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venerdì 8 febbraio 2013

Anche i sondaggisti sono cacciaballe



Finalmente ! 
Dalla mezzanotte di oggi, radio, TV, e stampa non potranno più pubblicare sondaggi sulle intenzioni di voto degli italiani !
Non so se sia soltanto una mia sensazione ma, rispetto alle elezioni del 2008, mi sembra di aver notata oltre ad una proliferazione dei sondaggisti, o sedicenti tali, anche un ritmo quasi frenetico nella produzione di sondaggi.
È capitato, nel giro di poche ore, di veder pubblicati fino a 5 sondaggi, dalle previsioni così eterogenee da rendermi perfino scettico che si riferissero tutti allo stesso elettorato.
Invece no ! Oggetto dei sondaggi erano sempre le intenzioni di voto degli elettori italiani, ma a determinarne le difformità intervenivano tre fattori fondamentali:
1.    la committenza;
2.     il campione;
3.    la finalità.
Non mi riferisco, evidentemente, a quei sondaggi così dilettanteschi e rabberciati da non poter essere presi in considerazione.
Alludo, ad esempio, ad un sito Web che, nonostante la pretesa di presentarsi addirittura come strumento per la analisi degli scenari elettorali, si basava sulle sole intenzioni di voto dei suoi visitatori, ricavandone trend e valutazioni bizzarre.
Intendo riferirmi, invece, a quei 5 o 6 istituti demoscopici che, nelle loro ricerche, si attengono a metodi di rilevazione standardizzati ed approvati.
Ma allora, se i metodi di rilevazione adottati rispettano lo stesso standard, perché tanta eterogeneità ?
Innanzitutto, il sondaggio ha un suo committente che può essere, di volta in volta, un movimento politico, o un editore, o un programma radiofonico o televisivo, etc..
Siccome ogni committente, anche se apparentemente indipendente, ha però le proprie simpatie politiche, il sondaggista inizia il suo lavoro inconsciamente condizionato.
Figuriamoci, poi, quando un istituto demoscopico ha rapporti di collaborazione continuativa con questo o quel committente.
Dei 5 o 6 istituti demoscopici considerati, sicuramente 4 sono riconducibili a questa o quella coalizione.
Il desiderio, quindi, di non deludere od angustiare il committente può condizionare già nella scelta e composizione del campione.
Un esempio banale.
Se la rappresentatività del campione prevede che si debbano intervistare 100 individui a Milano, o a Roma, o a Napoli, la scelta dell’area urbana, nella quale raggiungere gli intervistati, può di per sé portare a risultati anche molto differenti, senza che ciò comprometta la correttezza della metodologia d’indagine, purché sia rispettata la composizione del campione, per sesso, fasce di età, scolarità.
Per chi conosce Milano, ad esempio, se gli intervistati sono scelti all’interno della cerchia dei navigli, si avranno buone chance di ottenere indicazioni diverse da quelle ottenibili al Lorenteggio o alla Barona.
Il terzo fattore che influenza, poi, la presentazione dei risultati di un sondaggio è la finalità che il committente si propone di perseguire.
Si tratta di una tecnica di presentazione dei sondaggi molto in uso anche dalle imprese industriali e commerciali, per inorgoglire o rendere più aggressive le strutture commerciali.
Nel caso dei sondaggi elettorali, gonfiare il dato dei propri consensi può avere lo scopo, da un lato di attirare gli elettori indecisi e, dall’altro, di far sentire il fiato sul collo agli avversari minandone le sicurezze.
Per contro, restringere la propria area di consensi può servire per mettere alla frusta, candidati, strutture organizzative, agit-prop, stimolandoli ad intensificare l’azione di propaganda.
In questo gioco finiscono per essere sempre meno attendibili i valori attribuiti alle formazioni non di primo piano.
Perciò, non resta che guardarsi bene dal prendere per oro colato le indicazioni dei sondaggisti e, se proprio si ha tempo e voglia, si può provare a mediarne i valori.

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