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sabato 31 agosto 2013

“Patti segreti” e cambiali da pagare

Nelle ultime ore sta aumentando il gregge di caproni pronti a congelare il voto sulla decadenza da senatore di Berlusconi, in attesa che la Consulta si pronunzi sulla costituzionalità del D. Lgs 235/2012, cioè della Legge Severino.
Per questi caproni, dunque, l’approvazione di una legge, con il voto del Parlamento, varrebbe meno di un fico secco, ma meno ancora varrebbe il parere favorevole formulato dalla Giunta Affari Costituzionali.
Una Giunta della quale facevano parte esimi rappresentanti del PdL che, in quella sede, non sollevarono dubbi d’incostituzionalità.
È fin troppo palese, perciò, che il PdL, insistendo nel richiedere il parere della Consulta, voglia solo perdere tempo e rinviare di mesi e mesi la decisione della Giunta delle elezioni e delle immunità.
I sei pareri “pro veritate”, depositati da Berlusconi presso la Giunta del Senato e redatti da famosi costituzionalisti, sembrano formulati più per offrire un appiglio ai pidiellini, nei loro tentativi di differire il voto della Giunta, che non per infirmare di fatto la costituzionalità della legge Severino.
D’altra parte, le cavillose motivazioni riportate nei sei pareri trovano adeguate risposte già nelle motivazioni della sentenza n. 695 del 6 febbraio 2013, emessa dal Consiglio di Stato Sez. V, che ha respinto il ricorso proposto da Marcello Miniscalco contro l’Ufficio Centrale Regionale per l’elezione del Presidente e Giunta regionale della Regione Molise.
Mi domando se, prima di redigere i sei pareri “pro veritate”, i loro estensori si siano presi la briga di consultare l’esegesi che della Legge Severino fa il Consiglio di Stato con la citata sentenza, confermandone, di fatto e diritto, la validità e la legittimità.
Comunque, il 9 settembre si avvicina e, almeno in apparenza, le tensioni tra i partiti sembrerebbero aumentare in un crescendo rossiniano.
Sarà vero oppure si tratta di una delle consuete sceneggiate cui è avvezza la nostra classe politica?
A legittimare questo dubbio sono alcuni comportamenti e dichiarazioni degli ultimi giorni.
Ad esempio, il trionfalismo di Alfano, le manifestazioni di giubilo di tutti i maggiorenti del PdL, l’essersi attribuita la vittoria da parte di Berlusconi, a seguito della cancellazione dell’IMU, non possono essere letti se non come conferma che, ad imporre la propria volontà al governo Letta, sia di fatto il PdL, cioè uno solo dei tre partiti patrocinatori delle larghe intese.
Se poi riflettiamo anche sul ringraziamento personale che Berlusconi si è sentito in dovere di rivolgere ad Enrico Letta “per aver rispettati i patti” (sic!), come non essere sfiorati dal sospetto che tra Letta e Berlusconi ci siano dei “patti segreti”?  
E come non avere il dubbio che Letta abbia pagata, al PdL, la cambiale dell’IMU in cambio del mandato a Palazzo Chigi?
Quante cambiali Letta dovrà pagare ancora a Berlusconi per continuare a fare il Presidente del Consiglio?
La domanda nasce spontanea (come direbbe Antonio Lubrano) dopo aver ascoltato Letta che, mercoledì 28 agosto, in conferenza stampa, con tanta sicumera dichiarava “il governo, da oggi, non ha più scadenza”.
Quale significato attribuire a queste parole?
Forse che i “patti segreti” prevedono che il pagamento della prima cambiale (quella dell’IMU) sarebbe stata la condicio sine qua perché il governo potesse proseguire la sua navigazione in acque tranquille?
Già, ma gli addetti ai lavori e l’opinione pubblica hanno ben presente che, il 9 settembre in Senato, la Giunta delle elezioni e delle immunità si troverà sul tavolo la patata bollente della decadenza di Berlusconi da senatore.
Enrico Letta non ignora, di certo, che tutti i maggiorenti del PdL, a cominciare dal loro leader, siano stati tassativi: se la Giunta votasse la decadenza di Berlusconi il governo cadrebbe.
Come mai, allora, tanta ostentazione di sicurezza sulla durata del governo?
Non vorrei che Letta, pur di conservare la sua poltrona a Palazzo Chigi, stesse per pagare una seconda cambiale, a Berlusconi, inducendo il PD ad acconsentire al rinvio del voto in Giunta, se non, addirittura, a votare contro la decadenza.
Se così fosse resterebbe solo da domandarsi quante altre cambiali, ancora nelle mani del PdL, il Paese dovrà pagare per assicurare ad Enrico Letta la poltrona di Presidente del Consiglio.

