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domenica 30 giugno 2013

Psico-terrorismo per destabilizzare il Paese

Per demolire la credibilità ed il prestigio di un Paese basta poco.
Sono sufficienti, infatti, i comportamenti clauneschi del suo premier o le parole sconsiderate di un suo rappresentante politico o istituzionale, ed il gioco è fatto.
In realtà, però, quando un premier si comporta in modo imbarazzante, creando stupore e disagio in campo internazionale, suscita, tuttalpiù, sorrisi indulgenti e commiserazione per il Paese che lo ha eletto.
Ben più gravi e dannosi, invece, sono gli effetti di dichiarazioni insensate, spesso rilasciate proprio al fine di minare la fiducia nel governo e nelle istituzioni del proprio Paese.
Sono veri e propri atti di uno psico-terrorismo che sostituisce, alla violenza materiale, l’uso spesso surrettizio delle parole.
Basti pensare all’incredibile miriade di grattacapi che stanno provocando, a Barak Obama ed alle istituzioni americane, le rivelazioni di Assange, prima, e di Snowden, oggi.
Di ieri le parole risentite del Presidente dell’Europarlamento, Martin Schulz, il quale, di fronte alla notizia di presunti atti di spionaggio nei confronti dei vertici europei da parte dell’agenzia americana NSA, ha dichiarato: “se è vero, è un enorme scandalo e gli USA devono dare immediate spiegazioni. Fosse confermato incrinerebbe gravemente il rapporto con gli USA ed avrebbe serie conseguenze su ogni tipo di relazione”.
Anche l’Italia, purtroppo, è vittima di azioni di psico-terrorismo, il cui scopo è screditare il nostro Paese, l’operato del governo, le istituzioni.
Ha fatto psico-terrorismo Beppe Grillo quando, in aprile, con dichiarazioni rilasciate a stampa e televisioni tedesche, ha calunniato il Capo dello Stato, ha parlato di colpo di stato ed ha prevista la bancarotta dell’Italia nel prossimo autunno.
Parole gravissime, dette però da un individuo che non ricopre alcun ruolo istituzionale ed è considerato un guitto, anche dagli interlocutori internazionali.
Ben più pericolosa ed imperdonabile, invece, l’intervista rilasciata al Financial Times, da un parlamentare della Repubblica, Renato Brunetta, che ha gettato ombre sull’affidabilità dei conti pubblici italiani, affermando: “lo stato delle finanze pubbliche italiane è come la formula della Coca Cola: è un segreto”.
Aver rilasciata l’intervista mentre Enrico Letta si trovava a Bruxelles per partecipare ai lavori del Consiglio Europeo, è stato un siluro, contro l’Italia e Letta, che aggrava la irresponsabilità di questo “puffo nevrotico”.
Non è la prima volta che Brunetta si avventa, in modo scriteriato ed ingiustificato, contro gli inquilini di Palazzo Chigi.
Lo aveva già fatto contro Mario Monti, ed oggi lo sta facendo contro Enrico Letta.
L’avventatezza del suo modo di agire, da “puffo nevrotico”, e l’infondatezza delle cose che dice, inducono a pensare che l’individuo soffra di complessi d’inferiorità, così patologici da generare pulsioni incontrollabili di invidia e malevolenza nei confronti di tutti coloro che abbiano raggiunti ruoli più autorevoli di quelli in cui lui vivacchia.
Purtroppo, però, l’incapacità di controllare le pulsioni animose gli impediscono di misurarne gli effetti che, spesso, vanno oltre la stessa intenzionalità.
In ogni atto di psico-terrorismo c’è sempre, sicuramente, oltre al proposito di destabilizzazione, anche una buona dose di malafede.
È il caso, ad esempio, di Maurizio Belpietro che, sul giornaletto di cui è direttore, “Libero”, ieri ha pensato bene di sparare la panzana secondo la quale il governo starebbe progettando di ricorrere al prelievo forzoso sui conti correnti bancari degli italiani.
Quale lo scopo?
Semplicemente seminare panico, in coloro che dispongono di conti bancari più o meno sostanziosi ma, più in generale, provocare sentimenti di insofferenza per il governo che, notoriamente, non è gradito allo zerbino Belpietro ed al suo padrone.
La falsa notizia, ripresa da social e siti internet, è stata smentita dal ministro Saccomanni … intanto, però, la tossina era messa in circolazione.

sabato 29 giugno 2013

Letta ed il “governo camomilla”

