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giovedì 25 settembre 2014

Petalo dopo petalo la “tresca del Nazareno”

Capita agli italiani di dover sfogliare, petalo dopo petalo, una misteriosa margherita che sveli loro gli esecrabili patti segreti stretti tra Renzi e Berlusconi, il 18 gennaio, con la “tresca del Nazareno”.
Altro che solo nuova legge elettorale e riforma del Senato, come ha sempre cercato di darcela a bere quel ballista di Matteo Renzi.
Già il primo petalo ha svelato agli italiani la premura con cui Renzi si è affrettato a piazzare al Ministero dello Sviluppo una berlusconiana DOC (NdR: Federica Guida) perché tutelasse gli interessi di Mediaset.
Mentre un secondo petalo ha rivelata la nomina a sottosegretario alla giustizia di un altro fedele berlusconiano (NdR: Enrico Costa) autore, nel 2011, di un emendamento teso a vietare la pubblicazione delle intercettazioni.
Potrei continuare a citare i petali già sfogliati di questa sgradevole margherita, sennonché oggi è comparso un petalo veramente irritante.
Un petalo che rivela l’annacquamento, nel disegno di legge anti-corruzione, delle norme relative all’auto-riciclaggio.
Ohibò, guarda caso !
L’auto-riciclaggio è uno degli argomenti più indigesti a Berlusconi ed ai suoi molti lacchè e riguarda il possesso e l’uso di beni provenienti da attività illecite o criminose.
Nel suo disegno di legge il ministro Andrea Orlando si era impegnato a colpire un reato sempre sfuggito alla giustizia proprio per una carenza legislativa, e nel testo da lui predisposto sembrava esserci finalmente riuscito.
Orlando, però, non solo aveva fatti i conti senza l’oste di Arcore ed i suoi serventi, ma non aveva neppure tenuto conto dei vincoli posti dalla “tresca del Nazareno”.
Così il disegno di legge, concluso il suo gironzolare di molte settimane tra Palazzo Chigi, incontri renzusconiani a quattrocchi, e sottosegretari, è ritornato ben annacquato sulla scrivania del ministro.
Di fatto, cioè, è stato sufficiente che mani occulte inserissero nel testo originale una piccola modifica per vincolare la magistratura a perseguire per il reato di auto-riciclaggio solo colui che disponga ed utilizzi “… beni od altre utilità provenienti dalla commissione di delitti colposi puniti con la reclusione non inferiore al massimo di 5 anni”.
In parole povere ciò significa che la magistratura non potrà perseguire per il reato di auto-riciclaggio colui che disponga ed utilizzi “beni ed altre proprietà” ottenuti con il riciclaggio, la truffa, l’appropriazione indebita, l’infedele o omessa dichiarazione di redditi, etc., tutti reati per i quali, cioè, è prevista una pena massima di tre anni.
Ma non basta ancora, perché poche righe dopo le solite mani occulte hanno aggiunto che comunque “l’autore del reato non è punibile quando il denaro o i beni vengono destinati all’utilizzazione ed al godimento personale”.
Se non fosse la manifestazione di un ennesimo spudorato sbeffeggiamento dei cittadini ci sarebbe da scompisciarsi dalle risa.
Purtroppo, invece, anche questo caso conferma che per gli italiani onesti, e sono la maggioranza, la beffa continua.
Dopo tanto blaterare, ad esempio, sulla lotta agli evasori fiscali ecco che si fa strada una norma per metterli al riparo dalla giustizia.
Non so se dopo essere stato bloccato per molte settimane il disegno di legge anticorruzione arriverà mai in Parlamento per la sua approvazione o, per accontentare il pregiudicato, ritornerà ignorato in qualche cassetto.
Di certo so che ad essere “cornuti e mazziati” da questa classe politica sono sempre e solo gli italiani onesti e, proprio per questo più deboli ed indifesi.

mercoledì 24 settembre 2014

L’informazione che … disinforma

Venerdì scorso tutti i mezzi di informazione, giornali, radio e TV, hanno dato grande risalto alle parole dell’avvocato Piero Longo che dava notizia della ammissibilità, da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, del ricorso per violazione delle regole del giusto processo, presentato dai legali di Berlusconi contro la sentenza definitiva per frode fiscale nel processo Mediaset.
Tanto è bastato perché i berluscones di ogni rango si scatenassero in capriole di gioia e, trascinati dall’euforia, azzardassero perfino che, prima di Natale, Berlusconi sarebbe stato reintegrato nel suo seggio di senatore.
Renato Brunetta, parlando a vanvera come al solito, nel suo giornaletto “Il Mattinale”, giungeva addirittura a sostenere che la CEDU avesse riconosciuta la ammissibilità anche del ricorso sulla retroattività della legge Severino.
Berlusconi stesso, partecipando a Sirmione ad un incontro con giovani forzisti, dopo averli esortati a beatificarlo perché “martire” della magistratura si era rallegrato del successo ottenuto dai suoi avvocati, a Strasburgo, con l’ammissibilità del ricorso.
Oggi, quindi, mi sembrerebbe di sparare sulla Croce Rossa se riportassi, anche solo in parte, le entusiastiche dichiarazioni rilasciate nel weekend da molti notabili di Forza Italia, con in testa il cosiddetto consigliere politico Giovanni Toti.
Infatti, la bolla di esuberanza forzista è durata poco più di quarantotto ore, cioè il tempo necessario perché l’ufficio stampa della CEDU sconfessasse, con una nota ufficiale, l’avvocato Longo e sgonfiasse gli entusiasmi forzisti.
La nota precisava, infatti, che si era semplicemente provveduto alla registrazione del ricorso, e di uno solo, sulla cui ammissibilità la CEDU non si è ancora espressa.
Il fatto è che a confermare anche in questa circostanza la loro abituale piaggeria sono stati pressoché tutti i mezzi di informazione.
Difatti, dopo aver fatto a gara per essere i più solerti nel mettere in prima pagina o nel riportare in TV le parole dell’avvocato Longo, scatenando l’entusiasmo dei berluscones, si sono guardati bene dal diffondere con altrettanto scrupolo e sollecitudine la notizia della nota ufficiale diramata dall’ufficio stampa della CEDU.
Ora, che abbiano fatto finta di nulla le TV e gli imbrattafogli dei quotidiani consacrati al berlusconismo (NdR: “Libero” ed “Il Giornale”) potrebbe essere tollerabile anche se non giustificabile sotto il profilo del dovere di informazione.
Ma non è assolutamente tollerabile che siano venuti meno al loro dovere molti altri mezzi di informazione che, a distanza di oltre ventiquattro ore, ancora non hanno sentito il bisogno di ristabilire la verità, rettificando una notizia da loro stessi diffusa con tanto risalto.
Non possiamo, perciò, né scandalizzarci né imprecare se nella classifica mondiale della libertà di cui godono giornalisti e mezzi di informazione, l’agenzia Report senza Frontiere colloca l’Italia solo al 61mo posto !