giovedì 29 agosto 2013

Il ritorno dei clown a Palazzo Chigi

I toni trionfalistici, usati da Angelino Alfano nel corso della conferenza stampa per annunciare l’abolizione dell’IMU, la dicono lunga su chi detti, di fatto, il programma di governo.
A riprova, mentre Alfano stava spudoratamente gongolando per il risultato ottenuto, alle agenzie di stampa arrivava un comunicato con il quale Berlusconi confermava: “Il Popolo della Libertà ha rispettato il patto con i suoi elettori e il Presidente Letta ha rispettato le intese con il PdL”.
Ad aver persa la faccia sicuramente è Enrico Letta, pur se ha dichiarato, e non poteva farne a meno, di essere soddisfatto del risultato ottenuto e di considerare che oggi “il governo non ha più scadenza”.
Ad aver persa la faccia, però, è anche il PD che, mentre fino a poche ore prima sbraitava contro l’abolizione dell’IMU, insistendo perché si puntasse sulla riduzione del costo del lavoro, subito dopo la decisione si è affrettato a dichiarare, per bocca di Epifani: “La scelta sull’IMU è corretta, soprattutto in vista della riforma e della trasformazione nel senso di un’imposta federale a partire dal prossimo anno”.
A questo punto, nascono spontanee alcune prime considerazioni a caldo.
  1. Per ottenere la restituzione dell’IMU pagata nel 2012, garantita da Berlusconi in campagna elettorale, a chi dobbiamo comunicare le nostre coordinate bancarie? A Berlusconi o a Palazzo Chigi?
  2. Pur di fare il Presidente del Consiglio è evidente che Enrico Letta abbia accettati diktat da Berlusconi, tuttora segreti ma che gli italiani scopriranno solo nel tempo.
  3. È lampante che il PdL non abbia alcun interesse a far cadere questo governo perché ha trovato, in Enrico Letta, un fantoccio abilissimo nel rianimare, proprio lui, un agonizzante Berlusconi.
  4. E’ ormai palese che il PD, nelle scelte del governo, conti come il due di picche a briscola.
  5. L’affermazione “il governo non ha più scadenza” è molto sibillina. Infatti, Letta o ha dimenticato che tra pochi giorni si riunirà la Giunta del Senato per decidere la decadenza di Berlusconi da senatore, oppure ha la certezza che il PD voterà contro la decadenza.
  6. Letta ha imparato rapidamente la lezione berlusconiana nel raccontare panzane e prendere per i fondelli gli italiani, come quando ha affermato, ad esempio, che l’abolizione dell’IMU non implicherà altre tasse.
  7. Già, ma la “Service Tax”, che scatterà dal 1° gennaio 2014, che cosa sarà, una pioggia di gianduiotti?
Ecco, appunto, la “Service Tax”!
Secondo quello che, in conferenza stampa, hanno detto Letta e la sua combriccola di ministri, è un contributo “finalmente federale” la cui entità sarà determinata dagli amministratori locali.
Ora, che la si chiami contributo, imposta, balzello, gabella, per me resta sempre una tassa che, dal 1° gennaio 2014, invece di chiamarsi IMU prenderà il nome di “Service Tax” confidando, forse, che la scarsa conoscenza dell’inglese di molti italiani la renderà meno indigesta.
Infatti, questa mattina, un’anziana signora spiegava alla cassiera del supermercato che la “Service Tax” sarà semplicemente un contributo volontario richiesto ai cittadini per migliorare il servizio dei taxi! Sic !
Ebbene, mia cara signora non è come le vorrebbero far credere i nostri governanti, si tratterà di una vera nuova fregatura per tutti gli italiani, nessuno escluso.
Tanto è vero, che, dal gennaio 2014, la “Service Tax” si comporrà di due distinti balzelli, la cui quantificazione è demandata alla libera valutazione di ogni  Comune.
La prima gabella, denominata Tari, destinata a coprire i costi per la gestione dei rifiuti, sarà dovuta da tutti i cittadini, proprietari di prima casa o affittuari, in funzione delle superfici occupate.
Ma è con la seconda gabella che gli italiani sono presi di più per i fondelli dal ben ammaestrato Enrico Letta e dai suoi domatori.
Infatti, la seconda componente, denominata Tasi, sarà destinata a coprire i costi dei beni e servizi pubblici locali e potrà essere calcolata, dai Comuni, o sulla superficie o sulla rendita catastale di case ed appartamenti, esattamente come oggi prevede l’IMU.
Ma … udite … udite, dal 2014 a doverla pagare saranno non solo i proprietari delle prime case, ma anche i proprietari delle case date in affitto e i loro affittuari.
Stai a vedere che per ogni euro di IMU risparmiato ne pagheremo quattro o cinque di “Service Tax”.
Ma che bella giornata !!!

lunedì 26 agosto 2013

L’Italia è ancora una democrazia rappresentativa?