Assistendo ad alcune partite di calcio, specie nelle ultime giornate di campionato, lo spettatore si rende conto che le squadre sono in campo con il preciso intento di addormentare la partita per … non farsi del male.
Il gioco si svolge più che altro a centro campo, con una melina noiosa che innervosisce il pubblico e provoca bordate di fischi.
Le squadre, in realtà, vogliono spartirsi la posta e terminare l’incontro con un rassicurante “zero a zero” che non comprometta la loro classifica.
La stampa sportiva, di solito, le definisce “partite alla camomilla”.
Gli spettatori, in generale, lasciano incavolati le tribune, recriminando di aver pagato il biglietto per assistere ad uno spettacolo che, di fatto, non è mai andato in scena.
È un po’ la sensazione che, come molti italiani, provo da quando a Palazzo Chigi si è insediato il Governo Letta.
Un “governo alla camomilla” che gioca per lo “zero a zero”!
D’altra parte era inevitabile!
Letta è lì, sostenuto da due forze politiche da sempre contrapposte, con interessi tra loro incompatibili, per cui, pur di sopravvivere, il governo si barcamena, dando un colpo al cerchio ed uno alla botte.
Insomma, governare alla camomilla per mantenersi in equilibrio.
Nella continua ricerca del come destreggiarsi il governo ha finito per trascurare i nodi della crisi e con loro le difficoltà di milioni di italiani, non facendo nulla per mitigare le angosce che affliggono le fasce più deboli.
Letta ha debuttato in Parlamento affermando solennemente che obiettivo prioritario del governo sarebbe stata la “questione del lavoro”, che, per logica, dovrebbe tradursi in “creare lavoro per creare occupazione”.
Ad esempio, prendiamo il magnificato “decreto del fare”, la prima grande faticaccia di Letta, giunta al traguardo dopo due mesi di governo.
Quali provvedimenti il decreto prevede per far ripartire i consumi, senza i quali il commercio continuerà ad affondare, la domanda di beni e servizi languirà, i volumi produttivi decresceranno, si creerà nuova disoccupazione?  
Nessuno!
Grazie al “decreto del fare”, però, il cittadino italiano potrà godere di lunghe rateizzazioni per pagare i suoi debiti al fisco, la sua prima casa, se ce l’ha, non potrà essere pignorata da Equitalia, e risparmierà ben 5 euro all’anno sulle bollette elettriche.
Inevitabile domandarsi, a questo punto: sono provvedimenti che allevieranno le difficoltà quotidiane di operai, impiegati, pensionati, precari, cassaintegrati, disoccupati?
Assolutamente no!
Sono provvedimenti che serviranno per incrementare la domanda di beni e servizi, creare lavoro e quindi occupazione?
Assolutamente no!
Grazie al “decreto del fare”, in compenso, i proprietari di barche fino a 14 metri non pagheranno più la “tassa sul lusso”, introdotta dal Governo Monti, mentre gli sfigati che posseggono una barca fino a 20 metri dovranno continuare a pagare la tassa … però ridotta del 50%.
Chissà perché, ma questo omaggio ai diportisti, così come il rinvio dell’acconto IMU, puzzano di scelte per compiacere il PdL.
Gli infusi di camomilla, però, il governo non ce li ha serviti solo con il “decreto del fare”, ma ce li ha propinati anche con il rinvio al 1° ottobre dell’aumento IVA.
Infatti, l’IVA non aumenterà, almeno dal 1° luglio, ma, per coprire il buco di cassa il governo eleverà, dal 21% al 58,5%, la tassa sulle sigarette elettroniche, e chiederà ai contribuenti di versare a novembre il 110% di IRPEF ed IRAP 2013, vale a dire, in pratica, di pagare le tasse relative ad un periodo d’imposta che non è ancora concluso ed anticipare una quota delle tasse dell'anno che verrà.
Sotto il profilo tecnico: una cavolata!
Se poi, come si vocifera, il governo aumenterà anche le accise sui carburanti, con il rinvio dell’IVA agli italiani sarà rifilata l’ennesima fregatura.
Infatti, per 3 mesi ai consumatori sarà risparmiato l’aumento dell’IVA, ma pagheranno di più benzina e gasolio, alla pompa.
Non solo, ma come è facile prevedere ci sarà un generalizzato aumento dei prezzi di tutti i prodotti sui quali incide il costo del trasporto su gomma, praticamente tutti.
Qualora poi, ad ottobre dovesse scattare la nuova aliquota IVA, le accise sui carburanti rimarranno e il maggior costo del trasporto su gomma … invece pure.
Nel frattempo, di riduzione dei costi della politica, di chiusura degli enti inutili, di tagli della spesa pubblica, di eliminazione delle Province, etc. etc., naturalmente nemmeno a parlarne perché sono interventi che sarebbero indigesti a questo od a quel partito che sorregge il governo “delle larghe intese”.
Ma, dosi così esagerate di camomilla non finiranno per provocare l’effetto contrario, finendo per far incazzare di brutto gli italiani?

venerdì 28 giugno 2013

Lungaggini dei processi e confusione

Tra gli effetti deleteri della giustizia italiana va annoverata, di certo, la lungaggine dei processi.
E’ appunto colpa di queste lungaggini se Berlusconi, con l’eco dei suoi numerosi zerbini, può continuare a menare per il naso i soliti italiani gonzi, citando, ad esempio, tra le ragioni, per cui lui si riterrebbe vittima di “persecuzione giudiziaria”, anche il processo sul Lodo Mondadori del quale, ieri, in Cassazione si è svolta la prima udienza dell’atto finale.
Infatti, solo ieri la Cassazione ha avviato l’esame del ricorso, presentato dai legali Fininvest, contro la sentenza emessa nel 2011 dalla Corte d’Appello di Milano, ma riferita a fatti avvenuti nel lontano 1990.
Trattandosi, perciò, di un reato corruttivo commesso quattro anni prima che il Cavaliere decidesse di scendere in campo, dopo aver persa la protezione del suo padrino politico, Bettino Craxi fuggito ad Hammamet,è sfacciatamente falso spacciare questo processo come uno dei casi di ostinata persecuzione da parte della magistratura politicizzata.
Ma non è ancora finita perché, probabilmente, occorreranno ancora alcuni mesi prima di mettere la parola fine allo strascico di una vicenda che ha visti gli avvocati della Fininvest, Previti, Pacifico ed Acampora, già condannati a pene detentive, in via definitiva, per aver corrotto il giudice Metta affinché favorisse Berlusconi nella cosiddetta Guerra di Segrate per il possesso della Arnoldo Mondadori.
Ora la Cassazione dovrà decidere, in via definitiva, a quanto ammonti il risarcimento che Berlusconi dovrà liquidare alla CIR per avergli sottratta la Mondadori, corrompendo un giudice.
La giornata di ieri, però, ha proposta una bizzarra coincidenza!
Difatti, mentre a Roma la Cassazione si occupava della corruzione di un giudice, a Napoli, si svolgeva la prima udienza del processo in cui Berlusconi è accusato di aver corrotto un senatore per far cadere il governo Prodi.
È la conferma che in 20 anni Berlusconi si è fatto trapiantare il pelo ma non ha perso il vizio di corrompere.

