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venerdì 1 novembre 2013

“C’è del marcio in Danimarca”

In queste ore, assistendo alla bagarre, inscenata dai pidiellini dopo che la Giunta del Senato ha deciso il voto palese sulla decadenza di Berlusconi, ho ripensato alla celebre frase che Shakespeare fa pronunciare a Marcello nell’atto I, scena 4 dell’Amleto.
Parafrasando, infatti, l’espressione shakespeariana non ho potuto fare a meno di domandarmi: “c’è del marcio in Parlamento?”.
Da sempre, considero una vergogna che i parlamentari possano nascondersi dietro al voto segreto, negando così agli elettori il diritto di conoscere come si comportano i loro rappresentanti, ma non è questo il motivo della domanda che mi pongo ora.
Né trovo interessante addentrarmi nei regolamenti parlamentari, o tentare di comprendere perché i regolamenti di Camera e Senato debbano prevedere modalità diverse per il voto segreto o palese.
Sarei curioso, invece, di capire cosa ci sia, in realtà, dietro le scomposte reazioni con cui il PdL ha accolta la  decisione della Giunta.
Se fossi malizioso potrei essere indotto a pensare che la scelta del voto palese abbia rotte le uova nel paniere a qualche macchinazione che i berlusconiani, e non solo loro, avevano predisposta.
Potrebbe essere, ad esempio, che Verdini, Schifani, Santanchè, Brunetta ed altri, si siano resi conto che con il voto palese falliranno i cospicui investimenti fatti per comprare i voti di quei quaranta senatori che avrebbero dovuto salvare Berlusconi.
Oppure, potrebbe anche darsi che alcuni senatori del PD e di Scelta Civica, per colpa del voto palese, non potranno fare i franchi tiratori per evitare la decadenza di Berlusconi.
Certo è che, in Senato, se bastasse il ricorso al voto palese per buttare all'aria inciuci e intrichi … allora sarebbe confermato che “c’è del marcio in Parlamento”, e questa volta senza il punto interrogativo. 

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