L’allenatore rossonero, Massimiliano Allegri, non aveva ancora finito di pronunciare la frase “per Berlusconi è un momento difficile e speriamo di renderlo felice con i risultati”, che il Milan tornava da Verona con le pive nel sacco, sconfitto per 2 a 1 dalla neopromossa squadra scaligera.
Non è difficile immaginare che il risultato calcistico non abbia reso felice Berlusconi, già angosciato per aver trascorso il pomeriggio insieme a falchi e colombe del PdL, nel tentativo di elucubrare possibili uscite dalle rogne in cui è finito dopo che la Corte di Cassazione gli ha affibbiato il marchio di pregiudicato.
Come tifoso di calcio, anche se non del Milan, posso comprendere il suo sconforto che, però, non sarà mai comparabile a quello che ho provato io leggendo i comunicati scritti, nelle stesse ore, da Angelino Alfano e Mario Monti.
A dire il vero non è da ieri che nutro dubbi sul significato che ha, in Italia, la democrazia parlamentare e sulla sua corrispondenza al dettato della Carta Costituzionale, però prendere atto, grazie alle parole di questi due protagonisti, che i miei dubbi erano motivati è stato sconcertante.
Ad esempio, uscendo dal consiglio di guerra, tenutosi sabato pomeriggio ad Arcore, Angelino Alfano ha scritto un comunicato, asserendo tra l’altro: “la decadenza di Berlusconi dalla carica di senatore è inaccettabile costituzionalmente”.
Inaccettabile costituzionalmente?
Ma se la possibile decadenza di un parlamentare, per sopraggiunte cause d’ineleggibilità e d’incompatibilità, qualsiasi sia il suo nome ed il partito di appartenenza, lo prevede proprio l’art. 66 della Costituzione.
Su quale Carta Costituzionale ha studiato Alfano?
Forse su quella della Repubblica delle Banane che Berlusconi  immagina per l’Italia fin dal 1994?
Nello stesso comunicato, però, Alfano scrive anche altre parole inquietanti: “occorre garantire il diritto alla piena rappresentanza politica e istituzionale dei milioni di elettori che hanno scelto Silvio Berlusconi”.
Fino a poche ore prima ero convinto di vivere in un Paese retto da una democrazia rappresentativa, cioè da un sistema democratico parlamentare nel quale gli elettori eleggessero a rappresentarli centinaia di parlamentari.
Ora, se ho ben compreso, Alfano sostiene, invece, che per milioni di elettori la “piena rappresentanza politica e istituzionale” si identificherebbe solo in Silvio Berlusconi.
Perfetto! Ma allora perché mai si costringono i contribuenti italiani a mantenere sontuosamente 97 deputati e 91 senatori del PdL se, come afferma Alfano, sette milioni di elettori riconoscono come loro rappresentante esclusivamente Silvio Berlusconi?
Per carità, sarei disposto a condividere l’idea di Alfano se solo fosse possibile mandare a casa tutti i 188 pidiellini, anche perché a trarne beneficio sarebbero sicuramente le casse dello Stato.
Non avevo ancora digerito del tutto il comunicato di Alfano che, sotto gli occhi, mi è capitata una nota, dal titolo “Scelta Civica e il caso Berlusconi”, pubblicata da Mario Monti sul sito di Scelta Civica.
Pur avendola scorsa in fretta non ho potuto fare a meno di soffermarmi su due passaggi.
Il primo: “La posizione di Scelta Civica verrà formulata a tempo debito, su proposta del Presidente”.
Inaudito! Ancora una volta la mia fede nella Costituzione è andata in crisi.
Mi sembrava, infatti, di aver letto e studiato un certo art. 67 che, se ben ricordo, recitava: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincoli di mandato”.
Mi domando: è possibile conciliare il principio “senza vincoli di mandato” con l’idea che, in una formazione politica, “la posizione” sia indicata dal suo Presidente?
Però è stata soprattutto un’altra frase che mi ha lasciato interdetto per il suo ermetismo, ben più impenetrabile del tanto deprecato politichese.
Monti, tra i principi che dovrebbero ispirare la posizione di Scelta Civica indica: “l’opportunità di salvaguardare, favorendone una positiva evoluzione, la più aperta articolazione del sistema politico italiano resa possibile, a partire dal 1994, dall’impegno politico di Silvio Berlusconi”.
Cavolo … ma cosa avrà voluto mai dire Monti?
Mi arrendo! Lancio un SOS, sperando che qualcuno intervenga in mio soccorso e mi aiuti a decrittare il sibillino pensiero del Professor Monti.

domenica 25 agosto 2013

Che smemorati questi Onorevoli !

Mi consolo dando la colpa alla smemoratezza senile benigna, quando non ricordo qualche episodio accaduto venti o trenta anni fa.
Per contro, nonostante l’età, ricordo molto bene gli anni più recenti della mia vita, avendo presente anche fatti del tutto insignificanti.
Per questo resto perplesso quando, persone molto più giovani o fingono di non ricordare o, addirittura, negano di aver fatta o detta una certa cosa.
Ho sempre il dubbio, infatti, che in alcune situazioni possa essere la malafede a suggerire di negare o fingere smemorataggine.
Prendiamo il caso, ad esempio, di una amazzone consacratasi al berlusconismo, Laura Ravetto.
La signora Ravetto, quarantaduenne piemontese, è in Parlamento oramai da tre legislature, dapprima con la casacca di Forza Italia, e dal 2009 con quella del PdL.
Tra le soldatesse berlusconiane dà prova di essere sicuramente una delle più agguerrite ed aggressive, particolarmente abile nel dare sulla voce ai suoi interlocutori per impedire loro di esprimere le proprie idee.
Un comportamento poco democratico, ma soprattutto arrogante e villano.
Eppure, nonostante questi suoi riprovevoli modi di fare la signora Ravetto è ospite di molti talk show nei quali ha occasione di esibire la sua insolenza.
Proprio partecipando, nei giorni scorsi, ad un talk show in TV, questa amazzone berlusconiana è scivolata sulla buccia di banana della memoria.
Di cosa si poteva dibattere in quel talk show se non della “agibilità politica” di Berlusconi ?
Ebbene, la guerriera Ravetto si è scagliata, secondo copione, contro la Legge Severino, pontificando: “La Legge Severino è incostituzionale. Parlo da giurista !”.
In effetti, Laura Ravetto, essendo laureata in giurisprudenza ed avvocato, potrebbe anche celebrarsi come giurista.
Però, proprio dal momento che si vanta di essere una giurista, non si comprende come mai Laura Ravetto non si sia resa conto della incostituzionalità della Legge Severino quando l’ha votata, insieme a tutti i colleghi del PdL, gli stessi che come lei oggi sbraitano indemoniati.
Davanti a questa semplice osservazione la battagliera amazzone è scivolata sulla buccia di banana della sua memoria.
Infatti, stizzita, la signora Ravetto con la sua vocina gracchiante ha negato di aver  mai votata la Legge Severino.
Non solo ma, con tracotanza ha invitato la sua interlocutrice a controllare i registri delle votazioni.
Detto fatto !
Mi è bastato navigare qualche minuto nel sito Openpolis per scoprire che la signora Ravetto ha mentito spudoratamente, oppure ha finto di non ricordare le leggi che ha votato, oppure ha ammesso di votare senza sapere che cosa e perché, oppure  …!
Oppure ha scelto di battere il cammino della malafede pur di non riconoscere che, con il voto suo e dei suoi sodali PdL, anche lei, amazzone consacratasi alla causa berlusconiana, ha contribuito ad inguaiare proprio il pregiudicato Berlusconi.