giovedì 27 giugno 2013

Fatti incomprensibili del nostro Bel Paese

Non so perché, ma dell’incontro che il Presidente della Repubblica ha voluto avere, ieri al Quirinale, con Silvio Berlusconi c’è qualcosa che non mi quadra.
  1. Perché, a sole quarantotto ore dalla sentenza emessa dal Tribunale di Milano per il “processo Ruby”, Giorgio Napolitano ha sentito il bisogno di invitare al Colle Berlusconi per avere un colloquio con lui?
  2. Perché, non lo aveva incontrato, invece, una settimana prima, quando Berlusconi ed i suoi zerbini lo accusavano di non essere intervenuto sui giudici della Consulta per evitare che respingessero il ricorso sul legittimo impedimento?
  3. Come mai il Quirinale, dopo il colloquio ha ritenuto opportuno affrettarsi a pubblicare una nota solo per dichiarare il “netto orientamento” di Berlusconi a “confermare il sostegno suo e del PdL” al Governo Letta?
  4. Ed ancora, come mai Angelino Alfano, ospite di “Porta a Porta”, si è sentito in dovere di precisare (excusatio non petita … accusatio manifesta!) che Berlusconi nell’incontro con il Capo dello Stato “non aveva nessuna richiesta da fare”?
Boh … spero proprio di sbagliare a pensar male!
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Siccome non sono un premio Nobel per l’economia, e neppure titolare di una cattedra presso la prestigiosa università di Harvard, sono stato assalito da mille dubbi ascoltando le parole di Enrico Letta, alla Camera, a proposito del “decreto occupazione”,.
In base a quali elementi Letta ha potuto affermare: “è un intervento significativo … servirà ad assumere in 18 mesi 200 mila giovani con una intensità maggiore nel centro Sud”?
Perché possano essere assunti 200 mila giovani, è imprescindibile che esistano 200 mila posti di lavoro disponibili e scoperti.
La realtà, però, è che da mesi, ogni giorno, ci sono imprese che cessano la loro attività e che, di conseguenza, cancellano posti di lavoro.
Ormai da quindici mesi ininterrotti, i dati ISTAT registrano implacabilmente un calo sia del fatturato che del portafoglio ordini delle imprese.
Mi sembra lapalissiano, quindi, che se calano sia il fatturato che il portafoglio ordini, i programmi produttivi si contraggano e la loro riduzione provochi un esubero dei posti di lavoro esistenti, creando disoccupazione e non occupazione.
Perciò mi sono posta qualche domanda.
  1. Prima domanda: a cosa serve incentivare le assunzioni se, di fatto, quello che manca è il lavoro?
  2. Seconda domanda: non sarebbe prioritario, or dunque, che il governo si preoccupasse di aumentare la domanda di beni e servizi, per generare lavoro?
  3. Terza domanda: per stimolare l’aumento della domanda non sarebbe indispensabile e prioritario dare maggiori disponibilità economiche ai potenziali consumatori?
Può darsi che la mia sia una logica troppo sempliciotta e banale, ma se operai, impiegati e pensionati avessero maggiori risorse da spendere, ad esempio grazie alla riduzione del cuneo fiscale, aumenterebbe la loro domanda, di beni e servizi, per soddisfare la quale sarebbe necessario incrementare i programmi produttivi e, di conseguenza, creare nuovi posti di lavoro.
Per questo, ipotizzare l’assunzione di 200 mila giovani, solo grazie ad incentivi, mi sembra proprio una bufala!
Salvo che Letta non congetturi, in modo diabolico, che, invogliate da incentivi che rendono meno costoso il lavoro dei giovani, le imprese decidano di assumere 200 mila giovani in sostituzione di 200 mila occupati, il cui lavoro ha un costo più elevato.