martedì 23 settembre 2014

Andare oltre il … PD e FI

Prima di salire sulla scaletta dell’aereo che lo porterà negli USA per un’altra delle sue campagne promozionali auto celebrative, Matteo Renzi ha voluto soffiare ancora una volta sul fuoco dei contrasti con una parte del PD e con il sindacato.
Sono convinto che, in realtà, l’art. 18 sia solo un pretesto di cui Renzi si serva per muovere i primi passi nel solco della sua progettualità politica che mira a superare l’ossimoro sinistra – destra, Partito Democratico – Forza Italia.
Ciò non significa che lo Statuto dei Lavoratori, ed in particolare l’articolo 18, non siano reperti archeologici da riporre nella teca di un museo, a ricordo del calabraghismo dei vertici confindustriali, degli anni ’60, e della miopia politica e sindacale dell’epoca.
Basta scorrere i dati della disoccupazione in continuo aumento, del numero di soggetti da anni in cassa integrazione (NdR: cosiddetta “cassa integrazione a perdere”), della diffusione del precariato, per comprendere che, di fatto, l’art. 18 è ridotto a sbiadito spauracchio per le imprese ed a totem ideologico per sindacalisti e sinistroidi irriducibili.
Peraltro, l’art. 18, non applicabile né alle aziende con meno di 15 dipendenti, né alle botteghe artigiane, né ai Co.Co.Co., né ai Co.Co.Pro, né ai lavoratori con partita IVA, conferma la già citata miopia politica e sindacale dei suoi padri, e comprova la sua asimmetria con un aggregato occupazionale fortemente cambiato negli ultimi quaranta anni, nel quale proprio le imprese a più elevato tasso di occupazione sono ridimensionate anche per effetto delle delocalizzazioni.
Renzi, quindi, si serve del “job act” e dell’art. 18 unicamente come un grimaldello, per scardinare un sistema politico che vive da sempre sulla contrapposizione tra sinistra e destra, per realizzare il suo vero obiettivo, un modello di “partito personale” che appaghi il suo “ego”.
Come non leggere, in queste parole di Renzi, riferite ai risultati delle recenti elezioni europee, una spia del suo autentico modo di vivere la politica: “Io ho presi questi voti (NdR: il 40,8%) per cambiare l’Italia davvero”, ed ancora: “Non ho preso il 41% per lasciare il futuro del Paese a Mineo (NdR: Corradino Mineo, senatore PD, rimosso dalla Commissione Affari Costituzionali perché contrario alla riforma del Senato voluta da Renzi) ?
Nella sua sconfinata iattanza Renzi è convinto che il 40,8% degli elettori (NdR: il 40,8% dei soli votanti, pari al 58,69% degli aventi diritto) abbia votato non il PD ma Matteo Renzi.
Come se il PD non fosse esistito prima di lui, e come se il contributo, di tutti gli altri esponenti del partito, al risultato elettorale fosse stato inesistente.
Una spocchia così sconclusionata e ridicola da apparire infantile, pur se minacciosa per il futuro della nostra democrazia.
Siamo in presenza, quindi, di un disegno politico che legittima ipotesi imbarazzanti di futuri scenari.
D’altra parte, già oggi è evidente che il governo del Paese sia nelle mani di due co-presidenti del consiglio.
Per analogia possiamo immaginare Palazzo Chigi come la vettura di una autoscuola, a doppia guida, al volante della quale sia seduto un “apprendista premier” (Renzi) assistito, sul sedile accanto, da un istruttore, ex-premier e scafato maneggione (Berlusconi).
Come avviene all’autoscuola, è l’istruttore che sceglie la strada da percorrere, le manovre da eseguire, le marce da inserire, quando accelerare o frenare.
Ora, se questo è il percorso prescelto da Renzi, per realizzare il suo “partito personale”, o ha sottovalutati con troppa faciloneria i rischi che farà correre al Paese, oppure sta solo recitando un copione già scritto, fin da gennaio, dalla “tresca del Nazareno”.
Un copione che prevede, ad esempio, che Renzi insista nel trattare con strafottenza una parte del PD, partito di cui è segretario, per indurre molti parlamentari a votare contro il “job act”, e rendere così indispensabili, per la sua approvazione, i voti di FI.
E voilà, il gioco è fatto !
Come ha già annunciato nelle ultime ore Renato Brunetta, FI voterà il “job act”, ma se i voti di FI risulteranno determinanti, Renzi dovrà aprire immediatamente la crisi di governo.
C’è da scommettere che, a quel punto:
  • gli irriducibili del PD e CGIL, per reazione, potrebbero promuovere un referendum per l’abrogazione del “job act”;
  • dichiarandosi tradito da una parte del PD, Renzi avrebbe la scusa per chiamare a raccolta i renziani e dar vita al suo “partito personale”;
  • come previsto dalla “tresca del Nazareno” Renzi e Berlusconi si accorderebbero per formare un nuovo governo di larghe intese, di cui Renzi continuerebbe ad essere co-presidente del consiglio;
  • a Giorgio Napolitano potrebbero girare gli zebedei e dare finalmente le dimissioni;
  • a Capo dello Stato verrebbe eletto un candidato su misura per concedere la grazia a Berlusconi.

