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mercoledì 31 dicembre 2014

Eroe non è chi fa il proprio dovere

Mi fa piacere poter scrivere l’ultimo post del 2014 citando un italiano che, pur avendo semplicemente fatto il proprio dovere, oggi viene osannato dai media come un eroe.
Mi riferisco ad Argilio Giacomazzi, il comandante del traghetto Norman Atlantic finito tragicamente in fiamme nel mare Adriatico.
Come tutti gli italiani che, ogni giorno, fanno il loro lavoro con impegno e serietà, il comandante Giacomazzi ha dato prova di conoscere molto bene il senso di responsabilità, rimanendo a bordo della nave fino all’ultimo, pur se in precarie condizioni di salute, per coordinare l’evacuazione dei passeggeri affidatisi a lui perché comandante del traghetto.
Lasciare per ultimo il traghetto non è stato un atto di eroismo ma il preciso dovere di ogni comandante di una nave.
Un dovere richiamato, tra l’altro, anche dal codice morale della marineria di tutto il mondo.
Un codice del quale se ne era infischiato invece, tre anni fa, un altro comandante, quello della Costa Concordia, più noto come Mister Cacarella, la cui preoccupazione era stata di porsi lui in salvo su una delle prime scialuppe calate in mare dopo il naufragio.
Il fatto è, purtroppo, che siamo così assuefatti, ormai, a convivere ogni giorno con funzionari disonesti che intascano mazzette, con dipendenti truffaldini che ostentano un assenteismo cronico, con scansafatiche di ogni tipo, con politici corrotti, con funamboli del malaffare, che se qualcuno si limita a fare niente più di ciò che è suo dovere gridiamo subito al miracolo e lo glorifichiamo come eroe.
Disgraziatamente siamo ridotti al punto che sempre più tra le persone corrette ed oneste si va insinuando il dubbio se sia cosa giusta fare il proprio dovere correndo così il rischio di essere penalizzati.
È già accaduto !
Ad esempio, ne sa qualcosa il Capitano di Fregata Gregorio De Falco, rimosso nei mesi scorsi dal suo incarico operativo.
La sua grave colpa è stata quella di aver coordinati, con professionalità, prontezza e risolutezza, i soccorsi ai naufraghi della Costa Concordia, in quella tragica notte, e di aver richiamato Mister Cacarella alle sue responsabilità.
Forse avrà dedicato troppo impegno ed efficienza nell’intento di salvare centinaia di vite umane, mentre il responsabile della tragedia si godeva lo spettacolo dagli scogli dell’isola del Giglio ?
Boh ! Misteri di un Paese che ha smarrita la bussola !
Vorrei augurarmi che, nel 2015, non ci tocchi  apprendere che anche il comandante Giacomazzi sia perseguitato per aver fatto semplicemente quello che il suo incarico gli imponeva.
Vorrei concludere, perciò, con l’augurio che nel 2015 ci sia più considerazione per le moltissime persone oneste e più implacabilità nei confronti dei troppi furfanti e disonesti che prosperano nel nostro Paese !

lunedì 29 dicembre 2014

Meglio quattro amici al bar che non …

Mi viene l’orticaria al solo pensiero che, in questi giorni, a disquisire di lavoro e della sua pseudo riforma siano Matteo Renzi, Stefano Fassina, Cesare Damiano e Pietro Ichino.
Quattro personaggi che hanno in comune alcune peculiarità.
La prima è di essere diventati, non appena usciti dallo svezzamento, mestieranti della politica o del sindacato, assimilandone limiti, ottusità, pregiudizi, contraddizioni, tare.
La seconda è di non aver mai lavorato, in vita loro, da operaio, impiegato o manager in una qualsiasi impresa assillata dall’esigenza di dover essere competitiva per poter sopravvivere.
La terza è di non aver mai avuta esperienza diretta del cosa significhi gestire decine, centinaia o migliaia di risorse umane.
La quarta è la tracotanza con cui, un contro l’altro armato, pretendono di imporre i loro assiomi a chi le problematiche del lavoro le vive tutti i giorni sulla propria pelle.
La quinta, senza dubbio la più negativa, è quella di ignorare che la risorsa umana costituisca il fattore economico più importante, dal quale dipende il successo od il tracollo di ogni impresa.
Inevitabile conseguenza del loro pressappochismo è che da giorni i quattro personaggi si battibeccano confinati nel ristretto spazio dell’Art. 18, del licenziamento con o senza reintegro, del contratto a tutele crescenti, e poco più.
Non una sola parola, non la più piccola riflessione, invece, sul perché e sul come il posto di lavoro, e le norme che lo regolano, vadano rapportati, ad esempio, alla dimensione ed al comparto in cui opera l’impresa, alla professionalità, al merito, alle mansioni usuranti, alla produttività, etc. etc.
Ho molti dubbi che il “jobs act” sia una strenna natalizia fatta agli imprenditori, come faziosamente sostengono Camusso e Landini.
Credo piuttosto che incompetenza e superficialità, della politica tutta, stiano dando vita, ancora una volta, a decisioni raffazzonate che, alla prova dei fatti, solleveranno le reazioni indignate degli uni e degli altri.
Uno dei più aspri pomi della discordia, ad esempio, ha come punto nodale il contratto a tempo indeterminato che, nel caso delle garanzie crescenti, non garantirebbe al lavoratore un posto di lavoro a vita.
Decenni di esperienze sul campo mi hanno insegnato che, a prescindere dalla tipologia del contratto, la risorsa umana, se soddisfatta della mansione assegnatagli, cerca sempre di dimostrare le sue capacità e la sua attitudine, dedicandosi al lavoro con impegno e serietà.
Ora, perché mai l’azienda dovrebbe gettare alle ortiche l’investimento di tempo e denaro fatto per avviare ai suoi compiti un neo assunto, valido ed affidabile ?
Solo perché il contratto darebbe la possibilità di licenziarlo?
Mi sembrerebbe un folle ed ingiustificabile autolesionismo!
Per contro, se la risorsa neoassunta si dimostrasse incapace, inadeguata, inaffidabile, perché mai lo Stato dovrebbe imporre, all’azienda, l’onere di sobbarcarsi il suo mantenimento in organico, impedendo così ad altra probabile risorsa disoccupata, capace e seria, di occupare quel posto ?
Mi sono sempre domandato quanti posti di lavoro si renderebbero disponibili nelle imprese private, ma più ancora nella pubblica amministrazione, se si adottassero finalmente, per tutti, parametri basati sul merito e sulle capacità.
Già, ma i quattro personaggi citati, non so se per incompetenza o per ignoranza, nelle loro diatribe quotidiane continuano a non affrontare né questa né molte altre componenti fondamentali del rapporto di lavoro.
Il nostro è un paese in cui, ciclicamente, si organizzano solenni convegni e saccenti tavole rotonde per dibattere di PIL, di competitività, di ripresa e di sviluppo, di costo del lavoro.
Sarebbe ora, invece, che qualcuno incominciasse a riflettere seriamente su cosa fare perché  il “capitale umano”, impiegato a tutti i livelli del sistema, sia coinvolto ed invogliato ad impegnarsi per tirar fuori dalle secche la nostra languente economia.
Farneticazione ? Delirio ? Utopia ?
Forse ! Continuo a credere, però, che questa sia l’unica strada percorribile per dare fiato al nostro Paese.

