oltre a 7.000 esuberi, ai quali lo Stato, a spese dei contribuenti, garantì la cassa integrazione per 7 anni.
In pratica, con la truffaldina idea della “bad company”, Berlusconi ha rovesciato sulle casse dello Stato e, quindi, sugli italiani una stangata di circa 4 miliardi.
Una bella mazzata se confrontata con la proposta di Air France-KLM !
Il dramma grottesco, però, non finisce così.
Infatti, la pattuglia di “imprenditori patrioti” è riuscita, in pochi anni, a dissestare anche la “parte sana e migliore” di Alitalia, che Berlusconi aveva concessa loro per un tozzo di pane.
Così, dopo 5 anni, il governo, questa volta guidato da Letta, ripropone la tiritera della italianità della compagnia di bandiera, e vuole scaricare ancora una volta sulle spalle degli italiani nuovi costi per tenere in vita una azienda insanabile.
Per riassumere: da Berlusconi a Letta, passando per la pattuglia di “patrioti”, una fregatura dietro l’altra per i contribuenti.

venerdì 11 ottobre 2013

Responsabilità civile dei magistrati, una balla

È sempre difficoltoso comprendere quando la disinformazione, voluta dalla classe politica, compreso il presidente del consiglio Enrico Letta, e dai media, per turlupinare i cittadini, sia il prodotto di ignoranza o di malafede.
Prendiamo, ad esempio, le fandonie che ci vengono raccontate, da giorni, sulla procedura d’infrazione in cui sarebbe incorsa l’Italia a causa della mancanza di una “responsabilità civile dei magistrati”.
Una balla colossale, tirata fuori perfino da Enrico Letta, nel suo discorso alle Camere il 2 ottobre, in occasione del rinnovo della fiducia.
Per rendersi conto che si tratta solo di una delle solite panzane, servite agli italiani dal menù PdL, è sufficiente navigare in internet e leggere i contenuti della legge n. 117 del 1988.
Infatti, il legislatore, fin dal 1988 ha riconosciuto il diritto di agire, nei confronti dello Stato, da parte del cittadino che ritenesse di aver subito un danno ingiusto, conseguente ad un comportamento, ad un atto o ad un provvedimento giudiziario di  un magistrato nell’esercizio delle sue funzioni.
In altre parole la legge prevede che sia lo Stato a rispondere, nei confronti dei cittadini, per i danni che un provvedimento giudiziario può aver causato se disposto con dolo, colpa grave o negazione di giustizia.
Innanzitutto, quindi, è lo Stato a rispondere dell’eventuale danno, rivalendosi, eventualmente, nei confronti del magistrato, o con un provvedimento disciplinare o con una azione penale.
Si tratta di una norma perfettamente in linea con quanto prevedono le legislazioni di tutti i Paesi della Comunità Europea.
Perché, allora, la Corte di Giustizia Europea ha condannata l’Italia con sentenza del 24 novembre 2011 ed ha avviata la procedura di infrazione della quale tanto si blatera ?
Molto semplicemente perché il governo Berlusconi ha ignorata la lettera di diffida, del 9 ottobre 2009, inviata dalla Commissione Europea all’Italia, con l'invito ad integrare il disposto della legge 117/1988, con la responsabilità, dello Stato italiano, anche nei casi in cui i provvedimenti, emessi con dolo o colpa grave dal magistrato, riguardassero norme di diritto comunitario.
Non avendo ricevuta risposta, la Commissione Europea ha inoltrato al governo Berlusconi, il 22 marzo 2010, un parere motivato con il quale invitava nuovamente il governo italiano ad uniformarsi, entro 60 giorni, alla richiesta del 9 ottobre 2009.
Poiché il governo Berlusconi ha ignorata anche questa seconda richiesta, la Commissione Europea si è vista costretta ad avviare un procedimento, contro la Repubblica Italiana, conclusosi con la sentenza del 24 novembre 2011, della Corte di Giustizia Europea che, constatata la violazione degli obblighi comunitari da parte dell’Italia, dava avvio alla procedura di infrazione con pesanti sanzioni economiche.
È evidente, quindi, l’indubbia responsabilità di Berlusconi e dei suoi ministri che, per incuria, ignoranza o dabbenaggine, non hanno recepite le sollecitazioni pervenute nel 2009 e nel 2010 dalla Commissione Europea.
Così come è palese il tentativo, oggi, di strumentalizzare la procedura di infrazione per minacciare i magistrati con l’idiozia di una loro possibile “responsabilità civile”, peraltro incostituzionale contravvenendo al principio di indipendenza ed autonomia della magistratura.
Ma è altrettanto chiaro, infine, che il PdL cerchi di sollevare un gran polverone per distogliere l’attenzione, dell’opinione pubblica, dalla responsabilità che ha avuto il governo Berlusconi nel far condannare l’Italia a questa nuova procedura d’infrazione, che rischia di gravare sulle casse dello Stato … cioè sulle tasche di tutti i cittadini.      
Sono sorpreso e non riesco a capacitarmi, però, che anche una persona, all’apparenza accorta, come Enrico Letta abbia abboccato come uno sprovveduto pesciolino all’amo teso dal PdL.

