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martedì 10 marzo 2015

Parità euro-dollaro e competitività

Sarà, forse, per il fatto che non mi appassionano i trattati di macroeconomia, certo è che non riesco proprio a condividere la frenesia di questi giorni per raggiungere la parità dell’euro con il dollaro.
A detta di eminenti teste d’uovo dell’economia l’euro indebolito nei confronti del dollaro aumenterebbe la competitività economica dei prodotti italiani sui mercati internazionali e ne faciliterebbe lo sviluppo delle esportazioni.
Ovviamente non mi permetterei mai di mettere in dubbio il verbo di così autorevoli economisti sempre che assumano come scenario di riferimento solo l’insieme dei paesi che adottano il dollaro nelle loro transazioni commerciali.
Per i paesi, infatti, che adottano l’euro come moneta nazionale e che costituiscono un mercato di oltre 340 milioni di consumatori, l’indebolimento dell’euro e la sua parità con il dollaro non migliorerebbe affatto la competitività economica dei prodotti italiani.
In base ad un recente studio pubblicato dal Gruppo SACE, nel 2012 le imprese italiane avrebbero indirizzato oltre il 50% delle loro esportazioni verso paesi dell’area euro, quindi su questi mercati non si otterrebbe alcun miglioramento della competitività grazie alla raggiunta parità euro-dollaro.
Anzi, da uomo della strada ho il dubbio che proprio la parità euro-dollaro potrebbe peggiorare la competitività dei prodotti italiani.
Siccome tra i molti difetti ho anche quello di essere pragmatico, proverò a spiegare le mie perplessità con qualche esempio concreto.
L’Italia importa l’intero suo fabbisogno di petrolio e lo paga in dollari.
Fino a quando il valore dell’euro è stato superiore a quello del dollaro per acquistare un barile di petrolio occorrevano meno euro (NdR: anche se di questo il consumatore italiano non se ne è mai reso conto perché le aziende petrolifere si sono guardate bene dal riversare il vantaggioso fluttuare dei cambi sui prezzi di benzina e gasolio alla pompa).
Discorso analogo valeva per le nostre importazioni di gas.
Ebbene, una volta che l’euro avrà raggiunta la parità con il dollaro, per le imprese italiane e per noi consumatori aumenteranno, ad esempio, non solo i costi energetici ma anche gli acquisti in dollari di materie prime, oltre ai costi per il trasporto di persone e merci.
Il risultato, perciò, sarà un diffuso aumento del costo per unità di prodotto che, inevitabilmente, le imprese dovranno ribaltare sui prezzi di vendita vanificando, se non del tutto almeno in parte, quella maggiore competitività economica che tanto eccita le teste d’uovo dell’economia.
Come se non bastasse, ancora una volta a farne le spese sarà il consumatore italiano che con gli stessi euro che oggi ha nel suo portafoglio potrà comprare ancora meno prodotti perché più cari.
Si soffocherà così l’auspicato rilancio dei consumi interni.
Ma, anche il turista italiano che visitando, ad esempio, gli USA godeva fino ad ieri di un cambio euro-dollaro favorevole, domani perderà questo vantaggio.
Insomma, la solita manfrina dei poteri finanziari per oscurare il loro vero obiettivo: riportare il tasso di inflazione verso il 2% nell’UE, come agognato dalla BCE di Mario Draghi.

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