martedì 25 giugno 2013

Fuochi d’artificio con notizie a gogò


La giornata è iniziata con le notizie in arrivo da Mosca.
Edwars Snowden, l’ex consulente dell’Agenzia per la Sicurezza Nazionale americana che, con le sue rivelazioni, ha aperto uno squarcio sull’articolato sistema di controlli della NSA, dopo essere arrivato domenica da Hong Kong si è praticamente eclissato.
Nessuno sa dove sia finito.
Il posto riservatogli sull’aereo con destinazione Ecuador, paese dove lui ha chiesto asilo politico, è rimasto inutilizzato.
Gli americani si sono infuriati! Ce l’hanno con la Cina e con la Russia.
Avrebbero preteso che la polizia di Mosca arrestasse Snowden e glielo servisse in catene.
Mi domando se Barack Obama si stia rendendo conto della figuraccia mondiale che sta facendo, impegnato com’è nell’inseguire colui che ha rivelate le magagne del sistema di intelligence, e non occupandosi, invece, di perseguire coloro che le magagne le hanno commesse.
Eppure la NSA, stando a quando riferito da Snowden, non solo avrebbe violata la Costituzione americana, ma avrebbe contravvenuto a trattati internazionali sottoscritti sotto l’egida dell’ONU.
Ero convinto che solo in Italia fosse di moda dare addosso a chi scova il reato e lo punisce, e non perseguire chi commette il reato.
Evidentemente mi sbagliavo!
Mentre il mistero della scomparsa di Snowden rimaneva irrisolto, in Sicilia si aprivano le urne dei ballottaggi per aggiudicare le ultime poltrone di sindaco.
A Ragusa sarà sindaco un esponente del M5S, finalmente una boccata d’ossigeno per Beppe Grillo, afflitto da mille crucci.
A Siracusa ha vinto il candidato del centrosinistra, mentre a Messina, a sorpresa, è stato eletto sindaco un indipendente, fondatore e leader del movimento “No al ponte” (il ponte è quello sognato da Berlusconi per essere glorificato dai posteri).
A lasciare perplessi, ancora una volta, è il livello di astensionismo.
Sembra proprio che gli elettori siano così disgustati dalla politica e dai suoi intrallazzi, da considerare una inutile perdita di tempo votare.
A Ragusa ha votato il 49,1% degli aventi diritto, a Siracusa il 35,0% ed a Messina il 45,8%! Numeri che si commentano da soli.
Mentre nei seggi elettorali si procedeva allo spoglio delle scarse schede, davanti al Tribunale di Milano bivaccavano da ore, invece, frotte di giornalisti e televisioni da tutto il mondo, in attesa che il Collegio Giudicante emettesse la sentenza del cosiddetto “processo Ruby”.
Nel giro di pochi minuti la sentenza ha fatto il giro del mondo mentre, in borsa, il titolo Mediaset era sospeso per eccesso di ribasso.
Com’era scontato non si sono fatte attendere le scomposte reazioni dei berluscones, scagliatisi con la consueta violenza contro i giudici.
Intanto, davanti al Tribunale, mentre uno sparuto gruppo di vecchie signore rivolgeva preghiere alla Madonna di Medjugorje, implorandola di proteggere Silvio, un altrettanto scarno capannello intonava l’inno di Mameli e Bella Ciao, intercalati da “hip-hip.urrà”!
A completare lo spettacolo mancava solo la pagliacciata finale, alla quale ha pensato Giuliano Ferrara invitando per oggi, ore 19 in Piazza Farnese, le “olgettine” per manifestare contro il “Tribunale speciale del comune sentimento del pudore”.
Ma allora è vero!
Anche Ferrara riconosce che Berlusconi, con i suoi comportamenti, ha offeso il comune senso del pudore … ed allora perché cavolo protesta insieme alle “olgettine”?
A completare la giornata, in tarda serata sono arrivate le dimissioni del ministro alle pari opportunità ed allo sport, Josefa Idem, presa con le dita in una marmellata confezionata con evasione dell’IMU.
Povero Enrico Letta, è iniziata per lui una settimana di passione.