mercoledì 9 ottobre 2013

Condono ed amnistia non sono la soluzione

L’annunciato messaggio del Capo dello Stato, sulle difficoltà carcerarie, è arrivato in Parlamento letto nello stesso momento, al Senato ed alla Camera, dai Presidenti Grasso e Boldrini.
Giorgio Napolitano ne aveva già anticipato l’invio dopo la visita al carcere napoletano di Poggioreale.
Voglio sperare che il messaggio, ma soprattutto i suoi contenuti siano stati ispirati, al Presidente della Repubblica, dalla diretta percezione delle avvilenti condizioni in cui sono costretti a vivere i detenuti, e non dal desiderio di compiacere un ex presidente del consiglio, oggi pregiudicato.
Ciò premesso, mi sembra di riscontrare, nel messaggio, la assoluta assenza di una idea risolutrice del sovraffollamento carcerario, per il quale l’Italia è stata ammonita dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.
Napolitano, dopo aver accennato alla riforma della giustizia, nel suo messaggio invita il Parlamento a prendere in esame “il combinato disposto di amnistia ed indulto” per “favorire una significativa riduzione della popolazione carceraria”.
Un approccio ancora una volta miope.
La solita toppa all’italiana per rabberciare, alla meno peggio, una situazione, che si è incancrenita nel tempo per il disinteresse e l’incuria della classe politica.
Napolitano non dovrebbe aver dimenticato, per esempio, che due mesi dopo essersi insediato al Quirinale per il suo primo settennato, il Parlamento, il 31 luglio 2006, approvò un indulto con l’intento di mettere una pezza al sovraffollamento delle carceri che, già allora, era vergognoso.
Del provvedimento di clemenza ne usufruirono circa 25.000 detenuti, il 10% dei quali, però, ritornò in carcere, nei mesi successivi dopo aver commessi nuovi reati.
La condizione carceraria migliorò per qualche mese, forse un anno, poi ritornò a farsi critica.
Dopo sette anni il Capo dello Stato chiede al Parlamento di mettere, con l’indulto e/o con l’amnistia, una nuova toppa che, come le precedenti, non potrà cancellare definitivamente l’indegna situazione delle carceri italiane.
Fino a che la classe politica non avrà la capacità e la volontà di affrontare il problema con una progettualità di più ampio respiro e di lungo termine, nel futuro del nostro Paese ci saranno nuove sentenze della Corte di Strasburgo, a cui seguiranno nuovi provvedimenti di clemenza.
Una progettualità che contempli una riforma della giustizia ed una revisione dei codici, penale e di procedura penale, con l’obiettivo di rendere più spediti i processi perché sia possibile giungere a sentenza in tempi ragionevoli.
Una progettualità che includa, tra l’altro, la costruzione di nuovi istituti di pena, magari convertendo in edifici penitenziari alcune di quelle opere, finanziate da risorse pubbliche, che, incompiute da anni, sono diventate cattedrali nel deserto destinate al degrado del tempo.
Una progettualità, ad esempio, che preveda la depenalizzazione dei reati minori, oppure che eviti il rientro in cella, ogni sera, dei detenuti che godono del regime di “semilibertà”, per il quale vivono ed operano ogni giorno fuori dal carcere, anche in comunità di servizio.
Certo, si tratterebbe di affrontare un percorso articolato, complesso e di non breve durata, senza il quale, però, il Paese rischierebbe di dover fronteggiare una situazione divenuta grave ed ingestibile.
Voltando indietro lo sguardo all’indifferenza ed alla indolenza degli ultimi decenni è lecito domandarsi, però: abbiamo, oggi, un governo ed una classe politica interessata ed in grado di affrontare un tema di questa complessità?

lunedì 7 ottobre 2013

Perché il cielo al tramonto si tinge di rosso ?

