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domenica 15 giugno 2014

La “NON” giustizia fa anche sorridere

Solo tra una quindicina di giorni saranno rese pubbliche le motivazioni del disposto con cui il Tribunale della Libertà di Reggio Calabria ha decisi gli arresti domiciliari per Claudio Scajola e, invece, la custodia in carcere per  Chiara Rizzo.
Sono accusati entrambi di aver favorita la latitanza di Amedeo Matacena, marito di Chiara Rizzo ed ex deputato di Forza Italia, condannato con sentenza definitiva a cinque anni per concorso esterno in associazione mafiosa.
Infatti, dal 6 giugno 2013, giorno in cui la Corte di Cassazione ha emessa la sentenza definitiva, il pregiudicato Matacena è latitante a Dubai.
Secondo i magistrati di Reggio Calabria, sarebbero stati la moglie, Chiara Rizzo, ed il suo compagno di partito ed ex ministro Claudio Scajola ad averne favorita e mantenuta la latitanza.
Dopo aver appresa e seguita questa vicenda attraverso i media, la decisione del Tribunale della Libertà ha provocato in me, uomo della strada, non solo stupore, ma anche il sospetto che, in Italia, si sia affermato ormai il postulato che la giustizia NON debba essere uguale per tutti.
Oddio, il sospetto si era già insinuato in me, come un tarlo, scompigliando le mie reminiscenze di codici e pandette, quando un altro tribunale, quello di sorveglianza di Milano, aveva convertito in un ridicolo servizio sociale, di quattro ore settimanali, l’anno residuale di detenzione che un altro pregiudicato, Silvio Berlusconi, avrebbe dovuto scontare, a seguito della condanna definitiva per frode fiscale.
In verità, se fino ad ieri poteva essere solo un sospetto, da oggi, con la decisione del Tribunale della Libertà, temo che il sospetto si sia trasformato in evidenza.
Trovo inquietante, infatti, apprendere dai media che nei confronti di Chiara Rizzo e Claudio Scajola, accusati entrambi di aver aiutata la latitanza di un pregiudicato, il magistrato non solo abbia adottati due provvedimenti differenti, ma ne abbia addirittura invertita la gravità.
Mi riferisco al fatto che Chiara Rizzo abbia si facilitata la fuga ed aiutata la latitanza di un pregiudicato, ma si trattava pur sempre di suo marito, condizione questa che dovrebbe essere considerata come una attenuante, umanamente comprensibile e giuridicamente valida.
Invece no, per Chiara Rizzo il magistrato ha disposto la permanenza in carcere.
Lo stesso magistrato, però, ha disposti gli arresti domiciliari per Claudio Scajola che, obiettivamente, nella latitanza di Amedeo Matacena ha svolto un ruolo più composito, compromettendosi in iniziative ed atti sicuramente più gravi.
Scajola, infatti, non solo ha agevolata fin dall’inizio la latitanza ma, servendosi delle relazioni internazionali intrecciate come ex ministro del governo Berlusconi, ha cercato di organizzare il trasferimento di Matacena da Dubai in Libano e di fargli ottenere una condizione personale che lo mettesse al riparo dalla richiesta di estradizione.
Scajola ha giustificati agli inquirenti i suoi laboriosi maneggi sostenendo che, trattandosi di un amico e compagno di partito, aveva avvertito come suo dovere aiutare la latitanza di Matacena.
C’era da attendersi, forse, che queste spiegazioni costituissero delle aggravanti, sennonché l’ex sindaco di Imperia, ex deputato ed ex ministro, Claudio Scajola, negli ultimi giorni ha confessato di essere stato indotto ad aiutare il latitante Matacena anche da una infatuazione per la signora Rizzo.
Ohibò ! Vuoi vedere che, turbato da questa motivazione romantica, il magistrato ha voluto punire la ignara seduttrice e lenire, invece, le sofferenze di quel meschinello sedotto e non ricambiato?
Perlomeno, questa è la interpretazione con la quale vorrei dare un senso alla strana decisione del Tribunale della Libertà.     

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