sabato 27 dicembre 2014

Grazie a Renzi rinasce un carrozzone

Il Consiglio dei Ministri, riunitosi davanti al presepe di Palazzo Chigi, ha deciso di commissariare l’ILVA di Taranto.
Alla notizia la statuetta del bambinello, posta nella mangiatoia, è scoppiata in un pianto disperato.
Aldilà, infatti, delle ermetiche formule di rito, il CdM ha deliberato, in parole povere, che per almeno 3 anni l’ILVA di Taranto sia finanziata, di fatto, con denaro pubblico, cioè quello dei contribuenti.
Come ha dichiarato Renzi, si inizierà con un investimento di oltre 2 miliardi di euro.
Nessuno, però, è in grado oggi di prevedere quale potrà essere il salasso effettivo cui saranno sottoposte le finanze pubbliche in questi 3 anni, sempre che si trovi poi qualcuno disposto a rilevare gli impianti, garantendo la produzione e l’ambiente ma (attenzione !) non i livelli occupazionali.
Da qualunque parte lo si voglia guardare si tratterà, dunque, di un discutibile intervento dello Stato sul quale difficilmente potrà essere d’accordo l’UE.
Se e quando l’UE dovesse intromettersi, Renzi, però, ha già fatto sapere che risponderà con una delle solite strampalate cialtronerie: “L’Europa non ci può impedire di salvare i bambini di Taranto”.
Antonio Di Pietro commenterebbe: “ma che c’azzeccano i bambini di Taranto?”.
In ogni caso ritengo opportuno rammentare cosa sia l’ILVA e quale la sua storia.
L’ILVA di Taranto è uno stabilimento siderurgico che, insieme a quelli di Cornigliano, Bagnoli, Piombino, Marghera, Trieste, Novi Ligure, fino al 1983 era stato di proprietà di ITALSIDER Alti Forni SpA, società a capitale pubblico nata nel 1961 dalla fusione di ILVA con CORNIGLIANO SpA.
Controllata prima da IRI e poi da FINSIDER, ITALSIDER era diventata negli anni il classico carrozzone pubblico, usata da tutti i partiti come pascolo per assunzioni clientelari, poltrone, incarichi, consulenze, etc..
Rivelatasi incapace di superare la crisi di settore degli anni ‘80, nel 1983, dopo aver ingurgitati miliardi e miliardi di lire dalle casse dello Stato, la società, che nel frattempo aveva cambiata la sua ragione sociale in NUOVA ITALSIDER, fu messa in liquidazione e ceduta al gruppo IRI-STET.
Solo nel 1995, per farla breve, il Gruppo Riva ha acquisiti gli impianti siderurgici di Taranto che ha utilizzati per oltre un decennio, incurante dei gravi danni ambientali e sanitari che andava provocando.
Nel settembre 2013, la situazione ambientale era così compromessa che la Commissione Europea ha aperta una procedura di messa in mora dell’Italia.
Dalle vicissitudini di ITALSIDER, FINSIDER, IRI-STET, appare chiara ed innegabile la conferma che, anche nella siderurgia, l’intervento pubblico è risultato deleterio, per la impreparazione e l’incapacità a gestire imprese e ad assicurare livelli di redditività e di produttività competitivi.
La storia di oltre cinquanta anni documenta che gli interventi pubblici hanno sempre riversate le loro inettitudini sulle finanze pubbliche e, quindi, sui contribuenti.
Purtroppo la classe politica è così ottusa ed impudente da non fare tesoro delle devastanti pagine scritte, in passato, dallo Stato “imprenditore” !
Così Matteo Renzi, come regalo di Natale ai contribuenti italiani, ha deciso che, da gennaio 2015, gli impianti siderurgici di Taranto ritorneranno sotto la gestione pubblica, affidata a tre commissari che, in 36 mesi, dovrebbero curare la ripresa aziendale ed il risanamento ambientale.
Al termine di questi presunti tre anni, come già detto, gli impianti saranno ceduti ad un ipotetico “miglior offerente” che, però, non sarà impegnato a garantire neppure i livelli occupazionali.
Insomma, il governo ha deciso di investire denaro pubblico non per assicurare futuri posti di lavoro ai tarantini, ma per offrire a qualcuno, su un piatto d’argento, una azienda risanata. 
Approfittando, però, del Natale, Renzi ha portate in dono agli italiani ancora più ansie e preoccupazioni, informandoli che per far partire i progetti del piano ambientale, e non solo, i commissari avranno la facoltà di saltare l’iter di autorizzazioni.
Come se gli scandali dei lavori per il G8 della Maddalena, per la ricostruzione di L’Aquila, per il Mose di Venezia, per L’EXPO di Milano e, appena sfornati, per “mafia Capitale”, siano leggende metropolitane e non pagine di vita vissuta.
Ma c’è di più, i commissari godranno anche di una sorta di immunità che li metterà al riparo da qualsiasi azione penale nei loro confronti fino al punto di non poter essere neppure inquisiti per bancarotta qualora decidessero di dirottare gli investimenti da una destinazione all’altra, vale a dire, ad esempio, se utilizzassero i denari stanziati per la tutela ambientale e sanitaria a fronte di altri capitoli di spesa.
Uno strapotere gestionale, in regime di franchigia, che autorizza a nutrire seri dubbi su quella che, con il passare dei mesi, potrà essere l’entità dell’investimento pubblico.
Ma è anche inevitabile domandarsi: i commissari, che il governo investirà di così ampi poteri, come potranno resistere alle pressioni di una politica arrogante che pretenderà, per amici ed amici degli amici di questo o quel partito, assunzioni, poltrone, consulenze, incarichi professionali, etc.?
In meno di tre anni, cioè, Renzi riuscirà nel dar vita ad un carrozzone inefficiente, divoratore di denaro pubblico, potenziale incubatrice di malaffare.
Le premesse ci sono tutte !
Ora, dal momento che in futuro non saranno garantiti neppure i posti di lavoro sarà sufficiente, per far digerire agli italiani questa onerosa scelta del governo, la sconcertante spiegazione che “L’Europa non ci può impedire di salvare i bambini di Taranto”?  

