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sabato 22 febbraio 2014

È questa la rivoluzione renziana ?

Alcuni mesi fa, contattato da un  istituto demoscopico, alla domanda “Se ieri si fossero tenute le elezioni politiche, Lei per quale partito avrebbe votato....?”, ho risposto “mi sarei astenuto” e, giorni dopo, ho appurato che il 24,3% degli intervistati aveva data la stessa risposta.
In effetti, dopo venti anni di una politica irreale, orientata all’inciucio, corruttrice e corrotta, vorace di denaro pubblico, incurante delle sofferenze dei cittadini, non riesco a vedere a chi potrei affidare il mio voto.
Pensavo da tempo, e continuo a pensarlo, che solo una coraggiosa terapia radicale potrebbe, forse, raschiare via dai palazzi del potere le incrostazioni di vecchiume e fradiciume che si sono barbicate in tutti questi anni.
Una terapia, però, capace di affrontare il bubbone nel rispetto della democrazia e della carta costituzionale.
Forse per questo, dopo che Matteo Renzi è stato investito di un ruolo politico nazionale, ho considerata la possibilità di concedergli, pur con riserva, una apertura di credito.
Confidavo nella sua proclamata risolutezza di rigenerare la politica, di non lasciarsi risucchiare dalla melma dei maneggi romani, di impegnarsi da subito a pungolare, con risolutezza, il governo Letta per farlo uscire dall’immobilismo rinunciatario in cui si era insabbiato.
Perciò, come un naufrago che ha perso ogni speranza, ho affidato il mio atto di fiducia ad una immaginaria bottiglia da consegnare al mare degli avvenimenti, proponendomi di ridurne il contenuto ogniqualvolta fossi deluso dalle scelte e dai comportamenti di Renzi.
Dopo pochi giorni, purtroppo, sono stato costretto a togliere il primo bicchiere di fiducia dalla bottiglia.
È stato quando, appena eletto segretario del PD, ha deciso di riesumare dal sarcofago Berlusconi per farlo risorgere come protagonista della scena politica con la panzana delle riforme.
Ora, aldilà della corbelleria di aver riaperte le porte dei palazzi istituzionali ad un pregiudicato, sono rimasto perplesso e deluso nel rendermi conto che alla riesumazione erano associati patti segreti, stretti con la logica amorale del “do ut des”.
Il primo patto “do ut des” ha visto imporre al PD, senza scampo, la legge elettorale pretesa da Berlusconi.
Passati pochi giorni, dalla bottiglia ho dovuto togliere un altro bicchiere di fiducia.
Era inevitabile, infatti, che dopo aver detestato i sistemi ignobili con cui il vecchiume politico gestiva il potere, non potessi essere d'accordo con il metodo da filibustiere con il quale Renzi aveva silurato Letta ed il suo governo.
In quel momento mi appariva evidente che Renzi stesse attuando il secondo patto “do ut des”, restituendo, in cambio della sua nomina a Palazzo Chigi, peso politico a Forza Italia che si era auto-confinata all’opposizione del governo Letta.
La sceneggiata è proseguita per giorni, con il Capo dello Stato costretto obtorto collo a ricevere al Quirinale Berlusconi, Matteo Renzi ha ottenuto l’agognato incarico di formare il governo, il rituale toto-ministri, la farsa del braccio di ferro tra Renzi ed Alfano, e via dicendo.
La bottiglia, con quel che rimaneva della mia fiducia in Renzi, era ancora lì quando ho dovuto svuotarla di un altro bicchiere di fiducia.
È accaduto allorché, Renzi e Berlusconi hanno estromessi dalla stanza i loro accompagnatori e si sono appartati, a quattr’occhi, per parlare di questioni top secret.
Al téte-à-téte, sono seguite dichiarazioni dalle quali si è appreso, per bocca di Berlusconi, l’impegno ad una opposizione morbida al nascituro governo Renzi e, da parte di Renzi, la sollecita calendarizzazione, nel programma di governo, della riforma della giustizia, un tema tanto caro a Berlusconi.
Stava prendendo corpo un altro dei misteriosi patti do ut des.
Anche quel residuo di fiducia che era rimasto nel fondo della bottiglia si è dissolto definitivamente alla presentazione della compagine governativa.
Infatti, delle 16 poltrone ministeriali, del sedicente governo Renzi, ben 9 (*) saranno occupate da riciclati del governo Letta.
A questo punto, non solo non c’è più traccia del principio di “discontinuità”, che Renzi garantiva a destra e a manca, ma non è lecito neppure parlare di “nuovo governo”, perché, se vogliamo chiamare le cose con il loro vero nome, si tratterebbe, tuttalpiù, di un “rimpasto del governo Letta”.  
Allora, perché il rimpasto non avrebbe potuto farlo Enrico Letta senza obbligare il Paese a subire il casino nato con le dimissioni di un esecutivo, le consultazioni al Quirinale, un nuovo voto di fiducia di Camera e Senato, etc. ?
Solo per soddisfare la irrefrenabile ambizione di Renzi che voleva cacciare Letta da Palazzo Chigi per sedersi al suo posto ?
Se è questa la rivoluzione renziana, agli intervistatori continuerò a rispondere: “mi sarei astenuto” !

(*) Alfano, Del Rio, Franceschini, Galletti, Lorenzin, Lupi, Martina, Orlando, Pinotti

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