sabato 24 agosto 2013

Legge Severino ed i Dottor Azzeccagarbugli

Da giorni, a forza di sentir parlare di eminenti giuristi che si scervellano per sostenere la non applicabilità, al pregiudicato Berlusconi, della cosiddetta “Legge Severino”, mi era venuta voglia di tornare a leggere le pagine manzoniane de “I Promessi Sposi”, quelle in cui Manzoni descrive la figura e le gesta del dottor Duplica, comunemente noto come dottor Azzeccagarbugli.
Un desiderio più che legittimo, provocato dalle arzigogolate motivazioni, di così illustri giuristi, nelle quali mi è parso di ritrovare l’untuosa modalità della quale  si serviva il dottor Azzeccagarbugli, dei Promessi Sposi, per aggirare le leggi al fine di sottrarre dai guai, non proprio onestamente, il potente di turno.
Racconta Manzoni che il dottor Azzeccagarbugli, a chi entrava nel suo studio, stracolmo di libri e con la scrivania traboccante di carte, sembrava persona molto dotta e valente.
In realtà, però, era un povero leguleio, meschino e pusillanime, asservito al volere dei potenti locali che si rivolgevano a lui ogniqualvolta ci fosse da “azzeccare” (cioè: cogliere) i “garbugli” (cioè: imbrogli illegali).
Gli azzeccagarbugli, dei giorni nostri, sembrano palesare la stessa abilità nell’interpretare a loro piacimento i contenuti della Legge Severino, meno nota come Decreto Legislativo 235 del 31 dicembre 2012.
Ad esempio, alcuni si agiterebbero nel sostenere che i reati, per i quali il pregiudicato Berlusconi è stato condannato, poiché commessi prima che il D.Lgs 235 entrasse in vigore, cioè prima del 5 gennaio 2013, non sarebbero soggetti al disposto di questa legge.
È innegabile che Berlusconi abbia commessi i reati prima dell’entrata in vigore del D.Lgs 235, ma è altrettanto inoppugnabile, però, che la legge, sia all’ Art. 1, comma 1, che all’Art 3, comma 1, richiami sempre e solo il momento in cui siano emesse le sentenze per “condanne definitive a pene superiori a due anni di reclusione”.
In nessun passaggio la legge, cioè, fa riferimento ai reati, ma solo alla formulazione delle sentenze definitive, nel rispetto del principio d’irretroattività, fissato dall’art. 25, comma 2, della Carta Costituzionale.
Siccome la Cassazione ha emessa la sentenza definitiva, nei confronti del pregiudicato Berlusconi, il 1° agosto 2013, cioè ben 7 mesi dopo l’entrata in vigore del D.Lgs 235, mi sembra davvero da azzeccagarbugli arrampicarsi sugli specchi per sostenere l’inapplicabilità di questa legge al caso Berlusconi.
D’altra parte, se si dovesse accogliere la tesi di questi attuali azzeccagarbugli, si dovrebbe anche concludere che il D.Lgs 235 potrebbe trovare applicazione solo dopo e non prima del 2025 !
Infatti, la logica secondo la quale la legge Severino sarebbe applicabile solo ai reati commessi dopo il 5 gennaio 2013, permetterebbe di calcolare, con un pallottoliere, in non meno di 10 anni il percorso giudiziario che, iniziando con il momento in cui fosse compiuto il reato, passasse poi attraverso la sua scoperta ed inchiesta, la formulazione dell’accusa al colpevole, tre gradi di giudizio, per arrivare finalmente a condanna definitiva, alla quale fa riferimento il D.Lgs 235.
Una ridicolaggine !
Altri eminenti giuristi, invece, accusano d’incostituzionalità il D.Lgs 235.
Anche leggendo e rileggendo l’art. 66 della Carta Costituzionale mi sembra che il suo contenuto non lasci adito a possibili dubbi: “Ciascuna Camera giudica dei titoli di ammissione dei suoi componenti e delle cause sopraggiunte di ineleggibilità e di incompatibilità”.
E’ la stessa Costituzione, quindi, a prevedere l’eventualità che “sopraggiungano” cause d’ineleggibilità e d’incompatibilità.
Se nella lingua italiana il verbo sopraggiungere ha ancora il significato di “giungere o intervenire più o meno casualmente, modificando una situazione”, mi sembra incomprensibile che illustri giuristi non riescano a riconoscere tra le cause “sopraggiunte” anche una condanna passata in giudicato per un reato finanziario ai danni dello Stato.
Già, ma poiché non sono né un illustre giurista né un azzeccagarbugli mestierante, ma solo un semplice cittadino potrei non essere in grado di comprendere … le leggi del mio Paese!

venerdì 23 agosto 2013

Ma è questo il momento di giocare ?

