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lunedì 6 ottobre 2014

Delinquĕre necesse est

Ogni giorno di più mi rendo conto che questo non è il Paese in cui avrei voluto trascorrere la mia vecchiaia e nel quale potessero vivere il loro futuro i miei figli e nipoti.
Riflessione amara, non dettata da una improvvisa botta di pessimismo, ma alimentata quotidianamente da ciò che accade sotto il cielo del nostro Bel Paese.
Mi piacerebbe pensare che sia solo un periodo particolarmente sventurato, poi però volgo lo sguardo verso chi dovrebbe farci uscire da questa melma ed il pessimismo si trasforma in angoscia.
Il degrado morale, politico, culturale che ha ghermita la nostra società come i tentacoli di una piovra negli ultimi venti anni, è così diffuso e tollerato da non provocare neppure indignazione.
Oddio, non che i primi quaranta anni della nostra storia repubblicana siano trascorsi senza degenerazioni, ambiguità, misteri ed ombre, sulle quali un giorno, forse, sarà fatta luce.
Sono stati anni, però, in cui il Paese si è risollevato dalle macerie di una guerra perduta, c’era fiducia nelle istituzioni, lo sviluppo economico offriva opportunità di lavoro consentendo a milioni di italiani di vivere un periodo di benessere  almeno materiale.
Accoccolatosi su queste concretezze, agli inizi degli anni '90 il Paese è stato scosso dal ciclone di “tangentopoli” che ha messo a nudo il malaffare, non solo politico, che si era consolidato negli anni.
Sarebbe stato logico attendersi che dalle nuove macerie, questa volta di “tangentopoli”, il Paese sapesse trarre stimolo e determinazione per una nuova rinascita.
Invece no ! Lo sdegno popolare per gli scandali di “mani pulite” è stato soffocato da scaltri mistificatori che, poco a poco, sono riusciti a far passare l’idea che la magistratura avesse sbagliato a contrastare il malaffare perché corruzione, immoralità,  disonestà, sono componenti ineluttabili del nostro tempo.
Una logica farneticante che ha reso possibile l’accesso alle stanze del potere di corrotti e corruttori, indagati e pregiudicati, mafiosi e collusi, e via dicendo.
Da allora la legge non è stata più uguale per tutti perché con la scappatoia delle “leggi ad personam” i potenti si sono presi gioco della giustizia.
La magistratura, mortificata e derisa, ha smarrita più volte la sua autorevolezza ed indipendenza lasciandosi sballottare dallo stormire del potere.
La cura dei governanti per i loro interessi personali ha messo in secondo ordine i bisogni della gente, trascinando il Paese in una crisi dagli effetti devastanti.
Questo andazzo non poteva che far vacillare la fiducia nelle istituzioni, cedendo campo a movimentismi disfattisti capeggiati da personaggi grotteschi, incapaci e sconclusionati.
Il Paese sta vivendo, perciò, una stagione di anarchia morale, culturale e politica che genera sgomento, insicurezza, avvilimento, disperazione.
È in questo clima anarcoide che si colloca, ad esempio, la reazione inquietante di Luigi de Magistris, un ex-magistrato condannato ad un anno e tre mesi per concorso in abuso di ufficio.
De Magistris, infatti, non solo non riconosce la sentenza di condanna ma ha lanciate invettive indecorose contro i suoi ex colleghi che lo hanno processato.
Evidentemente De Magistris, quando è entrato a far parte dell’Ordine Giudiziario, era poco consapevole e sincero nel prestare il suo giuramento, se oggi disconosce le leggi dello Stato, e non accetta che la “legge Severino” lo sospenda dal mandato di Sindaco di Napoli.
Altro squallido esempio di questa trista stagione ce lo propone Francesco Schettino, responsabile del naufragio della Costa Concordia e della morte di 32 passeggeri.
Questo individuo non solo non è in galera, ma da libero cittadino è ospite d’onore di ricevimenti e banchetti, ed è stato perfino invitato dall’Università La Sapienza di Roma a tenere una lectio agli studenti sulla “gestione del panico”.
Se tutto ciò non fosse ignominioso potremmo sorridere al pensiero che l’Università La Sapienza, per tenere una lectio sulla “gestione del panico”, abbia invitato proprio Schettino, cioè colui che ha dimostrata tutta la sua codardia abbandonando, tra i primi dopo il naufragio, la nave di cui era il comandante, disonorando così la marineria e le sue leggi.  
Poiché, però, in questa stagione indecorosa di anarchia morale  può accadere di tutto, ecco che mentre Schettino se la gode tra festini e lectio, gli strali dell’iniquità si abbattono sul Comandante De Falco.
Sì, proprio quel Comandante De Falco che. la notte del disastro della Costa Concordia, rivolse a Schettino il celebre e perentorio ordine “torni subito a bordo, cazzo!”.
Ebbene, colpevole di aver organizzati e coordinati i soccorsi ai naufraghi della Costa Concordia, salvando così quattromila vite umane, il Comandante De Falco è stato rimosso dai compiti operativi e relegato in un ufficio amministrativo.
Insomma, in questa stagione di anarchia morale, culturale e politica il succo amaro è che se vuoi essere considerato ed avere successo devi per forza delinquere. 

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