martedì 23 dicembre 2014

Banalità renziane

Dopo che il governo ha approvato il disegno di legge anticorruzione, che sarà licenziato dal Parlamento con i consueti tempi biblici, la Associazione Nazionale Magistrati ha manifestata la propria delusione chiedendo al presidente del consiglio: “meno stupore e più determinazione”.
Una delusione provocata sia dai contenuti del DdL che, tra l’altro, hanno esclusa la possibilità di “premiare” chi collaborasse a far emergere il marciume della corruzione, sia dall’aver adottata la forma del disegno di legge e non di un decreto legge che sarebbe entrato subito in vigore.
Alla delusione manifestata dalla ANM, Matteo Renzi non ha trovato di meglio che rispondere con una delle sue solite banalità “le leggi le fa il Parlamento ed i Magistrati parlino con processi e sentenze”.
Ora, affermare che siano il governo ed il Parlamento a legiferare mi sembra ovvio e scontato.
Così come è ovvio e scontato asserire che compito dei Magistrati sia quello di fare i processi e di emettere le sentenze.
C’è però un piccolo dettaglio che le banali parole di Renzi volutamente ignorano.
I processi si istruiscono e si conducono nel rispetto delle leggi emanate dal governo e dal Parlamento, per cui se le leggi sono preordinate per favorire i malfattori fatalmente finiscono per vanificare e mortificare l’operato dei Magistrati.
Mi sembra sia il caso, appunto, del disegno di legge elaborato da Renzi e dal suo governo.
Mi sorprende, innanzitutto, che in un Paese, sfregiato ogni giorno da reati di corruzione, il governo Renzi non abbia ritenuto suo dovere insorgere prima, ad esempio dopo gli scandali MOSE ed EXPO, ma si sia mosso solo dopo il fragore provocato dallo scandalo “mafia Capitale”.
Mi domando: ma il governo considerava la corruzione, fino ad ieri, alla stregua di un peccato veniale, oppure la sua azione era cloroformizzata dalla lobby della corruttela ?
Una lobby, quella della corruttela, che forse è stata in grado di incidere anche sul disegno di legge anticorruzione, ad esempio facendo in modo che le norme fossero emanate con un disegno di legge, così da poterle fare attenuare ancora di più, in aula, dai parlamentari lobbisti.
Ma Renzi mente, sapendo di mentire, quando continua a ripetere come un mantra: “il punto centrale è che chi viene condannato deve pagare tutto, fino all’ultimo giorno, fino all’ultimo centesimo”.
Infatti, Renzi sa molto bene che un malfattore, corruttore o corrotto che sia, solo dopo il terzo grado di giudizio potrebbe essere costretto a pagare il fio per il suo misfatto, sempre che non intervengano prima i termini di prescrizione ad estinguere il reato.
Proprio ai tempi di prescrizione del reato credo si riferisse l’ANM quando ha chiesto al governo “più determinazione”.
Infatti, i tenui ritocchi ai tempi di prescrizione, apportati dal governo, mentre preoccupano i Magistrati, fanno sorridere gli avvocati difensori che, da navigati volponi, conoscono mille trucchi per allungare la durata dei processi al fine di ottenere la prescrizione del reato.
Ora, se Renzi ed il suo governo, per non inimicarsi la lobby della corruttela, non se la sono sentita di eliminare del tutto la prescrizione per i reati commessi ai danni del pubblico denaro, avrebbero potuto almeno prevedere che la prescrizione si bloccasse con il rinvio a giudizio dell’imputato.
In questo caso si sarebbe anche velocizzato l’iter processuale per il venir meno dell’interesse, da parte degli avvocati della difesa, di tirare per le lunghe confidando nella prescrizione.
Ecco perché ritengo banale e sciocco che Renzi chieda ai magistrati di parlare solo “con processi e sentenze”, quando proprio i processi e le sentenze sono condizionati dalle leggi del suo governo e dai voti del Parlamento.

