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venerdì 1 febbraio 2013

Angeluccio Alfano … il meschinello


Ebbene si, devo fare una confessione.
In questo indecoroso e disonorevole panorama politico nostrano c’è un soggetto nei confronti del quale non riesco a provare ripugnanza ma solo un sentimento di commiserazione.
È Angeluccio Alfano, l’ipotetico segretario del PdL.
Berlusconi gliene fa di tutti i colori, e lui zitto e buono non reagisce.
Berlusconi lo sconfessa regolarmente sputtanandolo, e lui ingoia senza profferir parola.
Nel PdL oramai lo considerano più o meno una marionetta, e lui si atteggia, invece, a condottiero e guida del partito, ovviamente mai in presenza di Berlusconi.
Quando è scoppiato lo scandalo alla Regione Lazio, Alfano ha giurato e spergiurato ai quattro venti, in TV, sulla carta stampata, che il partito non avrebbe mai più candidato nessuno dei dimissionati di quell’ignobile consiglio regionale, ed oggi, invece, l’autorevole segretario del partito si ritrova Renata Polverini candidata al Parlamento nelle file del PdL, messa in lista a sua insaputa.
Ma come non ripensare alla sceneggiata delle primarie per il PdL.
Primarie si e primarie no, è stato il tormentone che ha impazzato per settimane sulla scena politica.
Alfano, spalleggiato da un nutrito manipolo di seguaci, aveva deciso di organizzare le primarie per scegliere i candidati PdL.
Berlusconi si era detto subito contrario, perché con le primarie non avrebbe potuto infilare nelle liste le candidature di compiacenti dame e servili cortigiani.
Alfano, però, voleva dimostrare al mondo di essere lui il segretario del partito.
Così è andato avanti per giorni ad indicare una sua data per le primarie, data che, a distanza di poche ore, regolarmente annullava e rinviava, e così via fino a comunicare, sotto l’albero di Natale, che nel PdL di primarie non si poteva più parlare.
Ennesima figuraccia che, il meschinello, ha mandata giù come se nulla fosse, confermando all’opinione pubblica che lui, Alfano, nel PdL conta quanto il due di picche a briscola, ma soprattutto che non ha quel minimo di dignità che ci si aspetterebbe da un uomo con le palle.
Ed arriviamo così alla campagna elettorale.
Giorno dopo giorno, gli elettori, quelli vispi, si rendono conto che la candidatura di Alfano a premier, annunciata dal Cavaliere, è solo la foglia di fico dietro la quale si nasconde la vera candidatura a premier per il centrodestra, quella di Berlusconi.
Si parla di confronti TV tra i premier designati, cioè Bersani, Monti, Ingroia, Giannino, però per il centrodestra si fa sempre e solo il nome di Berlusconi.
Ai talk show politici non c’è mai Alfano, ma sempre Berlusconi.
Come mai ?
Le possibili spiegazioni sono due, molto semplici e chiare.
Innanzitutto Berlusconi, mesi fa, davanti a molti giornalisti (poi, come sempre, ha smentito se stesso ed ha accusati i giornalisti di aver travisate le sue parole), ha affermato che ad Alfano mancherebbe quel certo “quid” per essere un vero leader.
Il Cavaliere è convinto, perciò, che non si possa affidare la guida di un governo ad un premier che non abbia quel “quid”.
La seconda spiegazione, invece, affonda le sue radici nell’imbroglio architettato, da Berlusconi e Maroni, ai danni dei leghisti.
Infatti, appurato che la base leghista era maldisposta verso un’alleanza con il PdL, ma sarebbe stata decisamente avversa nel caso Berlusconi fosse stato indicato come premier, i due marpioni, per evitare l’emorragia di voti leghisti, hanno deciso che, in campagna elettorale, Berlusconi si sarebbe presentato come capo della coalizione, per diventarne poi il premier in caso di vittoria.
Vale a dire, passata la festa gabbati i leghisti !
Come mai, però, Alfano si rassegna ad essere un burattino nelle mani di Berlusconi ed a farsi sputtanare, non solo come segretario del PdL, ma come persona ?
Probabilmente il meschinello è consapevole di non possedere quel “quid” per essere un vero leader e, perciò, si sente già appagato dall’apparire leader anche se solo nella forma e non nella sostanza.
Oppure, i benefici che trae dal comportarsi come un burattino sono così appaganti, per lui, da indurlo a mettersi sotto i tacchi anche la sua dignità di uomo.

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