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venerdì 4 ottobre 2013

Dura minga dura no … o forse si

Quando, mercoledì, dopo il voto di fiducia dell’Aula del Senato, ho visto Letta ed Alfano darsi il cinque, mi hanno ricordato quei giocatori di calcio che, anche quando la loro squadra perde 5 a 0, si abbracciano e festeggiano se segnano il gol della bandiera.
La sensazione che Letta ed Alfano, ma soprattutto Letta non avesse alcun motivo per rallegrarsi, si è andata consolidando con il trascorrere delle ore.
Infatti, nel corso dell’ennesima avvilente giornata della politica italiana, si sono susseguiti episodi che suggerirebbero, invece, molta prudenza nel dare per risolte le difficoltà del governo e, di conseguenza, del Paese.
Nel momento in cui Letta stava parlando al Senato per caldeggiare il voto di fiducia, per esempio Renato Brunetta, alla Camera, con il solito suo modo di fare inacidito, scandiva ai cronisti che il PdL avrebbe votata la “sfi … du …cia” al governo Letta.
Trascorreva poco più di un’ora e, al Senato, prendeva la parola, un berlusconiano DOC, Sandro Bondi, che, sbraitando come un indemoniato, inveiva senza controllo fino ad urlare, a Letta ed ai ministri del PdL, dissidenti: “vergognatevi”.
Tutto avrebbe fatto credere non solo che, tra le file del PdL, a votare la fiducia al governo sarebbe stato unicamente il drappello dei dissidenti, ma anche che fosse oramai insanabile la frattura tra PdL e dissidenti.
D’altra parte, Formigoni stava già annunciando la costituzione di un nuovo gruppo parlamentare, al Senato, mentre Cicchitto, alla Camera, ne formalizzava addirittura l’esistenza con 12 deputati.
Sennonché, nell’Aula del Senato è andato in scena il coup de theatre.
Berlusconi, dopo aver provocata, di fatto, la crisi, prima con le dimissioni di tutti i parlamentari PdL, poi obbligando i ministri pidiellini a dimettersi, e dopo aver dichiarato ai quattro venti che l’esperienza del governo Letta era da considerarsi conclusa, aveva ribadito che il PdL avrebbe sfiduciato il governo.
Quasi certamente spaventato, però, dalla possibilità di essere messo in minoranza, se si fosse arrivati alla conta di fedelissimi e dissidenti, ma soprattutto irritato dal pensiero di vedere sgretolata la sua leadership, Berlusconi ha presa la parola, al Senato, ed all’insaputa di tutti, con una clamorosa retromarcia ha dichiarato che il PdL avrebbe data la fiducia al governo.
Ma Bondi e Brunetta era informati che avrebbero dovuto votare la fiducia ?
Evidentemente no !
Nonostante l’eclatante inversione a U di Berlusconi, poche ore dopo, Brunetta si esibiva comunque in un astioso intervento, alla Camera, che, pur confermando il voto di fiducia, si trasformava in un atto di accusa a Letta ed in una vera e propria dichiarazione di guerra.
Fatto sta che la trappola, escogitata da Berlusconi, in poco tempo ha prodotti i suoi effetti destabilizzanti.
Infatti, non solo i dissidenti del PdL hanno abbandonato, in men che non si dica, il proposito di costituire gruppi parlamentari autonomi, ma Angelino Alfano, ideatore e protagonista del dissenso, si è affrettato a dichiarare “la frattura era inevitabile ma non ancora irreparabile”.
Per il susseguirsi di questi fatti mi sembra che il tentativo di Enrico Letta, con il beneplacito di Giorgio Napolitano, di “deberlusconizzare” il governo, non abbia avuto successo.
Difatti, ipotizzando che i dissidenti vincano il braccio di ferro e siano riammessi alla corte di Berlusconi, con sottofondo di fanfare (= maggiore potere nella gestione del partito) e melodramma dei giullari (= Verdini, Santanchè, Bondi, Brunetta e Capezzone fuori dai giochi), Letta si ritroverebbe, nel giro di qualche settimana, ad essere nuovamente condizionato dai diktat berlusconiani, resi perfino più invasivi da ministri pidiellini, raggianti per essere stati graziati e gratificati.
A meno che …
Già, a meno che i falchi (Verdini, Santanchè, Bondi, Brunetta, Capezzone), ancora stizziti per lo smacco subito con il voto di fiducia, non riescano ad aver ragione di un Berlusconi, sempre più turbato e prostrato, ottenendo invece la cacciata dal PdL di Alfano e del gruppo di dissidenti.
In questa eventualità ci sarebbe un rimescolamento delle carte, la scissione dei dissidenti, la reale “deberlusconizzazione” del governo, l’uscita di scena di un Berlusconi sconfitto non solo più sul piano politico.

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