lunedì 22 dicembre 2014

“Top ten” dei parlamentari assenteisti

C’è un sito WEB che ogni italiano dovrebbe visitare prima di entrare nella cabina elettorale, sempre che non sia del tutto schifato della politica ed abbia ancora voglia di votare.
Mi riferisco al sito 'www.openpolis.it' sul quale si possono esaminare dati e notizie sulle istituzioni della Repubblica Italiana, in primis Parlamento ed Amministrazioni locali.
Per quanto riguarda Camera e Senato, ad esempio, Openpolis assegna, ad ogni parlamentare, un “indice di assenteismo”, determinato in base alla presenza in aula per le votazioni, ed un “indice di produttività”, definito in relazione a numero, tipologia, consenso ed iter degli atti presentati,.
Inoltre, Openpolis propone notizie sulle Commissioni Parlamentari, sui Gruppi Parlamentari, sul cambio di casacca di Deputati e Senatori nel corso della legislatura, sulla partecipazione a missioni, ed altro ancora.
Così, grazie ad Openpolis scopriamo, ad esempio, che nei primi 22 mesi della attuale legislatura già 83 deputati ed 80 senatori hanno svestita la casacca, con la quale erano stati eletti nel febbraio 2013, e si sono accasati in altri gruppi parlamentari.
Sarei curioso di sapere cosa ne pensino i fautori delle liste bloccate che negano agli elettori il diritto al voto di preferenza !
Oddio, è anche vero che senza le liste bloccate sarebbe impossibile trasformare il Parlamento in una corte dei miracoli popolata da leccapiedi, nani e ballerine.
Una corte dei miracoli della quale gli italiani ne farebbero volentieri a meno, … almeno credo.
Ad esempio, perché gli italiani dovrebbero rassegnarsi al fatto che individui, una volta eletti, si irridano dei lavori parlamentari e si permettano di continuare a fare gli affari loro, pur percependo ogni mese, dalle casse dello Stato, una lauta prebenda mensile di circa 20.000 euro, dei quali ben 7.000 esentasse?
Siccome, però, in Italia è di moda sparare sempre e solo nel mucchio, senza rivelare mai i nomi di coloro che trasgrediscono, ho deciso oggi di compilare, con nomi e cognomi, le “Top ten parade” dei deputati e senatori che, in questi 22 mesi della legislatura, hanno primeggiato per il loro assenteismo, mentre milioni di italiani si arrabattavano ogni giorno per lavorare e sopravvivere.
Scorrendo le “Top ten” mi è venuto un dubbio: ma se le Camere possono lavorare nonostante la sconcezza di questi assenteismi, non è che il numero di deputati e senatori sia davvero troppo ridondante?
E c’è chi si sorprende ancora del fatto che gli italiani si dicano sempre più schifati della politica !

domenica 21 dicembre 2014

Più rispetto per i dilettanti, quelli veri

Nell’irrefrenabile isterismo di Renato Brunetta, così come nella rozza ciarlataneria del farneticante duo Grillo-Salvini, il termine più ripetitivo per schernire Matteo Renzi, per la sua pseudo azione di governo, è quello di “dilettante”.
Ora, poiché nello sport come in tutte le arti ci sono dilettanti veri, i cui risultati meritano attenzione e rispetto, l’uso spregiativo del termine, da parte dei denigratori di Renzi, continua ad infastidirmi.
Ho cercato conforto nel  dizionario Treccani della lingua italiana che, alla voce “dilettante”, propone due significati.
Il primo: “dilettante è chi coltiva un’arte, una scienza, uno sport non per professione, né per lucro, ma per piacere proprio”.
Il secondo: “dilettante è chi, nell’attività scientifica o tecnica, nella professione o nel mestiere che esercita, dimostra scarse capacità”.
In realtà, osservando Matteo Renzi nei suoi primi  dieci mesi di permanenza a Palazzo Chigi, non mi sembra che le sue insufficienze siano riconducibili ad uno dei due significati che il dizionario Treccani ascrive al termine “dilettante”.
Propenderei di più, invece, per ravvisare, nell’azione del nostro presidente del consiglio, modi di fare propri di un incompetente che, al solo scopo di soddisfare la propria libido infantile di auto gratificazione, abbia fatto di tutto per assumere un ruolo di fatto a lui inappropriato per incapacità, improvvisazione e supponenza.
Lo dicono i fatti !
Presentatosi alle Camere, nel febbraio 2014, mani in tasca, raggiante e baldanzoso, si era impegnato a realizzare un serrato programma di riforme che, nel giro di qualche mese, avrebbero dovuto portare ad un cambiamento “radicale, immediato, puntuale” (Ipse dixit !) del nostro Paese.
Secondo Renzi, prima che iniziasse il semestre di presidenza italiana dell’UE, di lì a qualche mese, si sarebbe dovuto realizzare un ambizioso programma di riforme che, tra le altre, prevedeva la riforma del mercato del lavoro, quella della legge elettorale, la riforma della pubblica amministrazione e quella della giustizia, solo per citare le più significative.
Un pacchetto di riforme che avrebbe potuto dare credito alla presidenza italiana dell’UE e rafforzarne l’autorevolezza.
Può darsi che in questi mesi mi sia sfuggito qualcosa, ma mi sembra che di riforme se ne sia fatto un gran parlare nei talkshow televisivi e sulla stampa, ma di concreto non si sia visto nulla fino ad oggi, nonostante il semestre di presidenza italiana dell’UE sia ormai agli sgoccioli.
Non solo ma, di fronte alle Camere, Matteo Renzi si era impegnato a realizzare oltre alle riforme anche molte altre cose.
A titolo esemplificativo mi limiterò a citare: “Il primo elemento su cui prendiamo un impegno è lo sblocco totale, e non parziale, dei debiti della pubblica amministrazione … Il secondo elemento è la costituzione ed il sostegno di fondi di garanzia per risolvere l’unica importante e fondamentale questione che abbiamo sul tappeto, che è quella delle piccole e medie imprese che non riescono ad accedere al credito. … Il terzo punto, e lo faremo nelle prossime settimane, è una riduzione a doppia cifra del cuneo fiscale, attraverso misure serie ed irreversibili legate alla revisione della spesa. ... Partiremo entro il mese di marzo con la discussione parlamentare del cosiddetto Piano per il lavoro a sostegno di chi perde il posto di lavoro. … E’ arrivato il momento di mettere alla attenzione del Parlamento, nel mese di giugno, un pacchetto organico di revisione della giustizia che non lasci fuori niente.” (Ipse dixit!).
Da quel febbraio 2014 sono trascorsi 10 mesi e gli italiani, con sempre meno fiducia, attendono di veder concretizzati se non tutti almeno alcuni di questi impegni.
Peraltro anche il Parlamento non può essere di certo soddisfatto di questi 10 mesi in cui è stato asservito a 33 voti di fiducia sui provvedimenti del governo, nonostante Renzi avesse asserito: “Noi non abbiamo l’idea di venire a dettare la linea e di aspettare che rapidamente la si esegua nelle Aule parlamentari”.
E cosa dire della donchisciottesca temerarietà con cui si riprometteva di cambiare le regole dell’UE nel semestre di presidenza italiana, che invece si sta concludendo con il classico buco nell’acqua ?
L’elencazione dolens delle promesse mancate potrebbe proseguire ancora a lungo ma servirebbe solo a girare il coltello nella piaga.
La realtà è che Matteo Renzi in questi mesi ha trascorso più tempo in studi televisivi e radiofonici che non in riunioni del consiglio dei ministri.
E non si è neppure fatti mancare viaggi di autoincensamento in giro per il mondo.
Per questo inviterei Brunetta, Grillo e Salvini a dimostrare più rispetto per i dilettanti, quelli veri, non screditandoli con l’equiparare le loro lodevoli performance a quelle meno pregevoli del presidente del consiglio.

