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giovedì 11 dicembre 2014

Viviamo ormai in una cleptocrazia

Nel marzo 1998, sulle pagine del trimestrale Finance & Development edito dal FMI, Robert Klitgaard, docente presso la Claremont University, scriveva: “In Belgio e nel Regno Unito, in Italia ed in Giappone, in Russia ed in Spagna, come in molti altri paesi, la corruzione ha un ruolo molto più centrale nella gestione della politica che in qualsiasi altro momento della storia recente”.
E proseguiva: “La corruzione non è certo un problema esclusivo dei paesi economicamente sviluppati piuttosto che dei paesi in via di sviluppo. È vero che in Venezuela è stato pubblicato, nel 1989, un dizionario della corruzione, ma è altrettanto vero che anche un autore francese ha tentato di scrivere qualcosa del genere per il suo paese. Probabilmente ogni paese potrebbe pubblicare un proprio dizionario della corruzione”.
Non mi risulta che qualcuno, in Italia, si sia ancora cimentato nell’elaborare un dizionario del genere, anche se nel nostro Paese di certo non difettano, ahinoi, le vicende di malaffare da selezionare, catalogare e descrivere.
Ingenuamente, come credo anche molti altri italiani, mi ero illuso che “tangentopoli” fosse servita, se non proprio a spazzare via,  almeno a limitare il degrado morale della classe politica.
Purtroppo con il passare degli anni ho dovuto rendermi conto che la cultura del malaffare si era fatta sempre più sfrontata, diffondendosi e radicandosi nel sistema fino ad apparire una normale consuetudine della quale non ci si doveva scandalizzare.
Il fatto è, come schematizza il professor Klitgaard con la formula “C= M+D-P”, quando il Maltolto conseguito e la Discrezione, su cui si può contare, sono di gran lunga più appaganti della Pena, nella quale si rischia di incorrere, la Corruzione trionferà sempre.
In Italia, grazie agli striminziti tempi di prescrizione dei reati, grazie alle amnistie, grazie alla facile via di scampo del patteggiamento, per il corrotto che si è appropriato di malloppi milionari il rischio concreto è quello di trascorrere mal che vada qualche settimana agli arresti domiciliari.
Per questo il contrasto alla corruzione, in Italia, si presenta come una guerra persa in partenza.    
Se poi consideriamo che, per la nostra classe politica, la lotta alla corruzione avrebbe lo stesso effetto di una eutanasia attiva, è semplicemente illusorio sperare che qualche politico voglia darsi da fare seriamente per combattere la immoralità.
Negli ultimi mesi, ad esempio, di fronte allo sconcio degli scandali MOSE ed EXPO 2015, la politica ha preferito voltare la faccia dall’altra parte pur di non dover intervenire con fermezza.
Ecco perché oggi non posso fare a meno di domandarmi: ma ci voleva il ciclone della “fasciomafia capitale” affinché il nostro presidente del consiglio, Matteo Renzi, si accorgesse che nelle istituzioni la corruzione è straripante ?
Oppure crede che questo nuovo scandalo sia solo una occasione per cogliere la palla al balzo e rifilarci un ennesimo spot ?
Infatti, nel suo videomessaggio Renzi dice di volersi impegnare, già nel prossimo consiglio dei ministri, per aumentare le pene per il reato di corruzione (NdR: CP art. 318) portandola dagli attuali 3 anni ad un massimo di 6 anni.
Si dice intenzionato, inoltre, ad allungare i termini per la prescrizione del reato.
Innanzitutto mi piacerebbe che il presidente del consiglio riflettesse sul fatto che la corruzione, commessa da politici, amministratori locali e funzionari pubblici, arreca un danno allo Stato e quindi all’intera collettività, per cui non dovrebbe mai essere prescritto.
Il semplice allungamento dei termini, dunque, mi sembra solo un brodino scipito ed una presa in giro.
La realtà è che nessun reato, commesso da politici, amministratori locali, funzionari pubblici durante l’esercizio del loro mandato, dovrebbe essere mai prescritto.
Solo in questo modo si potrebbe avere la certezza, una volta accertato il reato, che la Giustizia arrivi ad emettere una condanna definitiva senza l’incombente rischio, nel corso dei tre gradi di giudizio, di incappare nella prescrizione di cui gli avvocati della difesa sono molto abili ad avvalersi.
Sarebbe anche auspicabile che, per tutti i reati commessi da politici, amministratori locali, funzionari pubblici, fosse eliminato il patteggiamento, un obbrobrio giuridico che scredita la Giustizia, ridicolizza le condanne ed amareggia i cittadini onesti.
Già, ma forse si tratta di scelte, moralizzatrici dei costumi politici, in contrasto con gli inconfessati patti della “tresca del Nazareno”, per cui ancora una volta Renzi, sollevando un gran polverone, nasconde di fatto la volontà di lasciare che il fetore del malcostume politico continui a stomacare gli italiani.

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