Aspettiamo qualche settimana per sapere se abbiamo vinta la scommessa ! 

venerdì 19 settembre 2014

Otto mesi che rivalutano il Governo Letta

Queste parole di Renzi : “su Consulta e CSM ha ragione il Colle. Troveremo una soluzione di alto profilo”, mi hanno fatto andare per traverso il primo caffè della mattinata.
Ma come, lui ed il pregiudicato, cioè i due co-presidenti del consiglio, sono stati così scriteriati ed irresponsabili da paralizzare i lavori parlamentari, per quindici giorni, pur sapendo di costringere senatori e deputati ad una inutile perdita di tempo nel votare candidati di basso profilo ?
Ma Renzi sa quello che dice ? Conosce il significato delle parole ? è cosciente nel dire baggianate ogni volta che apre bocca?
Anche il più ebete degli italioti, infatti, ascoltando le parole di Renzi capirebbe che se da oggi si cercherà una “soluzione di alto profilo”, significa che lui ed il suo compare, Berlusconi, erano consapevoli di aver proposti due candidati, Violante e Bruno, di così scarso valore da non poter essere votati dal Parlamento.
Complimenti !
A chi è tornata utile questa arguta pensata che ha fatto perdere tanto tempo al Parlamento ?
Di certo non agli italiani, alle prese con le quotidiane penose difficoltà, né al percorso per il superamento della crisi.
Da otto mesi il governo a doppia guida sta solo pestando acqua nel mortaio e perdendo tempo.
Se ricordo bene, proprio con il pretesto che il Paese aveva bisogno di un governo che procedesse velocemente a fare le cose, Renzi silurò Letta, dopo la “tresca del Nazareno”, e si insediò a Palazzo Chigi.
Per questo mi domando: dal momento che loro due hanno in mano le sorti del nostro tormentato Paese, perché per procedere celermente non hanno proposti subito al Parlamento due candidati di “alto profilo” ?
La prima risposta a caldo che mi viene in mente è: perché nelle file dei loro fedeli leccapiedi non ci sono, evidentemente, individui in grado di esprimere un “alto profilo”.
Oppure perché, ad esempio, persuasi che quelle due poltrone della Consulta fossero appannaggio esclusivo dei loro partiti, PD e FI, nei piani c’era l’intenzione di farle occupare da modesti peones, appunto Violante e Bruno, pronti ad eseguire senza fiatare le direttive che avrebbero impartite loro.
Od invece, perché non sopportando più Violante, nel PD, e Bruno, in FI, i due furbastri avevano pensato bene di sbolognarli alla Consulta.
Fatto sta che, siccome non tutte le ciambelle riescono con il buco, Renzi e Berlusconi, particolarmente vispi ed perspicaci, hanno avuto bisogno di ben tredici fumate nere prima di capire che i loro giochetti non erano riusciti.
Così, colti di sorpresa dalle tredici inutili votazioni, i due sagaci strateghi hanno deciso di prendersi ora una pausa di altri quattro giorni per tessere nuovi inciuci e tirare fuori dal cilindro due candidati, si spera questa volta di “alto profilo”, da proporre per il voto, martedì prossimo, a senatori e deputati.
Cosa potrà mai accadere in questi quattro giorni per uscire dallo stallo ?
Se fossero meno arroganti, spocchiosi e dispotici, Renzi e Berlusconi rinuncerebbero ad incaponirsi nel candidare esponenti dei loro partiti e volgerebbero la loro attenzione a personalità di “alto profilo”, fuori dagli schieramenti dei partiti ed indipendenti, sulle quali far convergere i voti sia della maggioranza che delle minoranze, come auspicato peraltro dal Capo dello Stato.
Sarebbe un segnale di rispetto anche nei confronti della Consulta e del suo essenziale ruolo di garanzia costituzionale.
Temo, purtroppo, che una scelta di buon senso politico non rientri però nelle corde dei due co-presidenti del consiglio, per cui ancora una volta finiranno per prevalere gli inciuci, i meschini interessi di bottega, le beghe interne dei partiti, ed alla Consulta saranno eletti due politicanti, parlamentari di PD e FI, in deferente osservanza della “tresca del Nazareno”.