lunedì 24 giugno 2013

Ambiguità di Giorgio Napolitano ed Emma Bonino

L’azione del Governo Letta sta dando prova, anche ai più distratti, di essere ostaggio degli umori di Berlusconi e dei suoi zerbini.
È bastato che la Consulta confermasse, con una sentenza, quanto era prevedibile anche dai più sprovveduti, perché il vice presidente del consiglio, Angelino Alfano, fosse richiamato all’ordine dal padrone del PdL e minacciasse la caduta del governo, di cui lui stesso fa parte, se non si metterà mano alla realizzazione del programma.
Ma di quale programma si sta parlando?
Di quello, sul quale Letta ha ottenuta la fiducia dal Parlamento, che poneva al primo posto “la questione lavoro” ed indicava, come priorità: riduzione delle tasse sul lavoro, incentivi per l’occupazione giovanile, politiche per la ripresa economica, pagamento alle imprese dei debiti della pubblica amministrazione, moralizzazione della vita pubblica e lotta alla corruzione, etc. etc.?
Oppure del programma elettorale del PdL che ha perse le elezioni? Un programma elettorale che ha sparate a vanvera promesse mistificatorie, non realizzabili perché prive di copertura adeguata?
L’ambiguità c’è ed è esistenziale, non per la durata del governo, che mi sembra un aspetto assolutamente marginale, ma per la vita degli italiani, in particolare dei milioni di disoccupati, precari, cassaintegrati, pensionati, che sono le autentiche vittime, prostrate da una crisi che sembra non aver fine.
Un’ambiguità, però, che non è di questi giorni, ma è nata congiuntamente al “governo delle larghe intese”.
È possibile che Giorgio Napolitano, una persona di provata esperienza politica, sia caduto, in buona fede, nella trappola tesagli da Berlusconi?
È possibile che il Capo dello Stato non sia stato sfiorato, neppure per un attimo, dal dubbio che il Cavaliere, uscito sconfitto dalle urne, cercasse solo di mettere le mani sulla formazione di un governo per condizionarne l’azione a suo personale vantaggio?
È possibile che Giorgio Napolitano non abbia previsti i guai che, al “governo delle larghe intese”, avrebbero create le pendenze giudiziarie di Berlusconi?
È possibile che il Presidente della Repubblica sia stato così ingenuo da prestar fede alle parole ipocrite di Berlusconi, che si diceva pronto a sostenere il “governo delle larghe intese” solo per il bene del Paese?
Ebbene no, non è credibile!
Sono domande alle quali qualunque persona di buon senso non potrebbe che rispondere con una sfilza di no!
La conseguenza è che, dopo due mesi dall’insediamento del governo, gli italiani, quelli che soffrono, non hanno ancora visto neppure un accenno, neppure una traccia delle priorità d’intervento per le quali Enrico Letta si era impegnato nel suo discorso programmatico.
La stessa scala delle priorità è diventata una scala mobile … in base agli umori di giornata del PdL.
Così, in concreto gli italiani non intravedono ancora nessuna possibilità di miglioramento, ma solo annunci, rinvii e speranze.
Mentre Berlusconi si è portato a casa perlomeno il rinvio dell’acconto IMU sul quale, con furbizia, ha ricamato il panegirico del suo successo.
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L’ambiguità, però, non è una prerogativa esclusiva della politica italiana.
Da quasi un mese, ormai, in Turchia il primo ministro Recep Tayyp Erdogan avversa con durezza le manifestazioni di milioni di giovani turchi, scesi in piazza in tutte le città del paese con propositi non violenti, come riferiscono osservatori internazionali.
Le squadre antisommossa, invece, fanno un uso sproporzionato della forza, sparando lacrimogeni ad altezza uomo ed impiegando idranti “arricchiti” di sostanze urticanti.
Il bilancio, ad oggi, è di 6 morti, oltre 4000 feriti, 900 persone fermate tra cui medici ed avvocati che assistevano i manifestanti.
Comportamenti antidemocratici ed al limite della legalità, ma …
Ma la Turchia è membro della NATO ed è aspirante membro dell’UE, per cui la comunità internazionale fa mostra di molta esitazione nel condannare il signor Erdogan, il quale ne approfitta e, di fronte ad un’impacciata censura del Parlamento di Strasburgo ha dichiarato: “Non riconosco il parlamento dell’Unione Europea”.
Per essere il Primo Ministro di un Paese candidato a far parte dell'UE ... una dichiarazione da incorniciare!
L’ambiguità della comunità internazionale si ritrova però anche nelle parole del nostro ministro degli esteri, Emma Bonino che, intervenendo alla Camera, dopo aver scoperto, con un lampo di genio, che “piazza Taksim non è piazza Tahrir, ed i turchi non sono arabi”, si è guardata bene da pronunciare anche una sola parola di condanna delle violenze di Erdogan, mentre se l’è presa con Bruxelles per aver rinviata l’ammissione della Turchia all’UE.
Sta a vedere che l’acuta Emma Bonino è convinta che, se la Turchia fosse già membro dell’UE, il signor Erdogan, invece di lacrimogeni e getti urticanti, contro i chapulling farebbe sparare cioccolatini e caramelle!

