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mercoledì 12 marzo 2014

Dalla lettura di Squinzi alla statua di Matteo Renzi

Ci sono giorni in cui il sovrapporsi degli accadimenti provoca incertezza sul tema da menzionare su questo blog.
È ciò che è accaduto, ad esempio, nella giornata di oggi, perciò per uscire dall’imbarazzo ho scelto di fare un collage delle due circostanze che più mi hanno fatto riflettere.
Di buon’ora, sfogliando il Corsera, mi sono imbattuto nella lettera aperta, firmata dal Presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, pubblicata sotto il titolo: “Ridurre il cuneo fiscale delle aziende unica strada per creare occupazione”.
Non meno provocatorio il catenaccio: “Squinzi: chiediamo agli italiani se vogliono un lavoro o qualche decina di euro in più”.
Il caso ha voluto che, nel post di ieri, avessi già indicato perché sono contrario a privilegiare le imprese nella distribuzione delle scarse risorse disponibili, visto che la storia di questi anni ha dimostrato la inefficacia, per creare occupazione, di tutti gli aiuti dispensati alle aziende.
Comunque, per verificare che non mi fosse sfuggito qualcuno degli aspetti significativi che avevano indotto Squinzi a sostenere l’importanza di “ridurre il cuneo fiscale delle aziende”, ho letta la sua analisi.
Ammetto, con franchezza, di essere rimasto deluso sia dalla superficialità che dalla impalpabilità degli argomenti addotti a sostegno della solita tiritera confindustriale.
Ora, è vero che in Italia il costo del lavoro è spropositato, ma addebitare al costo del lavoro la chiusura di migliaia e migliaia di aziende, è una sciocchezza.
Si tratta di una affermazione troppo semplicistica perché, pur soffrendo dello stesso spropositato costo del lavoro, sono migliaia le imprese, di ogni comparto, che continuano ad essere competitive e ad aver successo sui mercati esteri, mentre a chiudere i battenti sono, in maggioranza, aziende piccole e medie che hanno come unico sbocco, per i loro prodotti, il mercato interno.
Quindi, riterrei più sensato individuare la causa di molti tracolli in un mercato, quello domestico, che da anni regredisce con un innegabile calo dei consumi, conseguenza della depauperata capacità di spesa di milioni e milioni di italiani.
Sono sicuro che, per il signor Squinzi, una maggiore disponibilità, ogni mese, di 80 o 100 euro non conti nulla, ma per quei dodici milioni di italiani che guadagnano meno di 1.500 euro, 80 o 100 euro in più, in busta paga, rappresenterebbero una vera boccata di ossigeno.
Una boccata di ossigeno utile a rivitalizzare i consumi e, quindi, ad aiutare le imprese tutte, anche quelle artigianali.
Non una parola, invece, da parte di Squinzi sulle responsabilità degli imprenditori per le scelte sbagliate, per non aver investito in innovazione, per aver spremute come limoni le loro aziende, etc.  
Mentre ero assorto nella amena lettura della sagace dissertazione economica di Guido Squinzi continuavano a giungere, dalla Camera, notizie senza speranza sull’iter di approvazione della spregevole legge elettorale voluta da Berlusconi con la condiscendenza di Matteo Renzi.
Non mi sorprenderei se, in queste ore, ad un qualche valente scultore fosse commissionata una statua di Matteo Renzi da collocare nel parco di Villa San Martino, ad Arcore, come tangibile segno della gratitudine per aver disseppellito Berlusconi rimettendo, nelle sue mani, il pallino della politica italiana.
È apparso chiaro, fin dalle prime fasi che a condurre il gioco come mazziere fosse Berlusconi al quale spettava, di fatto, l’ultima parola sulla approvazione o meno di ogni emendamento.
Lo si è visto, ad esempio, quando un voto “segreto” ha bocciato l’emendamento sulla “parità di genere”, nonostante l’impegno bipartisan delle parlamentari.
Il ripetuto ricorso alla infamia del voto segreto conferma che molti parlamentari, provando vergogna per il voto che erano obbligati ad esprimere per ordine del loro capobastone, hanno preferito non far conoscere agli italiani la loro sudditanza all’inciucio.
La Camera licenzierà così una legge elettorale scellerata, squalificata da coalizioni fraudolente, da paradossali soglie di sbarramento, da liste bloccate, dalla negazione all’elettore del diritto di eleggere i propri rappresentanti, dalla mancanza della “parità di genere”, da un abnorme premio di maggioranza, etc.
Non so se il Senato sarà in grado di porre rimedio a questa nefandezza.
È certo, però, che dopo non aver disertato mai, per decenni, la cabina elettorale, considerando mio diritto-dovere civico partecipare, per il futuro, se l’Italicum sarà confermato così come licenziato dalla Camera, considererò mio diritto-dovere astenermi.

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