giovedì 18 settembre 2014

Fumate nere a gogò ed il Paese sta a guardare

L’art. 135 comma 1, della Carta Costituzionale del 1948, a cui fu data attuazione cinque anni dopo con la legge costituzionale 1/1953, indica in 15 il numero dei giudici costituzionali e ne attribuisce il diritto di nomina per un terzo al Presidente della Repubblica, per un terzo al Parlamento e per un terzo alla suprema magistratura ordinaria ed amministrativa.
Il requisito fondamentale, richiesto per la elezione a giudice costituzionale, è quello di essere un tecnico del diritto con elevata preparazione, per cui la scelta non può che restringersi a magistrati, in servizio od a riposo, a professori universitari di diritto costituzionale e ad avvocati che vantino una esperienza professionale di almeno vent’anni.
Di certo né l’art. 135, né la legge 1/1953 prescrivono che i 5 giudici eleggibili dal Parlamento debbano essere scelti tra parlamentari o rappresentanti dei partiti politici.
Il perché è talmente semplice da apparire ovvio.
Infatti, il giudice costituzionale per essere eletto dal Parlamento, in seduta comune, deve ottenere il voto da due terzi dei componenti l’assemblea, o dai tre quinti dal quarto scrutinio.
Perciò è evidente che una così ampia convergenza la potrebbero ottenere solo candidati autorevoli, di comprovata preparazione ed esperienza, ma soprattutto indipendenti proprio per ottenere il gradimento sia della maggioranza che delle minoranze.
Purtroppo, però, a rendere ingarbugliata l’elezione dei giudici costituzionali da parte del Parlamento intervengono due tratti distintivi della cultura politica italiana.
Il primo è l’accaparramento, da parte dei partiti, di ogni poltrona disponibile e, perciò, figuriamoci di quelle di maggior prestigio.
Il secondo è il vezzo dei politici, non appena se ne presenta l’occasione, di ricorrere all’inciucio che fatalmente si traduce in “io do una cosa a te e tu dai una cosa a me”.
Per effetto di questo modus operandi della politica nostrana, mentre la crisi azzanna gli italiani, da oltre dieci giorni i lavori parlamentari sono paralizzati perché senatori e deputati non si mettono d’accordo sui nomi dei due candidati da eleggere a giudici costituzionali.
Siamo così arrivati oramai alla dodicesima fumata nera !
Dopo che Antonio Catricalà ha fatto saggiamente un passo indietro, sottraendosi a questa carnevalata, in campo sono rimasti Luciano Violante, deputato PD ed ex magistrato, e Donato Bruno, senatore FI ed avvocato.
Candidati scelti palesemente per la loro appartenenza ai partiti prima che per la loro fulgida competenza costituzionale.  
Fatto sta che ci sono volute ben dodici fumate nere prima che il Capo dello Stato si scuotesse e finalmente indirizzasse un tosto richiamo alle Camere invitando i parlamentari a smetterla con queste indecorose schermaglie di bottega.
Non appena diffuso il comunicato del Quirinale, a Palazzo Chigi si sono riuniti in tutta fretta i due co-presidenti del consiglio per valutare la situazione e decidere il da farsi per superare questo stallo che somiglia sempre più ad una farsa.
Siccome l’Italia è baciata dalla fortuna, il fato è stato così generoso da regalarci non uno bensì una accoppiata ben assortita di presidenti del consiglio, Renzi e Berlusconi, il primo con il ruolo del braccio ed il secondo con quello della mente.
Non c’è proprio nulla di cui sorprendersi, infatti giorno dopo giorno ci tocca assistere a vicende che sono solo consequenziali alla “tresca del Nazareno”.
Non resta che attendere, perciò, il tredicesimo voto per capire se il summit dei due co-presidenti sia servito a superare l’impasse e ad eleggere finalmente i due giudici della Corte Costituzionale, magari tirando fuori dal cilindro due nuovi candidati, ovviamente espressione di PD e FI, in sostituzione di Violante e Bruno.

martedì 16 settembre 2014

Renzi scusi, ma “c’è grasso che cola” alla Camera

Egregio signor Matteo Renzi,
nei giorni scorsi lei ha lasciato intendere, maliziosamente, che nella Pubblica Amministrazione ci sarebbe “grasso che cola”, suscitando un vespaio di polemiche tra coloro che si scontrano, ogni giorno,  con le inefficienze di molti uffici, pur ridondanti di organico, e coloro, invece, sindacati in primis, che hanno alzate ottuse barricate senza neppure entrare nel merito.    
In questi suoi primi mesi di governo, angoscianti per gli italiani, mi sono reso conto che al fare lei preferisca gli annunci e le battute ridanciane che conquistano quegli italioti che la acclamano.
Se fossi in lei sarei più cauto nel gonfiare il petto ed affermare “… non mollo, la gente fa il tifo per me”, perché la storia insegna che il popolo italico è molto volubile e con la stessa facilità con cui mette qualcuno sul piedistallo, in un batter di ciglia sa scaraventarlo nella polvere.
Comunque tornerei alla sua asserzione del “grasso che cola” per dirle che, secondo me, uno come lei che, almeno a parole, si è professato di volta in volta rottamatore, riformatore, rinnovatore, avrebbe già dovuto accorgersi che anche nel Parlamento italiano che c’è moltissimo “grasso che cola”.
Immagino che lei voglia ricordarmi di aver già riformato il Senato.
Ma è proprio a questo proposito che mi permetto farle osservare alcune cose.  
Innanzitutto, dato e non concesso che questa ridicola riforma superi le forche caudine bipartisan ed il referendum popolare, ad essere ottimisti permetterebbe di risparmiare, al massimo, qualche milione di euro.
Infatti, la struttura funzionale di Palazzo Madama rimarrebbe tale e quale, con costi immutati e faraonici per servizi di segreteria, amministrazione, assistenza legale, stampa, viaggi, vigilanza, bar, buvette, barberia, etc.
Ora, anche ammettendo che tra qualche anno possa non esistere più un Senato eletto dai cittadini, sopravvivrebbero le strutture funzionali di Palazzo Madama.
Mi piacerebbe sapere invece se lei intenda fare qualcosa per intaccare il “grasso che cola” alla Camera.
Lei mi sa spiegare perché mai lo Stato, con i soldi dei contribuenti, debba mantenere nello sfarzo 630 deputati quando, di fatto, sono i 5 o 6 capobastone delle segreterie di partito a decidere cosa i  loro 630 subalterni debbano dire e fare ?
Oltre a questa, però, ci sono altre domande alle quali fino ad oggi non ho trovata risposta.     
Ad esempio, perché in Italia per rappresentare 60 milioni di cittadini siamo costretti ad eleggere 630 deputati quando negli Stati Uniti sono sufficienti 435 parlamentari per rappresentare 306 milioni di cittadini, ed i quasi 47 milioni di spagnoli si accontentano di 350 deputati ?
Già solo in queste macroscopiche differenze, signor Renzi, è possibile che lei non veda tanto “grasso che cola” ?
Per carità, capisco che per tagliare una parte della casta occorrano gli attributi veri, mentre sia più facile dare addosso, in modo generico, alla Pubblica Amministrazione, ma lei proclama di essere un rinnovatore, quindi …
Però, a farmi ancora più incazzare è riscontrare che in questa legislatura ben 118 deputati, cioè il 19% di coloro che dovrebbero rappresentarci, ha fatto registrare un tasso di assenteismo superiore al 30% (NdR: fonte Openpolis), con punte di eccellenza del 80% e persino del 90%.
A dispetto di un così scandaloso assenteismo, questi 118 individui hanno puntualmente percepiti i loro lauti compensi.
Da comune uomo della strada non posso fare a meno di esprimerle due semplici considerazioni.
La prima, se la Camera ha potuto rispettare regolarmente la agenda dei suoi lavori, mi sembra palese che quei 118 deputati siano inutili e ridondanti, loro sì che sono “grasso che cola”.
La seconda, una qualsivoglia impresa, minata da un assenteismo di queste proporzioni, finirebbe inevitabilmente per dover portare i libri in tribunale.
E lei che fa, signor Renzi, sta a guardare compiaciuto, riducendosi a lanciare i suoi strali solo contro la Pubblica Amministrazione ?  
Cordialmente ! 