Tra le ragioni per le quali non riuscirei ad essere un politico di professione ci sarebbe, senza dubbio, l’intimo rifiuto ad omologarmi alle discipline di partito, specialmente nei casi in cui non ne condividessi idee e finalità.
Anche perché sono così ingenuo da credere che, quando i Padri costituenti lavorarono alla stesura dell’art. 67 della Carta costituzionale, immaginavano parlamentari capaci di pensare con le loro teste, liberi da ogni “vincolo di mandato”.
Purtroppo, invece, dobbiamo prendere atto che l’art. 67 della Costituzione è trasgredito, ogni giorno, da deputati e senatori.
In effetti, le scelte politiche le fanno quei pochi, seduti nelle segreterie dei partiti, che le impongono poi come dogmi a dei fantocci, i parlamentari, che sembrano rinunciare alle loro capacità di intendere e di volere.
Quando poi un parlamentare intendesse recuperare la dignità di essere pensante, scrollandosi di dosso la giubba da fantoccio, verrebbe subito accusato di tradimento.
È sempre stato così, sia nella prima sia nella seconda repubblica, con l’aggravante, oggi, che i cambi di casacca avvengono più per corruzione o meschini tornaconti personali, che non per sussulti di dignità.
È indubbio, inoltre, che l’esistenza di partiti personali, al servizio di despoti convinti della loro infallibilità, favorisce la presenza, sulla scena politica, di sudditi e lacchè, che hanno in comune la inconsulta venerazione per il falso principe.
Tutto ciò degrada ancor più lo scenario della politica italiana.
Anche nei partiti granitici, però, dove c’è il padre padrone che domina e vigila, può accadere che, sotto una apparente devozione al capo, covino avvisaglie di insofferenza.
È quello che, ad esempio, sta avvenendo nel PdL, da quando il declino, oramai ineluttabile di Berlusconi, sembra aver fornito lo spunto per un “rompete le righe”.
A pestare i piedi in segno d’impazienza, ha iniziato un nutrito gruppo di deputati e senatori, capitanato da Alfano, che, non tollerando più l’arroganza astiosa ed insolente dei cosiddetti falchi, ha costretto Berlusconi a sputtanarsi con il clamoroso voltafaccia sul voto di fiducia al governo Letta.
È innegabile che sia in atto una contesa intestina per arraffare, una volta archiviato Berlusconi, l’eredità del consenso elettorale di cui ha goduto fino ad oggi il PdL.
Un’eredità che alla fine, però, potrebbe risultare deludente dopo l’uscita dalla scena politica di Berlusconi che, in questi venti anni, è stato un autentico specchietto per gli allocchi.
Ma, a dirla lunga sulla perdita di leadership da parte di Berlusconi sono stati i botti del “fuoco amico” che, venerdì scorso, si sono uditi durante la seduta pubblica della Giunta del Senato per le elezioni.
Inimmaginabile, infatti, solo qualche settimana fa, che un pidiellino osasse contrapporsi a Berlusconi.
Ebbene, venerdì è successo.
Ulisse Di Girolamo, già senatore PdL nella passata legislatura e primo degli esclusi, a febbraio, per colpa di Berlusconi che ha scelto per sé il seggio molisano, si è fatto rappresentare in Giunta dal suo legale.
L’avvocato Salvatore Di Pardo, dopo aver smontate, una dopo l’altra, le argomentazioni della memoria difensiva di Berlusconi, ha conclusa la sua arringa sostenendo che Berlusconi debba decadere da senatore perché “indegno di sedere in Senato” 
È chiaro che, in questi giorni, affermare che il futuro politico di Berlusconi stia andando a puttane, può avere un significato solamente figurato.