sabato 22 giugno 2013

Okkio a … Silvio bifronte


È da troppi giorni che, da Berlusconi, giungono parole rassicuranti sulla durata del Governo Letta.
Anche giovedì, nonostante la sentenza della Consulta, Berlusconi non ha rilasciate dichiarazioni di guerra, almeno in pubblico.
Nemmeno una sortita contro i magistrati comunisti della Corte Costituzionale, neppure l’usuale piagnucolamento sull’intento persecutorio messo in atto dal partito delle toghe rosse.
Accipicchia, si potrebbe essere portati a pensare, vuoi vedere che il signore di Arcore è stato accompagnato sulla strada del ravvedimento dal nuovo autorevole avvocato, che ha arruolato nel suo collegio difensivo, Franco Coppi, giurista insigne già difensore di Giulio Andreotti?
L’abbaglio, però, dura un battere di ciglia … niente di tutto ciò!
Berlusconi, semplicemente, ha deciso di camuffarsi con le parvenze del politico sensato per turlupinare quella mandria di grulli che pende dalle sue labbra, ma ha ordinato, ai suoi molti lacchè, di fare ciò che a lui, in questo momento, non conviene fare.
Così, per l’attacco mediatico ha messi subito in moto sia la stampa di famiglia, da “Libero” a “Il Giornale”, sia le televisioni della casa.
L’ordine impartito ai vari Belpietro & Co. è stato, da un lato di bollare come politica e pazzesca la sentenza della Consulta, e dall’altro di demolire e ridicolizzare le accuse evidenziate dalla Boccassini nel “processo Ruby”.
L’Oscar della piaggeria è stato vinto da Rete 4 che ha mandato in onda, giovedì sera, la seconda puntata della soapinchiesta “La guerra dei vent’anni – Lo scontro finale”, realizzando un vistoso flop di ascolti con uno share del 3,82%.
Messa a punto l’offensiva dei media, Berlusconi ha imposto agli zerbini politici di dare in escandescenze con dichiarazioni al fulmicotone, facendo man bassa del trito e ritrito repertorio di menzogne, calunnie, spudoratezze, che tutti i berluscones DOC hanno appuntate sul loro breviario.
C’è stato addirittura chi, Maurizio Gasparri, si è spinto oltre minacciando le dimissioni in massa di tutti i parlamentari PdL, raccattando però pernacchie da molti colleghi di partito.
Servendosi, invece, delle sue amazzoni Berlusconi ha voluto, per bocca di Michaela Biancofiore, provocare la Magistratura italiana, ipotizzando il ricorso alla Corte Europea dei diritti e, con la voce stridula di Daniela Santanchè, avvertire Enrico Letta che se non ottempererà ai suoi ordini per IMU ed IVA, il PdL staccherà la spina al governo.
Il lavoro più difficile, comunque, Berlusconi lo ha affidato al gatto ed alla volpe, Ghedini e Longo.
Difatti, in lotta contro il tempo, i due azzeccagarbugli dovranno inventarsi espedienti, ovviamente ad personam, che neutralizzino gli effetti della possibile conferma, da parte della Cassazione, della sentenza di appello del “processo Mediaset”.
I tempi sono ristretti ed i prevedibili ostacoli molti.
Il gatto e l volpe si sono messi subito al lavoro perseguendo due obiettivi.
Innanzitutto, per evitare a Berlusconi l’interdizione dai pubblici uffici, stanno pensando ad un emendamento che modifichi l’art. 29 del codice penale, per fare in modo che questa pena accessoria sia adottabile “per condanne all’ergastolo e per condanne alla reclusione per un tempo non inferiore ai dieci anni”.
Siccome la sentenza d’appello del “processo Mediaset” prevede la condanna a quattro anni, con questo artificio a Berlusconi non si applicherebbe la pena accessoria della interdizione dai pubblici uffici.
Ma Berlusconi ha anche messi alla frusta il gatto e la volpe perché lui non intende essere ospite delle patrie galere.
Ed ecco la pensata: dal momento che la legge prevede la concessione degli arresti domiciliari a soggetti condannati ad una pena detentiva non superiore a quattro anni, perché non estendere questo beneficio a soggetti con pene non superiori a dieci anni?
Così Berlusconi sarebbe al riparo anche qualora alla condanna a quattro anni del “processo Mediaset” si cumulasse l’eventuale condanna a sei anni per il “processo Ruby”!
Ghedini e Longo, che menti diaboliche!
Per Berlusconi, purtroppo, entrambi questi stratagemmi, ad personam, dovrebbero passare sotto le forche caudine del Parlamento e non è detto che PD e M5S possano essere d'accordo, a meno che …

venerdì 21 giugno 2013

Che vergogna la legge … se è uguale per tutti

Distorsione della realtà, corruzione, inquinamento delle prove, false testimonianze, garanzia d’immunità, falso in bilancio, evasione fiscale, queste ed altre sciocchezzuole della stessa natura, contrassegnano da sempre cultura e comportamenti dei berluscones di prima e seconda generazione.
Una conferma si è avuta anche ieri, ascoltando i commenti, di molti esponenti del PdL, sulla sentenza con cui la Consulta ha respinto il ricorso, dei legali di Berlusconi, contro la decisione del Tribunale di Milano di non ritenere ammissibile una e soltanto una, delle molte richieste di legittimo impedimento avanzate nel corso del “processo Mediaset”.
Perché mai lo stesso Tribunale, che di legittimi impedimenti ne aveva già accolti a iosa, respinse proprio quella richiesta?
Semplicemente perché, in quell’unico caso, la data dell’udienza era stata concordata, da tempo, con i legali di Berlusconi che, invece, si presentarono in aula e, nel corso dell’udienza, avanzarono la richiesta di legittimo impedimento.
Fu una provocazione? … vollero burlarsi della Corte? … lo fecero per procrastinare i tempi del processo?
Fatto sta che, bollando la decisione della Consulta come “sentenza sconcertante”, “sentenza vergognosa”, “accanimento giudiziario”, “sentenza politicizzata”, gli esponenti del PdL hanno data ulteriore prova non solo della altezzosità che hanno nei confronti della Magistratura e delle sue decisioni, ma anche di quale sia il loro disprezzo per le leggi e la giustizia.
Se è vero, poi, che uno dei più agguerriti peones berlusconiani abbia posta la domanda: “ma se non possiamo condizionare neppure le sentenze che ci stiamo a fare in questo governo?”, si comprende quale sia la volontà di spadroneggiare su leggi, processi e gestione della giustizia.
Volontà di prevaricazione, ad esempio, che è stata riconosciuta con le condanne definitive inflitte agli avvocati, di Berlusconi e Fininvest, Previti, Pacifico ed Acampora, riconosciuti colpevoli di aver corrotto il giudice Metta per ottenere una sentenza favorevole nel corso del processo per il cosiddetto “lodo Mondadori”.
In quel processo, anche Berlusconi era imputato per corruzione semplice ma, grazie all’applicazione delle attenuanti generiche ed al fatto che il reato fosse avvenuto nel 1991, ha potuto godere della prescrizione.
Ohibò! … ma era il 1991, cioè ben tre anni prima della sua discesa in campo!
Allora il “vizietto” di commettere reati, o di farli commettere da altri, Berlusconi lo praticava già prima di entrare in politica; quindi, è una distorsione della realtà accusare la Magistratura di essere politicizzata o di accanimento persecutorio solo perché processa gli scheletri negli armadi di Arcore, di ieri e di oggi.
Ma Berlusconi, appoggiato dai suoi zerbini, è così impudente da pretendere per sé l’immunità “in omnia et erga omnes”.
È quanto evidenzierebbero le voci che parlano di forte risentimento e molta irritazione nei confronti del Presidente della Repubblica, esplosi nelle ultime ore tra le mura di Palazzo Grazioli.
Secondo i berlusconiani, infatti, Giorgio Napolitano avrebbe dovuto assicurare a Berlusconi il “salvacondotto giudiziario”, anche facendo pressioni sulla Consulta perché non emettesse una sentenza contraria a Berlusconi!
Pretesa inquietante e degna di una repubblica delle banane!
Così come sconcertante è anche l’opinione manifestata dagli avvocati Ghedini e Longo, secondo i quali: “il verdetto della Consulta ha un effetto psicologico su tutte le toghe all’opera per distruggere il Cavaliere”.
Il riferimento, ovvio, è ai processi che vedono imputato Berlusconi per concussione e prostituzione minorile (processo Ruby) e per la compravendita di senatori (processo De Gregorio).
Maremma maiala … ma se i reati di cui è imputato li avesse commessi, perché mai Berlusconi non dovrebbe essere giudicato e condannato come un qualsiasi cittadino?
E, se non li avesse commessi, perché Berlusconi non se la dovrebbe prendere con i due principi del foro, profumatamente remunerati ma incapaci di dimostrare la sua innocenza?
Questi due eminenti avvocati, anche parlamentari del PdL, vorrebbero, invece, che i magistrati facessero finta di nulla e chiudessero tutti e due gli occhi solo perché l’imputato si chiama Berlusconi e non signor Verdi o signor Rossi!
Una gestione della giustizia ad personam, leggi ad personam, e giustizia cieca: questa è la cultura da repubblica delle banane dei berluscones!