domenica 14 settembre 2014

“Se il popolo non ha più pane che mangi brioche!”


Sarei curioso di sapere come gli italiani giudicherebbero un padre di famiglia che, ignorando i lamenti dei suoi figli denutriti ed in preda ai morsi della fame, afferrasse una pennellessa e, fischiettando, si mettesse a tinteggiare le pareti del salotto.
è probabile che la maggior parte di noi si darebbe da fare per organizzare una petizione, denunziare alla autorità giudiziaria quel padre disgraziato, invocare l’intervento dell’assistenza sociale perché si prenda cura di quegli sventurati bambini.
Purtroppo, ciò che sta accadendo nel nostro Paese mi induce a pensare che la mia sia solo una supposizione gratuita ed infondata.
Infatti, ingannati da una giornalismo piaggino, accecati da venti anni di promesse mai mantenute, travolti dalla valanga di tweet propagandistici, gli italiani sembrano non rendersi conto che da sette mesi a Palazzo Chigi si è insediato un individuo che, per l'appunto, nei loro confronti si comporta esattamente come quel padre disgraziato con i suoi figli.
Un individuo che, per il suo agire, ricorda molto la insensatezza di Maria Antonietta che, a chi gli riferiva del popolo affamato per la mancanza di pane, rispose: "S'ils n'ont plus de pain, qu'ils mangent de la brioche !" (cioè: "se non hanno più pane che mangino brioche!").
Fattosi eleggere capo del Governo, con uno spregevole colpo di mano, da provetto millantatore Renzi ha ignorata la drammatica condizione in cui milioni di italiani sono precipitati a causa della crisi, per dedicarsi ad azioni di maquillage con legge elettorale e riforma del Senato.
Insomma, come direbbero a Napoli, si è preoccupato solo di fare nu poco e ammuina.
Così, mentre obbligava il Parlamento a pestare acqua nel mortaio, la situazione del Paese ha continuato ad aggravarsi, giorno dopo giorno, come hanno certificato puntualmente tutti gli indicatori economici.
Dopo sette mesi di Governo Renzi il rovinoso risultato è che il Paese è in recessione, il tasso di disoccupazione ha raggiunto a fine luglio il 12,6%, la contrazione dei consumi peggiora, ed a sconfessare il battage degli annunci renziani emerge che, dopo aver dilapidati mesi e mesi di lavori parlamentari, l'Italia non ha né una nuova legge elettorale, passata tra mille contrasti solo alla Camera, né una riforma del Senato che, dovrà affrontare ancora tre passaggi in aula tra Camera e Senato ed il probabile referendum popolare.
Insomma, dopo sette mesi gli italiani si ritrovano non solo sempre più con le pezze al culo, ma con la sorpresa che questi ulteriori sacrifici hanno prodotto un pugno di mosche.
Che Renzi sia un personaggio inconcludente, malato di "annuncite", se ne sono già accorti in Europa come ha fatto intendere chiaramente, pochi giorni fa il Presidente della Commissione Europea, José Manuel Barroso dichiarando: "L'Italia è in ritardo su quasi tutti gli indicatori: accesso ai finanziamenti, ricerca e sviluppo, innovazione ... Il punto è portare dei risultati. Sinora ho sentito solo dichiarazioni ed impegni".
Se dessimo credito ai sondaggisti sembrerebbe, invece, che ancora oggi il 50% degli italiani viva drogato ed inebetito degli annunci renziani.
Il rischio è che il Paese (NdR: cioè tutti noi !) possa andare incontro a tempi ancora più gravi e cupi se qualcuno, o qualcosa, non costringerà Renzi a lasciar perdere la nefanda tresca del Nazareno, ordita a gennaio con il Pregiudicato, e lo convinca a dedicarsi finalmente ai problemi reali degli italiani.
Forse sono un illuso, ma mi aspetterei, ad esempio, che Giorgio Napolitano si impegnasse per far capire a Renzi che di certo non è con la strafottenza, l'arroganza e gli sberleffi, rivolti ora a questo ora a quello, che potrà risolvere la crisi, risollevare il Paese dal baratro e ridare prestigio all'Italia.
Si rischia, tra l'altro, che la credibilità internazionale dell'Italia, già per troppo tempo messa alla berlina dagli show sconcertanti di Berlusconi, riceva il definitivo colpo mortale dagli atteggiamenti fanfaroni ed arroganti di Renzi. 

