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martedì 4 ottobre 2016

Un Grillo donchisciottesco

Un team di calcio che non abbia un allenatore capace di preparare e poi guidare i giocatori, assegnando loro ruoli e tattiche di gioco, studiate per ogni partita in funzione dell’avversario, si esibirà solo e sempre come un insieme di singoli, magari anche fuoriclasse, che affiderà al caso ed alla buona stella il risultato.
Non sarà mai, però, una squadra, cioè una formazione organica, coordinata e compatta per perseguire unitariamente l’obiettivo comune.
Ho scelto di prendere spunto da quella che, secondo me, è la sintesi del concetto di squadra per cercare di comprendere gli scricchiolii sempre più frequenti che tormentano da mesi il M5S e che rischiano di vanificarne anche i migliori proponimenti.
Probabilmente i vertici del movimento sono stati colti di sorpresa, dal  inatteso ed insperato risultato elettorale delle politiche 2013, ed ancor più delle amministrative 2016.
Infatuati dall’utopico ed ingannevole “uno vale uno”, peraltro adottato solo quando fa loro comodo, hanno sottovalutato che cosa avrebbe significato, per il M5S, entrare nell’agone politico, ma più ancora assumere, all’occorrenza, responsabilità di governo di una qualsiasi comunità, piccola o grande che fosse.
Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio si sono illusi che prendendo, qua e là, giovani di belle speranze, purché incazzati ma del tutto inesperti politicamente, fosse possibile affrontare quei marpioni, mestieranti della politica, che occupano le istituzioni e condizionano l’informazione.
Mi sembra, in sostanza, che Grillo e Casaleggio si siano comportati come dei Don Chisciotte all’assalto non di mulini a vento ma dei signorotti di un sistema autoreferenziale che respinge chiunque non sia utile ed arrendevole alla combriccola.
Con il trascorrere del tempo, l’ossessione del “uno vale uno”, che ha impedito il nascere di una pur minima organizzazione interna, e la mancanza di un referente politico che indicasse ed uniformasse gli indirizzi politici e quelli comunicazionali, hanno consentito che emergessero protagonismi tali da impedire il formarsi di un effettivo spirito di squadra, sempre più indispensabile di fronte al crescere dei consensi elettorali.
Correre ai ripari, oggi, sarà estremamente difficile perché nei giovani di belle speranze si è consolidata la convinzione di essere oramai corazzati sia sul piano politico che della comunicazione.
Gli effetti devastanti di questa conduzione donchisciottesca del M5S sono emersi in tutta la loro asprezza dopo la vittoria del movimento a Roma.
Infatti, direttorio e minidirettorio invece di fare squadra con Virginia Raggi, eletta sindaco dai romani, hanno palesate contraddizioni, incertezze, gelosie, fino ad accapigliarsi sulla nomina dei componenti la giunta.
Non è parso vero, agli esponenti del PD, scornati per la batosta elettorale rifilata loro dal M5S, di poter enfatizzare ogni crepa che affiorava all’interno del movimento, costringendo Beppe Grillo a ricomparire sul palco di Palermo.
Decisioni concrete, però, non mi sembra che siano state adottate fino ad oggi, né da Beppe Grillo né da Davide Casaleggio, nonostante l’urgenza di tamponare le falle che potrebbero costare caro al movimento nel medio e lungo termine.
Ed oggi, a completare la sensazione che il M5S sia una nave alla deriva ecco giungere la notizia che Pizzarotti, primo sindaco pentastellato, ha deciso con la sua giunta di Parma di lasciare il movimento.
Chissà che Grillo non attenda che sia la “prodigiosa” Rete a trovare la soluzione di tutti i problemi. 

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