A me, come credo anche a decine di milioni di italiani, è sfuggito che stava per capitarci tra capo e collo un’altra grave calamità.
Una calamità ben più drammatica della disoccupazione giovanile, delle imprese che falliscono o chiudono, della cassa integrazione, degli esodati, dei milioni di emarginati che vivono in stato di povertà.
Per nostra fortuna, però, a vegliare su di noi ci sono i politici che, vigili full time sulle difficoltà del Paese, sanno intervenire con tempestività per evitare che le sciagure si trasformino in catastrofi.
Mi riferisco all’opera meritoria di cui si sono resi protagonisti sette Parlamentari del Partito Democratico.
Ritengo doveroso citarli con nome e cognome, per consentire a tutti noi di ricordarne le gesta a figli e nipoti, davanti al camino, nelle gelide serate del prossimo inverno.
I campioni di cui parlo sono gli onorevolissimi deputati PD: Michele Anzaldi, Marina Berlinghieri, Matteo Biffoni, Luigi Bobba, Lorenza Bonaccorsi, Federico Gelli ed Ernesto Magorno.
Mentre il Paese si dibatte, da anni, tra i travagli di una crisi che sembra non aver fine, proprio nei giorni in cui, per sottrarre alla giusta condanna un comune pregiudicato, si rischia di mandare a carte quarantotto governo ed italiani, ebbene questi sette perdigiorno sono venuti a sapere che, negli USA, è stata immessa sul mercato la nuova versione, non di un ordigno nucleare tascabile, ma dell’arcinoto gioco da tavolo Monopoli!    
Siccome, dalle indiscrezioni giunte alle loro orecchie, hanno appreso che i giocatori del nuovo Monopoli non potranno più acquistare e scambiarsi case ed alberghi, né comprare strade, viali e parchi, ma dovranno solo negoziare pacchetti azionari, titoli di stato ed altri balocchi finanziari, ai sette onorevolissimi parlamentari è saltata la mosca al naso.
Così, armatisi di carta e penna, hanno scritta una letterina nientepopodimeno che al futuro Ambasciatore USA in Italia, John R. Philips, per esternare la loro indignazione ed invitarlo ad intervenire affinché siano adottati adeguati provvedimenti nei confronti di Hasbro, società editrice di Monopoli.
A loro dire, sarebbe estremamente diseducativo, che i ragazzi, negoziassero e si scambiassero titoli azionari, perché li inizierebbe alla speculazione finanziaria,  invece di esercitarli alla più comune speculazione edilizia.
Se non fosse una triste e avvilente realtà ci sarebbe di che sbellicarsi dalle risa.
Purtroppo, però, è tutto vero e non mi sorprenderei se, nei prossimi giorni, questa brigata di deputati, sicuri di non aver altro di cui occuparsi, decidesse di accanirsi contro la Tombola, pericolosa portatrice di ludopatie, o contro il Gioco dell’Oca, per i suoi significati allegorici, o contro gli Scacchi, modello classista che assegna diverso valore a re, regina e pedoni.
Ora, mentre rimugino che si tratta di individui lautamente retribuiti e sommersi di privilegi, a spese dei contribuenti italiani, vorrei sognare di vederli cacciati dal Parlamento, a calci nel deretano, dai loro stessi compagni di partito.
Ovviamente, è e resterà sempre e solo un sogno, perché, se si cacciassero a pedate tutti i parlamentari inutili, allora Camera e Senato rimarrebbero deserti.

martedì 20 agosto 2013

Trinariciuti di ieri e di oggi

Quando ero ragazzo, vale a dire molti e molti decenni fa, negli ambienti democristiani, liberali e post-fascisti, si asseriva che i militanti del fu Partito Comunista Italiano fossero trinariciuti, in quanto rei di aver portati all’ammasso i cervelli, per dare credito a tutto quello che propinavano loro i vertici dell’apparato del partito.
Con l'espressione trinariciuto, coniato da Giovannino Guareschi, si identificava, cioè, l’individuo tanto stolto da abboccare ad ogni corbelleria gli fosse raccontata.  
Da allora, come ho detto, sono trascorsi molti decenni ed i discendenti di quei trinariciuti, confluiti in parte oggi nel Partito Democratico, non solo si sono scrollata di dosso la sindrome di trinariciuti, ma si sono ammalati della sindrome contraria, quella che manifestano con scontri intestini litigando su banalità di ogni genere.
A sinistra, l’accettazione monolitica dei messaggi dogmatici è stata definitivamente sotterrata da un proliferare di correnti e consorterie che si guardano come cani e gatti.
E' stato fatto un bel salto mortale triplo per arrivare a trasformare i trinariciuti di allora nei democratici di oggi, inclini al confronto, anche se esasperato, con militanti dello stesso partito.
Siccome, però, nel nostro Paese la normalità non è mai di casa, è successo che, mentre gli ex comunisti si democratizzavano, a destra, parlamentari, dirigenti e militanti manifestassero sintomi evidenti della sindrome da trinariciuti.
Con il consenso tacito e l’adesione tetragona ad ogni baggianata, narrata od imposta loro dal signore di Arcore, individui, dalla apparenza rispettabili e raziocinanti, si sono trasformati in burattini sciocchi ed irrazionali.
Ridottisi a trinariciuti ottusi, proprio come quelli di cui parlava Guareschi, hanno portato all’ammasso, insieme ai cervelli, anche la loro dignità.
A conferma di questo stato di fatto si potrebbero citare centinaia di situazioni in cui l’irrazionale ha prevalso sul razionale e l’infamia ha sconfitta la dignità.
Circostanze e condizioni così assurde e illogiche da indurre perfino a mettere in dubbio la buonafede di questi individui.
Ad esempio, è mai possibile che tra le centinaia di parlamentari che, tempo fa, hanno votato convinti che Ruby fosse nipote di Mubarak, non ce ne fosse uno, anche solo uno che, per un sussulto di dignità, sia stato sfiorato dal dubbio che si trattasse di una bufala colossale?
Invece no! Tutti i parlamentari pidiellini hanno dimostrato di credere ciecamente al burattinaio, rendendosi ridicoli agli occhi del mondo.
Tra le altre panzane, a cui i trinariciuti pidiellini, danno credito c’è la messinscena dell'accanimento giudiziario, del quale sarebbe vittima Berlusconi da quando, nel 1994, è sceso in campo.
Eppure, sarebbe sufficiente sfogliare le cronache giudiziarie del 1990 (quattro anni prima della discesa in campo), per rendersi conto, ad esempio, che il loro leader è stato giudicato colpevole, dalla Corte di Appello di Venezia, di falsa testimonianza sotto giuramento e che solo grazie all’amnistia si salvò.
Così come basterebbe leggere altre cronache giudiziarie per convincersi che molti reati, di cui è stato accusato, Berlusconi li abbia commessi ben prima di entrare in politica.
Qualche malizioso insinua perfino che la discesa in campo sia stato solo un modo per sfuggire alle sue pendenze giudiziarie.
D’altra parte, come non essere sfiorati neppure da un piccolissimo sospetto quando le cronache giudiziarie riportano che dal processo per corruzione in atti giudiziari, (reato commesso nel 1991!) Previti sia uscito con una condanna definitiva a 6 anni di reclusione, mentre il coimputato Berlusconi se la sia cavata solo grazie alla prescrizione, pur avendo la Corte riconosciuta la sua “piena consapevolezza che la sentenza era stata oggetto di mercimonio” ?
Ciò nonostante, oggi i trinariciuti pidiellini tornano alla carica, pretendendo che gli italiani ignorino che una sentenza definitiva, come quella che ha condannato Berlusconi per frode fiscale, vada rispettata ed eseguita, oppure che sorvolino sul fatto che i senatori potrebbero trasgredire ad una legge dello Stato solo per consentire al pregiudicato Berlusconi di continuare, in Parlamento, a brigare pro domo sua !
Almeno i vecchi comunisti trinariciuti, ottusi ma in buonafede, non pretendevano di stravolgere le leggi dello Stato, nell’interesse di un pregiudicato.
Già ma quelli erano altri tempi e gli italiani di allora erano tanto avveduti da non aver mandato mai al governo il PCI, mentre, invece, oggi …