venerdì 12 settembre 2014

Sgradito a Renzi chi taglia sprechi e rami secchi

Oramai sarebbe confermato !
A fine ottobre Carlo Cottarelli, che il Governo Letta aveva nominato “commissario straordinario per la revisione della spesa pubblica” (NdR: per gli anglofili “spending review”) lascerà il suo incarico e se ne ritornerà al Fondo Monetario Internazionale, presso il quale lavora dal 1988.
Il solo fatto che fosse stato chiamato a ricoprire quel incarico da Enrico Letta, già lo aveva reso inviso a Matteo Renzi.
Cottarelli, però, da professionista corretto e responsabile, aveva proseguito con impegno il suo lavoro anche dopo che Letta era stato vilmente pugnalato alle spalle dal grullo fiorentino.
E mal gliene incolse perché il fanfarone Renzi delle proposte di Cottarelli non sapeva che farsene dal momento che, aldilà degli annunci, non era sua intenzione né eliminare gli sprechi né tagliare i rami secchi.
Infatti, il giorno in cui in una intervista Cottarelli dichiarò che stava lavorando ad un programma di possibili sforbiciate per 25 miliardi di euro, Renzi non nascose la sua irritazione e reagì con tweet e conferenza stampa asserendo che era compito della politica, e quindi suo, decidere se, cosa e dove tagliare.
La solita manfrina, perché è proprio la politica che gli sperperi li ha creati e continua a crearli nella ossessiva ricerca del consenso.
Tra le proposte di Cottarelli, ad esempio, ci sarebbe la riduzione delle aziende municipalizzate da 8.000 a 1.000, con un risparmio annuo valutato tra i 2 ed i 3 miliardi di euro.
Una proposta respinta perché sollevava il coperchio di un calderone nel quale da sempre tutta la classe politica ci sguazza.
Esistono, inoltre, anche altre migliaia di costosissimi enti inutili (NdR: nel 2009 l’allora ministro Calderoli li conteggiava in 34.000 !) che i partiti utilizzano sia per assicurare poltrone di presidente e consiglieri ai politici trombati, sia per elargire lauti stipendi e generosi contratti di consulenza ad amici ed amici degli amici.
È dal 1956 che il Parlamento continua ad emanare leggi “taglia enti”, tutte regolarmente disattese; leggi che, dal momento che esistono, il commissario straordinario per la revisione della spesa pubblica proporrebbe di applicare senza esitazione.
Una proposta semplice ed ovvia, però indigesta ai politici.
La destrezza dei nostri politici, infatti, non consiste solo nel tanto blaterare, ma anche nella abilità di sgattaiolare via non appena si presenti la possibilità di passare dalle parole ai fatti.
Anche Renzi, rinnovatore e riformista da cartoons, in questi primi sette mesi di governo ha dimostrato di essere molto abile solo con le chiacchiere.
Annunci ed ancora annunci, accompagnati da una infinita sequela di tweet e dall’eco di slogan pubblicitari degni della fiera degli “Oh bej ! Oh bej !”.
Come non ricordare, ad esempio, la sbruffonata renziana della messa in vendita, su eBay, di alcune decine di auto blu con percorrenze chilometriche da rottamazione ?
Dopo quella sceneggiata che cosa ha fatto Renzi per contrastare l’uso smodato di auto blu ? Assolutamente nulla !
Nei giorni scorsi per infiammare gli italioti plaudenti Renzi ha lanciato un nuovo assunto : “nella PA c’è grasso che cola”.
Fantastico, ho pensato, stai a vedere che questa volta Renzi ha accettate le proposte di Cottarelli e si darà da fare per tagliare inefficienze e sprechi.
Nemmeno per sogno, sono bastate poche ore per capire che si era trattato di un nuovo slogan !
Infatti, non contento di aver dissotterrato il pregiudicato, Renzi ha pensato bene di risuscitare anche i “tagli lineari”, di tremontiana memoria, ordinando ad ogni ministro di tagliare del 3% il proprio budget di spesa per il 2015.
Ora, anche il più sprovveduto di noi sa bene che nessun ministro sarebbe così stupido da suicidarsi, mettendosi contro le strutture del proprio ministero, segando gli uffici inutili, sforbiciando gli organici ridondanti, cancellando i contratti di consulenza degli amici e dei raccomandati, etc. etc..
Per cui, inevitabilmente, ogni ministero taglierà quelle spese che non incidano sul proprio orticello, cosicché a farne le spese sarà, come sempre, il livello dei servizi alla collettività.
Già si parla, ad esempio, di nuovi tagli sia alle prestazioni sanitarie che al presidio del territorio per il controllo e la sicurezza.
Se questo è ciò che Renzi intendeva nel proporsi come “rinnovatore della politica”, allora non solo ha problemi con la lingua inglese, ma dimostra anche e soprattutto una crassa ignoranza del vero significato di quei vocaboli italiani che lui usa a sproposito. 

