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mercoledì 15 agosto 2012

“Wind Jet” ed “ILVA” non sono conseguenze della crisi


Oggi è ferragosto e nel rispetto della tradizione, nonostante i morsi spietati della crisi, molti italiani hanno abbassate la saracinesche e sono corsi ad imbottigliarsi in autostrada per godere qualche giorno di vacanza.
È il più strano e malinconico ferragosto degli ultimi decenni.
Tra disoccupazione senza freni, precariato come sola opportunità a tempo indeterminato, marea di poveri in costante crescita, non c’è veramente di che stare allegri.
A completare questo scenario, già per sé sconfortante, negli aeroporti bivaccano da giorni migliaia di viaggiatori, abbandonati a terra dalla compagnia aerea “Wind Jet” il cui proprietario, Antonino Pulvirenti, è anche patron del “Calcio Catania”.
Come se tutto ciò non bastasse, a Taranto è in atto un braccio di ferro tra la Magistratura e l’acciaieria ILVA.
La posta in gioco è drammatica, da qualsiasi lato la si voglia guardare: diritto al lavoro o diritto alla salute !
Due vicende, in questa afosa giornata, che suggeriscono qualche riflessione.
Da mesi, politici, tecnici, economisti, opinionisti della carta stampata e della TV, con voci non sempre concordanti, si affannano nel raccontarci che stiamo lottando con una crisi di portata internazionale, attribuendone le colpe ora alla speculazione finanziaria, ora al nostro debito pubblico, ora al sistema bancario, ora all’egoismo della Germania, ora alle inadeguatezze dell’unione europea, e così via.
Sarà pure tutto vero, però più ci penso e più mi persuado che le vicende di “Wind Jet” ed “ILVA” siano emblematiche e poco o nulla abbiano a che vedere con la nefasta crisi internazionale.
Nel caso “Wind Jet” emergono con troppa evidenza le responsabilità dell’imprenditore catanese che, mentre decide di far fallire la compagnia aerea, truffando centinaia di migliaia di passeggeri, investe milioni di euro in una squadra di calcio per acquistare giocatori e pagare loro generosi ingaggi.
Nel caso “ILVA”, invece, appare palese la negligenza con cui proprietà, management e sindacati, per anni si siano disinteressati a ridurre l’inquinamento, dimostrando un vergognoso menefreghismo per i drammatici effetti che l’avvelenamento continuava a produrre sulla salute dei tarentini.
In entrambe le vicende le colpe imprenditoriali, manageriali e sindacali mi sembrano così inequivocabili da legittimare il sospetto che, anche in molte altre vicende, cassa integrazione, licenziamenti e chiusure aziendali siano stati, e purtroppo possano ancora essere, conseguenza di responsabilità analoghe.
Mi domando perciò: è possibile che una parte dell’imprenditoria italiana abbia contribuito ad amplificare gli effetti della crisi con le proprie inadeguatezze e negligenze ?
E se la risposta fosse affermativa, perché se ne parla solo quando emergono casi eclatanti come quelli di “Wind Jet” ed “ILVA” ?
Puntare il dito contro i disastri provocati da imprenditori, manager e sindacalisti è considerato peccato mortale ?

1 commento:

Anonimo ha detto...

mi mancavano i tuoi blog,,,,,,li ho trovati con google.....sono bloccata in messenger.....tutti mi trovano daccordo con te....ciaoo barbara