giovedì 20 giugno 2013

Ma … “uno vale uno” o ... “UNO vale tutti”?

Fino a ieri mi era oscuro il vero significato dello slogan grillino “uno vale uno”!
Per settimane mi ero arrovellato il cervello con la domanda: cosa vorrà mai dire “uno vale uno”?
D’altra parte, con il passare dei giorni a far crescere le perplessità aveva contribuito il constatare che ogni parlamentare del M5S (= 163 – 2 – 1 – 1 – x) non valesse affatto “uno” perché, o faceva e diceva quello che Beppe Grillo dettava, oppure veniva sottoposto a processo per blasfemia con conseguente espulsione.
Ieri mattina, però, nell’attesa che la Consulta decidesse sul legittimo impedimento non concesso a Berlusconi, finalmente sono stato folgorato da queste parole di Maurizio Gasparri: “Qualora ci fosse un epilogo negativo e, per noi, d’inaccettabile valore politico, avremmo tutto il diritto di assumere iniziative come, in ipotesi, le dimissioni di tutti i parlamentari del Popolo della Libertà”!
Ecco svelato l’arcano!
L’eventuale “interdizione dai pubblici uffici”, comminata a Berlusconi, nell'ipotesi gasparriana si estenderebbe, di fatto ma non di diritto, a tutti i parlamentari del PdL.
Quindi ho dedotto che: a noi, comuni mortali, si applica il principio del “uno vale uno” ma, per i semidio, Grillo e Berlusconi, il dogma è “UNO (ovviamente tutto maiuscolo) vale tutti”!
Poiché, però, Gasparri gode di scarso credito nello stesso PdL, non avrà molti seguaci.
Resta il fatto, nondimeno, che sono parole sintomatiche di come sia vivo, nel PdL così come nel M5S, il “culto della personalità” di staliniana memoria.
Trovo divertente, in ogni caso, la possibilità di mutuare l’idea di Gasparri anche in altri settori del quotidiano come, ad esempio, in un campo di calcio, dove il cartellino rosso mostrato dall’arbitro, per un fallo, al capitano di una squadra possa essere vissuto dagli altri 10 giocatori come una occasione per auto espellersi e guadagnare gli spogliatoi.
Che show sarebbe!!!
Anche se le dimissioni in blocco di tutti i parlamentari del PdL produrrebbero più sollievo al Paese che non l’auto espulsione di una squadra di calcio.
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Lo psicodramma dell’espulsione, dal M5S, della senatrice Adele Gambaro si è concluso.
Nel pomeriggio di ieri, il blog di Grillo ha confermata la ratifica dell’espulsione da parte di un irrisorio numero di appartenenti alla decantata armata di militanti grillini internauti .
Difatti, dei 48.292 aventi diritto, hanno espresso il loro voto soltanto 19.790, vale a dire il 40,9%.
Beh … immagino che, prima o poi, Casaleggio e Grillo una qualche riflessione la dovranno pur fare sul significato di un astensionismo del 60%, e proprio da parte di coloro che sono considerati gli attivisti del movimento.
Se poi, si tiene conto che, a favore dell’espulsione, si sono dichiarati in 13.029, cioè il 26,9% dei militanti si ha la riprova che Grillo ed i suoi sodali continuino ad aggrapparsi ad una vera bolla di sapone bucata, il web.
Non solo, ma senza voler girare il coltello nella ferita, tuttavia non si può fare a meno di osservare che la rappresentatività di questi attivisti sia, in sostanza, qualcosa d’insignificante se la correliamo al totale di quanti, illudendosi di poter contare sul M5S per il rinnovamento del Paese, lo hanno votato alle politiche di febbraio.
Grillo, Casaleggio ed il M5S, infatti, insistono nel loro percorso involutivo, appagandosi di una autoreferenzialità che finirà per condurre il movimento al dissolvimento.
Quando questo avverrà non è facile prevederlo.
Di sicuro, invece, a rimanere con le pive nel sacco sarà chi ha creduto in Grillo e nel M5S.
Mentre, ad uscirne compiaciuti per l’arricchimento dei loro portafogli, saranno Grillo e Casaleggio che, fin dal primo momento, avevano capito come fare del grillismo un business di successo … per loro.