martedì 16 dicembre 2014

Una strenna per mafiosi, corruttori e corrotti

Nell’ascoltare le parole di Matteo Renzi che ha ufficialmente annunciata la candidatura dell’Italia per le Olimpiadi 2024, ho maturate due certezze.
La prima è che … per raggiunti limiti di età il destino mi esonererà dall’assistere a quei giochi olimpici, dato e non concesso che siano assegnati al nostro Paese.
La seconda è che oggi sarà un giorno di festa per i figli e nipoti di mafiosi, corruttori e corrotti che potranno brindare ai sicuri affari che si spartiranno partecipando al business delle Olimpiadi.
Come non ricordare che nella notte in cui il terremoto distruggeva L’Aquila e falcidiava centinaia di vite umane, l’impresario Pierfrancesco Gagliardi e suo cognato Francesco Piscitelli se la sghignazzavano fantasticando sui lucrosi appalti che avrebbero ottenuto per la ricostruzione ?
Perché mai mafiosi, corruttori e corrotti non dovrebbero sghignazzare, oggi, ascoltando Renzi ed immaginando il sontuoso banchetto olimpico al quale potranno prendere parte ?
Qualche economista ha già previsto che le Olimpiadi 2024 potrebbero costare all’Italia non meno di 10 miliardi di euro alcuni dei quali, “nun c’è bisogn ‘a zingara p’andiviná”, finiranno per arricchire come sempre i soliti maneggioni impuniti di ogni specie, politici e non.
D’altra parte sarebbe sufficiente sfogliare le cronache degli ultimi decenni per rendersi conto che non c’è stato un solo evento, organizzato nel nostro Paese, che non abbia generati scandali, evidenziate ruberie di ogni genere, e realizzate opere inutili ed abbandonate alla incuria.
Senza risalire troppo indietro negli anni è ancora vivo il ricordo della allegra gestione, nel 2006, delle Olimpiadi invernali di Torino costate all’erario, cioè a tutti noi, oltre 3 miliardi di euro tra costi di gestione e spese per investimenti, molti dei quali  abbandonati da tempo per gli eccessivi costi di manutenzione.
Come non ripensare agli oltre 400 milioni di euro di denaro pubblico, prelevati dalle tasche di noi tutti e dilapidati alla Maddalena per realizzare faraoniche strutture che avrebbero dovuto ospitare il vertice del G8; opere incompiute che stanno cadendo a pezzi nel disinteresse generale ?
E che dire dello sperpero di centinaia di milioni di fondi pubblici per finanziare le strutture della Città dello Sport che nel 2009, a Roma, avrebbero dovuto diventare sede dei Mondiali di Nuoto ?
Siamo nel 2014 e non solo questo monumento allo spreco non è ancora ultimato, ma per i lavori di completamento e di ristrutturazione sarebbero necessari altri 500 milioni.
Hanno riempite le cronache di queste settimane i riscontri della corruttela che ha avvelenato, a Milano, l’allestimento di EXPO 2015.
Tutti eventi che avrebbero dovuto renderci orgogliosi se non fossero stati infettati dai tentacoli della onnipresente piovra della corruzione.
Per questo mi domando: perché Renzi si illude che le cricche del malaffare, che hanno dato prova di essere molto ben introdotte nei gangli del potere politico ed economico, dovrebbero astenersi proprio dal succulento pranzo delle Olimpiadi ?
Non solo, ma nel giorno in cui Bankitalia comunica che il debito pubblico ha raggiunta la astronomica cifra di 2.157 miliardi, è un atto di incoscienza candidare l’Italia per le Olimpiadi 2024, senza alcuna prospettiva di poter prima risanare le finanze del Paese.
È pur vero che Renzi è convinto che lui certamente non sarà più a Palazzo Chigi nel 2024, per cui toccherà a qualcun altro sbrogliarsela, ma se è così allora la candidatura alle Olimpiadi si profila come un grave atto di disonestà politica.
Aveva fatto bene Mario Monti, temporaneo presidente del Consiglio, a rifiutare la candidatura italiana alle Olimpiadi 2020 proprio per non scaricare su altri i conseguenti obblighi per le casse dello Stato.
D’altra parte non può sfuggire che, se il Paese è così gravemente indebitato, lo si debba a tutti i governi che, spendendo e spandendo a cuor leggero il denaro pubblico, hanno scaricato sugli italiani e sugli anni successivi il fardello delle loro scelte inconsulte.
Forse l’imbonitore Renzi ha pensato di usare la candidatura alle Olimpiadi come un facile e spendibile spot di autocompiacimento, senza riflettere sul fatto che, probabilmente, la maggioranza degli italiani angosciati da una crisi senza fine, possa non condividere neppure questa sua scelta. 