domenica 18 agosto 2013

A volte si è orgogliosi di essere italiani

Mi capita raramente, purtroppo, di cogliere la magnificenza dell’altruismo in un qualche gesto che faccia dimenticare perfino le brutture del quotidiano per qualche minuto.
Se poi si tratta di un gesto, compiuto da concittadini, così fantastico da meritare l’attenzione dei media di mezzo mondo e finire sulle prime pagine della stampa internazionale, allora va a finire che, per qualche ora, ritrovo l’orgoglio di essere italiano.
Anche perché è più frequente che sulle prime pagine della stampa estera il nostro Paese ci finisca, invece, per il malaffare di qualche politico, per il degrado di Pompei, per le conseguenze di un terremoto, per il disprezzo della giustizia, e via dicendo.
Ebbene, questa volta a farmi inorgoglire sono stati gli ospiti della spiaggia di Pachino, in provincia di Siracusa.
Sulla spiaggia molti bagnanti, rilassati al caldo sole siciliano, stavano serenamente godendo il mare ed il riposo ferragostano.
Inaspettatamente, però, a poche decine di metri dalla riva un fatiscente barcone, stracolmo di migranti, finiva incagliato.
In men che non si dica decine di quei vacanzieri, prima che le unità di soccorso, allertate, giungessero sul posto, si sono gettate in mare organizzando una catena umana per portare in salvo i poveri sventurati che tentavano di raggiungere la riva.
Tra i 160 migranti, soccorsi dai bagnanti, c’erano 50 bambini e diverse donne incinte.
Uno slancio di generosità che ha fatto il giro del mondo.
Sfortunatamente, però, per concittadini io non ho solo i generosi bagnanti della spiaggia di Pachino, ma devo condividere la mia italianità anche con individui mediocri e meschini.
Farò un nome a caso: il vice segretario della Lega Nord, Matteo Salvini.
Così, mentre mezzo mondo plaudiva la generosità dei vacanzieri siciliani, il vice segretario di una Lega, ormai corrosa da liti intestine, si esibiva in una delle sue consuete testimonianze di insensatezza scagliandosi contro il Capo dello Stato che aveva avute parole di elogio per quella dimostrazione di solidarietà.
Oddio, è anche vero che non ci si dovrebbe più sorprendere per le scempiaggini di Matteo Salvini che, solo pochi giorni prima, si era già messo in mostra attaccando la Ministro Kyenge.
Fatto sta che, questa volta, il vice segretario della Lega ha postato, su un social: “Napolitano dice che la catena umana per i migranti nel mare di Siracusa fa onore all’Italia. Che palle! Ora li manterrà il signor Napolitano? A quando, caro ex-comunista una catena umana per aiutare i 4 milioni di disoccupati italiani?”.
Proprio citando la disoccupazione, Matteo Salvini evidenzia tutti i suoi limiti non solo comportamentali ma anche di conoscenza della realtà di cui si vanterebbe essere impegnato conoscitore.
Infatti, poche ore prima che lui postasse quelle frasi, al Corsera un imprenditore veneto di sicuro successo, Giovanni Pagotto, a capo di Arredo Plast SpA, azienda in costante crescita, dichiarava: “Il 90% dei dipendenti del comparto produzione è straniero, i capiturno sono in larga misura extracomunitari … C’è che gli italiani non hanno fame”.
Evidentemente, Salvini non ha ancora afferrato che anche i collaboratori extracomunitari di Arredo Plast SpA contribuiscono al PIL nazionale, ma soprattutto gli sfugge che, probabilmente, tra gli extracomunitari, aiutati dai bagnanti di Pachino, ci potrebbero essere quei lavoratori che Giovanni Pagotto sta aspettando per poter sviluppare il suo business e far crescere il PIL.

giovedì 15 agosto 2013

“Mi contenterei ché l’umanità si fermasse ai mezz’uomini”

