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lunedì 5 agosto 2013

Franco Coppi, vero protagonista in Cassazione

“C’è un uomo solo al comando, la sua maglia è bianco-celeste, il suo nome è Fausto Coppi”.
Con queste parole, era il 1949, il giornalista Mario Ferretti iniziava la sua radiocronaca della tappa Cuneo-Pinerolo del Giro d’Italia.
Sono trascorsi oltre cinquanta anni, ed oggi i riflettori sono puntati su un altro Coppi che non è un campionissimo delle due ruote, ma uno degli ultimi autentici principi del foro.
Echeggiando le parole di Mario Ferretti, potrei dire “C’è stato un solo protagonista nell’aula della Suprema Corte, ha tentato di difendere l’indifendibile, il suo nome è Franco Coppi, avvocato, giurista, professore di procedura penale”.
Autorevole, equilibrato, razionale, sobrio nelle parole e nei modi, rispettoso del ruolo della magistratura, Franco Coppi è stato chiamato al capezzale del processo Mediaset quando ormai i due azzeccagarbugli, Ghedini e Longo, ne avevano combinate già di tutti i colori.
Ha ereditata una situazione al collasso, compromessa dai troppi artifici messi in campo, da Ghedini e Longo, per “difendersi dal processo”.
Un tatticismo difensivo molto, troppo lontano da quello che è il pensiero di Franco Coppi, un avvocato per il quale la missione, invece, è “difendersi nel processo”.
In tempi non sospetti, era il 16 gennaio 2002, il professor Franco Coppi in un’intervista al Corsera affermava: “Un avvocato non può usare trucchi per allungare i tempi dei processi”.
E, come trucchi scorretti, indicava: “Per esempio, inventare un impedimento dell’avvocato o del suo cliente per ottenere un rinvio, o proporre una lista di mille testimoni. Non si possono stravolgere gli strumenti processuali nell’interesse del cliente”.
Probabilmente, il Corsera non è tra le letture favorite di Ghedini e Longo, se non hanno fatto tesoro delle parole di Coppi.
Nell’intervista, però, il professore andava oltre: “A proposito di tempi ed ostruzionismi, credo che se l’imputato è una persona con responsabilità pubbliche, politico o magistrato, si dovrebbe arrivare all’accertamento della verità processuale il più in fretta possibile. Altro che sospensione dei processi ai politici o ripristino dell’autorizzazione a procedere! Al contrario, bisognerebbe dare la precedenza a questi processi su tutti gli altri.”
Nella stessa intervista Franco Coppi asseriva anche: “la denigrazione non fa bene a nessuno. Tantomeno agli avvocati che, come diceva Calamandrei, fanno parte dello stesso sistema di vasi comunicanti”.
Rileggendo, oggi, quelle parole mi domando come abbia fatto il professor Coppi a sopportare la presenza, al suo fianco, di un azzeccagarbugli, Ghedini, che come difensore di Berlusconi ha fatto ricorso a rinvii di ogni specie, ha presentate liste smisurate di testimoni insignificanti, ha regolarmente denigrati i giudici, ha metodicamente negata l’evidenza dei fatti.
Pur di compiacere il suo padrone, Ghedini, da avvocato, ha spalleggiato Berlusconi nei suoi attacchi alla magistratura “politicizzata”, ha tuonato contro il Tribunale di Milano, ha sostenuto con impudenza che il processo Mediaset fosse fondato sul nulla e non presentasse uno straccio di prova.
Dal professor Coppi, invece, in queste settimane non una parola fuori posto, non un dubbio sull’imparzialità dei giudici, non una critica all’operato dei magistrati milanesi.
Coppi, cosciente che l’accusa di frode fiscale non poteva essere passata attraverso due gradi di giudizio conformi ed arrivare fino alla Suprema Corte se non fosse stata basata su elementi concreti di prova, ha deciso che la strategia difensiva avrebbe dovuto giocare di fioretto, lasciando in soffitta il bazooka di Ghedini che aveva prodotti guai insanabili.
E siccome di prove a sostegno dell’accusa sicuramente ce n’erano, Franco Coppi, davanti ai giudici con l’ermellino, nella sua arringa ha chiesto alla Corte, in via subordinata, di derubricare l’accusa, nei confronti di Berlusconi, da “frode fiscale in false fatturazioni”.
Un estremo logico tentativo per ottenere l’annullamento con rinvio a Milano del processo, una più rapida prescrizione del reato, termini certamente inferiori per l’eventuale condanna.
Era l’unica ciambella di salvataggio che Coppi poteva spendere a favore di Silvio Berlusconi e l’ha fatto.
Purtroppo, le menti non sempre lucide, dei parlamentari pidiellini, bacate e corrose dalla fanfaluca della “persecuzione giudiziaria”, non vogliono, o non sanno capacitarsi che il “cittadino” Berlusconi ha commesso un reato, quello di frode fiscale, per il quale è stato giudicato e condannato attraverso tre gradi di giudizio.
Se in precedenti procedimenti giudiziari il “cittadino” Berlusconi se l’è sfangata (termine da Accademia della Crusca!) solo grazie a vergognose “leggi ad personam”, votate da un Parlamento di sudditi, quella non era la norma, bensì un abietto stupro della Giustizia, quella con la G maiuscola!

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