lunedì 15 dicembre 2014

Brodino scipito anticorruzione

Risvegliato dal boato di “mafia capitale”, Matteo Renzi è sembrato accorgersi finalmente del marciume che devasta le istituzioni.
Con il piglio da superman, castigatore di quegli scandali che fanno inviperire ogni giorno i milioni di onesti cittadini che ancora vivono in questo Paese, Renzi si era impegnato ad intervenire senza indugio con interventi rigorosi e risolutivi.
Mi ero detto: vuoi vedere che questa volta corrotti e corruttori finiranno davvero in galera ?
Una illusione durata giusto il tempo dedicato da Renzi al suo ennesimo viaggio di autopromozione, questa volta su e giù per la Turchia.
Infatti, ritornato a Roma e riunito il consiglio dei ministri … ci è toccato un nuovo sconforto, anche se, con modi da imbonitore Renzi tenta di farci credere che le decisioni del suo governo saranno decisive per contrastare la corruzione.
In realtà, assistiamo alla consueta abilità del presidente del Consiglio nel gettare fumo negli occhi dei cittadini.
Ad esempio, è vero che la pena minima è stata aumentata da 4 a 6 anni e quella massima da 8 a 10 anni, ma il governo non ha avuto il coraggio di escludere che l’imputato di corruzione possa ricorrere all’oscenità giuridica del patteggiamento sulla pena.
La buffonata è che il patteggiamento sarà ammesso quando l’imputato si dimostri così di buon cuore da restituire il maltolto.  
Ma che cavolo di idea della giustizia frulla nella testa di Renzi e dei suoi ministri ?
Insomma, qualunque farabutto che sgraffignerà denaro pubblico potrà sempre contare, semmai lo beccassero, sulla possibilità di patteggiare la riduzione della pena in cambio della restituzione del malloppo.
Le cronache recenti raccontano che di questo escamotage se ne è avvalso, ad esempio, il deputato di Forza Italia Giancarlo Galan che, accusato di corruzione nell’inchiesta MOSE, ha potuto  patteggiare una pena a 2 anni e 10 mesi di reclusione in cambio della restituzione del malloppo di 2,6 milioni di euro.
Questa farsa si è conclusa con la conversione della reclusione in arresti domiciliari nella lussuosa dimora di Cinto Euganeo e con il fatto che Galan, pur pregiudicato, continuerà ad essere presidente della Commissione Cultura della Camera.     
Non solo, Renzi enfatizza anche di aver allungati i tempi di prescrizione, sorvolando sul fatto che comunque la difesa dell’imputato, prima che la sentenza diventi definitiva dopo i tre gradi di giudizio, potrà ricorrere sempre ad ogni espediente, vizio procedurale, dubbio interpretativo, per dilatare i tempi processuali fino a far scattare la prescrizione.
Perché Renzi ed il suo governo non hanno dato un segnale di fermezza decidendo che la prescrizione non si applichi a tutti i reati commessi a danno dello Stato, cioè della collettività ?
E perché, di fronte alla inarrestabile cancrena della corruzione, che necessiterebbe interventi di urgenza, il governo ha affidato al Parlamento la approvazione del DdL anticorruzione e non ha adottato un Decreto Legge che avrebbe effetto immediato ?
Insomma, Renzi ci vorrebbe far credere che un tumore maligno come la corruzione si possa combattere con una aspirina.
Per questo non ci dobbiamo sorprendere se la Associazione Nazionale Magistrati si è detta delusa dalla pochezza di questi provvedimenti del governo ed, in particolare, dalla mancanza di una norma che favorisca il pentitismo di corrotti e corruttori.
Così come non ci dobbiamo sorprendere se, invece, Forza Italia inveisca contro il prolungamento dei termini di prescrizione, che erano stati ridotti a quisquilie dai governi Berlusconi pur di tirare fuori il boss di Arcore da molti dei suoi guai giudiziari.
Come non ricordare, ad esempio, che proprio i termini di prescrizione falciati da Forza Italia hanno consentito a Berlusconi di svicolarsela dalle accuse di corruzione (processi: “Lodo Mondadori” e “Corruzione avvocato Mills”), di falso in bilancio ed appropriazione indebita (processi: “Consolidato Fininvest”, “Lentini”, “Bilanci Fininvest 1988-1992”), di finanziamento illecito ai partiti (processo “All Iberian 1”), di rivelazione di segreto d’ufficio (processo “Unipol”) ?     
Vuoi vedere che anche su questo scipito brodino delle norme anticorruzione aleggia il fantasma della “tresca del Nazareno” ?