Nel romanzo “Il giorno della civetta”, Leonardo Sciascia fa dire da uno dei protagonisti, don Mariano: “Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo, ed i quaquaraquà. Pochissimi gli uomini, i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini…”.
Con le parole messe in bocca a don Mariano, Sciascia sembra riconoscere negli “uomini” l’essenza eccelsa della dignità e della nobiltà d’animo.
Al decrescere di dignità e nobiltà d’animo gli esseri degenererebbero nelle categorie inferiori dell’umanità, fino a ritrovarsi spregevoli quaquaraquà che “dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quelle delle anatre”.
Non so se Giorgio Napolitano abbia mai letto “Il giorno della civetta”, né saprò mai se gli sia tornata alla mente questa classifica dell’umanità mentre redigeva la nota sul “affaire agibilità politica”, diffusa martedì sera.
Di certo, a me le parole di don Mariano sono riecheggiate leggendo e rileggendo in particolare un rigo di quella nota.
Mi riferisco al passo in cui il Capo dello Stato cita: “turbamento e preoccupazione per la condanna a una pena detentiva di una personalità che ha guidato il governo (fatto peraltro già accaduto in un non lontano passato)”.
È stato l’enigmatico riferimento contenuto in quelle nove parole, tra parentesi, ad intrigarmi sul loro recondito significato.
Eppure, se Napolitano, sempre equilibrato e prudente, aveva ritenuto di doverle scrivere, mettendole in evidenza tra due parentesi, voleva dire che, nelle sue intenzioni, c’era il chiaro proposito di richiamare l’attenzione sul loro valore.
Ma a quale ex presidente del consiglio, condannato a pena detentiva, “in un non lontano passato”, il Capo dello Stato ha inteso riferirsi?
All'unanimità, commentatori ed editorialisti hanno individuato in Arnaldo Forlani l’uomo politico che Napolitano avrebbe voluto ricordare.
È indubbio, infatti, che Forlani sia stato, nella Prima Repubblica, uno dei più autorevoli e potenti protagonisti della scena politica italiana.
Deputato per nove legislature, per due mandati Segretario della Democrazia Cristiana, Ministro della Difesa, prima, e degli Esteri, poi, Presidente del Consiglio, è stato anche candidato della DC alla Presidenza della Repubblica.
Durante il periodo di “mani pulite”, però, Arnaldo Forlani fu accusato di finanziamento illecito nel Processo Enimont.
A conclusione dei tre gradi di giudizio, l’ex Presidente del Consiglio e Segretario in carica della DC fu condannato, con sentenza definitiva, a due anni e quattro mesi di reclusione, pena commutata poi in affidamento ai servizi sociali presso la Caritas di Roma.
Nonostante si sia sempre dichiarato innocente, e pur essendo Segretario di un partito, la DC, che alle elezioni politiche, nel 1992, aveva ottenuti 11.640.265 voti (di fronte ai quali impallidiscono i sette milioni e mezzo di voti del PdL !), Forlani non si è mai appigliato alla sua condizione di leader della maggiore formazione politica italiana, neppure per sollecitare un provvedimento di clemenza da parte dell’allora Capo dello Stato, Oscar Luigi Scalfaro, peraltro suo compagno di partito.
Forlani ha accettata, con rispetto e correttezza, la sentenza della Corte di Cassazione, e si è assoggettato all’affidamento ai servizi sociali, con dignità e nobiltà, entrando così di diritto tra quelli che Sciascia identificava come “uomini”.
Forse, ma potrei sbagliarmi, credo che, con quelle scarne nove parole tra parentesi, Giorgio Napolitano abbia voluto riconoscere tacitamente, a Forlani, un tardivo apprezzamento per la dignità e la nobiltà  con cui aveva accettato il verdetto della Magistratura.
È troppo fantasioso pensare che Napolitano abbia voluto anche rivolgere ad un altro più recente ex Presidente del Consiglio il velato invito a prendere esempio da Forlani ?

sabato 10 agosto 2013

Frecce multicolori ma servizio incolore

Sono trascorsi alcuni decenni da quando ero salito su un treno l’ultima volta.
Non ne potevo più degli interminabili e cronici ritardi, delle coincidenze che prendevano in giro i passeggeri non curandosi dei ritardi dei loro treni.
Mi ricordo che, a quei tempi, gli orari delle Ferrovie dello Stato, differenziavano i treni in accelerati, diretti, direttissimi, rapidi, con o senza supplemento e prenotazione del posto.
Da quel lontanissimo giorno per i miei spostamenti, in Italia, ho sempre preferito automobili, aerei e, qualche volta perfino navi con auto al seguito.
I miei ricordi, di quei viaggi in treno, sono così remoti che solo a citarli faccio sorridere mia figlia che impietosamente mi etichetta come un matusa.
Ieri, però, per uno di quei casi della vita che devi affrontare anche malvolentieri, ho dovuto usare il treno per uno spostamento che speravo non solo breve ma che mi facesse ricredere sulla qualità del servizio ferroviario.
Aspettative alimentate anche dal fatto che gli orari ferroviari di oggi, divulgati da a me non familiare Trenitalia, non parla più né di accelerati né di diretti.
Oggi, infatti, vai nel sito di Trenitalia e scopri che sui binari della rete ferroviaria, da nord a sud, da est ad ovest, corrono solo più delle frecce.
Si tratta di frecce anche colorate, infatti ci sono le frecce bianche, ma anche quelle argento e quelle rosse.
Che meraviglia, ho pensato, altro che quei treni lumaconi e ritardatari della mia gioventù, con tutte queste frecce colorate si arriva a destinazione in un battibaleno.
Ho immaginato: finalmente anche il nostro Paese si è messo al passo con i servizi ferroviari svizzeri, francesi, spagnoli, tedeschi, solo per citare quelli più vicini e di cui mi sono servito negli anni.
Così, con in tasca il mio bel biglietto e due coincidenze da affrontare, arrivo alla stazione di partenza.
Le delusioni sono iniziate subito.
Innanzitutto non è vero che esistano solo frecce colorate, perché sui binari camminano anche treni regionali con carrozze che ricordano le tradotte militari dell’ultima guerra.
Qualche patema, tra l'altro, a noi viaggiatori di quella tradotta l’ha creato la capotreno che, ad ogni fermata, dopo essere scesa ed aver controllato un qualcosa nei pressi delle ruote, dava al macchinista l’OK per proseguire.
Ora, io sarò anche sfigato, però tutti e tre i treni hanno registrati ritardi significativi che hanno allungato a 5 ore e 15 minuti un viaggio che avrebbe dovuto durare 3 ore e 19 minuti.
Riconosco, però, che, rispetto ai miei lontani ricordi, almeno un miglioramento del servizio l’ho riscontrato.
Infatti oggi, quando l’altoparlante comunica l’entità dei ritardi, la stessa voce chiede scusa  ai passeggeri per il disagio provocato.
Da questo viaggio, alla fine, ho portato con me un dubbio irrisolto: com’è possibile che con la dovizia di mezzi di comunicazione oggi disponibili, un ritardo di 5 minuti, annunciato proprio nello stesso momento in cui il treno avrebbe dovuto arrivare in stazione, si sia progressivamente dilatato, in meno di un quarto d’ora, dapprima in 10 minuti, poi in venti, infine in quaranta minuti? Dove si trovava il treno quando era stato comunicato il primo ritardo di 5 minuti ? 
Comunque, dopo questa nuova esperienza, tornerò ad usare, per i miei spostamenti, auto, aerei ed anche il … monopattino, piuttosto che valermi ancora dei servizi di Trenitalia !

