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giovedì 10 gennaio 2013

La colpa di Monti è cercare di vincere


Forse sarà l’età che avanza al galoppo, o forse sarà che ho saturata la mia riserva di tolleranza, fatto sta che anche oggi mi trovo di fronte a notizie e comportamenti che non riesco a spiegarmi.
Mi riferisco, ad esempio, alla querelle che si è accesa dopo la scelta di Monti di candidare al Senato, in Lombardia, Gabriele Albertini, già sindaco di Milano dal 1997 al 2006, europarlamentare e candidato alla presidenza della Regione.
Dalla stampa apprendo che la decisione di Monti avrebbe mandato su tutte le furie Bersani, ed i maggiorenti del PD, che la ritengono una vera e propria dichiarazione di guerra.
Può darsi che mi sia sfuggito qualcosa, ma questa mattina mi sono svegliato convinto che in Italia fosse in corso la competizione per le elezioni politiche del 24 e 25 febbraio.
Così, una volta accertato che non lo avevo sognato, mi sono chiesto cosa mai ci fosse di così disdicevole nella scelta di Monti di candidare Albertini, e nella disponibilità di Albertini a candidarsi con Monti.
Se Albertini non è stato pestato e minacciato, perché accettasse la candidatura, e se Monti pensa che di essere in sintonia con Albertini, allora mi sembra che non solo abbia fatto bene, ma abbia fatto benissimo.
Infatti, essendoci in atto una competizione, è del tutto legittimo che ogni competitor cerchi di mettere, nella propria faretra, le frecce che considera più valide ed efficaci per tentare di vincere.
Pretendere che un competitor rinunci ad una possibile freccia vincente per favorire un avversario, è una idea bacata oltre che folle.
È vero che, in questi ultimi tempi, gli italiani hanno dovuto convincersi che anche le partite di calcio si possano vendere e comprare.
È pur vero che, da sempre, la politica si trova a proprio agio nella melma degli inciuci.
Però, porca miseria, sarebbe ora che ci scrollassimo di dosso queste croste di malcostume e ci impegnassimo tutti per girare pagina, finalmente.
Torniamo, però, all’assurdo caso Monti – Albertini, e non solo.
Era evidente che, decidendo di “salire in politica”, Mario Monti sarebbe entrato nell’agone proponendo la sua agenda di governo, sia al mondo politico che agli elettori.
Per cui, oggi, non dovrebbe sorprendere nessuno che l’inserimento di una nuova formazione in un sistema politico, ingessato da decenni, degradatosi nel tempo ed ammuffito, avrebbe creato scrolloni non solo nell’elettorato ma anche negli stessi addetti ai lavori.
Quindi, di cosa sarebbe colpevole Mario Monti ?
Dovrebbe sentirsi responsabile per il fatto che la sua agenda di governo ottiene il consenso di persone desiderose di rinnovare la politica ?
Potrò sembrare poco decubertiano, però se si decide di entrare in una competizione, lo si fa anche con la speranza di vincere.
Decisamente antidecubertiani, invece, sono coloro che, per favorire questo o quello, vorrebbero truccare la competizione.
Sembra che sia proprio questa idea a sfarfallare nella testa di Bersani e dei suoi sodali, secondo i quali Monti avrebbe dovuto rinunciare alla candidatura di Albertini, per non sottrarre seggi elettorali al PD, in Lombardia.
Se fosse così, sarebbe non solo avvilente ma anche inquietante.
Infatti, che lo si chiami inciucio, o accordo sottobanco, sarebbe sempre un imbroglio ai danni sia degli elettori sia della competizione democratica.

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