giovedì 11 dicembre 2014

Viviamo ormai in una cleptocrazia

Nel marzo 1998, sulle pagine del trimestrale Finance & Development edito dal FMI, Robert Klitgaard, docente presso la Claremont University, scriveva: “In Belgio e nel Regno Unito, in Italia ed in Giappone, in Russia ed in Spagna, come in molti altri paesi, la corruzione ha un ruolo molto più centrale nella gestione della politica che in qualsiasi altro momento della storia recente”.
E proseguiva: “La corruzione non è certo un problema esclusivo dei paesi economicamente sviluppati piuttosto che dei paesi in via di sviluppo. È vero che in Venezuela è stato pubblicato, nel 1989, un dizionario della corruzione, ma è altrettanto vero che anche un autore francese ha tentato di scrivere qualcosa del genere per il suo paese. Probabilmente ogni paese potrebbe pubblicare un proprio dizionario della corruzione”.
Non mi risulta che qualcuno, in Italia, si sia ancora cimentato nell’elaborare un dizionario del genere, anche se nel nostro Paese di certo non difettano, ahinoi, le vicende di malaffare da selezionare, catalogare e descrivere.
Ingenuamente, come credo anche molti altri italiani, mi ero illuso che “tangentopoli” fosse servita, se non proprio a spazzare via,  almeno a limitare il degrado morale della classe politica.
Purtroppo con il passare degli anni ho dovuto rendermi conto che la cultura del malaffare si era fatta sempre più sfrontata, diffondendosi e radicandosi nel sistema fino ad apparire una normale consuetudine della quale non ci si doveva scandalizzare.
Il fatto è, come schematizza il professor Klitgaard con la formula “C= M+D-P”, quando il Maltolto conseguito e la Discrezione, su cui si può contare, sono di gran lunga più appaganti della Pena, nella quale si rischia di incorrere, la Corruzione trionferà sempre.
In Italia, grazie agli striminziti tempi di prescrizione dei reati, grazie alle amnistie, grazie alla facile via di scampo del patteggiamento, per il corrotto che si è appropriato di malloppi milionari il rischio concreto è quello di trascorrere mal che vada qualche settimana agli arresti domiciliari.
Per questo il contrasto alla corruzione, in Italia, si presenta come una guerra persa in partenza.    
Se poi consideriamo che, per la nostra classe politica, la lotta alla corruzione avrebbe lo stesso effetto di una eutanasia attiva, è semplicemente illusorio sperare che qualche politico voglia darsi da fare seriamente per combattere la immoralità.
Negli ultimi mesi, ad esempio, di fronte allo sconcio degli scandali MOSE ed EXPO 2015, la politica ha preferito voltare la faccia dall’altra parte pur di non dover intervenire con fermezza.
Ecco perché oggi non posso fare a meno di domandarmi: ma ci voleva il ciclone della “fasciomafia capitale” affinché il nostro presidente del consiglio, Matteo Renzi, si accorgesse che nelle istituzioni la corruzione è straripante ?
Oppure crede che questo nuovo scandalo sia solo una occasione per cogliere la palla al balzo e rifilarci un ennesimo spot ?
Infatti, nel suo videomessaggio Renzi dice di volersi impegnare, già nel prossimo consiglio dei ministri, per aumentare le pene per il reato di corruzione (NdR: CP art. 318) portandola dagli attuali 3 anni ad un massimo di 6 anni.
Si dice intenzionato, inoltre, ad allungare i termini per la prescrizione del reato.
Innanzitutto mi piacerebbe che il presidente del consiglio riflettesse sul fatto che la corruzione, commessa da politici, amministratori locali e funzionari pubblici, arreca un danno allo Stato e quindi all’intera collettività, per cui non dovrebbe mai essere prescritto.
Il semplice allungamento dei termini, dunque, mi sembra solo un brodino scipito ed una presa in giro.
La realtà è che nessun reato, commesso da politici, amministratori locali, funzionari pubblici durante l’esercizio del loro mandato, dovrebbe essere mai prescritto.
Solo in questo modo si potrebbe avere la certezza, una volta accertato il reato, che la Giustizia arrivi ad emettere una condanna definitiva senza l’incombente rischio, nel corso dei tre gradi di giudizio, di incappare nella prescrizione di cui gli avvocati della difesa sono molto abili ad avvalersi.
Sarebbe anche auspicabile che, per tutti i reati commessi da politici, amministratori locali, funzionari pubblici, fosse eliminato il patteggiamento, un obbrobrio giuridico che scredita la Giustizia, ridicolizza le condanne ed amareggia i cittadini onesti.
Già, ma forse si tratta di scelte, moralizzatrici dei costumi politici, in contrasto con gli inconfessati patti della “tresca del Nazareno”, per cui ancora una volta Renzi, sollevando un gran polverone, nasconde di fatto la volontà di lasciare che il fetore del malcostume politico continui a stomacare gli italiani.