mercoledì 7 agosto 2013

Una bolla di sapone tanto per far caciara

Domenica 4 agosto, Roma via del Plebiscito.
Indossando la camicia nera d’ordinanza, Silvio Berlusconi si è issato su un palco abusivo ed ha iniziato a concionare, acclamato da poche migliaia di anziane signore sudaticce, attempati sbandieratori affannati, parlamentari pidiellini in tenuta balneare.
Nel tono della voce e nella modulazione delle pause Berlusconi, come sempre, si sforzava di ricalcare lo stile mussoliniano.
Ancora oggi mi sfugge perché non abbia arringato affacciato al balcone di Palazzo Grazioli.
Forse si tratta di un balcone non equiparabile a quello di Palazzo Venezia, dal quale il Cav sogna di riuscire, prima o poi, a mostrarsi alla folla plaudente.
Per mia fortuna, poiché godo di una speciale dispensa che mi esonera dall’assistere a spettacoli indecorosi, non ero né in via del Plebiscito né davanti ad un televisore.
Mi ha sconcertato, comunque, notare la rilevanza che le TV, di ogni appartenenza, hanno voluto dare all’apparizione in pubblico ed alle parole di un pregiudicato.
Non ricordo che altrettanta considerazione sia mai stata riservata, almeno fino ad oggi, a nessun altro pregiudicato.
È proprio vero che io invecchio ed i tempi cambiano.
Vorrei soffermarmi, però, su quello che ho appreso, dai resoconti giornalistici, sui festeggiamenti di via del Plebiscito, e sul polverone che ha sollevato, ieri, la presunta intervista che avrebbe rilasciata il Presidente di Cassazione, Antonio Esposito, guarda caso proprio ad un quotidiano notoriamente filo berlusconiano.
Domenica pomeriggio, nelle sue esternazioni il Cav ha proclamata e ribadita la sua completa innocenza, accusando tutti i giudici, anche quelli della Sezione feriale di Cassazione, di aver presa una colossale cantonata, emettendo una sentenza che costituirebbe, a suo dire, un orrendo e tragico errore giudiziario.
In assenza di contradditorio, il che è consueto quando parla Berlusconi, per avallare la sua tesi il Cav si è accanito contro la Magistratura, che sarebbe politicizzata, inspiegabilmente solo nei processi che lo riguardano, e naturalmente incapace, incompetente, settaria.
Orbene, nel caso che a me, come a qualunque essere umano, qualcuno addebitasse di aver commesso un errore nell’eseguire il mio lavoro, sicuramente mi sarebbe riconosciuto il sacrosanto diritto di replicare per provare l’infondatezza delle colpe che mi sono addossate.
Perché mai, quindi, i giudici di Cassazione, chiamati gravemente in causa da Berlusconi avrebbero dovuto, con il loro silenzio, far passare per veri gli addebiti mossi loro dal Cav?
Oltretutto la sentenza definitiva oramai era stata emessa e non si poteva neppure ravvisare il pericolo di una anticipazione del giudizio.
Fatto sta che, uno scribacchino di “Il Mattino”, ripeto un quotidiano notoriamente filo berlusconiano, ha preso il telefono ed ha chiamato il Presidente della Sezione feriale di Cassazione, Antonio Esposito.
Non si trattava, quindi, di un’intervista ma di una normale conversazione telefonica.
A questo punto mi permetto una divagazione di gossip: il Presidente Esposito è padre di Ferdinando, un PM milanese che è stato visto, in più occasioni, in compagnia di Nicole Minetti, l’organizzatrice di escort e bunga bunga e per questo condannata in primo grado dal Tribunale di Milano.
Voci maligne sospettavano che, proprio le frequentazioni del figlio di Esposito con la Minetti avrebbero potuto influire a favore di Berlusconi nel giudizio in Cassazione.
Malignità palesemente smentite!
Perfido, invece, il tentativo dello scribacchino di incastrare, per telefono, il Presidente Esposito per fargli dire che Berlusconi fosse stato condannato in base al presupposto che “l’imputato poteva non sapere”.
Tesi questa, da sempre cavallo di battaglia di Ghedini.
Alla provocazione il Presidente Esposito ha risposto: “Assolutamente no, perché la condanna o l’assoluzione di un imputato avviene strettamente sulla valutazione del fatto-reato, oltre che all’esame della posizione che l’imputato occupa al momento della commissione del reato o al contributo che offre a determinare il reato”.
Dal momento che lo scribacchino insisteva, con le sue insinuazioni, il Presidente Esposito ha aggiunto: “Non è che tu non potevi sapere perché eri il capo. Teoricamente il capo potrebbe non sapere. No, tu venivi portato a conoscenza di quello che succedeva. Tu non potevi non sapere perché Tizio, Caio e Sempronio hanno detto che te l’hanno riferito. È diverso da non poteva non sapere”.
Dov'è che il Presidente Esposito cita Berlusconi? Boh !
Certo è che, con la bolla di sapone del presunto riferimento  al Cav,  il PdL ha sollevato un polverone che ha tenuto in fibrillazione il mondo politico per l’intera giornata.