giovedì 11 settembre 2014

C’era una volta la … FIAT

Il 1° agosto scorso a Torino si è conclusa un’era storica iniziata nel luglio del 1899.
A Torino, infatti, si è svolta l’ultima assemblea “italiana” degli azionisti FIAT.
In futuro gli azionisti, di quella che non sarà più FIAT ma FCA, terranno le loro assemblee ad Amsterdam, mentre i Consigli di Amministrazione saranno convocati a Londra.
Ho vissuti a Torino i miei primi 27 anni per cui riesco ad immaginare quale possa essere l’amaro in bocca di molti torinesi, soprattutto di quelli che erano orgogliosi di potersi qualificare con il classico: “io sono un dipendente” (NdR: sottintendendo della FIAT).
Già perché all’ombra della Mole, ai miei tempi, i torinesi si dividevano in “i dipendenti” e “gli altri”.
Quante volte noi, che appartenevamo alla categoria “gli altri”, ci siamo divertiti a schernire “i dipendenti” nostri amici perché ostentavano una fierezza a noi incomprensibile.
Ricordo che per prendere in giro un nostro amico, che ce la menava per la sua condizione di “dipendente”, mettemmo su un filmino parodistico in 8 mm che lo fece incazzare molto.       
Insomma, sembrava che, per loro, dichiararsi “dipendente” fosse un po’ come proclamare la propria appartenenza ad una casta o ad un ordine cavalleresco.
Dubito che oggi, alla luce delle vicende involutive vissute da quella che era la più importante industria italiana, possa essere ancora così forte l’orgoglio di essere un “dipendente”.
Credo, infatti, che il progressivo declino della FIAT, negli ultimi decenni, sia stato vissuto in modo traumatico non solo dai “dipendenti” ma da tutti i torinesi.
Aggiungerei, anzi, non solo dai torinesi vista la presenza, in Italia, di altri insediamenti industriali che, poco a poco, si sono visti portar via le linee di produzione da paesi disposti a concedere, alla FIAT, i loro cittadini lavoratori a salari e condizioni da saldi stagionali.
Perciò, se ancora vogliono inorgoglirsi, ai “dipendenti” oggi non resta che aggrapparsi ai ricordi di ciò che, per quasi un secolo, è stata la FIAT per Torino e per l’Italia.
Ad esempio, potrebbero ripensare con orgoglio all’impegno della FIAT, durante la seconda guerra mondiale, per sostenere ed assistere i suoi impiegati ed operai e le loro famiglie.
All’inizio degli anni ’40 la quasi totalità degli abitanti di Torino sfollò nei comuni della cintura torinese per sfuggire agli incessanti bombardamenti.
Erano gli anni in cui il Governo ad ogni cittadino assegnava una “tessera annonaria individuale” indispensabile per procurarsi le razioni di pasta, pane, carne, olio, caffè, zucchero.
Ai bambini, e solo a loro, erano concesse anche razioni di latte e burro, mentre per i neonati c’era il latte in polvere artificiale.
Senza la “tessera annonaria” non si otteneva neppure la propria razione di sapone !
Questo rigoroso razionamento dei beni di prima necessità fece prosperare la cosiddetta “borsa nera”, dove era possibile comprare di tutto ma a prezzi non accessibili alle famiglie di impiegati ed operai FIAT.
Così, nei più popolosi comuni in cui erano sfollati i torinesi, da Chieri a Trofarello, da Orbassano a Pecetto, la FIAT aprì propri spacci dove, esibendo il tesserino aziendale di riconoscimento i dipendenti potevano acquistare, a prezzi agevolati, pasta, pane, burro, olio, etc.
Inoltre, nei comuni in cui maggiore era la concentrazione di famiglie sfollate, la FIAT organizzò ambulatori per l’assistenza sanitaria dei propri dipendenti e dei loro familiari.
Terminata la guerra, per diversi anni la FIAT mantenne in vita una rete ambulatoriale in Torino, per far sì che in ogni quartiere ci fosse una struttura sanitaria al servizio delle famiglie dei dipendenti.
Può darsi che l’orgoglio di essere un “dipendente” si sia affermato proprio in quei difficili anni, per l’importante impegno sociale con il quale la FIAT si era preoccupata di far sì che le famiglie dei propri collaboratori avessero condizioni di vita meno difficili.
Già, ma quella era la FIAT di Vittorio Valletta e di Gaudenzio Bono, così diversi dai John Elkann e Sergio Marchionne di oggi che, quasi certamente, ignorano persino queste pagine della storia FIAT !

martedì 9 settembre 2014

Matteo dixit … “c’è grasso che cola nella PA”