lunedì 8 dicembre 2014

Il Paese dei paradossi

Non so cosa pensare del fatto che nessuno, nel nostro Paese, si sorprenda e si indigni perché un pregiudicato, che dovrebbe ritrovarsi agli arresti, almeno domiciliari, con una faccia tosta stupefacente metta il becco nello scandalo “fasciomafioso” che sta squassando il Comune di Roma, e si permetta di chiedere le dimissioni del Sindaco e della Giunta.
Eppure, quel pregiudicato è stato condannato a quattro anni non per il furto di caramelle ma per frode fiscale, cioè per aver truffato lo Stato.
Non solo, ma proprio quel pregiudicato, nel 2009 quando era presidente del Consiglio, rigettò la richiesta del Prefetto di  Latina di sciogliere il consiglio comunale di Fondi per “chiare connessioni tra figure di vertice del Comune ed alcuni membri di organizzazioni di stampo mafioso legate a Cosa Nostra, alla ‘ndrangheta ed al clan dei Casalesi”.
Mi domando: possibile che tra i molti sedicenti giornalisti, che ogni giorno ci spacciano opinioni e giudizi, nessuno si sia ricordato di questo precedente ed abbia avuto l’ardire di rammentarlo al pregiudicato esortandolo a zittirsi ?
Che tristezza prendere atto che la nostra democrazia soffra di un sistema informativo strisciante e piaggino nei confronti del potere reale ed apparente.
Perché forse non è anche meschina piaggeria quella dimostrata dai cronisti che, con microfoni e notes, erano impegnati a registrare le ultime dichiarazioni di Matteo Salvini, il segretario della Lega ?
Con la sfrontataggine che da sempre caratterizza ogni suo atto o parola, Salvini è arrivato a proporre un sindaco leghista per moralizzare l’amministrazione comunale di Roma.
Ma in forza di quale integrità della Lega l’impudente Salvini osa ipotizzare che un primo cittadino leghista potrebbe bonificare il comune capitolino ?
Salvini dà a vedere di non ricordare che proprio la Lega sia stata colta con le mani nella indecente truffa per i rimborsi elettorali commessa dai suoi vertici.
Possibile che lui, come i cronisti che lo intervistavano, abbiano dimenticato che in Lega si siano usati milioni e milioni di euro, dei rimborsi elettorali, per comprare gioielli, lauree in Albania, automobili di lusso per i figli del boss, e per ristrutturare case private ?
Ma Salvini di certo non può esibire come referenza di correttezza neppure l’ex governatore leghista del Piemonte, Roberto Cota, rinviato a giudizio per peculato, truffa e finanziamento illecito dei partiti.
L’integerrimo Cota è stato beccato nel servirsi del denaro pubblico, dei rimborsi ai gruppi regionali, anche per comprarsi mutande ovviamente di colore verde come impone l’usanza leghista.
Mi sembra paradossale che, in Italia, da un lato osino predicare la moralizzazione proprio individui con un passato truffaldino nel loro curriculum e, dall’altro, che il sistema dell’informazione si presti a fare eco a questi individui diffondendo passivamente ogni spudorata dichiarazione.

venerdì 5 dicembre 2014

A chi credere ancora ?

Da poco più di ventiquattrore il Paese è sommerso dal resoconto delle molte rivelazioni sullo scandalo “fascio-mafia” che sta terremotando la amministrazione comunale capitolina e che ha consegnati alle patrie galere decine di individui ignobili, di sinistra e di destra, che per anni hanno fatta man bassa del pubblico denaro.
Per non farsi mancare nulla, però, nelle stesse ore i cittadini romani hanno appreso che, presso l’Università La Sapienza, un professore, non meno spregevole, vendeva agli studenti gli esami universitari.
Nulla di nuovo sotto il cielo del nostro Belpaese.
Sono decenni ormai che ogni giorno salta fuori una qualche nefandezza commessa da questo o quel politico, ovviamente senza distinzione di colore per il rispetto della par condicio.
Così come non costituisce neppure una novità il fatto che autorevoli esponenti dei partiti esprimano a caldo il loro sdegno di fronte agli scandali e si impegnino, ogni volta, ad intervenire con urgenza per contrastare il malaffare dilagante.
Tutte balle !
Siccome le mele marce si annidano nei gangli di tutti i partiti e di ogni centro di potere, nessun politico deciderà mai di prendere una qualche iniziativa moralizzatrice per paura di veder franare rovinosamente quel sistema di cui lui stesso fa parte e di cui beneficia.
In queste ore i più infervorati a sbraitare filippiche di condanna, in TV e sulla carta stampata, sono stati, ohibò, il Presidente del Consiglio e segretario del PD, Matteo Renzi, ed il seminudo segretario della Lega, Matteo Salvini.
Straordinarie facce di bronzo !
Difatti, mentre loro si affannavano nel condannare il malaffare e si impegnavano ad intervenire in modo duro e definitivo, i loro sodali di partito, in Parlamento, si muovevano esattamente nella direzione opposta.
In quelle stesse ore, infatti, dopo nove mesi di melina il Senato era chiamato ad esprimere il proprio voto sulla richiesta della Procura di Trani di utilizzare le intercettazioni telefoniche nel processo che coinvolge il senatore di NCD e Presidente della Commissione Bilancio, Antonio Azzollini.
Per inciso, al senatore Azzollini, alfaniano DOC, la Procura di Trani contesta i reati di truffa allo Stato, associazione a delinquere, abuso d’ufficio, frode in pubbliche forniture, e varie altre quisquiglie, per lo scandalo del porto di Molfetta.
Ebbene, che ti fanno i senatori di PD, NCD, Forza Italia e Lega ?
Ma suvvia, respingono la richiesta della Procura di Trani con 180 voti, contro 36 voti favorevoli ed 1 astenuto.
Domanda n. 1: i due Matteo, Renzi e Salvini, mentre censuravano il malaffare erano al corrente di come avrebbero votato i senatori dei loro partiti ?
Domanda n. 2: non è che proprio Renzi e Salvini abbiano ordinato ai loro senatori di inibire l’uso delle intercettazioni da parte della Procura di Trani, per il farisaico principio “predicare bene ma razzolare male” ?
Alla luce di questi fatti mi viene da pensare perfino che proprio la fretta e le parole, con cui Renzi e Salvini hanno voluto deplorare con tanta enfasi i “fasciomafiosi” romani giustifichino i dubbi sulla loro sincerità.