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sabato 19 luglio 2014

Italia, sempre più repubblica delle banane

La sentenza sconcertante, per usare un eufemismo, emessa dai giudici della seconda sezione penale della Corte d’Appello di Milano con l’assoluzione di Berlusconi, condannato in primo grado a 7 anni ed alla interdizione perpetua dai pubblici uffici, rende soccombente ogni recriminazione contro coloro che, all’estero, considerano l’Italia una repubblica delle banane.
Ai giudici della Corte d’Appello, infatti, sono bastate tre udienze e poco più di tre ore di camera di consiglio per ribaltare la sentenza che i giudici di primo grado avevano emessa, dopo mesi di indagini, l’escussione di decine di testimoni, centinaia di ore di dibattimento in aula.
Di fronte a questo coup de theatre del Tribunale di Milano non si può fare a meno di sorridere apprendendo che il Presidente della Corte d’Appello, Enrico Tranfa, si è riservati 90 giorni di tempo per rendere note le motivazioni di una sentenza che il collegio giudicante ha deliberata in soli 180 minuti di camera di consiglio.
Che dire, poi, delle parole con cui Gaetano Quagliarello ha commentata la sentenza: “Quella di oggi è una sentenza storica che dimostra come lo Stato di diritto alla fine prevalga e come non si possano trascinare sul piano penale comportamenti personali, stili di vita, errori politici ?  
A leggere bene questa dichiarazione si può dedurre che, per il già ministro delle riforme e membro della 2a. commissione Giustizia, Quagliariello, non dovrebbero essere perseguiti penalmente i reati conseguenti a “comportamenti personali, a stili di vita, errori politici”.
Ora, apprendere dalla viva voce di questo bacchettone, strenuo oppositore del “fine vita”, che non deve essere considerato reato la frequentazione di  prostitute minorenni, non solo crea sconcerto, ma suggerisce a quanti sono in carcere per il reato di prostituzione minorile di richiedere subito la revisione dei loro processi.
D’altra parte, l’indulgente permissivismo di Quagliariello sembra in perfetta sintonia con i principi etici della Corte d’Appello che ha assolto Berlusconi dall’accusa di prostituzione minorile ritenendo che “il fatto non costituisce reato”.
In attesa delle motivazioni di questa “sentenza storica” sarà interessante e spassoso scoprire l’imbarazzo dei magistrati romani che, a giorni, dovranno giudicare imputati della "Roma bene" per il reato di prostituzione minorile.
Può sembrare una annotazione maliziosa ma va ricordato che il 1° ottobre 2012, quando il processo Ruby era già in dibattimento in aula a Milano, il Parlamento italiano, ratificando, con la legge 172, la Convenzione Europea di Lanzarote per la protezione dei minori,  ne modificò il testo originale introducendo il concetto di “ignoranza inevitabile dell’età del minore”, intendendosi tale l’ignoranza non rimproverabile a titolo di colpa.
Una modifica “ad personam” che potrebbe aver influito sulla sentenza di assoluzione.
I giudici della Corte d’Appello, però, hanno assolto Berlusconi anche dalla accusa di concussione perché “il fatto non sussiste”.
In questa decisione il moralismo non c’entra.
C’entra, invece, il preciso proposito dei giudici di non riconoscere che nella notte del 27 maggio 2010, telefonando personalmente, e non tramite il suo segretario, al Capo di Gabinetto della Questura di Milano per pretendere il rilascio di Ruby, che si trovava in stato di fermo, Berlusconi abbia abusato del suo ruolo di capo del governo per indurre il funzionario a contravvenire a procedure e norme di legge.
Che non fosse una semplice richiesta lo attestano sia l’esplicito avvertimento di Berlusconi che, trattandosi della “nipote di Mubarak”, si rischiava un incidente diplomatico, sia il fatto che la Questura rilasciò Ruby contro il parere del magistrato del tribunale minorile che aveva chiesto di accompagnarla presso una casa famiglia.
Anche se non si tratta, comunque, di una sentenza definitiva sempre che alla Procura non sia impedito di ricorrere in Cassazione, non può essere sfuggito che, già solo ascoltando la castigata requisitoria del pubblico ministero De Petris si percepiva nell’aula della Corte d’Appello un’aria  conciliante da tarallucci e vino.
Come non rimanere sbigottiti, infatti, nell’ascoltare che, per il pubblico ministero, il meretricio è un “commercio dei genitali”, i soggiorni ad Arcore non erano “proprio come prendere il tè delle cinque a casa di una anziana signora”, le prestazioni delle signorine erano “pernottamenti ad Arcore”, la competizione tra le giovani donne per trascorrere la notte a Villa San Martino si spiegava con la opportunità  di “una maggiore remunerazione”?
Certo è che a noi, comuni mortali, sfuggono le ragioni che possono aver indotti i giudici della seconda sezione penale della Corte d’Appello a sputtanare così ferocemente, con il ribaltamento della sentenza, i loro colleghi di primo grado.
Infatti, il ribaltamento della sentenza ha una sola chiave di lettura: i giudici di primo grado hanno presi fischi per fiaschi commettendo un errore madornale.

1 commento:

Anonimo ha detto...

E ora si ha pure da ridire sull'India