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mercoledì 16 ottobre 2013

La paura di … sputtanarsi

“Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”, così recita l’art. 67 della Carta Costituzionale.
Si tratta di un principio, adottato nella generalità delle democrazie rappresentative, le cui origini risalgono al 1774, cioè a quando Edmund Burke, rivolgendosi ai suoi elettori, affermò: “Il Parlamento non è un congresso di agenti o avvocati di opposti interessi, ma è un’assemblea deliberante con un solo interesse, il bene generale”.
Per essere sincero nutro seri dubbi che tutti i nostri parlamentari si ispirino alle parole di Edmund Burke, mentre credo, piuttosto, che molti siano impegnati nel tutelare interessi particolari.
In realtà, quando i Padri costituenti scrissero l’art. 67, era loro intenzione garantire a tutti i parlamentari la libertà di espressione non vincolandoli, quindi, ad un mandato imperativo, né verso il loro partito né verso il loro elettorato.
Però, ogni parlamentare nel momento di essere eletto assume, nei confronti dei propri elettori, un impegno democratico che è la responsabilità politica, che manifesta con la trasparenza della sua condotta e delle sue decisioni.
Ne consegue, perciò, che ogni cittadino, depositando la scheda nell’urna elettorale, acquisisce di fatto il diritto democratico di seguire e conoscere l’operato dei suoi rappresentanti, per valutarne la consonanza con i propri ideali e con le proprie aspettative.
Purtroppo, invece, molte volte i parlamentari, barricandosi dietro i regolamenti di Camera e Senato, si sottraggono al dovere di trasparenza, impedendo così agli elettori di essere informati sul loro modo di agire.
È il caso, ad esempio, del ricorso al voto segreto, un artificio antidemocratico che, non solo nega all’elettore il diritto di conoscere, ma favorisce la messa in atto di macchinazioni, intese ed inciuci che, fatti alla luce del sole, sarebbero disapprovati e condannati dall'opinione pubblica.
In questi giorni l’obbrobrio del voto segreto è tornato ad accendere gli animi a proposito del voto che l’Aula del Senato sarà chiamata ad esprimere sulla decadenza da senatore di Berlusconi.
Nel manifestare, con veemenza, la loro contrarietà al voto palese si sono prodigati e distinti il PdL e Scelta Civica, invocando un supposto, anche se contestato rispetto del regolamento.
Che i valletti del signore di Arcore si aggrappino al voto segreto, nella speranza che la febbrile campagna acquisti, di voti in vendita, salvi dalla decadenza il pregiudicato Berlusconi, è comprensibile e non può sorprendere.
Che al PdL, però, si accodi anche Scelta Civica desta, invece, qualche imbarazzo.
Comunque, alla fine, l’Aula del Senato voterà in merito alla decadenza di Berlusconi e le relative diatribe avranno fine.
Sulla vita politica italiana, però, permarrà l’indecenza del voto segreto.
Per questo sarebbe necessario che il Parlamento riflettesse sul voto segreto, che manca di rispetto ai cittadini, e provvedesse a cassare gli innumerevoli casi in cui il regolamento della Camera (Capo X – Art. 57) e quello del Senato (Capo XIII – Art. 113) ne prevedono l’adozione.
Non c’è politico che, quantomeno a parole, non invochi la trasparenza, salvo, poi, correre a nascondersi dietro il voto segreto per rendere impossibile ai cittadini elettori di conoscere cosa fa e come vota.
Ho il sospetto che nella classe politica la volontà di favorire la trasparenza comportamentale sia uguale a quella di cancellare il finanziamento pubblico ai partiti, vale a dire: inesistente!

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