martedì 18 giugno 2013

Berlusconi e Bossi … compagni di merende alla ribalta

Riflettendo su ciò che è successo nella giornata di ieri, riesco solo a paragonarla ad un frullatore nel quale, ora dopo ora, sono stati introdotti ingredienti così dissimili che, mescolati insieme,  ci hanno servito il frappé “gran confusione”, non adatto ai palati dei soggetti irritabili.
Nell’Irlanda del Nord si è aperto il G8, con il rilassante spettacolo di prati verdissimi a perdita d’occhio, e con il debutto di Enrico Letta al suo primo confronto con i leader mondiali.
Decollato da Roma, con il conforto dei lusinghieri giudizi espressi da Berlusconi sull’attività del governo, Letta non ha fatto neppure in tempo a scendere la scaletta dell’aereo che dallo stesso Berlusconi gli era già arrivato un siluro destabilizzante.
Il presidente del PdL, ancora una volta, non ha controllate le sue turbe senili ed ha sparate affermazioni che hanno destata inquietudine non solo a Letta ed al mondo politico italiano, ma anche ai vertici europei ed ai partecipanti al G8.
Con atteggiamenti da autentico baüscia (in dialetto milanese significa sbruffone, spaccone, smargiasso) Berlusconi ha chiesto a Letta ed al governo di infischiarsene degli impegni presi con l’Europa e di sfondare il tetto del 3% del rapporto “deficit/PIL”, per dare seguito alla millanteria della cancellazione IMU, che lui si era giocata in campagna elettorale per turlupinare i soliti gonzi, e per sospendere l’aumento dell’aliquote IVA.
Ora, che Berlusconi non sappia cosa sia il rispetto delle regole, delle leggi e dei patti, non è certo una novità che scopriamo oggi, come ci ricorda, ad esempio, la procedura d’infrazione per deficit eccessivo, del 2009, i cui effetti gli italiani hanno dovuto cancellare con i loro sacrifici.
Quello, però, che fa scompisciare dalle risa sono i suggerimenti che Berlusconi ha la spocchia di dare a Letta per farsi valere a Bruxelles.
Suggerimenti esternati proprio da chi a Bruxelles, contando come il due di picche a briscola, ha sempre detto di sì a tutto quello che l’UE gli imponeva, tornando a casa con la coda tra le gambe.
È comprensibile che alla sua età anche la memoria faccia cilecca, ma perdinci, sarebbe sufficiente che Berlusconi rileggesse la lettera BCE dell’agosto 2011, per rendersi conto di essere il meno adatto per fare il baüscia e dire a Letta cosa fare e cosa dire.
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In Lombardia, intanto, la Lega Nord è sempre più dilaniata dai contrasti intestini tra i bossiani superstiti e la maggioranza maroniana.
La situazione è oramai kafkiana.
Bossi trascorre le giornate nel suo ufficio, in via Bellerio, ignorato ed evitato da tutti.
Domenica, all’Assemblea degli eletti leghisti, a porte chiuse, Bossi non era presente e molte voci si sono levate per chiederne l’espulsione dalla Lega, voci alle quali si è opposto il solo Reguzzoni, fedelissimo bossiano, che ha chiesto rispetto per Bossi, come persona e come fondatore e leader storico del movimento leghista.
Intanto, però, tra due settimane, davanti al Tribunale Civile di Milano sarà discusso il ricorso di alcuni fedelissimi bossiani che chiedono l’espulsione dalla Lega proprio di Maroni, colpevole di aver violato una norma dello Statuto per non aver intestato al Carroccio il gruppo consiliare in Lombardia.
Si avvicina una scissione nella Lega Nord?
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Venticello di possibile scissione spira anche dalle parti del M5S, i cui “cittadini onorevoli” hanno dedicato l’intero pomeriggio di ieri a processare la senatrice Adele Gambaro che aveva osato individuare, nel linguaggio di Beppe Grillo, una delle cause del flop subito dal M5S alle recenti amministrative.
Il grottesco processo per blasfemia, protrattosi per ore e senza streaming (ma che fine ha fatto la decantata trasparenza del M5S?) si è concluso, in tarda serata con la decisione di espellere la senatrice Gambaro dal movimento.
Contro questa decisione hanno votato 42 “cittadini onorevoli” mentre 6 si sono astenuti.
Dal momento che i voti favorevoli all’espulsione sono stati 79, si può concludere che i non allineati al diktat di Beppe Grillo, che aveva chiesta la testa della blasfema, ha raggiunto il 38%!
Ora che lo psicodramma è andato in scena, ed in attesa del parere del Web, cosa accadrà, da oggi, all’interno dei gruppi parlamentari del M5S?
Come reagiranno Grillo e Casaleggio nei confronti dei non allineati?
Scissione si o scissione no? Quali le quote dei bookmaker?