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martedì 27 maggio 2014

“Non dire gatto se non ce l'hai nel sacco"

Di fronte all’aforisma di Gioanin Trapattoni, “non dire gatto se non ce l’hai nel sacco”, è naturale che ci si possa rimanere stupiti e confusi.
Se ci si sofferma, però, a ricercare il probabile significato di queste parole scopriamo che il Trap suggerisce, con la sua semplicità, di non affrettarsi a cantare vittoria.
Quindi, se il M5S si fosse affidato al Trap per la comunicazione elettorale, sicuramente oggi, dopo aver conosciuti i risultati delle elezioni europee, gli sconsolati pentastellati non sarebbero costretti a rinchiudersi in silenzi così fragorosi.
Eppure, molti hanno sostenuto per mesi che, proprio grazie alla sapiente guida dei due guru della comunicazione, Casaleggio e Grillo, il M5S fosse in grado di parlare, meglio di altri, alla pancia degli italiani.
Sarà, però di certo il flop del M5S, alle elezioni di domenica, non è imputabile né alla imprevista presenza di alieni nei seggi elettorali, né ad oscure manovre dei presidenti di seggio, né a malefici da magia nera di Giorgio Napolitano e Matteo Renzi.
Forse lo slogan “#vinciamonoi”, creato e lanciato da Casaleggio, era troppo spocchioso e dava per scontato un risultato trionfale.
Forse se al “#vinciamonoi” oltre allo tsunami di idiozie, ululate in campagna elettorale da Grillo, sommiamo anche la villania degli insulti rivolti agli antagonisti politici, il non stop dei “vaffa”, la inutile scurrilità del linguaggio, i toni aggressivi e minacciosi, non dovremmo stupirci per il fallito sorpasso del PD da parte del M5S.
La verità è che il M5S non solo non ha stravinto, come vaneggiavano Grillo e Casaleggio, ma ha persi per strada, dal 24 febbraio 2013, quasi tre milioni di voti.
D’altra parte, i guazzabugli verbali da provetto ciarlatano, confermavano come Grillo evitasse con cura di proporre risposte concrete ai problemi degli italiani, limitandosi invece a recitare la sua pseudo rivoluzione da operetta.
Una operetta, con testi e musica di Gianroberto Casaleggio, che Grillo si impegnava a mandare in scena, per esempio, con una marcia su Roma, con l’assedio del Quirinale e la destituzione del Capo dello Stato, con il domicilio coatto di Giorgio Napolitano in una casa di riposo, con un governo pentastellato nel quale Casaleggio fosse ministro dell’innovazione e Grillo ministro dell’economia e finanza, con sommari processi popolari a carico di politici, giornalisti ed imprenditori, con un falò, dei trattati internazionali dell’Italia, acceso nell’emiciclo del Parlamento europeo, e via via con altre assurdità del genere.
Beppe Grillo era così sicuro dell’apoteosi elettorale del M5S da asserire incautamente, in una intervista a La Repubblica del 3 aprile: “o vinciamo alle Europee o me ne vado a casa. E non scherzo !”.
Queste parole, peraltro ripetute più volte in campagna elettorale, hanno fatto credere, a qualcuno, che il buffone parolaio si presentasse oggi sulla pubblica piazza, umiliato ed afflitto, per annunciare urbi et orbi il suo ritiro dall’attività politica.
Non è accaduto e non accadrà mai !
Come potrebbe fare un passo indietro lui dal momento che l’atto costitutivo del M5S, redatto davanti a Filippo D’Amore, notaio in Cogoleto, contempla che il signor Giuseppe Grillo sia l’unico titolare del simbolo e del blog e che a lui spettino, perciò, titolarità, gestione e tutela del contrassegno, oltre a titolarità e gestione della pagina del blog ?
Perciò, “o vinciamo alle Europee o me ne vado a casa” era soltanto una delle mille ciarlatanerie proferite dal guitto genovese.
Non c’è, comunque, da stupirsi né da scandalizzarsi perché nella politica italiana di certo non sarebbe il primo caso di parole dette a vanvera.
Ad esempio, era il maggio 2001, mancavano pochi giorni alle elezioni politiche ed in televisione un altro cialtrone sottoscriveva, in pompa magna, un “contratto con gli italiani” con il quale si impegnava a realizzare, se eletto, ben cinque obiettivi.
Il bello è che, insieme alla specifica dei cinque obiettivi, nel contratto era richiamato anche questo impegno molto preciso: “Nel caso che al termine di questi 5 anni di governo almeno 4 su 5 di questi traguardi non fossero raggiunti, Silvio Berlusconi si impegna formalmente a non ripresentare la propria candidatura alle successive elezioni politiche”.
Ebbene, poiché nessuno dei cinque traguardi è stato mai raggiunto, e poiché dal 2001 si sono svolte altre 3 tornate di elezioni politiche, tutti noi siamo testimoni che il cialtrone ha continuato a candidarsi con la connivenza di giornalisti e commentatori che non hanno osato mai ricordargli l’impegno tradito.
Perciò Grillo, nel ricevere il testimone, ha voluto semplicemente dimostrare di non essere da meno di Berlusconi nel turlupinare gli italiani.

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