È stato sufficiente che Matteo Renzi affermasse che “… nella Pubblica Amministrazione c’è grasso che cola” perché i sindacati, Camusso in testa, si inalberassero senza neppure fare un minimo tentativo per capire cosa mai avesse potuto suggerirgli quelle parole.
Escludo che Renzi abbia letto questo blog, però fatto sta che solo pochi giorni fa segnalavo il degrado generale e la scarsa produttività che ho avuto modo di osservare in una struttura della PA.
Dal momento, comunque, che non sono un sindacalista ma un cittadino comune che cerca di mantenersi informato, leggendo i giornali e seguendo radio e TV, ho ritenuto logico pormi una semplice domanda: quali fatti e circostanze possono aver ispirata, al Capo del Governo, una affermazione così cruda e pungente ?
Può darsi, ad esempio, che nel tasso di assenteismo “per malattia”, nella PA molto più elevato che nel settore privato, Renzi abbia individuati abusi da avversare con fermezza per recuperare presenze sul posto di lavoro e, quindi, produttività.
Può anche darsi che a Renzi non siano sfuggite le cronache che, frequentemente, riferiscono casi di dipendenti di enti pubblici, nazionali e locali, che abbandonano il loro posto di lavoro, senza permesso, per accompagnare i figli in piscina o per fare shopping.
Naturalmente le cronache riportano solo i casi documentati di coloro che, colti in fragrante, sono denunziati e perseguiti.
Quanti saranno, perciò, i dipendenti pubblici che, o per carenza di controlli, o per la noncuranza di capi e colleghi, o perché in ufficio non hanno nulla da fare, si comportano disonestamente scippando il loro stipendio allo Stato ?
Se i dipendenti pubblici si assentano più del lecito o possono abbandonare il loro posto di lavoro senza compromettere la funzionalità degli uffici, vuol dire che gli organici degli enti pubblici sono traboccanti e, quindi … “c’è grasso che cola”.
Cosa fanno i sindacati di fronte a situazioni di così evidente disonestà ?
Possibile che, nella loro ottusità, i sindacalisti non riescano a comprendere che abusare delle assenze per malattia così come abbandonare il posto di lavoro per fare i propri comodi, provochino non solo disservizi ai cittadini ma anche un danno economico al Paese che inevitabilmente ricade su tutti noi ?
Per carità, non voglio sostenere che abusi, soprattutto di assenze per malattia il lunedì mattina, causate dallo stress del week end, non si verifichino anche nel comparto privato, però difficilmente i colpevoli la fanno franca.
Ricordo, ad esempio, che avevo come colleghi, in una importante impresa privata di Torino, una coppia, marito e moglie, che lavoravano nel mio stesso ufficio.
Poiché il regolamento aziendale, un po’ bigotto, prescriveva alle donne l’uso del camice aziendale, la signora doveva recarsi nello spogliatoio prima di accedere al posto di lavoro.
Siccome tutti noi eravamo soliti arrivare in ufficio trafelati ed all’ultimo momento, il mio collega, per evitare che fossero rilevati eventuali ritardi alla moglie, provvedeva lui a strisciare entrambi i badge nell’orologio posto nel corridoio del nostro piano.
Questo accorgimento continuava oramai da mesi, apparentemente senza problemi.
Sennonché il commesso del piano, addetto alla vigilanza, accortosi dell’espediente, lo segnalò alla direzione del personale che provvide a licenziare la signora ed a disporre per il marito la sospensione di un mese dal lavoro.
Evidentemente non era ancora in vigore lo Statuto dei Lavoratori, altrimenti figuriamoci che polverone sarebbe venuto fuori !
Oggi, se ripenso a quel episodio, alla luce di quanto le cronache ci riportano sui comportamenti di molti dipendenti pubblici, mi viene da sorridere.
Mi incazzo, invece, se penso che il cattivo esempio, ai dipendenti pubblici, viene dato proprio dai cosiddetti “parlamentari pianisti” che, utilizzando il sistema elettronico, provvedono a votare per conto dei colleghi assenti sia alla Camera che al Senato.
Insomma, come recita un vecchio detto è proprio vero che il pesce puzza sempre dalla testa.

lunedì 8 settembre 2014

Quel comunista di Berlusconi

Pur di non essere archiviato definitivamente dall’opinione pubblica Berlusconi non si lascia sfuggire occasione per sentenziare su tutti e su tutto.
Riportato alla luce dal suo figlioccio politico, Matteo Renzi, e dopo che il Tribunale di Sorveglianza gli ha benevolmente cucita su misura una ridicola espiazione per l’ultimo dei quattro anni di condanna comminatigli dalla Corte di Cassazione, Berlusconi ha ripreso a sproloquiare, incurante del fatto che ormai le sue parole riescano ad infervorare solo più gli italioti arlecchini o stipendiati.
Sarà colpa dell’età, sarà conseguenza di un debilitamento intellettivo causato dagli stravizi, sarà effetto della depressione da viale del tramonto, certo è che le sue parole assomigliano sempre più a vere e proprie cazzate in libertà.
Oddio, è pur vero che Berlusconi è sempre stato Gran Maestro nello sparare cazzate in libertà (NdR: il riferimento alla sua appartenenza alla loggia P2 è del tutto casuale !).
Come non ricordare, ad esempio, che per venti anni ha continuato ad ingiuriare i suoi avversari politici qualificandoli “comunisti”, vocabolo che nel linguaggio berlusconiano rappresenta la peggiore offesa possibile.
Eppure Berlusconi da anni è culo e camicia con un autentico comunista DOC, quel Vladimir Putin che, nel suo curriculum, può annoverare la militanza nel KGB, dal 1975 al 1999, fino a diventarne il capo con il grado di colonnello.
Può darsi che Berlusconi, in altre piacevoli faccende affaccendato, abbia sempre ignorato cosa fosse lo spietato KGB, oppure può darsi che il suo amico Putin gli abbia fatto credere che il KGB fosse solo una organizzazione benefica per l’assistenza ai dissidenti del regime comunista.
Fatto sta che, con il passare degli anni, l’amicizia tra Berlusconi e Putin si è consolidata sempre più grazie anche ai loro frequenti incontri nella favolosa dacia di Valdaj.
Comunque, nella permanente contraddizione tra usare come offesa il termine “comunista” ed essere, invece, pappa e ciccia con un vero comunista DOC, Berlusconi ha sempre ostentato, però, di essere filoamericano e grande amico sia del Presidente Bush che del Presidente Obama.
Ieri, però, dopo essersi calato in testa il colbacco regalo di Putin, Berlusconi ha deciso improvvisamente di uscire allo scoperto e di professare urbi et orbi la sua fede russofila da neocomunista.
Così, intervenendo telefonicamente al raduno di Giovinazzo dei giovani forzisti baresi, Berlusconi ha creduto bene di sparare a zero contro Obama, contro la NATO e contro l’UE per le conclusioni del vertice svoltosi nei giorni scorsi nel Galles.
Non solo ha definite ridicole ed irresponsabili le decisioni, dei vertici americani ed europei, di imporre ulteriori sanzioni economiche e di prevedere la presenza continua nei paesi baltici di cinque basi NATO, come forza di intervento immediato, ma Berlusconi si è spinto oltre giustificando l’invasione dell’Ucraina da parte delle forze militari russe perché, secondo il russofilo di Arcore, “… la Federazione Russa non può non difendere i cittadini ucraini di origine russa che considera come fratelli”.
Per nostra fortuna a livello internazionale Berlusconi è stato sempre considerato una macchietta da avanspettacolo, per cui non ha mai goduto di uno straccio di credito, altrimenti questa sua professione ortodossa di fede filorussa potrebbe nuocere al nostro Paese che ha già ben altri problemi di credibilità da sbrogliare.