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lunedì 17 settembre 2012

Marchionne non era e non è l’uomo della provvidenza


Che paese strano l’Italia !
Sui media hanno fatto più rumore le parole, innegabilmente sferzanti, con le quali Diego Della Valle ha criticato Sergio Marchionne e John Elkann, che non le dichiarazioni, di sicuro più gravi e minacciose, della Direzione FIAT sul “non futuro di Fabbrica Italia”.
Eppure, a pensarci bene, da una parte ci sono solo espressioni di critica, mentre dall’altra si mette a repentaglio il futuro occupazionale di decine di migliaia di lavoratori.
Probabilmente Diego Della Valle, prontamente bacchettato da Luca di Montezemolo, voleva togliersi qualche sassolino dalle scarpe (ovviamente Tod’s !) ma, a pensarci bene, non ha poi dette cose insensate.
Ora c’è da aspettarsi che Luca di Montezemolo tiri le orecchie anche a Cesare Romiti che i problemi del Lingotto li conosce bene, molto bene, e che con Marchionne non è stato più benevolo di Della Valle.
D’altra parte, solo individui distratti e sprovveduti non si sarebbero resi conto della inesperienza di Sergio Marchionne nel gestire le non semplici problematiche di una composita realtà industriale, come hanno rimarcato sia lo “sfogo” di Della Valle che il commento di Romiti.
Sarebbe bastato, infatti, dare un'occhiata al curriculum del manager italo-canadese per comprendere che si tratta sicuramente di un raffinato specialista in strategie finanziarie, però inesperto di gestioni industriali.
Infatti, è esclusivamente alla gestione in chiave finanziaria del Gruppo Fiat che Marchionne si è dedicato, con abilità e competenza, fin dai primi giorni del suo insediamento.
Lo stesso matrimonio FIAT – Chrysler è stato il frutto di una intelligente strategia finanziaria ma chiaramente priva di requisiti per lo sviluppo industriale della FIAT.
Non c’è da sorprendersi, quindi, se in una prospettiva unicamente finanziaria, il cordone ombelicale che collega gli impianti ai territori ha finito per perdere ogni rilevanza, sacrificando professionalità ed indotto.
Una curiosità: l’acquisizione del primo 20% di azioni Chrysler è stato possibile solo concedendo in cambio know how e tecnologie FIAT, che facevano gola ai vertici americani.
E’ ragionevole ipotizzare, perciò, che qualora al posto di Marchionne ci fosse stato un “manager con background industriale”, proprio facendo tesoro di così apprezzati know how e tecnologie, sarebbe stato possibile rilanciare l’azienda su scala internazionale, senza sacrificare impianti e posti di lavoro.
Questa opportunità Marchionne non l’ha mai presa in considerazione impegnato, com’era, sulla realizzazione della sua strategia finanziaria.
Dal 2004 (anno della sua nomina ad Amministratore Delegato del Gruppo Fiat) ad oggi, salvo il restyling di alcune vetture, l’unica vera novità partorita dai progettisti FIAT è stata la “Nuova 500” prodotta, peraltro, non in Italia ma nello stabilimento serbo di Kragujevac ed in Messico, grazie ad ingenti investimenti.
Negli stessi 8 anni, invece, le industrie europee, concorrenti di Fiat, hanno sfornate decine di nuove vetture erodendo progressivamente quote di mercato ai marchi FIAT che solo negli ultimi 12 mesi sono scesi, in Europa, dal 7,5% al 6,4% !
Ed oggi, dopo un lungo tergiversare di piani industriali annunciati ma mai presentati, fulmine a ciel sereno arriva l’anticipazione che il progetto tanto decantato di “Fabbrica Italia” non sia più attuale.
Non so se l’avvocato Gianni Agnelli si stia rivoltando nella tomba, però è certo che questo preannunziato tradimento della FIAT, che negli anni ha ottenuto dallo Stato italiano tutto ciò che ha voluto, costituisce un duro cazzotto in faccia a tutti gli italiani e non soltanto a Diego Della Valle e Cesare Romiti.

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